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Geopolitica
Intervista a Stefano Vernole
Pubblicata sul mensile "Geopolitika" di Belgrado - Novembre 2006 -
Traduzione dal serbo-croato del dott. Srdjan Novakovic
Domanda: Dott. Vernole,la rivista "Eurasia" ha dedicato moltissimo spazio
alla crisi mediorientale. Quale è la sua opinione riguardo le cause del
conflitto e sulla guerra in corso tra l'esercitod'Israele e Hizb'allah?
Diversi analisti temono l'escalation di questo conflitto,si parla già di
"quarta guerra mondiale" ? Lei personalmente condivide queste preoccupazioni
ed è pessimista riguardo il futuro?
Risposta: Le cause del conflitto appena terminato tra Israele e Hiz’ballah,
che sarebbe più giusto definire l’aggressione sionista al Libano,
s’inscrivono nel progetto neoconservatore statunitense volto a creare il
“Nuovo Medio Oriente” o “Grande Medio Oriente”. L’obiettivo degli strateghi
di Washington è quello di accelerare il proprio controllo delle principali
fonti energetiche dell’area mediorientale e dell’Asia Centrale, nonché di
creare una barriera armata di separazione tra la Russia e la Cina, alfine di
dominare la massa continentale eurasiatica. In questo disegno, forse anche
per la presenza di numerosi ebrei nel think thank dei neo-cons, Israele è
tornato ad assumere un’importanza geopolitica centrale agli occhi della
politica estera nordamericana, dopo il declino che stava accompagnando
l’entità di Tel Aviv in conseguenza della fine della “guerra fredda”. Date
le difficoltà che l’esercito statunitense ha registrato a causa della
resistenza armata in Afghanistan e Iraq, constatato che la manovra di
destabilizzazione del Libano operata attraverso l’omicidio Hariri
(probabilmente opera del Mossad) era fallita ma aveva comunque fatto uscire
le truppe siriane dal paese, l’Establishment ha pensato di delegare allo
Tsahal il “lavoro sporco”, fornendogli preventivamente le armi per perforare
i bunker di Hiz’bollah. L’attacco israeliano – perpetrato su mandato
statunitense – grazie a un’inaudita brutalità, al massacro di civili inermi,
al bombardamento sistematico di tutte le infrastrutture del Libano, aveva lo
scopo di far saltare i nervi al governo di Damasco e coinvolgerlo nel
conflitto. Una volta entrata in guerra la Siria, l’Iran – legato al regime
baathista da un trattato di alleanza militare – sarebbe stato costretto a
partecipare al conflitto, fornendo così il pretesto agli Stati Uniti
d’intervenire. Fortunatamente, la saggezza di Damasco e Teheran,
probabilmente rassicurate dalle forniture d’armi garantite da Mosca e
Pechino ad Hiz’bollah, ha impedito che si scatenasse una guerra
generalizzata, che Russia e Cina non sono ancora in grado di combattere a
viso aperto per vari motivi economici e politici. L’eroismo delle milizie
sciite, unitamente a un’ottima applicazione delle tattiche di guerriglia,
ricalcate peraltro da quelle utilizzate nel 1999 dall’esercito serbo, ha
impedito una vittoria militare israeliana, che sarebbe stata naturale data
la sproporzione delle forze in campo. Ora, esiste dal mio punto di vista una
doppia lettura dell’esito di questo conflitto. Da una parte, c’è sicuramente
lo scacco psicologico che l’esercito sionista ha dovuto subire e che segue
quello già grave dovuto al ritiro dal Libano del Sud nel 2000, con ovvie
ripercussioni non solo nello Stato Maggiore ma anche all’interno
dell’esecutivo di Tel Aviv. Momentaneamente è fallito pure il tentativo
statunitense di trascinare Siria ed Iran in una guerra generalizzata e dal
Pentagono desiderata, prima che Russia e Cina completino il proprio
rafforzamento economico, politico e militare. Sono peraltro convinto che la
fine dell’aggressione al Libano sia stata determinata dagli Stati Uniti,
terrorizzati che durante la sospensione di 48 ore delle ostilità
perentoriamente chiesta dalla Russia, Mosca potesse fornire Hiz’bollah di
armi ancora più strategiche. La missione Unifil delle Nazioni Unite avrebbe
invece l’obiettivo di consentire a Washington e Tel Aviv di conseguire quei
risultati politici che non sono stati capaci di raggiungere sul terreno
militare. Dall’altra, apparentemente, la NATO riesce a mettere piede in
Libano, imprenditori sionisti e anglo-protestanti parteciperanno alla
ricostruzione di un paese da loro devastato militarmente mentre Hiz’bollah
dovrebbe essere messo nelle condizioni di non nuocere. La verità sta
probabilmente nel mezzo, in quanto il comando della missione è affidato a
Francia e Italia e non a Stati Uniti e Gran Bretagna (paradossalmente
potrebbe essere per l’Europa l’occasione di assumersi le proprie
responsabilità internazionali), c’è la presenza di truppe della Malesia (che
non riconosce Israele) e della Turchia (il cui Parlamento ha già stabilito
che in caso si volesse disarmare Hiz’bollah i propri soldati torneranno a
casa), nessuno per ovvi motivi tenterà di togliere le armi alla milizia di
Nasrallah che finirà per integrarsi nell’attuale esercito libanese – dove la
componente sciita è già importante – per assumerne il controllo. Si tratta
perciò del primo tempo di una partita destinata comunque a continuare fino
al completo raggiungimento degli obiettivi di Israele e Stati Uniti, la cui
ostinazione e mancanza di umanità sono purtroppo assolutamente sottovalutati
dai mass media internazionali. Sono allora pessimista, nel senso che il
futuro ci riserverà altre guerre e dolore, ottimista per quanto riguarda il
risultato finale di questo avventurismo bellico, accresciutosi dopo l’11
settembre 2001, data d’inizio del Terzo o Quarto conflitto mondiale (se si
considera la “guerra fredda”). La trama che Russia e Cina stano tessendo
grazie all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, gli accordi
strategici sempre più frequenti tra le nazioni non allineate, Venezuela,
Iran, Cuba, Bolivia, Bielorussia, il crescente antiamericanismo dilagante
ormai anche in Europa, consentono di sperare in un futuro di cooperazione
tra i popoli e in un mondo multipolare non dominato dai dogmi liberisti.
D: Stiamo entrando in un periodo storico molto instabile. A parte possibili
inquinamenti nella terminologia,quali sarebbero problemi cruciali per la
sicurezza globale tra "crisi energetica","scontro tra le civiltà" e la
"distruzione dell’habitat"?
R: L’attuale modello di sviluppo, contrassegnato dalla globalizzazione
capitalista, non potrà dispiegarsi ancora a lungo per una serie di motivi,
demografici, ecologici ed economico-finanziari. Il fatto che gli Stati Uniti
stiano correndo a tutta velocità verso l’accaparramento delle ultime risorse
energetiche disponibili fa ben capire quanto sia urgente questo problema. La
distruzione dell’ambiente e delle risorse naturali è sistematica, i gradi di
inquinamento dell’atmosfera stanno raggiungendo livelli ormai
insopportabili, in nazioni come l’Italia ma anche nel resto dell’Europa, la
crescita esponenziale del numero dei tumori – dovuti probabilmente anche
all’utilizzo da parte della NATO di sostanze radioattive e chimiche nei suoi
bombardamenti contro la Serbia, l’Afghanistan, l’Iraq e il Libano - sta
velocemente facendo regredire la durata della vita degli individui. Il
“mondo è a pezzi”, per citare un mio recente articolo ripreso anche da una
rivista serba e occorre assolutamente cambiare direzione di marcia. Bisogna
però fare attenzione, data la delicatezza dell’attuale fase geopolitica. La
stragrande maggioranza delle associazioni ambientaliste, pacifiste e per la
difesa dei diritti umani, le ONG, operano coscientemente o inconsciamente a
favore della strategia nordamericana, volta a mettere in difficoltà i
governi a lei ostili, grazie alla pressione dei grandi mezzi di
comunicazione di massa controllati da Washington. Questo avviene perché la
crescita economica di nazioni come Russia, Cina, India e la stessa Unione
Europea, con l’euro quale eventuale valuta sostitutiva del dollaro, stanno
decisamente mettendo in crisi l’egemonia planetaria degli Stati Uniti, che
nel 1946 controllavano il 50% del PIL mondiale e oggi solo il 28%, una quota
destinata a scendere viste le difficoltà commerciali dovute al loro
colossale debito estero (circa 7.000 miliardi dollari). Recentissimo
esempio, le proteste di Amnesty International e di altri gruppi della
“sinistra” italiana per il parere favorevole espresso da Romano Prodi alla
fine dell’embargo sulla vendita di armi alla Cina, diktat imposto da
Washington ma non rispettato nemmeno dalla Francia. Da qui nascono spesso le
proteste dei vari gruppi ambientalisti e le “preoccupazioni ecologiche”.
Compito dei quadri geopolitici eurasiatisti è proprio quello di smascherare
questo gioco, appoggiare le intese internazionali, economiche e militari
volte a ridimensionare drasticamente l’unilateralismo della Casa Bianca ma
al tempo stesso preparare il terreno per una sterzata in senso socialista
della futura Eurasia, il cui modello di sviluppo non potrà che essere basato
su un’equa ridistribuzione dei profitti, su un rinvigorito Stato sociale e
su un’armonioso equilibrio tra innovazione tecnologica e salvaguardia
dell’ecosistema. Il cd. “scontro di civiltà” non è invece nient’altro che
un’invenzione propagandistica elaborata dai centri di potere
dell’establishment statunitense ed esemplarmente incarnata dagli scritti di
Samuel Huntington o Bernard Lewis; le tensioni tra fedi religiose sono
funzionali alla penetrazione talassocratica nella massa continentale
eurasiatica, finito il pretesto rappresentato in passato dalla “minaccia
sovietica” oggi ne è stato creato uno nuovo agitando lo spauracchio di “Al
Qaeda”, un’organizzazione probabilmente controllata dalla CIA. I paesi e i
popoli slavi hanno in questo momento storico una funzione importantissima,
quella cioè di non cadere nella trappola della contrapposizione religiosa
tra Ortodossia ed Islam, abilmente sfruttata invece da Washington quando è
riuscita a mettere gli uni contro gli altri, Russi e Ceceni, Serbi e
Bosniaci musulmani … Tutto ciò è avvenuto grazie anche alla complicità di
traditori come Boris Eltsin o all’ingenuità di Stati come l’Iran, che si
sono poi visti scavalcare nell’influenza regionale da Arabia Saudita e
Marocco, tradizionali alleati nordamericani. Più le difficoltà di Stati
Uniti ed Israele aumenteranno, più cresceranno le provocazioni volte ad
alimentare questo conflitto, con la speranza di trascinare tutta l’Europa
nelle loro guerre coloniali. Bisogna quindi chiarire che quello oggi
combattuto non è un conflitto tra religioni, ma una battaglia decisiva per
la sovranità sull’Eurasia. Veramente notevole, al proposito, è la formazione
di assi geopolitici che superano le reciproche differenze culturali, come
quello tra nazioni quali Iran, Venezuela, Cina e Russia, insieme alle
alleanze che partiti politici diversissimi stanno formando (il Partito
Radicale serbo con il Partito Comunista cubano o con il Baath siriano …). La
produzione energetica, in un momento in cui il petrolio rappresenta ancora
il 40% del consumo mondiale, insieme alla grande disponibilità di giacimenti
di gas naturale in mano alla Russia, è proprio il fulcro dal quale partire
per creare anche una più vasta aggregazione geopolitica. Per concludere la
risposta alla sua domanda, bisogna oggi ribaltare lo slogan dello “scontro
di civiltà” proponendo quello della “cooperazione tra le civiltà” contro
l’unico nemico dell’umanità incarnato dall’imperialismo globalizzato a
stelle e strisce.
D: Lei è reduce da un viaggio in Serbia,ha appena visitato la provincia
serba di Kosovo e Metohija.Quali impressioni porta con se?
R: Quello da me effettuato in Serbia e Kosovo e Metohija nel luglio 2006 è
solo l’ultimo di una decina di viaggi da me compiuti, dal 1995 ad oggi,
nella ex Jugoslavia. La situazione dei pochi Serbi rimasti nella “Terra
Sacra” è disperata, stretti tra l’assedio della maggioranza albanese da una
parte e l’occupazione delle truppe atlantiste dall’altra. La mia impressione
è che l’attuale governo di Belgrado faccia troppo poco per difendere la sua
sovranità in quella regione, che si sta avviando gradualmente ma ormai
inevitabilmente verso l’indipendenza. Gli stessi Albanesi, da quello che ho
potuto capire, ne sono consapevoli e attendono solo una dichiarazione
ufficiale della Comunità Internazionale in tal senso. Il fatto che si sia
passati indenni, con una sola macchina di scorta, in città come Orahovac e
Malisevo, la dice lunga sulla sicurezza che gli ex membri dell’UCK
manifestano sul futuro politico del Kosovo e Metohija. Credo che in questo
momento solo la Chiesa Ortodossa e il Partito Radicale a Belgrado abbiano
reale coscienza di ciò che sta per avvenire, insieme ovviamente ai Serbi che
ancora vivono in Kosmet, i quali sono pronti a fare le barricate per
controllarne almeno il Nord da Mitrovica al confine. In un quaderno di
geopolitica da me curato e che a breve uscirà in Italia, analizzo sia
l’importanza spirituale e culturale che il Kosovo e Metohija riveste per
l’identità del popolo serbo, sia le negative conseguenze geopolitiche che
investirebbero l’intera regione balcanica dopo un suo cambiamento di status
costituzionale. Appena gli Albanesi proclameranno l’indipendenza, il governo
di Belgrado decreterà lo stato di occupazione del Kosovo, ufficialmente non
credo proprio che l’esercito serbo possa essere inviato (oggi peraltro
l’Armata è notevolmente insidiata dalle riforme imposte dall’Alleanza
Atlantica) ma numerosi volontari si uniranno sicuramente ai Serbi che
rimarranno a difendere la propria terra. A quel punto, la Repubblica Serba
di Bosnia si riterrà libera da qualsiasi impegno e proclamerà a sua volta la
secessione dalla federazione bosniaca, si apriranno scontri in tutto il Sud
della Serbia (Presevo, Bujanovac, Medvedevo), in Montenegro, in Macedonia e
probabilmente in Grecia. Il nazionalismo panalbanese verrà nuovamente
rinfocolato e utilizzato dagli Stati Uniti per tenere in scacco l’Europa,
destabilizzando una zona strategica per le sue comunicazioni. Già durante
l’aggressione della NATO alla Federazione Jugoslava nel 1999, Dragos Kalajic
fece un appello alla televisione italiana invitando Serbi ed Albanesi a
combattere insieme contro il loro comune nemico di Washington, ma temo che
anche questa volta un eventuale tentativo in tal senso finirebbe nel vuoto.
Troppi sono stati gli scontri e gli odi reciproci che si sono rinfocolati
negli anni per pensare di risolvere la questione diplomaticamente, magari
attraverso la spartizione del paese e una tutela internazionale per i luoghi
sacri della Metohija, ritengo perciò che il peggio stia per arrivare.
Peraltro, girando il Kosmet, ho notato come gli Albanesi abbiano dedicato
numerosi simboli agli Stati Uniti, intitolando vie alla NATO e issando
manifesti al generale Clark, non capendo così di svolgere il ruolo degli
utili idioti dell’imperialismo a stelle e strisce. Ancora una volta tutto
rimanda alla mancanza di autonomia dell’Europa; se il nostro Continente
fosse veramente sovrano, d’intesa con la Russia, una soluzione pacifica
sarebbe ancora possibile. Certo, se l’atteggiamento di Bruxelles continua ad
essere quello collaborazionista intrapreso con la farsesca messinscena del
Tribunale dell’Aja, un’ istituzione foraggiata dalla Fondazione Soros che si
rifiuta di giudicare i piloti della NATO e mette in libertà criminali di
guerra rei confessi bosniaco-musulmani e albanesi, l’Europa rischia
seriamente il suicidio.
D: Come spiega la politica ipocrita dell'Occidente nei confronti della
Serbia,la politica dei due pesi e due misure?Nonostante serie divergenze tra
Ue e Usa riguardo varie situazioni (per esempio,sulla questione
irachena),esiste l'unità assoluta di vedute per la continuazione di politica
di pressione ed umiliazione nei confronti del popolo serbo,allo scopo finale
delle ulteriori concessioni territoriali.Come si spiega Lei questo lavoro a
quattro mani sulla povera Serbia,tra tanta retorica ed apparenti
divergenze?Con che cosa e perché la Serbia si è inimicata l'Occidente
"democratico"? Perché questa colossale ingiustizia?
R: La risposta a questa domanda implicherebbe la stesura di un intero libro,
che forse un giorno scriverò, in un’intervista devo per forza essere
sintetico. In relazione a quanto ho già detto sopra mi sembra chiaro che
Slobodan Milosevic, aldilà degli errori di valutazione che può aver
compiuto, non era il responsabile ma il caprio espiatorio di quella che può
essere considerata un’azione sistematica dell’Occidente volta a smembrare la
Serbia e ad annientarne il proprio orgoglio nazionale. Tutto trova una sua
logica nella geopolitica e in questo caso ritengo vi sia una componente
ulteriore, che attiene al campo spirituale. Terminato il suo ruolo di
barriera antitedesca e antisovietica, la ex Jugoslavia è stata letteralmente
fatta a pezzi per creare una serie di staterelli instabili e facilmente
controllabili dalle varie potenze. In questa occasione gli interessi
tedeschi sono coincisi con quelli angloamericani; entrambi hanno
approfittato della debolezza russa e dell’isolamento francese, perciò per la
piccola Serbia c’è stato poco da fare. In Iraq la situazione è diversa,
perché in quel paese sono andati a scontrarsi gli interessi economici delle
multinazionali angloamericane con la tutela dei contratti petroliferi che
Germania, Francia e Russia avevano stipulato con il regime di Baghdad. In
ogni caso, il contrasto economico non si è ancora oggi approfondito
irrimediabilmente dal punto di vista politico e gli Stati Uniti potrebbero
ancora parzialmente recuperare i vecchi alleati europei. Credo siate già
tutti consapevoli della partita che si è giocata nei Balcani relativamente
al controllo degli oleodotti per il trasporto del petrolio, non a caso la
base militare statunitense di Camp Bondsteel – la più grande d’Europa - si
trova in Kosovo e Metohija al confine con la Macedonia proprio a tal fine.
Esistono in breve evidenti motivi legati alla centrale posizione geopolitica
della vostra nazione nello scacchiere balcanico che hanno determinato questo
accanimento nei suoi confronti. Se ad essi aggiungiamo la politica di
nazionalismo economico della Serbia, ancora parzialmente socialista e quindi
contraria alle privatizzazioni, il patriottismo “obtorto collo” di Milosevic
che non aveva altre possibilità di manovra se voleva mantenersi al potere,
la richiesta di Belgrado volta ad entrare nell’Unione Europea senza prima
passare dalla NATO, il quadro generale è chiaro. Come sottolineato
all’inizio, però, vi è un ulteriore elemento da rimarcare. La fine della
Jugoslavia titina ha permesso ai Serbi di riscoprire improvvisamente la
propria tradizione culturale, religiosa e spirituale, ponendoli quali
eventuale avanguardia di un’Europa libera dal dominio atlantico, grazie
anche al ritrovato legame con la Russia ortodossa. Studiando la vostra
storia e conoscendo molte persone sia a Belgrado che nel resto del paese mi
sono convinto che i Serbi possiedano caratteristiche uniche, ereditate da un
passato mitico che non può essere infranto; questo consente loro di essere
“incontrollabili” e di poter fare cose eccezionali, nel bene e nel male. La
combinazione di tutti questi elementi ha dato perciò vita a una miscela
esplosiva, ovviamente inaccettabile ai “padroni del mondo”, il cui scopo
ultimo è di ridurre l’intero Pianeta a una massa poltigliosa e
indifferenziata che viva secondo i dettami dell’ ”american way of life”.
Destino dei Serbi è perciò riconoscere che le loro peculiari qualità li
porteranno sempre ad avere un ruolo fondamentale negli avvenimenti della
Storia ma questo implica per loro sia gloria che dolore. In maniera simile,
anche se con minore durezza di quello riservata alla Serbia - per vari
motivi - vi è l’assoluta coincidenza di comportamento tra Europa e Stati
Uniti riguardo all’indipendenza della Transnistria, rea di non voler aprire
la propria economia alle multinazionali e di rimanere legata alla
Federazione russa. La mia esperienza a Tiraspol e altre città di confine
quale osservatore internazionale in occasione dell’ultimo referendum, mi ha
permesso di capire quanto profonda sia l’importanza della propaganda
occidentale nella demonizzazione di una nazione, in realtà assolutamente
tranquilla e convinta nello scegliere il proprio futuro. Certo, lo stesso
atteggiamento sfavorevole non si è riscontrato a proposito del referendum
indipendentista tenutosi in Montenegro la scorsa estate, ma le concessioni
di Djukanovic all’Alleanza Atlantica in tal senso sono state decisive.
D: Come vede Lei il ruolo della Russia sulloscacchiere mondiale in
questomomento,l'epoca di presidente Putin?Quale funzione assolvono
gliattachi sempre più agressivi allo stato russo ed al suo presidente,si
parla di soliti "diritti civili"mancanti,"stato di polizia","poca
democrazia"? Ultimamente sono ripresi attentati eccellenti.
R: Dopo gli anni nefasti dei traditori Gorbaciov ed Eltsin, che avevano
venduto la propria nazione all’Occidente usurocratico, l’avvento al Cremlino
di Vladimir Putin segna una netta inversione di tendenza. La Russia sta
progressivamente uscendo dalla decadenza, lo Stato è tornato ad assumere una
certa autorevolezza e l’economia – grazie all’esportazione di petrolio e gas
naturale delle quali Mosca è divenuto il primo produttore mondiale superando
recentemente anche l’Arabia Saudita – è in grande rilancio. Non solo,
massicci sforzi sono stati intrapresi anche nel settore militare con nuovi
investimenti e il debito estero – sia quello con il Fondo Monetario
Internazionale che con il Club di Parigi – è stato completamente annullato.
Sono state varate due importanti leggi, una che impedisce alle ONG riceventi
finanziamenti dall’estero di operare in Russia, l’altra che consente allo
Stato di mantenere almeno il 51% delle azioni nelle imprese strategiche.
Mosca svolge inoltre, attraverso l’Organizzazione per la Cooperazione di
Shangai e intese bilaterali con Venezuela, Corea del Nord e Siria, un’azione
indispensabile ed efficace per la costruzione di un nuovo ordine mondiale
multipolare. Solo gli ingenui o i disattenti possono stupirsi per quello che
sta accadendo. In realtà, fin dall’inizio del suo mandato Vladimir Putin
aveva agito in questa direzione con una diplomazia spregiudicata ed
efficace, bloccatasi solo dopo l’11 settembre 2001. La controffensiva
statunitense, dopo gli attentati alle Torri Gemelle e al Pentagono, ha per
alcuni mesi stoppato l’iniziativa del Cremlino ed è riuscita a ricreare un
cuneo divisorio tra Russia ed Europa. Putin ha subito quindi in silenzio
l’espansione nordamericana in Afghanistan ed Asia centrale e consapevole che
- come proclamato da Nietzsche (il quale aveva rovesciato l’assunto di
Clausewitz) - la “politica non è altro che la continuazione della guerra con
altri mezzi”, ha preparato pazientemente le sue mosse. Dopo il no
all’invasione dell’Iraq il presidente russo ha concesso ancora un po’ di
fiducia al nostro continente ma la “rivoluzione arancione” orchestrata in
Ucraina dai sodali di Soros con la complicità di Bruxelles ha “fatto
traboccare il vaso”; il capo del Cremlino ha allora stretto alleanza con la
Cina, smentendo tutti gli assunti dei geopolitici atlantisti secondo i quali
Mosca temeva l’espansione di Pechino in Siberia. Grazie alla cooperazione
russo-cinese è stato possibile cacciare gli statunitensi dall’Uzbekistan e
ridimensionarli in Kirghizistan, in Kazakhstan e Tagikistan (dove Mosca
collabora con Nuova Delhi) la situazione è salda, in Ucraina è stato rimesso
in sella Yanukovic, la Transnistria è ormai parte della CSI e la Georgia
filoamericana viene piano piano spezzettata. Ovvio che tutto questo non
possa essere accettato dagli strateghi di Washington e già da tempo è
iniziata una campagna presto destinata a divenire martellante nei confronti
della presunta “autocrazia” di Vladimir Putin. Quest’ultimo, a mio giudizio,
corre un serio pericolo di essere ucciso da qualche mafioso per conto della
CIA, lo stesso recente omicidio del vicepresidente della Banca centrale
russa è un chiaro avvertimento in tal senso.
D: Sta prendendo una certa consistenza il discorso su una Europa diversa,un
continente che non rinnega le sue radici cristiane e la sua
tradizione,diciamo un'Europa "cristiana". Quanto questi circoli
intelletualli tradizionalisti e conessi movimenti politici possono
eventualmente rappresentare una valida alternativa,un antagonismo all'Europa
del trattato di Maastricht,l'Europa dei burocrati?
R: Nessuna alternativa. Tutti i discorsi relativi alle “radici cristiane”
dell’Europa riguardano essenzialmente l’intenzione di proiettare il Vecchio
Continente nello schema dello “scontro di civiltà” così caro agli Stati
Uniti. Se è vero che Brzezinski, già nella “Grande scacchiera”, definiva
l’Europa come la “periferia occidentale dell’Eurasia” destinata a rivestire
il ruolo di testa di ponte funzionale all’espansione nordamericana in Asia
Centrale, è altrettanto vero che qualche conato di autonomia da parte di
Bruxelles può sempre manifestarsi ed è perciò importante mantenere intatta
l’intesa transatlantica. Così come proclamato da Huntington nello “Scontro
di civiltà e il nuovo ordine mondiale”, l’Europa fa parte dell’Occidente e
quindi deve combattere insieme agli Stati Uniti per difenderne i valori
minacciati dall’ “integralismo islamico”. Sarebbe perciò interessante
chiedere ai vari “tradizionalisti” se oggi stiamo assistendo a un ritorno
dei valori cristiani o allo scivolamento sempre più evidente del Vecchio
Continente in una gabbia nichilista assai somigliante alla realtà dei paesi
anglosassoni, nei quali individualismo e materialismo rappresentano da
sempre i cardini esistenziali. Il crollo del Muro di Berlino e la
disgregazione dell’URSS hanno eliminato tutti i “salvagenti” di cui l’Europa
disponeva, lo smantellamento dei servizi pubblici ed assistenziali
attraverso i processi di privatizzazione economica e finanziaria è ormai
inarrestabile, la precarizzazione del lavoro un fatto compiuto. Oggi, che
non esiste più la possibile alternativa rappresentata fino al 1989 dal
modello sovietico, stiamo conoscendo il vero capitalismo, finora bloccato da
protezionismo e Stato sociale. Chi volesse veramente bene all’Europa,
dovrebbe invece stilare un programma politico “rivoluzionario” e non
“tradizionalista”, basato sulla cacciata di tutte le basi
militari-spionistiche statunitensi e sulla riproposizione di uno scenario
economico misto, pubblico-privato, nel quale tutte le aziende strategiche
rimangono in mano statale. Una volta liberata dalla piaga del consumismo e
del nichilismo passivo, che viene instillato attraverso la filmografia di
provenienza nordamericana, una nuova nazione europea costruita su basi
comunitarie potrebbe riscoprire tutte le sue culture tradizionali e fondare
un modello multietnico di convivenza all’interno del quale la religione
assumerebbe un ruolo importante. Certo, il discorso cambia se volgiamo lo
sguardo all’Est. Qui, dopo l’ubriacatura liberista seguita alla fine del
comunismo, i vari popoli iniziano a leccarsi le ferite, procurate dalla
perdita di un sistema sociale che garantiva almeno la sopravvivenza fisica.
Il regime sovietico, con tutte lue disfunzioni, è comunque riuscito a non
alterare i cromosomi tradizionali di buona parte di quelle nazioni e
reazioni positive già s’intravedono in tutta l’Europa Orientale. Il
cristianesimo di matrice ortodossa, in particolare, sta prepotentemente
rifiorendo, specie in Russia e Serbia, ponendosi quale diga spirituale all’abbruttimento
dei costumi. Lo stesso non può dirsi per il cattolicesimo che, aldilà della
fede sincera di alcuni credenti, si è ormai ampiamente americanizzato, a
causa della politica antieurasiatica seguita da Papa Wojtila e di un potere
temporale che la Chiesa romana si ostina a voler detenere in spregio alla
sua reale missione. Quando perciò si vuole arruolare l’Europa nella crociata
antislamica in nome dei “comuni valori” da difendere, bisognerebbe
specificare che si tratta dei valori “borghesi” dell’Occidente e non certo
di quelli spirituali. Un vero movimento politico contro l’Europa dei
tecnocrati e dei massoni dovrebbe avere innanzitutto basi continentali, poi
porsi come obiettivo prioritario la liberazione dell’Eurasia dai centri
d’influenza atlantisti; attualmente, esso non esiste, ma segnalo con piacere
che si sta formando una rete geopolitica internazionale sempre più
affiatata, il tempo chiarirà se si tratta o no del prodromo di un futuro
partito eurasiatista.
D: Alla fine,come vede Lei i rapporti bilaterali Italia-Serbia?Non ci sono
seri ostacoli di tipo storico e si nota una costante crescita degli scambi
economici,quale è la sua impressione sui serbi in generale,esistono delle
somiglianze di carattere tra le rispetive popolazioni,differenze?
R: Sono moderatamente ottimista riguardo ai rapporti tra le nostre due
nazioni, sia in virtù dei legami passati che di quelle che dovrebbero
esserne le prospettive future. Ho notato come nel vostro paese, dove la
memoria storica ha un ruolo importantissimo, molte persone ancora parlino
dell’aiuto italiano ai Serbi durante la Prima Guerra Mondiale. Addirittura,
alcuni a Belgrado mi hanno precisato che nella Seconda Guerra Mondiale,
malgrado l’invasione della Jugoslavia ad opera dei regimi dell’Asse, molti
Serbi furono salvati dai soldati italiani, evitando così di cadere vittime
delle persecuzioni operate dagli Ustascia croati (pare che lo stesso
generale Ratko Mladic, da orfano, venne salvato da truppe italiane) . Anche
dopo la sciagurata partecipazione di Roma all’aggressione della NATO nel
1999 (l’Italia fu l’unica tra gli aggressori a mantenere aperta la propria
ambasciata a Belgrado), ho potuto girare tranquillamente in Montenegro e in
Repubblica Srpska, spiegando le ragioni della sudditanza del governo D’Alema
ai diktat di Clinton. Per motivi economici (l’Italia è tra i primi tre
partner più importanti della Serbia dal punto di vista degli scambi
commerciali) e geopolitici (i Balcani insieme al Mediterraneo sono le due
zone della tradizionale proiezione estera italiana) i legami tra Roma e
Belgrado sono destinati a rafforzarsi. Non esistono tra le due capitali
dispute di carattere confinario o storico, come invece accade con Lubiana e
Zagabria a causa della tutela delle rispettive minoranze, dal punto di vista
culturale e caratteriale, le affinità che gli Italiani hanno con i Serbi
sono decisamente maggiori di quelle che possono vantare con Sloveni o
Croati. Credo sarebbe importante per migliorare ulteriormente la situazione
creare occasioni d’incontro tra i nostri due popoli anche dal punto di vista
culturale. Provenendo personalmente da Modena, città gemellata con Novi Sad,
ho proposto all’amico Dragan Mraovic una qualche forma di scambio e
promozione letteraria tra le due realtà, già sinergiche grazie agli
investimenti di alcune aziende italiane in Vojvodina. Certo, molto dipenderà
dall’evoluzione politica serba; se nelle prossime elezioni i Radicali
dovessero ottenere una forte affermazione e fossero in grado di formare un
loro governo, il nuovo esecutivo di Belgrado si troverebbe sotto la
pressione degli agenti massmediatici atlantisti e l’Italia sarebbe costretta
a “raffreddare” i rapporti diplomatici. Sono gli scotti che la nostra
nazione paga per non essere sovrana da oltre 60 anni. La tipica
“passionarietà” slava non lascia affatto indifferenti gli Italiani, che
malgrado tutto conservano un forte animo romantico, unitamente a una certa
dose di fantasia a volte folle simile a quella dei Serbi. Per quanto mi
riguarda, condivido le parole dell’amico Yves Bataille, che così come il
giurista politico tedesco Carl Schmitt, ha sposato una donna serba: “I Serbi
è come se stessero su un piano più elevato degli altri, non intendo con ciò
qualcosa di metafisico ma il mito li ha come fissati in cielo. Se solo essi
avessero le stesse potenzialità territoriali, demografiche ed economiche dei
Russi, la Storia cambierebbe in un attimo …”.
19/11/2006