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Geopolitica 2007
Da Redazione Eurasia
Si segnala l'uscita del numero 2/2007 di EURASIA. RIVISTA DI STUDI GEOPOLITICI.
Editoriale
L’Europa: prospettive per il XXI secolo (Tiberio Graziani)
Eurasiatismo
Il problema ucraino (Nicolaj S. Trubeckoj)
Radici dell’identità culturale e politica europea (Come Carpentier de
Gourdon)
Europa e Occidente (Claudio Finzi)
Da Augusto a Stalin. I momenti salienti del processo d’integrazione europeo
(Claudio Mutti)
Dossario: Tra un’Unione e l’altra
La Repubblica dell’Alto Karabakh (Yves Bataille)
L’emergente gigante russo (F. William Engdahl)
La questione nazionale nell’Unione Sovietica (Andrea Forti)
La costruzione d’una docilità “cattolica” dell’Europa (Marek Glogoczowski)
L’arsenale strategico della Federazione Russa (Alessandro Lattanzio)
Geopolitica recente, attuale e futura nei territori dell’ex Jugoslavia (Dragan
Mraovic)
Il significato geopolitico dello spazio romeno (Ion Pâlşoiu)
La Russia e l’Europa (Daniele Scalea)
Interviste
Sergej N. Baburin, vicepresidente della Duma (Tiberio Graziani, Stefano
Vernole)
Enrico Galoppini, arabista, redattore di “Eurasia” (Mustafa Jazairi)
Khaled Haddade, Segretario generale del Partito Comunista libanese
(Dagoberto Bellucci)
Fabio Mini, Generale di Corpo d'Armata in ausiliaria (Tiberio Graziani)
Sergio Romano, storico, ex diplomatico (Tiberio Graziani)
Abolfazl Zohrevand, ambasciatore iraniano presso la Repubblica Italiana
(Dagoberto H. Bellucci)
Danilo Zolo, filosofo del diritto, Università di Firenze (Tiberio Graziani)
Recensioni e postille
Geopolitica (Alain de Benoist)
Il Vicino Oriente nel nuovo sistema internazionale (Hassan Najem)
Considerazioni su due guerre (Spectator)
Un grand peuple élu. Messianisme et antieuropéanisme aux Ètats-Unis des
origines à nos jours di Romolo Gobbi (Claudio Mutti)
Friedrich Engels e il problema dei popoli “senza storia”, Roman Rosdolsky
(Claudio Mutti)
Constantin Noica e la dignità dell’Europa (Claudio Mutti)
Oltre l’Occidente. Critica della Costituzione Europea di Agostino Carrino
(Federico Roberti)
Dall’URSS alla Russia di Evgenij M. Primakov (Daniele Scalea)
EDITORIALE
TRA LA RUSSIA E IL MEDITERRANEO
di Tiberio Graziani
Oltre a essere irrilevante, l’Europa babelica e disunita
è in ultima analisi responsabile dello strapotere americano
Sergio Romano (*)
L’Europa irrilevante, ossia una nullità geopolitica
Dobbiamo a malincuore constatare che l’Unione Europea dei 27, parvenza di
un’Europa politica, è attualmente soltanto un’ “espressione geografica” tra
la Russia e il Mediterraneo: una vera e propria nullità sul piano
geopolitico. Dal punto di vista geostrategico, invece, essa costituisce la
testa di ponte degli USA lanciata sulla massa euroafroasiatica. Per quanto
riguarda poi il proprio stato di salute economico e finanziario, i Paesi
dell’Unione possono vantare il primato di aver distrutto, nell’arco di
appena due decenni, un equilibrio sociale - precario e debole quanto si
voglia e certamente bisognoso di sostanziali e radicali correttivi. Un
equilibrio che, tuttavia, giacché imperniato sullo stato sociale, costituiva
un poderoso elemento di coesione nazionale ed europeo, nonostante le
tensioni pure gravi che hanno costellato la storia europea degli ultimi
trent’anni. Ma l’errore maggiore è stato quello di non aver costruito
alcunché di alternativo, e neanche di prospettare un’ipotesi valida per la
costruzione di un’Europa attenta alle questioni sociali ed alla stabilità
economica. L’ubriacatura neoliberista, inaugurata dal thatcherismo, ha
attraversato tutta la cultura “politica” dell’Europa continentale,
esprimendosi, in nome di un’unilaterale concezione della “modernizzazione”,
in pratiche antisociali, e, soprattutto, asservendo drammaticamente le
scelte politiche e gli interessi - nazionali ed europei - alle logiche
economiciste ed espansioniste del vivace ed aggressivo turbocapitalismo
d’Oltreoceano. Le dinamiche economico-sociali del neoliberismo degli ultimi
anni hanno avvantaggiato soltanto esigui e selezionati ceti europei e
aumentato il divario tra “ricchi” e “poveri” (1).
Sul piano culturale, le cose non stanno di certo meglio. L’industria
culturale di massa, quella che in particolare determina i comportamenti
delle nuove generazioni (anche di quella parte di esse che si vorrebbe
antagonista ed alternativa), appare totalmente dominata dagli stereotipi d’Oltreatlantico,
come peraltro quella di élite. Le classi dirigenti europee, siano esse
politiche, economiche, finanziarie o intellettuali, mallevadrici
dell’american way of life, sono in gran parte cooptate nelle strutture di
dominio statunitense. Il loro operato sembra dunque rispondere a egoistici
interessi di casta e, soprattutto, almeno a partire dalla prima guerra del
Golfo, a quelli economico-finanziari di Wall Street e a quelli strategici di
Washington.
Il soft power statunitense ha vinto le ritrosie anche di quei settori della
sinistra europea, in larga parte tradizionalmente antiamericana, e di quegli
strati delle destre nazionali più attenti agli interessi continentali.
La strategia della cooptazione si è rivelata esemplare e vittoriosa,
ultimamente, nel caso della elezione dei “transatlantici” Angela Merkel
Kasner e Nicolas Sarkozy (2) ai vertici dell’area pivot per eccellenza
dell’Europa occidentale: lo spazio franco-tedesco. La nuova dirigenza
franco-tedesca, in sintonia con i dettami della politica estera statunitense
e britannica, sembra intenzionata a seppellire, definitivamente, ogni
tentativo di “orgoglio continentale”, finalizzato alla realizzazione di uno
scenario alternativo a quello euroatlantico. Ormai le realistiche intese fra
le cancellerie di Parigi, Berlino e Mosca sono solo un vago ricordo, come i
nomi dell’ex cancelliere tedesco Schroeder, dell’ex ministro francese
Vedrine e come, tra breve, quello di Chirac. Un acuto osservatore della
politica internazionale, oltre che scrittore e filosofo di grido, il
filoatlantico André Gluksmann, in un’intervista (3) ha dichiarato, con una
retorica falsamente “gollista”, che, grazie a Sarkozy ed alla sua
determinazione, “la Francia ritrova il suo posto nel mondo, la Francia torna
la terra dei diritti dell’uomo. Sarkozy – seguita Glucksmann – metterà fine
alla realpolitik di Parigi che ovunque, dall’Africa all’Asia, si è accordata
con i peggiori despoti.”
E’ proprio per la mancanza di un sano realismo politico, invece, che i ceti
egemoni europei mantengono l’Europa in uno stato di perenne subordinazione
agli interessi d’Oltreoceano. L’Europa è “irrilevante” perché ancora, a
distanza di oltre sessanta anni, non si è emancipata dai suoi liberators; è,
in altre parole, irrilevante perché ancora non è libera delle proprie
decisioni.
Il futuro ci dirà, tuttavia, come e quando le tensioni geopolitiche in seno
all’Europa riemergeranno, e come e quando la vocazione continentale
dell’Europa avrà la meglio sulle scelte ora marcatamente occidentali del
nuovo corso franco-tedesco.
Il nuovo corso e le antiche tensioni orientali
Allo stato attuale, possiamo tuttavia ritenere, con un buon grado di
certezza, che la nuova alleanza franco-tedesca, sebbene occidentalista e
transatlantica, prevedibilmente rappresenterà, sul piano economico e
finanziario, un poderoso concorrente della “nuova” Europa orientale,
costituita da quello che i Russi definiscono il proprio “estero vicino”.
Come reagiranno i Paesi baltici, la Polonia, la Repubblica ceca, la
Slovacchia, l’Ungheria, la Romania, e la Moldova alla ritrovata sintonia tra
l’Europa occidentale e Washington, dopo le “incomprensioni” degli ultimi
anni, in particolare quelle originate dalla guerra angloamericana in Iraq?
Il nuovo asse anglo-franco-tedesco sembra proprio nato per controbilanciare
l’Europa del “rattrappimento baltico”.
Riteniamo che la concorrenza riguarderà, in particolare, due problemi
strutturali dell’Unione Europea, peraltro ora strettamente connessi: la
questione energetica e il rapporto con la Russia.
Secondo il filoatlantico Glucksmann il “trattato leggero” dell’UE, auspicato
da Blair e da Sarkozy e da approvare per via parlamentare, onde superare in
maniera indolore una lacerante consultazione referendaria, rappresenta una
soluzione “più pragmatica e rapida, che consentirà all’Europa di riprendere
l’iniziativa in campo energetico. E’ uno scandalo – lamenta Glucksmann – che
un’Europa nata proprio sull’energia, con la Comunità del carbone e
dell’acciaio, vada a trattare con Putin in ordine sparso, senza
coordinamento e quindi senza peso negoziale” (4). In realtà, un’Europa
sbilanciata in senso atlantico ed egemonizzata dal quartetto degli
“Atlanticist European Union modernisers” sembra più rispondere agli
interessi “modernizzatori” del Fondo monetario internazionale e della Banca
mondiale, piuttosto che alle esigenze e agli interessi delle popolazioni
europee.
Gli appetiti tedeschi, storicamente - e ottusamente - proiettati verso
oriente, in sinergia con la spregiudicatezza del nuovo inquilino dell’Eliseo,
che almeno nelle affermazioni elettoralistiche, sembra interessato a una
“Unione mediterranea”, non tarderanno a creare tensioni, esiziali per il
precario equilibrio europeo. La voracità tedesca e il neoatlantismo à la
Sarkozy saranno dunque utilizzati, nell’ambito della strategia globale
statunitense, proprio contro l’integrazione europea e il dialogo eurorusso.
A tal proposito, ricordiamo che le ”attenzioni” tedesche verso lo spazio
economico orientale della ex-Jugoslavia sono state all’origine della
disgregazione della Federazione balcanica (5).
Il malumore della “nuova” Europa, più volte manifestato nei confronti di
Bruxelles e Mosca, costituirà un importante atout nelle mani degli strateghi
di Washington che lo giocheranno ai fini del mantenimento della propria
egemonia sull’intera Europa e contro la Russia. Nel prossimo futuro
l’Amministrazione americana si barcamenerà, verosimilmente, tra le due
special relationship: quella franco-tedesca, fresca di conio e
“commissariata” dall’inglese Brown, e quella della “nuova” Europa, già
collaudata ai tempi dell’aggressione angloamericana all’Iraq di Saddam
Hussein, e recentemente tornata nel “cuore” dei vertici del Pentagono,
proprio per la sua importante funzione geostrategica.
Le due special relationship saranno dunque funzionali alla nuova dottrina di
contenimento dell’”Orso russo”, già denunciata dal presidente russo Putin e
dal suo ministro agli esteri, Lavrov, in particolare nei discorsi
pronunciati dai due statisti russi, rispettivamente, alla 43ma Conferenza
sulla sicurezza (10 febbraio 2007) e alla XV Assemblea del Consiglio per la
politica estera e la difesa (17 marzo 2007) (6).
Nel frattempo, sul piano istituzionale, l’Unione Europea della Merkel e di
Barroso si affretta a intessere accordi quadro e trattati “transatlantici”.
Uno degli ultimi in ordine di tempo - siglato a Washington lo scorso 30
aprile, in occasione del Summit euroamericano (7) - è quello, fortemente
voluto dal cancelliere tedesco, relativo all’avanzamento dell’integrazione
economica transatlantica tra l’Unione e gli USA. Il Work Program of
Cooperation in questione prevede la promozione dell’integrazione economica
in aree strategiche per l’economia europea: proprietà intellettuale,
investimenti, mercati finanziari e innovazione, mentre una delle
dichiarazioni adottate congiuntamente dai rappresentanti dell’UE e degli USA
riguarda il sostegno alla “Euro-Atlantic prespective” in materia di
“promoting peace, human rights e democracy worldwide”.
Tali trattati, al di là della retorica cara agli “esportatori di
democrazia”, tendono a cementare ancora di più il destino dell’Unione
Europea con quello degli Stati Uniti e, di conseguenza, a separarla dai suoi
naturali vicini: la Russia e i Paesi della sponda sud del Mediterraneo.
Il nuovo blocco occidentale e il Mediterraneo
La separazione geopolitica dell’Europa dalla Russia e dal Mediterraneo, e la
sua inclusione in un “blocco occidentale” egemonizzato dagli USA, è la
strategia perseguita da Washington fin dagli ultimi anni del secondo
conflitto mondiale, ai fini della sua egemonia su scala globale.
All’epoca del cosiddetto duopolio russo-americano (1945-1989), l’attuale
blocco occidentale si autodefiniva “mondo libero” e il conflitto ideologico,
basato sulla dicotomia “democrazia – comunismo”, nascondeva le tensioni,
spiccatamente geopolitiche, tra la talassocrazia americana e la Russia
sovietica per il controllo del continente eurasiatico e del Mediterraneo. E’
in questa ottica che andrebbero rivisitati eventi storici dell’epoca, quali,
tanto per citarne alcuni, la strategia della tensione, i tentativi di golpe
(veri o presunti) in Italia (il “ventre molle” dell’Europa), il golpe dei
Colonnelli in Grecia, le guerre arabo-israeliane, la guerra sovieto-afgana
del 1979. Oggi il conflitto ideologico è più sfumato e meno riconoscibile.
Esso è basato principalmente sui temi del rispetto dei diritti umani, sulla
mancanza della libertà di stampa, sulla ossessiva e reiterata accusa di
derive autoritarie e oligarchiche lanciata verso i vertici del Cremlino.
Peraltro queste stesse accuse vengono scagliate anche contro quei Paesi,
come la Cina, il Venezuela, l’Iran, la Corea del Nord, i quali, mal
adeguandosi agli interessi strategici o economici degli USA, rappresentano
possibili poli geopolitici funzionali alla creazione di un sistema
multipolare (8).
Unico fatto nuovo, e decisivo per meglio comprendere le attuali dinamiche, è
invece costituito dalla demonizzazione degli “islamici”. L’attribuzione di
termini come terrorismo, fondamentalismo, integralismo all’Islam, ai suoi
esponenti e credenti è diventata ormai una pratica mediatica comune, che,
magistralmente intensificata dopo l’11 settembre 2001, è stata di fatto
istituzionalizzata con la dottrina della “guerra al terrorismo”, quale
particolare strumento di pressione psicologica verso le popolazioni europee.
Lo scopo ultimo di tale strategia mediatica, che - in piena sintonia con la
teoria dello “scontro di civiltà” - retoricamente ricorre a temi presi in
prestito a certa storiografia occidentalista ed antiaraba, e si avvale delle
penne più brillanti della carta stampata e degli anchormen più seguiti, è
quello di predisporre psicologicamente gli europei a diffidare dei propri
vicini e a rinchiudersi in una sorta di “fortezza occidentale”, e dunque
appiattirsi, acriticamente, sui desiderata statunitensi volti alla
“sistemazione neocolonialista” dello spazio vicino e mediorientale, dal
Mediterraneo alle repubbliche centroasiatiche.
Con l’arrivo all’Eliseo di Nicolas Sarkozy, al Quay d’Orsay di Bernard
Kouchner e, con la presenza, come cosigliere diplomatico, dello sherpa
Jean-David Levitte, la “nuova” Francia neoatlantica e neocon diventa un asso
insperato nelle mani del Dipartimento di Stato nordamericano. Tuttavia,
l’idea sarkoziana di una “Europa mediterranea”, in altre parole di un’Europa
antiturca, antiaraba e contraria all’immigrazione, nuova pedina per il
progetto nordamericano del Grande Medio Oriente, dovrà scontrarsi con la
realtà e le leggi della geopolitica. Il bottino vicino e mediorientale cui
mira potrebbe rilevarsi un boccone amaro, difficile da digerire. L’attuale
fronte neoatlantico anglo-franco-tedesco, se non adotta un sano e pragmatico
realismo, invece di governare l’Europa rischia di infrangersi prima ancora
di consolidarsi, nonostante l’ “amico americano”.
Note
* - Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa
irrilevante, Milano, 2003, p. 113.
1 – Secondo i risultati di una ricerca svolta recentemente dal prof Patrizio
Di Nicola del Gruppo di ricerca “Laboratorio Lavoro e Impresa” (Università
degli Studi “La Sapienza” di Roma), il 26% della popolazione europea adulta
(sopra i 15 anni), cioè oltre un 1/4 della popolazione totale, è a rischio
di povertà (P. Di Nicola, II Conferenza Internazionale sul Modello Sociale
Europeo, presso l’Unioncamere italiana, promossa dall’Eurispes, dalla
Fondazione F. Ebert e dal Gruppo europeo “Social Europe”, Roma, 11 maggio
2007)
2 – Recentemente, in occasione delle elezioni presidenziali francesi, il
Financial Times ha definito il quartetto Merkel, Barroso, Sarkozy e Brown,
successore di Blair alla guida del Regno Unito, “a powerful group of
Atlanticist European Union modernisers”, vedi George Parker, Liberal leaders
eye Sarkozy for axis of mainstream modernisers, Financial Times, 27 aprile
2007 - http://www.ft.com.
3 – Stefano Montefiori, Fallita la demonizzazione di Sarko, ora finirà la
realpolitik di Parigi, intervista a André Glucksmann, Corriere della sera, 7
maggio 2007.
4. – Ib.
5 – Si veda, per un approfondimento, Dragos Kaljic, Serbia, trincea
d’Europa, Edizioni all’insegna del Veltro, 1999, Parma.
6 – I due discorsi sono riprodotti nella sezione Documenti del presente
numero di Eurasia. A proposito della nuova dottrina americana di
contenimento e di come essa sia radicata nella cultura politica dei Paesi
dell’ “estero vicino”, si legga l’articolo, programmaticamente titolato
“Containing Russia”, di un’ex esponente del governo di Kiev e attuale leader
dell’opposizione parlamentare ucraina, Julia Timoshenko, apparso nella
rivista del Council on Foreign Relations, Foreign Affairs, may/june 2007,
vol.86, N. 3, pp.69-82. Sulla “terza guerra fredda” si veda, in questo
stesso numero di Eurasia, la brillante analisi svolta da Stefano Vernole.
7 – Framework for advancing transatlantic economic integration between the
European Union and the United States of America
(http://www.consilium.europa.eu).
8 – “In questi ultimi anni gli Stati Uniti, anche all’epoca della presidenza
Clinton, hanno continuato a estendere lo spazio giuridico e militare del
loro potere. Il Congresso ha votato leggi extraterritoriali che l’America
pretende d’imporre al di fuori del proprio territorio, e ha distribuito
sanzioni agli Stati che non si adeguano alle sue prescrizioni, talora
irragionevoli o demagogiche. La Colombia, per esempio, venne minacciata di
sanzioni perché non riusciva a controllare le esportazioni della droga verso
il mercato nordamericano. Ma gli Stati Uniti riescono forse a controllare il
commercio della droga sul loro mercato nazionale? ”, in Sergio Romano, op.
cit., p. 113-114.
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Eurasia - rivista di studi geopolitici
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16/07/2007