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Geopolitica 2007
Conference organized by International Eurasian Movement – Eurasian Economic
Club – Union of Eurasian Youth dedicated to the: “Network warfare, social
and information strategies of postmoderna era”
Hotel “Marco Polo Presnya” - Moscow, 24-25-26 October 2007
Intervento a cura del Coordinamento Progetto Eurasia (Italia) –
www.cpeurasia.org
1) La guerra dei network: gli Stati Uniti contro l’Europa
Preliminarmente è necessario comprendere l’attuale situazione geostrategica
mondiale, alfine d’individuare le mosse che le principali potenze stanno
compiendo sullo scacchiere mondiale.
Gli Stati Uniti si trovano alle prese con la peggiore crisi sistemica della
loro storia.
Negli anni Settanta la talassocrazia nordamericana si trovava immersa nel
pantano del Vietnam, soffriva sul piano economico per gli shock petroliferi
e subiva gli attacchi retorici di Mosca che cercava di affermare
l’eurocomunismo, ma riuscì a superare queste difficoltà grazie alla politica
aggressiva e di rilancio bellico operata dal suo presidente Ronald Reagan.
Il progetto militare dello “scudo stellare” e la sfida esplicita lanciata
nei confronti del Cremlino, costrinsero un’Unione Sovietica già in evidente
stato di decomposizione all’estremo tentativo di spezzare l’accerchiamento
atlantista invadendo l’Afghanistan e trovando uno sbocco verso l’Oceano
Indiano.
L’inasprimento della tensione obbligò a loro volta gli Stati nazione
europei, sotto la spinta della propaganda anticomunista, a far blocco con
gli Stati Uniti e ad accettare ulteriori limitazioni in termini di
sovranità.
Il crollo del Muro di Berlino, l’aggressione all’Iraq, l’avanzamento della
NATO ad Est, la disgregazione della Jugoslavia, la politica incerta ed
accondiscendente nei confronti degli interessi occidentali da parte di
Gorbaciov prima e di Eltsin poi, regalarono per diversi anni l’illusione di
un trionfo riportato dall’unipolarismo statunitense.
Ma se lo sforzo sovietico era stato troppo grande e aveva portato al crollo
della sua struttura economica, allo stesso tempo la rincorsa alla supremazia
militare condotta dalle varie amministrazioni nordamericane rivelò un
deficit commerciale assolutamente incolmabile (bilancia dei pagamenti con
l’estero), che oggi va sommato con quello altrettanto pericoloso del deficit
federale (interno).
Solo pochi giorni fa, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Henry
Paulson, peraltro ex banchiere della Goldman Sachs la cui influenza è ben
visibile anche tra i più alti membri dell’attuale governo italiano, ha
definito il terremoto immobiliare e la crisi del credito come il principale
rischio per l’economia americana e ha invocato interventi aggressivi per
arginarlo.
Lo stesso governatore della Federal Riserve Ben Bernanke, parlando a New
York di fronte ad una platea di notabili dell’alta finanza, ha ammesso che
il settore immobiliare resta una “significativa zavorra” per lo sviluppo del
Paese.
Paulson ha aggiunto che il problema non è limitato ai mutui subprime, perché
è in amento anche il numero dei proprietari di case in difficoltà nei
pagamenti di mutui prime, di qualità; l’impatto sull’economia è reale, si
manifesta con una flessione del 40% nei nuovi cantieri edili rispetto allo
stesso periodo del 2006 e il declino non sembra arrestarsi.
Anzi, la crisi dei mutui si è rapidamente estesa al settore delle carte di
credito, al punto che le maggiori società di emissione hanno dovuto nel
primo semestre del 2007 cancellare il 4,6% dei crediti da loro vantati
perché inesigibili.
Ovviamente gli Stati Uniti stanno, come al solito, tentando di far pagare i
costi della propria crisi al Vecchio Continente, suscitando le ire del
Responsabile degli Affari economici e monetari europei, Joaquin Almunia, che
ha recentemente dichiarato: “Nelle ultime settimane, in seguito alle
turbolenze finanziarie, alle conseguenze che hanno avuto sull’economia
americana e alle decisioni delle autorità statunitensi, si registra una
perdita di valore del dollaro che ci preoccupa, perché noi non siamo
responsabili della creazione di squilibri nell’economia globale, né si può
attendere che restiamo passivi se qualcuno vuol scaricare sulle economie
della zona euro le conseguenze di quegli squilibri”.
Solo per il nostro paese, si é calcolato che gli istituti bancari italiani
sarebbero esposti verso il settore dei mutui subprime per 1,3 miliardi di
euro.
Tutto ciò avviene in un momento storico nel quale la sfida alla supremazia
globale statunitense appare sempre più chiara.
Solo per riferirsi a quanto avvenuto la scorsa settimana, ricordiamo che:
la Turchia ipotizza un’invasione del Kurdistan iracheno, in ritorsione agli
attentati del PKK e al riconoscimento del “genocidio” armeno ad opera del
Congresso, ritira il proprio ambasciatore e permette che la propria opinione
pubblica lanci appelli al boicottaggio delle merci americane;
Myanmar ignora gli appelli di Washington a un cambio di politica e resiste
sia alla pressione interna che alle sanzioni economiche;
la Russia annuncia la sperimentazione di nuove armi nucleari strategiche,
stringe un’alleanza difensiva con i Paesi del Caspio ostacolando i piani di
guerra del Pentagono contro l’Iran e invita gli Stati Uniti a ritirare le
proprie truppe dall’Iraq, in piena sintonia con quanto già richiesto lo
scorso 27 settembre dal Primo ministro di Ankara, Tayyp Erdogan, presso il
Council on Foreign Relations a New York;
la Cina protesta vivacemente per la medaglia d’oro conferita dal Congresso
al Dalai Lama e promette ritorsioni contro l’ingerenza nei propri affari
interni operata dalla Casa Bianca;
l’India riconsidera i propri accordi di cooperazione nucleare con
Washington, mettendo in difficoltà il tentativo statunitense di contrapporre
geopoliticamente Nuova Delhi a Pechino.
Tutto questo era già stato probabilmente previsto nei centri di studi
strategici nordamericani alcuni anni fa, se si considera l’accelerazione
imperialistica intrapresa dall’Amministrazione Bush dopo gli attentati
dell’11 settembre 2001.
Nessun evento catastrofico avrebbe potuto fornire migliore pretesto alla
disperata corsa della Casa Bianca verso il controllo delle maggiori risorse
energetiche mondiali, prima che i grandi colossi eurasiatici in ascesa
possano insidiarne il primato internazionale.
Lo scopo primario di quella che è stata definita la “Presidenza
Cheney-Hallyburton” consiste nel controllo diretto dell’energia globale per
mano dei quattro giganti privati angloamericani del petrolio, Chevron
Texaco, Exxon-Mobil, British Petroleum e Royal Dutch Shell.
L’attuale timore degli Stati Uniti su una possibile sfida alla propria
egemonia non risiede solo nella saldatura geostrategica che l’Organizzazione
per la Cooperazione di Shangai e il Trattato per la Sicurezza Collettiva
stanno saggiamente portando alla NATO e al suo apparato di disinformazione
risiedente nei mass media europei e nella pletora di ONG al suo servizio.
Peter Beinart, un esperto di politica estera del Council on Foreign
Relations, ha in questi giorni relazionato Congresso e Casa Bianca sul fatto
che dietro la “retorica aggressiva” di Mosca e Pechino si nasconde una sfida
di tipo nuovo, che giunge da un modello alternativo a quello nordamericano e
che lui definisce di “capitalismo autoritario, un modello che Russia e Cina
non solo vogliono difendere a tutti i costi ma pure tentano di esportare e
diffondere altrove”.
Tornano a questo proposito alla mente gli antichi e sempre validi proverbi
secondo i quali “non è importante di che colore è il gatto, l’importante è
che mangi il topo …”.
Lo stesso Beinart sottolinea come la contingente debolezza del primato
statunitense sia aggravata dalla fortissima crisi interna, sociale,
finanziaria e di bilancio.
Ovviamente, le difficoltà militari riscontrate in Afghanistan ed Iraq, non
contribuiscono a rasserenare la prospettiva futura del colosso a stelle e
strisce.
Tutto questo non deve però indurre i guardiani del continente eurasiatico a
sottovalutare la pericolosità del momento storico che stiamo vivendo, in
quanto la controffensiva della Casa Bianca si sta giocando su due tavoli
diversi e apparentemente contraddittori.
Con una mano, l’Amministrazione Bush e i suoi alleati sionisti indicano al
mondo la pericolosità rappresentata dal progetto nucleare iraniano e dal suo
“regime” guidato dal “radicale” Ahmadinejead, rassicurando l’opinione
pubblica internazionale sul fatto che le loro controversie con Russia e Cina
sulle questioni del Kosovo, della Transnistria, del Caucaso, del Tibet, di
Taiwan e dello scudo spaziale rappresentano solo divergenze prima o poi
superabili.
Con l’altra essi scatenano i propri centri d’influenza mediatici in Europa e
le proprie strutture di “soft power” per compromettere l’immagine personale
di Vladimir Putin, per invitare al boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino
ed evocare una possibile minaccia totalitaria proveniente dal cuore
dell’Eurasia.
In un’Italia che già soffre dal 1945 la sua mancanza di sovranità politica e
militare ben incarnata dalla presenza di 113 basi militari
atlantico-statunitensi all’interno del proprio territorio, il controllo dei
mass media continua a rimanere strettamente saldo nelle mani delle
oligarchie finanziarie intrecciate anche a livello personale con quelle
risiedenti a Washington e Tel Aviv.
Dai principali quotidiani nazionali, “Corriere della Sera”, “La Stampa”, “La
Repubblica”, “Il Resto del Carlino”, perfino il “comunista” “Manifesto”, ai
settimanali più venduti, “Panorama”, “L’Espresso” ecc. si nota come la
proprietà appartenga ai soliti noti, i trilateralisti della famiglia
Agnelli, i sionisti del Gruppo De Benedetti, i sostenitori del “Partito
Americano” rappresentati da Monti, i manager al servizio dell’ex presidente
del Consiglio Berlusconi, un uomo che in visita al Congresso degli Stati
Uniti ebbe almeno la chiarezza di dichiarare che: “Tutto il mondo deve
diventare come l’America” ...
Proprio la scorsa settimana il Consiglio dei Ministri italiano su proposta
di Riccardo Franco Levi, sottosegretario e portavoce del Presidente del
Consiglio Romano Prodi, ha approvato una nuova normativa che prevede
l’obbligo di registrazione per chiunque possieda un blog o un sito inernet.
Questo disegno di legge, se approvato in Parlamento, costringerebbe tutti
coloro che vogliono pubblicare sulla rete a dotarsi di una società editrice
e arruolare un giornalista iscritto all’Albo come direttore responsabile;
quest’ultimo sarebbe impegnato a vigilare costantemente sugli eventuali
contenuti diffamatori del sito o blog, perché in caso contrario rischierebbe
la galera.
Ciò comporterebbe la probabile chiusura del 99% dei siti o blog attualmente
in circolazione …
L’informazione è al contrario molto più libera quando la si vuole far
circolare.
Gli omicidi Politovskaja e Litvinenko assurgono ad emblemi delle campagne
propagandistiche pretestuosamente scatenate contro il Cremlino e volte a
ricreare quel clima di “guerra fredda” di cui il continente eurasiatico non
sente assolutamente il bisogno.
Quanto influenti siano questi centri di potere, legati alle tradizionali
famiglie dell’oligarchia di Wall Street, i Rotschild, i Rockfeller, i
Murdoch … lo abbiamo constatato nel doppio appuntamento elettorale
franco-tedesco, che ha portato alla vittoria due avversari del possibile
asse geopolitico Parigi-Berlino-Mosca, a lungo invocato durante l’invasione
dell’Iraq nel 2003.
Soffermandoci sui momenti più evidenti, il neoeletto presidente Nicolas
Sarkozy, ha trasmesso il 3 ottobre 2007 un documento costituito da quattro
proposte al Consiglio Nord Atlantico (Nac) per “rafforzare la trasparenza e
la cooperazione fra l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica” e ha auspicato
un pronto rientro della Francia in seno al comando integrato della NATO.
Lo stesso giorno, il suo Ministro degli Esteri Bernard Kouchner, si è
allineato con i giudizi di Condoleeza Rice e ha definito “bizzarra” la
possibilità che Vladimir Putin possa in futuro divenire Primo Ministro,
aggiungendo che “purtroppo in Russia non c’è abbastanza opposizione
all’attuale potere del Cremlino”.
Uno dei primi provvedimenti attuati da Sarkozy appena insediatosi all’Eliseo
è stato quello di sabotare la rete nazionalista e antiatlantista all’interno
dei servizi segreti di Parigi, la quale erede dell’insegnamento di De Gaulle
aveva contribuito in alcune zone del mondo (Darfur, Pakistan, Africa in
generale, Haiti) a moderare l’orientamento filostatunitense della politica
francese.
In Germania, dove comunque diversi esponenti socialdemocratici del governo
di coalizione si sono schierati contro il progetto dello scudo spaziale,
Angela Merkel è stata protagonista del rilancio del Work Program of
Cooperation, un programma di cooperazione economica transatlantica tra gli
Stati Uniti e l’Unione Europea.
Sia a Berlino che a Parigi un ruolo decisivo nel “golpe” elettorale l’hanno
avuto i potentissimi mezzi di comunicazione di massa, controllati dalle
medesime grandi famiglie sopra citate.
Ma un importante idealtipo di quanto la sovversione atlantista abbia agito
in profondità subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, è riscontrabile
storicamente nell’azione di sgretolamento della ex Jugoslavia.
Il caso serbo rappresenta un precedente altamente significativo, perché
sintetizza in piccola scala lo stesso progetto di disgregazione e successiva
ricolonizzazione della Federazione Russa ispirato da Brezinski e dagli
architetti della strategia statunitense.
George Soros, agente dei Rotschild, costituì la sua attività di grande
banchiere proprio grazie ai trasferimenti di denaro dalle fondazioni europee
verso i Balcani e gli Stati dell’Europa Orientale.
Con il suo Quantum Fund, il noto speculatore finanziò le bande di mujahedin
“afgani” che combatterono in Bosnia e contemporaneamente fomentò la campagna
di disinformazione sulla Serbia che favorì le aggressioni militari della
NATO nel 1995 e nel 1999.
La rete di fondazioni e di associazioni da lui mantenuta è sterminata: Open
Society Fund, Humanitarian Rights Fund, Helsinki Committee, Belgrade Circle,
European Movement, Centre for Anti-War Action, Nuns, Anem, Otpor, alle quali
bisogna aggiungere le più importanti ONG operanti a livello internazionale.
Contro la Serbia agirono in particolare la Yucom, il Belgrade Centre for
Human Rights, il Civil Iniziative, il Centre for Cultural Decontamination,
Women in Black, il Youth Iniziative.
Human Rights Watch vicina proprio a Kouchner e International Crisis Group
sono stati veri e propri altoparlanti dell’indipendenza del Kosovo, del
Montenegro (dove i Rotschild controllano la Podgorica Bank e la Banca
nazionale) e della Vojvodina da Belgrado.
Sterminata è la lista dei mass media controllati da Soros nei Balcani, tra
le televisioni e le radio elenchiamo B92, Studio B, Tv Pink, Tv Panonija,
Anem, Rtv Globus, Rtv M+, Rtv Subotica, Radio Pirot, Radio Ozon, Radio Free
Europe, Sbb, Total tv, tra i quotidiani Danas, Vreme, Evropa, Republika, le
associazioni di media Local Press, Pancevac, Kikindske, Vranjske novine,
Nasa, le case editrici Samidzat, Dan Graf, Stubovi Culture, Fabrika knjiga,
Klio, Aleksandrija Press, la società distributrice Bookbridge, Beopolis,
l’agenzia di informazione Sense, Beta e Fonet.
Non dimentichiamo che molte delle agenzie corrispondenti dell’Associated
Press e di Reuters sono possedute dai Rotschild, che hanno infiltrato anche
istituti culturali e teatrali, come la National Library, la Historical
Archives, la Serbian Academy of Arts and Sciences e l’Istituto di
geopolitica di Belgrado.
Accanto a Soros hanno profuso energie e investimenti anche Rupert Murdoch,
Goldman Sachs e JP Morgan, che influenzarono personaggi quali Marti
Athisaari, James Lion, Morton Abramowitz, Louise Arbour, Mikhail Kodorkovski
e Thorwald Stoltenberg.
Questo concentrato esibizionistico di “soft” e “hard power” è stato
sviluppato contro la sola Serbia, in quanto considerata lo Stato pivot della
Russia nei Balcani.
Oltre alla ex Jugoslavia, le “rivoluzioni colorate” finanziate dalle reti
statunitense e coordinate dalla CIA e dall’MI6, in combutta con i servizi
segreti di Polonia, Georgia e Stati Baltici, hanno sconvolto Ucraina,
Georgia, Kirghizistan, Uzbekistan e Libano, provocando la spaccatura di
queste nazioni tra militanti filo-atlantisti e militanti anti-atlantisti,
vero e proprio spartiacque politico della lotta tricontinentale del XXI
secolo.
L’avvicinamento dei tentativi sovversivi verso la Grande Madre Russia è
invece documentato dallo stesso Nikolai Patrushev, capo dei servizi di
sicurezza interni dell’FSB, il quale ha non solo denunciato il tentativo
dell’MI6 di influenzare la situazione interna del suo Paese ma ha anche
indicato in 340 il numero di agenti segreti stranieri smascherati ed
arrestati dal 2003 ad oggi perché impegnati in attività cospiratorie.
Costoro sono accusati di utilizzare le ONG straniere per ottenere
informazioni d’intelligence, condizionare il processo politico russo e
supportare alcuni gruppi terroristici internazionali nel Caucaso del Nord.
Altra loro fonte d’accesso sarebbero diversi cittadini della CSI emigrati in
Gran Bretagna, sotto ricatto dell’MI6 per le loro attività criminali; i casi
di Boris Berezovsky e Akhmed Zakayev sono solo i più eclatanti.
La creazione di un arco di tensione ed instabilità che dai Balcani si
allungherebbe fino ai confini della Federazione russa, unitamente alle
difficoltà di commercializzazione che il petrolio di Mosca incontrerebbe
perché costretto a passare per una serie di territori controllati dalla
NATO, costituiscono gli strumenti visibili di una partita il cui risultato,
nelle intenzioni dei dirigenti angloamericani, dovrebbe concludersi con la
rottura dei rapporti tra il Cremlino e l’Europa.
Soprattutto ora che Vladimir Putin ha annunciato di voler costruire un
canale di 1.000 km. fra il Mar Caspio e il Mar Nero, collegamento strategico
per gli scambi fra Europa ed Asia.
Il progetto, che partirebbe dal territorio russo a nord della Georgia,
consentirebbe non solo alla Russia ma anche ad Unione Europea, Cina e
Kazakistan notevoli guadagni in termini economici e politici, grazie al
risparmio in termini di carburante, tempi di percorrenza e afflusso di
capitali.
Un obiettivo eurasiatico grandioso, al quale potrebbe presto associarsi
anche l’India.
Non è un caso allora se il Piano Strategico della politica estera
statunitense per gli anni 2007-2012, pubblicato lo scorso aprile dal
Dipartimento di Stato, afferma a chiare lettere che la sua principale
priorità è fronteggiare il “comportamento negativo” della Russia in diverse
aree, dalla vendita di armi a regimi inaffidabili (Iran, Siria e Venezuela),
alla pressione di Mosca su numerose nazioni ex-sovietiche per le quali
Washington avrebbe previsto un futuro “colorato”.
Il rapporto esprime poi preoccupazione per il maggiore ruolo assunto dallo
Stato russo nell’economia, “per la restrizione della libertà dei media, per
l’appoggio al separatismo in Georgia e Moldova, per l’utilizzo della leva
energetica volto a soggiogare i vicini della CSI”, concludendo che:
“Ovunque, in Eurasia, la gente desidera la speranza accesa dalle Rivoluzioni
colorate degli anni 2003-2005” …
2. La geoeconomia, attuale pilastro della costruzione eurasiatica
Dietro agli ostacoli politici frapposti dalle lobbies atlantiste, si
nascondono però opportunità economiche, che vari partners euro-russi stanno
adeguatamente sfruttando.
Le italiane ENI ed ENEL, che usufruiscono ancora dell’appoggio statale,
hanno costituito nell’aprile 2007 una nuova società, Eni Neftegas, la quale
si è assicurata uno dei più importanti lotti messi in vendita dal governo
russo dopo lo smembramento della Yukos.
Essa ha anche acquisito più del 20% della Gazprom Neft, la società
petrolifera della Gazprom; quest’ultima, a sua volta, potrebbe esercitare un
opzione d’acquisto per il 51% del capitale di Eni Neftegas entro due anni.
Le riserve acquisite da ENI ed ENEL vengono pagate a prezzo estremamente
vantaggioso e non bisogna scordare come la stessa ENEL sia l’unico gruppo
non russo al mondo a cui Mosca abbia aperto il mercato delle proprie
centrali nucleari.
Sugli accordi strategici ENI-Gazprom, abbiamo già parlato adeguatamente in
due numeri della nostra rivista di studi geopolitici (“Eurasia” 1/2007 e
“Eurasia” 2/2007), ad essi potrebbe presto aggiungersi il ripetuto interesse
che Aeroflot ha manifestato nei confronti della compagnia nazionale aerea di
bandiera, Alitalia.
Gli Stati Uniti, che vedono scemare gradualmente la loro influenza in un
Paese che possiede comunque una posizione centrale per il controllo del
fianco sud del Mar Mediterraneo, hanno risposto con la sinergia tra la
nordamericana AT&T e la messicana America Movil per il controllo di Telecom
Italia.
Lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Ronald Spogli, si è prodigato
verso Romano Prodi, alfine di completare l’acquisizione della più importante
società di telecomunicazioni italiana, il cui apparato di sicurezza era già
stato appaltato ad una società legata alla CIA.
Ma a prescindere da questo ultimo episodio, la rete di legami energetici
tessuta da Gazprom e dalle altre aziende statali di Mosca, sta attirando in
maniera decisiva anche le nazioni più riluttanti all’abbraccio con la Russia
e ha favorito il recentissimo accordo per la stabilità delle forniture
all’Unione Europea.
La solidità politica ed economica raggiunta grazie alle pratiche di
consolidamento dello Stato attuate dalle presidenze di Vladimir Putin,
rassicura gli investitori internazionali, che al di fuori dei settori
strategici (militare ed energetico) hanno comunque interessanti possibilità
di affari.
Tutte le nazioni dell’Est europeo sono totalmente dipendenti dal gas
naturale russo: i tre Paesi baltici e la Slovacchia al 100%, la Bulgaria al
94%, la Repubblica Ceca all’82%, l’Ungheria all’81%, la Slovenia al 62%, la
Romania al 55%.
Quando gli Stati hanno risposto picche alle possibili intese, il Cremlino ha
astutamente incoraggiato le compagnie private europee a stringere accordi
con Gazprom, come è stato nel caso del gasdotto del Baltico russo-tedesco,
che simboleggia bene lo scavalcamento operato dall’ex cancelliere Schroeder
nei confronti dell’attuale capo del governo Merkel, o della francese Total.
Il patto raggiunto dalla stessa Gazprom con l’algerina Sonatrach, ha
consentito una posizione di monopolio energetico non scalfibile a breve
termine dalle pressioni atlantiste e anzi prefigura, in collaborazione con
altri paesi come Qatar, Iran e Libia, l’edificazione di una Opec del gas
naturale.
Gli Stati Uniti non sembrano avere molti carte da giocare per spezzare la
morsa di Mosca e le loro uniche possibilità di successo risiedono nei due
oleodotti che passando dall’Azerbaijan alla Georgia arrivano fino in
Turchia: il Baku-Tblisi-Ceyhan (BTC) e il Baku-Tblisi-Erzurum, e sulla
possibilità di convincere il presidente kazako Nazarbayev ad utilizzarli a
discapito di quelli russi.
L’altra possibile mossa statunitense consisterebbe nel tentativo di
sviluppare una nuova rete energetica per collegare la regione dell’Asia
Centrale all’Asia meridionale, un’intenzione riflessa dalla riorganizzazione
avvenuta nel 2006 all’interno del Dipartimento di Stato e che ha portato
alla creazione dell’Ufficio per gli affari dell’Asia centrale e meridionale.
Il piano fa affidamento sull’utilizzo dell’elettricità generata in
Kirghizistan e Tagikistan, quale motore per lo sviluppo di legami
inter-regionali più forti, ma si scontra con il notevole controllo che le
compagnie russe possiedono dell’infrastruttura di produzione elettrica
tagica.
Lo stesso Turkmenistan, che rimaneva l’ultimo tassello a disposizione delle
manovre occidentali ha firmato un importante intesa per la fornitura di gas
alla Cina e stretto nuovi legami con le compagnie moscovite; come notato da
alcuni osservatori: “l’accordo firmato ad Astana da Russia, Kazakistan e
Turkmenistan di fatto concede a Gazprom il quasi monopolio sull’esportazione
di gas e greggio dall’Asia centrale. Ciò compromette il progetto che
prevedeva il prolungamento del BTC e aumenta la dipendenza energetica dei
mercati occidentali dalla volontà di Mosca”.
La Russia vorrebbe poi addirittura strappare concessioni alla stessa
Turchia, indispensabile nel sistema energetico controllato da Washington, e
rafforzare la propria presenza nell’area mediterranea-sudeuropea
coinvolgendo Ankara nel progetto Blue Stream, oleodotto che attraverserebbe
il Mar Nero.
L’evidente impasse spiega la determinazione statunitense nel cercare di
acquisire una supremazia di carattere strategico almeno nel settore degli
armamenti nucleari ed è confermata dalla prestigiosa rivista dei circoli
mondialisti Foreign Affairs quando ammette candidamente che “secondo la
dottrina della sicurezza nazionale statunitense lo scudo stellare non deve
essere concepito come uno strumento difensivo a sé stante ma come elemento
prezioso nel quadro di un contesto offensivo”.
Lo scenario atomico prefigurato sarebbe quello nel quale Washington vorrebbe
essere in grado di lanciare un primo “colpo” contro Russia e Cina, per
ridurre al minimo la loro possibile rappresaglia e neutralizzarla grazie
allo scudo.
Come in passato, il Pentagono prevede che sarà l’Europa il campo di
battaglia destinato a pagare le conseguenze nucleari di un eventuale
confronto bellico e nel 2007 ha portato le proprie spese per il bilancio
militare a 600 miliardi di dollari (contro i 47 di Mosca …).
Ma a prescindere dalla scelta del terreno di scontro, nel caso i “falchi”
dell’Amministrazione Bush dovessero perdere la testa, le conseguenze per la
stabilità mondiale sarebbero terribili.
Messi con le spalle al muro, gli Stati Uniti potrebbero decidere
un’ulteriore balzo in avanti nella loro politica di rivolgimento del Medio
Oriente, tentando il classico “tutto per tutto”.
Un bombardamento nucleare massiccio dell’Iran riporterebbe la nazione
persiana indietro di 30 anni, favorirebbe un cambio di governo a Teheran e
distruggerebbe un perno decisivo della geopolitica russa e degli
approvvigionamenti petroliferi cinesi.
Controllando il paese perno del Golfo, Washington potrebbe utilizzare
l’influenza degli Ayatollah per stabilizzare l’Iraq, tenere a freno la Siria
e calmierare la questione palestinese.
Si passerebbe allora alla fase due, cioè un cambio di regime (cruento o
meno) in Pakistan, dove l’ “alleato” Musharraf risulta ormai sgradito alle
alte sfere del Pentagono, stante il discreto appoggio che i suoi servizi
segreti (ISI) hanno continuato a fornire ai Talibani.
Il nuovo regime di Islamabad dovrebbe invece togliere il retroterra
logistico ai Pashtun e permettere alla NATO di allargare la sua sfera
d’influenza in Afghanistan al Sud ma anche all’Ovest (in quanto la zona di
Herat verrebbe affidata al governo collaborazionista di Teheran).
Il terzo e ultimo passo potrebbe consistere in una campagna di
“democratizzazione” dell’Arabia Saudita, giustificata dal preteso sostegno
che Ryad concede ai gruppi salafiti e wahabiti, unita alla mobilitazione
armata degli sciiti sauditi, residenti peraltro nelle zone più ricche di
petrolio.
Con alcuni milioni di morti, giustificati nel nome della “lotta al
terrorismo”, gli Stati Uniti si assicurerebbero il controllo totale
dell’Eurasia occidentale e meridionale, dall’Atlantico all’Indo,
completerebbero la manovra di accerchiamento nei confronti di Mosca e
Pechino, potrebbero penetrare definitivamente – essendosi coperti le spalle
– verso i giacimenti di petrolio e gas del Mar Caspio, nonché nei territori
dell’ex URSS fino al confine siberiano della Federazione Russa.
A quel punto la Casa Bianca potrebbe permettersi di tenere ferme, come
scorta d’emergenza, le proprie riserve petrolifere in Alaska e ricattare
economicamente il resto del Pianeta distillando la distribuzione delle
risorse e imponendo i prezzi a lei più congeniali.
Fermo restando che l’obiettivo finale della talassocrazia a stelle e strisce
rimane la penetrazione totale nel “ventre molle” dell’Asia centrale, la
creazione di un cuneo tra i due colossi terrestri eurasiatici e la
fagocitazione dei deboli ed instabili staterelli nati dopo la
disintegrazione dell’Unione Sovietica, esiste naturalmente un’alternativa
“morbida” al folle disegno distruttivo neoconservatore, che potrebbe tornare
in auge nel caso a Washington i “realisti” riprendessero il sopravvento.
Il piano “B” prevede in Medio Oriente un accomodamento con le nazioni ancora
ostili; in Libano, in sintonia con la Francia, continuerebbero i tentativi
di tutela di un governo filoatlantista attraverso l’elezione di un nuovo
Presidente della Repubblica antisiriano, a Damasco verrebbero restituite le
alture del Golan in cambio dell’abbandono baathista di Hamas e di Amal,
all’Iran potrebbe essere proposta una collaborazione nella stabilizzazione
dell’Iraq nel caso Teheran togliesse il suo sostegno ad Hizbollah.
In Europa, invece, assisteremmo alla riproposizione di quella che su
“Eurasia” 2/2007 abbiamo definito la “Terza Guerra Fredda”, giocata
interamente sulla compromissione dell’immagine internazionale della Russia e
sul rilancio degli slogan anticinesi (“il pericolo giallo”).
Questo tipo di guerra psicologica, basata quasi interamente su campagne di
disinformazione mediatica, intende riproporre vecchi e mai sopiti stereotipi
nei confronti di quelle che Robert Kagan ha “pericolosamente” definito “le
potenze autocratiche”.
Una sterminata pubblicistica, specie in lingua italiana e francese (“i
nouveaux philosophes” di Parigi, Levy, Glucksmann, Finkelraut, possono
contare sui loro omologhi a Roma, Sofri, Bonino, Lerner …), bombarda
quotidianamente l’immaginario pubblico europeo con immagini tese ad
accostare Putin a Stalin.
Daniel Pipes, un neoconservatore statunitense che incarna bene l’anello di
congiunzione tra lobbies atlantiste di “destra” e di “sinistra”, si è spinto
fino ad affermare come “la Russia rappresenti per il mondo un pericolo ben
maggiore rispetto a quello incarnato da Al Qaeda”.
Anche senza queste “volontarie” collaborazioni, Bill Arkin, analista della
televisione nordamericana NBC, ci aveva comunque informato dell’esistenza di
un’unità speciale della National Security Agency (NSA) e chiamata Network
Attack Support Staff, incaricata di neutralizzare i media stranieri e
d’interferire nei loro sistemi elettronici di comunicazione.
Una veloce analisi dei principali mezzi d’informazione statunitensi durante
la crisi russo-ucraina del 2004, sintetizza efficacemente i metodi
utilizzati.
Per l’editorialista del Washington Post, Jackson Diehl, gli “eventi di Kiev
rappresenterebbero disturbanti memorie del 1947-1948”; per la sua collega di
redazione, Anne Applebaum, “possiamo vedere il 2004 come l’anno in cui una
nuova cortina di ferro è calata attraverso l’Europa”, mentre il Cremlino
viene accusato “d’intromissioni imperiali”.
Passando al New York Times, Nicholas Kristof denuncia “un massiccio e
malefico intervento russo in Ucraina”, per il Washington Time Elisabet
Bumiller sottolinea che “specialisti sulla Russia dicono che il
coinvolgimento di Putin in Ucraina è ora la più seria ingiuria agli occhi
degli americani”.
Scorrendo i giornali finanziari (Globe, Wall Street Journal, Time),
evidentemente ancora indignati per l’arresto dell’evasore fiscale
Kodorkovsky, ex protetto dei Rotschild, i toni risultano ancora più
vibranti, arrivando a oltraggiare quello russo come “un governo di
delinquenti” e ad etichettare Putin quale sorta di nuovo “Saddam Hussein”
nonché “Fuhrer russo”.
Accanto alla demonizzazione mass mediatica, non si esclude una nuova ondata
di “rivoluzioni colorate”, specie in quei Paesi la cui collocazione
geopolitica appare ancora incerta.
Uno dei casi più a rischio è quello rappresentato dal Kirghizistan, della
cui importanza economica abbiamo già parlato e che merita a tal fine un
piccolo approfondimento.
In questa strategica nazione dell’Asia centrale complottano non solo la
solita Open Society Institute ma anche alcune organizzazioni locali
opportunamente sostenute dalla Freedom House e dal NED, i veri registi della
“Rivoluzione dei tulipani” a Bishek.
La Civil Society against corruption kirghisa si è deliberatamente ispirata
al libro di Gene Sharp, agente CIA e NATO, “Dalla dittatura alla
democrazia”, testo base per tutti i movimenti “non violenti” operanti nel
corso degli anni in Serbia, Ucraina, Lituania, Georgia, Myanmar, Venezuela,
Taiwan ed Iraq.
Sharp è anche a capo dell’ Albert Einstein Institution, appoggiata
dall’Università di Harvard, finanziata dal NED, dal Congresso e dalla
Fondazione Soros, i quali a loro volta hanno girato circa 12 milioni di
dollari all’opposizione kirghisa : come si vede, nello schema sovversivo
nordamericano, tutto ritorna.
3. La controstrategia russa e le catene eurasiatiste
Oltre alla questione energetica è opportuno rammentare come tutti gli Stati
aggrediti o minacciati dagli Stati Uniti avessero ventilato la possibilità
di vendere le proprie quote di petrolio in euro e non più in dollari, dalla
Libia all’Iraq, dalla Siria all’Iran passando per il Venezuela e la Corea
del Nord.
Un’eventuale emulazione operata da Mosca, magari accompagnata dalla
diversificazione degli investimenti cinesi attualmente preponderanti verso i
fondi finanziari americani, assumerebbe un significato di sfida profonda
all’egemonia globale statunitense.
Sotto questa luce assumono ancora maggiore rilevanza i tentativi
nordamericani di danneggiare le relazioni politico-commerciali tra l’Europa
e la Russia, attraverso il rilancio di quella che è stata denominata “una
nuova guerra fredda”.
Stando alla Risoluzione emanata dal Parlamento Europeo sul vertice UE-Russia
del maggio 2007, le preoccupazioni maggiori del Vecchio Continente per i
reciproci rapporti riguardano: la situazione in Cecenia, le relazioni con i
Paesi vicini, la tutela dei diritti umani e democratici, mentre sembrano
momentaneamente risolte le difficoltà riguardanti l’approvvigionamento
energetico.
Riguardo ai primi tre punti, il Cremlino dovrebbe valutare attentamente le
sue mosse future, che potrebbero favorire o al contrario compromettere la
costruzione dell’edificio eurasiatico che tutti noi auspichiamo.
Per la stabilizzazione della Cecenia e più in generale di tutta l’area
caucasica va ribadita la necessità di una soluzione non solo militare bensì
anche politica.
Chiaramente il finanziamento atlantista dei gruppi wahabiti in Daghestan e
altre aree di confine è volto a trascinare la politica di Mosca in quello
“scontro di civiltà” tanto caro agli interessi di Washington.
La reazione della Russia, in questo caso, non dovrebbe limitarsi a ribadire
il suo tradizionale ruolo imperiale e quindi stabilizzatore di tutto l’arco
di crisi caucasico e centroasiatico, ma dovrebbe coinvolgere in un’opera di
collaborazione le stesse comunità islamiche tradizionali dell’area.
Contemporaneamente, il Cremlino dovrebbe denunciare a chiare lettere la
manipolazione straniera operante nell’area del suo “estero vicino” e
sottolineare l’ipocrisia dell’Occidente, che mentre afferma di combattere
una guerra al “terrorismo internazionale” ne sostiene le basi logistiche in
funzione antirussa e anticinese.
Questo aspetti si ricollegano alla possibilità di instaurare un nuovo tipo
di relazioni con gli Stati confinanti, il cui nazionalismo storico
antisovietico continua ad essere sobillato per mantenere alta la tensione
con la Russia contemporanea.
Rimane molto importante che i circoli dirigenziali moscoviti elaborino al
più presto un nuovo concetto multipolare, per offrire all’Europa occidentale
e soprattutto ai Paesi dell’Europa orientale un tipo di rapporti improntato
alla reciproca collaborazione e al mutuo rispetto.
La controffensiva culturale dovrebbe vigorosamente sottolineare come la
rinascita russa non prefiguri alcun tipo di nuovo imperialismo, bensì offra
opportunità di crescita e sviluppo per tutti i soggetti interessati ad agire
su un piede di parità.
Essa dovrebbe basarsi sulla denuncia esplicita di quello che è il nemico
mortale per l’indipendenza di tutti i popoli, cioè la globalizzazione
capitalistica a guida nordamericana, approfittando anche del fatto che lo
storico “primato morale” statunitense conosce oggi una crisi profondissima.
Una dottrina di tal genere assume l’elaborazione profonda di un modello di
società differente rispetto a quello a cui i centri di potere mondialisti
vorrebbero omologare i vari popoli del Pianeta e non è nemmeno in
contraddizione con la tradizione culturale russa, impregnata di spirito
sociale e comunitario.
Affinché la nuova Russia possa migliorare la propria immagine internazionale
e sviluppare una più stretta integrazione eurasiatica non è quindi
sufficiente ribadire la propria rinnovata sovranità nazionale e gettare
generiche accuse nei confronti dell’unilateralismo a stelle e strisce.
Deve essere definitivamente chiaro che gli Stati Uniti non aspirano a una
generica egemonia, magari modellata sullo schema della balance of power
britannica, e che nella loro sete di supremazia mondiale non ricercano
soci-alleati bensì solo vassalli.
Le pur generiche illusioni ancora nutrite da alcuni analisti moscoviti su
una possibile cogestione del potere globale formata dal triangolo Stati
Uniti, Russia, Europa, devono essere risolutamente abbandonate, anche
tenendo conto che il modello di sviluppo occidentale sta conoscendo ormai un
profondo rigetto perfino nelle aree più sviluppate del Pianeta.
Non solo, gli stessi strumenti del dominio economico e militare
statunitense, il dollaro e l’Alleanza Atlantica, stanno suscitando una
protesta via via più estesa sia Est che ad Ovest.
Tutti i popoli europei manifestano attualmente in maniera convinta e
massiccia contro le basi NATO e l’arroganza imperialistica statunitense,
identificando in essi i simboli di un’esistenza sempre più precaria e
slegata da ogni riferimento di carattere spirituale.
Quando si vuole essere amici e marciare insieme occorre perciò essere
chiari.
Giunti al culmine della loro massima espansione e contemporaneamente del
loro massimo fallimento, gli Stati Uniti svolgono tuttavia un’azione
costante e sistematica di supporto a tutti quei sostenitori sparsi in giro
per il mondo, che si annidano nei principali organi della disinformazione
europea.
Se la Russia, conscia della minaccia che l’attanaglia si è stretta attorno
alla guida patriottica di Vladimir Putin, deve ora divenire consapevole che
il suo stesso futuro dipende dalla costruzione di un nuovo sistema
multipolare e di un modello sociale alieno dai dogmi liberisti.
Il Coordinamento Progetto Eurasia, radicato in Italia ma in sintonia con le
catene eurasiatiste sparse un po’ in tutto il Vecchio Continente, ha
dimostrato concretamente la sua adesione alla strategia geopolitica
antiatlantista, partecipando al monitoraggio elettorale in tutte le
principali zone di contrasto russo-statunitensi, dalla Transnistria all’Abkhazia,
dal Kosovo al Nagorno Karabakh.
In virtù di questa esperienza, la nostra rete italiana ha potuto attenuare
la propaganda nordamericana con una pubblicistica controinformativa di alto
livello qualitativo, contribuendo al riorientamento culturale e politico di
numerosi gruppi militanti potenzialmente antiamericani.
Quanto il contesto sia stato importante nella battaglia geopolitica
quotidiana è testimoniato dai recenti documenti che dimostrano il
coinvolgimento attivo datato 1992 del Dipartimento di Stato USA nel
tentativo moldavo-romeno di stritolamento dell’indipendenza di Tiraspol,
abbandonata da Eltsin ma salvata dalla reazione patriottica dell’armata
russa.
Il fatto che la Transnistria abbia finora resistito e si sia consolidata
come un fastidioso cuneo piantato nel dispositivo NATO dell’Europa
orientale, spiega la volgare opera di demonizzazione alla quale viene
costantemente sottoposta.
Lo spirito di sacrificio, la capacità d’inventiva e la tenacia organizzativa
del Coordinamento Progetto Eurasia hanno supplito finora alla carenza di
mezzi e finanziamenti ma ovviamente non gli hanno consentito di raggiungere
la stessa dimensione numerica sviluppata dai suoi avversari del “Partito
americano” ben equipaggiati dai circoli atlantisti.
A questo proposito, come noi riconosciamo nella Russia del XXI secolo lo
Stato perno attorno al quale si aggregheranno tutti coloro che auspicano un
cambiamento rivoluzionario delle relazioni internazionali, allo stesso tempo
la Russia dovrà convenire che il tempo delle mezze misure è pressoché finito
e dovrà contribuire attivamente al sostegno di quei gruppi eurasiatisti
tanto necessari alla costruzione della futura unità continentale.
18/11/2007