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Geopolitica 2007
Intervista a Daniele Scalea sulla Palestina
A metà ottobre il nostro redattore Daniele Scalea è stato intervistato da
Sorur Coliai per l'emissione italiana della "Islamic Republic of Iran
Broadcasting".
L'intervista radiofonica può essere ascoltata cliccando qui.
Segue la versione scritta.
Sorur Coliai: Recentemente John Dugard, inviato speciale delle Nazioni Unite
per la tutela dei diritti umani nei Territori palestinesi ha dichiarato che
intende chiedere il ritiro dell'Onu dal Quartetto di mediatori tra
Israeliani e Palestinesi, non essendo stato centrato l'obiettivo di
proteggere i diritti umani dei Palestinesi dagli occupanti israeliani. Lei
come valuta le sue affermazioni?
Daniele Scalea: Noi non conosciamo ancora esattamente il contenuto del
rapporto che sarà pubblicato solo verso la fine del mese. Basandoci comunque
sulle anticipazioni fatte da Dugard alla stampa, possiamo pensare che sarà
dello stesso tenore di quello da lui pubblicato alla fine di gennaio. In
questo rapporto si parla soprattutto dell'assedio di Gaza nell'estate del
2006, denunciandolo come un caso di punizione collettiva - dunque una
violazione delle convenzioni di Ginevra - e si criticava la politica degli
assassinî mirati d'Israele, non solo perché spesso provocano vittime anche
tra i civili - semplici passanti che hanno la sola colpa di trovarsi vicini
ai bersagli israeliani - ma perché comunque, checché ne pensi la Corte
Costituzionale israeliana, rimangono degli omicidi. Parlava anche dei
bombardamenti, notando che se si considera criminale il palestinese che
spara un razzo Qassam contro una città israeliana, a maggior ragione (visto
il più alto potenziale distruttivo) è criminale il pilota israeliano che
bombarda Gaza o qualsiasi altra città palestinese. Parlava del problema dei
prigionieri, cioè delle migliaia di Palestinesi che sono prigionieri in
Israele e sul cui trattamento ci sono molte perplessità, ed anche della
colonializzazione della Cisgiordania che, non ostante gli accordi e le
assicurazioni internazionali in senso contrario da parte d'Israele, prosegue
imperterrita. In questo rapporto, tra l'altro, si scriveva che la comunità
internazionale riconosce tre regimi come nemici dei diritti internazionali:
quelli che secondo Dugard sono il colonialismo, l'apartheid e l'occupazione;
e Dugard notava che Israele si rende colpevole di tutti e tre questi regimi.
Possiamo credere che il nuovo rapporto di Dugard riprenderà tutti questi
temi, semplicemente riattulizzandoli visti i 10 mesi trascorsi nel
frattempo. Tutte queste cose che Dugard scrive – e dimostra minuziosamente
nei suoi rapporti - noi le sappiamo confermate da un gran numero cronache e
reportage giornalistici e dalle indagini compiute sia da istituti
internazionali (come nel caso di Dugard) sia da organizzazioni non
governative: per cui sappiamo che tutto ciò è vero ed è dimostrato.
Secondo Lei la presentazione del prossimo rapporto di Dugard sulla
situazione nei territori occupati potrebbe influenzare i prossimi passi
dell'Onu? E qualora l'Onu uscisse davvero dal Quartetto, quali saranno le
conseguenze del suo ritiro?
Come dicevo ci si può aspettare che il nuovo rapporto di Dugard sarà molto
simile a quelli che ha prodotto in passato. Lui da sette anni ricopre questo
ruolo d'incaricato speciale dell'Onu per i diritti umani nei territori
occupati nel '67. Tutti questi rapporti che ha prodotto, con denunce anche
molto forti e decise delle violazioni dei diritti umani dei Palestinesi, non
hanno mai sortito grossi effetti. Lo dimostra il fatto che se noi andassimo
a chiedere del nome di Dugard - non dico per strada, ma tra i ministeri dei
vari paesi o negli ambienti accademici o nelle redazioni giornalistiche -
ben pochi lo conoscerebbero. Questo rapporto non avrà una grossa copertura
mediatica (io parlo ovviamente della stampa occidentale, che conosco), ma
avrà più che altro qualche trafiletto, o nei migliori di casi avrà per sé un
articolo, che sarà però contornato dagli editoriali in cui si denuncia
“l'antisemitismo strisciante dell'Onu”. E noi sappiamo che la parola
antisemitismo, nell'opinione pubblica europea ma anche statunitense, ha un
effetto molto particolare, se è riferito alle critiche rivolte a Israele, in
quanto ha il potere di screditare colui che viene accusato d'antisemitismo
davanti all'opinione pubblica, senza che ci sia bisogno per il suo critico
di confutarne le tesi. Penso che lo scenario più probabile sia che Dugard
verrà criticato severamente e probabilmente dopo un breve lasso di tempo –
alcuni mesi, giusto per non far intuire la consequenzialità diretta - verrà
rimosso e destinato ad un altro incarico. Quindi credo che sia decisamente
difficile che l'Onu esca dal Quartetto, soprattutto se si considera che
questi rapporti, anche all'interno dell'Onu, hanno un impatto limitato ed al
massimo possano portare a qualche pronunciamento da parte di commissioni
minori. Noi sappiamo però che l'organo decisore dell'Onu è il Consiglio di
sicurezza, in cui ci sono 5 paesi con il diritto di veto, e di questi 4
fanno parte del Quartetto: gli Stati Uniti, la Francia, l'Inghilterra e la
Russia. Quindi è molto difficile immaginare che l'Onu si schieri contro il
Quartetto, considerando che alla fine viene gestita dagli stessi paesi che
fanno parte del Quartetto.
A suo avviso il Quartetto è riuscito a essere neutrale tra Israeliani e
Palestinesi?
Ovviamente no, ma questo era evidente già dalla composizione iniziale del
Quartetto, perché al suo interno noi troviamo soltanto un soggetto veramente
neutrale che è l'Onu. Questo soggetto tuttavia non può essere messo alla
pari con gli altri in quanto, mentre quelli sono soggetti statuali dotati di
una propria politica, l'Onu è un'organizzazione sovranazionale che dipende
dalla volontà degli Stati che la compongono e che, come si diceva prima, i
più influenti al suo interno sono proprio quelli che compongono il
Quartetto. Infatti il ruolo dell'Onu era - nel migliore dei casi - quello di
coordinatore e di mediatore tra le tre grandi potenze che sono i veri membri
del Quartetto; di fatto, presumo abbia soltanto il ruolo di comparsa per
fornire legittimità a questo Quartetto. A parte l'Onu, c'è la Russia che è
formalmente neutrale ed ha persino tendenze filo-palestinesi, ma molto
tiepide; al contrario l'Europa, formalmente neutrale come la Russia, ha
tendenze filo-israeliane, mentre gli Usa sono decisamente filo-sionisti.
Considerando il fatto che la forma del Quartetto prevede l'obbligo
dell'unanimità nelle decisioni, è chiaro che se la Russia userà il proprio
diritto di veto con grande cautela, gli Stati Uniti l'useranno in ogni
occasione per difendere le posizioni di Israele. Questa non-neutralità del
Quartetto la riscontriamo nel suo gesto forse più clamoroso, che è il caso
del boicottaggio del governo di Hamas (che a dire il vero è stato condotto
soltanto da due quarti del Quartetto, in verità due terzi, per quello che
abbiamo detto dell'Onu, ossia che non è un vero e proprio membro di questa
organizzazione). Però gli Stati Uniti e l'Unione Europea - soltanto la
Russia si è astenuta - hanno condotto e conducono ancora questo
boicottaggio, che è sinceramente sconcertante per vari motivi: prima di
tutto perché vìola ciò che le stesse potenze che boicottano il governo di
Hamas hanno statuito nella "Road Map". Nella prima fase della "Road Map" è
stato imposto ai Palestinesi un corso democratico. Ora, è evidente che
boicottare un governo legittimamente eletto dal popolo, soltanto perché non
si apprezzano le sue posizioni, non è certo il modo migliore per favorire lo
sviluppo della democrazia in Palestina. Tra l'altro sempre nella prima fase
della "Road Map" si cita esplicitamente che la democrazia palestinese
avrebbe dovuto essere di tipo parlamentare: noi vediamo invece che gli USA e
l'UE appoggiano in modo molto netto il presidente Mahmud Abbas contro quello
ch'è invece il parlamento eletto dal popolo. Quindi ancora una volta vanno
in contradizione con ciò che loro stessi avevano fissato nella "Road Map".
Non è questo l'unico elemento problematico del boicottaggio di Hamas: il
fatto stesso che si chieda a Hamas di riconoscere Israele - come passo
preliminare per poter iniziare i negoziati - ha poco senso, perché questo
riconoscimento dovrebbe semmai venire alla fine dei negoziati, tanto più se
si considera che i confini definitivi d'Israele, secondo il progetto della
"Road Map", dovrebbero essere fissati proprio nella fase tre del processo di
pace. Oltretutto, se oggi Hamas riconoscesse lo Stato d'Israele, di fatto
riconoscerebbe a Israele la sovranità sull'80% del territorio palestinese
(per il fatto che chi riconosce lo Stato d'Israele ritiene tali territori
parte dello stesso) e quindi rimarrebbe soltanto il 20% dei territori
palestinesi occupato nel '67, che sarebbe l'oggetto del negoziato e che
quindi non potrebbe neanche finire interamente alla Palestina. Possiamo
presumere che alla fine Israele controllerebbe circa il 90% del territorio
palestinese e Hamas, o per meglio dire i Palestinesi, riuscirebbero ad
ottenere non più del 10%. Quindi sarebbe veramente un suicidio politico e
diplomatico da parte della diplomazia palestinese riconoscere Israele prima
che sia concluso il processo di pace.
Nel suo rapporto di febbraio Dugard aveva scritto che le politiche dei
sionisti contro la popolazione palestinese assomigliano al comportamento
dell'ex regime razzista del Sud Africa, contrastando nettamente la
convenzione del 1966 contro la discriminazione razziale. Perché dal
Quartetto non si alza nessuna voce a condannare tali leggi e comportamenti?
Quando Dugard parla dell'Apartheid lo fa senz'altro con cognizione di causa,
essendo lui sudafricano. Il fatto che ci sia una politica di segregazione
razziale da parte di Israele nei confronti dei Palestinesi è abbastanza
facilmente dimostrabile: basta vedere la condotta strategica che Israele ha
seguito dal '67 in poi. Nel '67, quando sono state occupate la Cisgiordania
e Gaza, è stato formulato il famoso piano Allon che prevedeva l'occupazione
tramite colonializzazione della sponda occidentale del Giordano, delle rive
del Mar Morto e della parte meridionale della Striscia di Gaza,, ossia di
quelli che sono i confini internazionali della Cisgiordania e di Gaza,
facendo così dei territori di residuo popolamento palestinese delle enclavi
interne alla zona di popolamento ebraico. Dieci anni dopo questo piano è
stato perfezionato da Ariel Sharon, che pur non essendo ancora il primo
ministro, promosse comunque la colonializzazione anche della parte
occidentale della Cisgiordania, cancellando di fatto quella che era la Linea
verde. Tra l'altro queste due zonedi colonizzazione della Cisgiordania
dovevano essere e furono collegate tramite autostrade che corrono
perpendicolarmente a queste due fasce: autostrade ovviamente militarizzate e
controllate da Israele, che tagliarono in tre l'area di popolamento
palestinese in Cisgiordania facendone quindi - potremmo dire - tre riserve
indiane. Negli stessi anni del piano Sharon è il piano Begin, basato su un
obiettivo che era quello di mantenere il controllo su questi territori
palestinesi occupati nel '67 senza però accollarsi anche l'onere del
sostentamento delle loro popolazioni. Mantenere dunque il controllo delle
risorse strategiche ed economiche, cioè dei confini internazionali, delle
fonti d'acqua, dei campi più fertili eccetera. Perciò si pensò di concedere
l'autonomia al popolo palestinese. Un'autonomia che non era l'indipendenza,
ed il cui primo esempio fu la “Lega dei villaggi” promossa da Begin e poi
spazzata via dalla Prima Intifada. La politica israeliana è sempre rimasta
informata a questo obiettivo che è stato fissato da Begin. Gli accordi di
Oslo e quelli di Camp David sono ispirati a questa strategia. Basti pensare
che Rabin disse chiaramente di riconoscere soltanto una “entità”
palestinese, un'entità che - a suo avviso - non coincideva con uno Stato.
Vale la pena notare che il termine "entità" utilizzato da Rabin viene usato
invece nei paesi musulmani per definire Israele come "entità sionista"; solo
che, mentre i musulmani sono perciò bollati di “bellicismo”, Rabin era
considerato un “uomo di pace”. Quindi: perché nel Quartetto non si sono
levate voci contro questa politica razzista e segregazionista d'Israele?
Prima di tutto perché come abbiamo già detto gli Stati Uniti e l'UE sono
tendenzionalmente filo-sionisti, dunque non è credibile che critichino il
proprio protetto. La Russia come dicevamo è su posizioni più filo-
palestinesi, ma uno dei caratteri che si può notare nella nuova diplomazia
russa, soprattutto sotto la presidenza di Putin, è un estremo pragmatismo. I
Russi sono molto restii a dichiarazioni di principio o idealistiche;
preferiscono invece parlare con i fatti - per esempio sostenendo l'Iran nel
suo sviluppo della tecnologia nucleare civile oppure vendendo alla Siria
sistemi difensivi antiaerei, ma senza criticare apertamente Israele o
bollarlo come un regime razzista. Questo anche perché bisogna considerare
che la Russia al momento non ha evidentemente la forza politica e materiale
per entrare con decisione nel quadrante vicino-orientale, dove la Russia ha
senza dubbio dei forti interessi - perché se gli Stati Uniti riuscissero a
controllare a pieno quello che Bush chiama il “Grande Medio Oriente”, di
fatto si stringerebbe una morsa attorno alle due grandi potenze
eurasiatiche, la Cina e la Russia, isolandole con una sorta di “cordone
sanitario”, già visto nel secolo scorso. La Russia però in questo momento è
concentrata soprattutto sulla riconquista del proprio spazio vitale, quello
che loro chiamano “estero vicino” e che corrisponde sostanzialmente alle ex
repubbliche sovietiche. Ancora per alcuni anni la politica russa sarà
concentrata quasi esclusivamente su questo punto. Perciò i Palestinesi
devono certamente aspettarsi prima o poi un aiuto dalla Russia,ma non
possono aspettarsene uno determinante dall'oggi al domani. Nel breve periodo
potranno attendersi aiuti solo dagli altri paesi arabi e dall'Iran. Uno dei
grandi errori della diplomazia palestinese (ed araba in generale) negli anni
'90, dopo che è crollata l'Unione Sovietica, è stato quello di affidarsi
completamente alle potenze cosiddette occidentali. Gli Arabi hanno infatti
creduto che, una volta terminato il bipolarismo e rimasti gli Stati Uniti
unica superpotenza, essi non avrebbero più avuto interesse a sostenere
incondizionatamente Israele, ma avrebbero preferito una sistemazione
pacifica dell'area vicino-orientale. Motivo per cui Arafat – con i risultati
disastrosi che noi sappiamo – si affidò agli Statunitensi a Oslo e a Camp
David, e con risultati ancora più disastrosi lo sta imitando Abbas. Questo è
un errore che hanno compiuto molti altri paesi arabi. Perché gli Stati Uniti
non possono essere considerati dai paesi arabi degli interlucotori
affidabili? Semplicemente perché non è vero che agli Stati Uniti, in questo
momento, interessi promuovere un processo di pace tra i paesi arabi e
Israele. Gli Stati Uniti, come tutti i paesi imperialisti e soprattutto
quelli che poggiano la propria forza sul potere marittimo, perseguono una
strategia di “divide et impera”. Quindi non è loro interesse che in Vicino
Oriente ci siano Stati solidi ed in pace tra loro, perché degli Stati
grandi, forti e non in guerra tra loro evidentemente sono molto meno
controllabili che degli Stati piccoli, lacerati da rivalità interne, in cui
la diplomazia ed eventualmente la forza militare statunitense possono
inserirsi con facilità. La politica statunitense in Jugoslavia negli anni
'90 è un esempio di questa strategia: un grosso Stato, che poteva costituire
un argine agl'interessi statunitensi, è stato frantumato in una serie di
piccoli Stati conflittuali. Lo stesso si può ravvisare anche nella politica
irachena, perché d'un grosso Stato nazionale, di fatto si stanno facendo tre
piccoli Staterelli settari che lottano in una guerra civile e che stanno
anche coinvolgendo la Turchia (Kurdistan), oltre ovviamente all'Iràn ed
all'Arabia Saudita. Potenzialmente potrebbero creare problemi e contrasti
tra questi tre Stati – motivo per cui il presidente Ahmadi Nejad, non più
d'alcune settimane fa, ha proposto a Riyad di gestire assieme la
normalizzazione dell'Iràq una volta che si saranno ritirati gli
Statunitensi. Noi non possiamo ancora prevedere se l'Arabia Saudita
accetterà o meno quest'offerta. Quello che possiamo dire è che gli Stati
Uniti stanno affrontando un momento non facile (a livello diplomatico vedono
ergersi contro di loro una reazione multipolarista, capeggiata da Russia e
Cina ma che coinvolge in misura minore anche India e Brasile; a livello
militare, vivono una brutta avventura in Iràq), e nel momento in cui una
potenza imperialista e talassocratica come gli USA si trova in una fase non
positiva cercherà d'esaltare ulteriormente la politica di “divide et
impera”. Infatti degli USA forti e saldi diplomaticamente possono anche
essere così sicuri di loro stessi da permettere l'insorgere d'un paese
abbastanza grande e compatto in un'area relativamente pacifica, confidando
nella loro capacità di controllarlo comunque. Nel momento in cui gli USA non
hanno quest'egemonia diplomatica né tutta questa potenza militare da mettere
in campo, evidentemente cercheranno di creare ancora più lotte intestine in
quelle regioni che vogliono controllare, di modo che nessuno Stato possa
rivolgere il proprio potenziale contro di loro.
18/11/2007