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Geopolitica
Si segnala l'uscita del numero di EURASIA.
Rivista di Studi Geopolitici
dedicato a: "Geopolitica e migrazioni".
Qui di seguito il sommario, l'editoriale e le librerie ove acquistarlo.

Editoriale
Geopolitica e migrazioni (Tiberio Graziani)
Eurasiatismo
Roma: dai Cesari ai Papi La nascita dell’unità geopolitica dell’Europa
all’indomani delle invasioni barbariche (Giovanni Armillotta)
Timur Beg e l’Europa (Franco Cardini)
L’ondata àvara (Claudio Mutti)
Dossario: Geopolitica e Migrazioni
Altri "anni della decisione" (Aldo Braccio)
L’immigrazione e la sinistra europea (Riccardo Cecconi)
Le rotte dei migranti e rifugiati. L’Italia ponte tra Sud e Nord (Luca
Donadei)
Dalle steppe della Russia alla Carnia. L’odissea dei cosacchi di Hitler
(Stefano Fabei)
L’immigrazione romena in Italia e reti transnazionali europee (Antonio Grego)
Migranti italiani in Romania (Claudio Mutti)
Il fondamentale carattere economico del “problema immigratorio” (Enrico
Galoppini)
Il multiculturalismo, ideologia monoculturale (Costanzo Preve)
Sviluppi demografici in Palestina (Nizar Sakhnini)
Considerazioni sul tema dell’immigrazione in Italia (Antonio Venier)
Migrazioni e cittadinanza (Danilo Zolo)
Interviste
Sheikh Ali Daghmoush, Ufficio Esteri di Hizbullah (Dagoberto Husayn Bellucci)
Trad Hamade, Ministro del Lavoro del Libano (Dagoberto Husayn Bellucci)
Tahir de la Nive, Consiglio islamico di difesa europea (Eginardo Morabito)
Vittorio Craxi, sottosegretario Ministero degli Esteri (Anna Maria Turi)
Andrea Yasin Merighi, Vicepresidente dell'UCOII (Eginardo Morabito)
Franco Nerozzi, presidente ONLUS Popoli (Giuseppe Trimeloni)
Postille
Su François Jullien. Ritornare dalla Cina e ancora...dimenticare (Aldo
Monti)
L'Hizbullah brucia la chioma di Sansone (Gajendra Singh)
Lo scontro sulla questione del nucleare. Un riesame prima del conto alla
rovescia (Vinod Saighal)
Recensioni
I Cetnici nella seconda guerra mondiale, Stefano Fabei (Francesco Dematté)
L’impero sull’Adriatico, H. James Burgwyn (Stefano Fabei)
La favola multietnica, Claudio Moffa (Augusto Marsigliante)
Michel Foucault, il potere e la rivoluzione iraniana (Federico Roberti)
La nuova America. Le sfide della società multiculturale, S. Huntington
(Stefano Vernole)
Documenti
Tornerete nelle vostre case a testa alta (Hassan Nasrallah)
Discorso di Mahmoud Ahmadinejad alla 61sima assemblea dell’ONU
Discorso di Chavez alla 61sima assemblea dell’ONU
Errata corrige
Geopolitica e Migrazioni
:::: 13 Novembre 2006 :::: 0:44 T.U. :::: Editoriali :::: Tiberio Graziani
“…i processi migratori attuali possono essere meglio giudicati
se si possiede una visione d’insieme di quelli già conclusi
- e quindi ormai storici – e se si conoscono le linee di sviluppo
al termine delle quali stanno i problemi del presente”
K. J. Bade, L’Europa in movimento
Il fenomeno migratorio ha sempre goduto di una vasta letteratura
specialistica che ne ha scandagliato, da molteplici prospettive, le diverse
cause, i disparati meccanismi e le relative connessioni con vari campi di
indagine, che vanno principalmente, tanto per citarne alcuni, dalla
etnografia alla antropologia, dall’etnogenesi alla sociologia, dall’economia
alla demografia, alla politica, al diritto, alla sicurezza. Oltre la
letteratura scientifica, occorre menzionare anche la produzione
giornalistica (televisiva e cartacea) che, notevolmente aumentata negli
ultimi anni, ha apportato, con rare eccezioni, non poca confusione nelle
analisi dell’argomento in questione.
Le analisi e gli studi forniti dall’ampia documentazione rivelano la
complessità del problema; ma, pur fornendo diversificati punti di vista e
nuovi spunti di ricerca e di riflessione, tendono sostanzialmente a
confinare il fenomeno entro i limiti investigativi dell’economia e della
sociologia; mancano invece seri studi relativi ai rapporti tra le
migrazioni, le differenti modalità dei flussi migratori e la geopolitica.
I pochi lavori che trattano la “geopolitica delle migrazioni” si risolvono,
il più delle volte, nella sola descrizione, seppur articolata e ben
documentata, delle “rotte” dei flussi migratori e delle dislocazioni delle
masse migratorie (1); anche i numerosi studi condotti sulle relazioni tra il
fenomeno immigratorio e la questione identitaria, quale elemento cardine
dell’analisi geopolitica per quanto concerne gli aspetti relativi alla
memoria collettiva di una specifica comunità, preferiscono adottare
esclusivamente un taglio sociologico. Infine, per quanto concerne indagini
geopolitiche volte a considerare le migrazioni quale elemento dinamico nella
formazione delle identità etniche e culturali dei popoli, occorre riferirsi
non a studiosi di geopolitica, bensì a storici.
Eppure i fenomeni migratori, quali ne siano le caratteristiche che li
contraddistinguono e le cause che li originano (tra cui una parte rilevante
è costituita proprio dai mutamenti degli scenari geopolitici), implicano
un’intima ed inestricabile relazione con concetti e tematiche che sono alla
base di ogni analisi geopolitica, quali, ad esempio e fra gli altri, la
geografia fisica, la frontiera, l’identità etnica e culturale, l’espansione
dello Stato e il desiderio del territorio. Per fare un solo esempio, già il
semplice passaggio di frontiera di una massa di persone - considerevole e
relativamente omogenea (per etnia o per condizione economica o per un
particolare status, quale, ad esempio, quello di rifugiato politico) -
sottintende una peculiarità di tipo geopolitico, in quanto correlata alla
“posizione”, alla “morfologia”, alla “identità” del Paese ospitante, nonché
alla funzione di quest’ultimo nell’unità geopolitica e geoeconomica di cui
esso è parte integrante. I caratteri peninsulare e mediano (in riferimento
al Mar Mediterraneo) dell’Italia, ad esempio, connotano il nostro Paese più
come un territorio di passaggio che come un “terminale” dei flussi
migratori, un vero e proprio ponte fra l’Europa e l’Africa del nord. Sul
versante propriamente geopolitico, occorre purtroppo rilevare che l’Italia
(e con essa l’Europa), essendo subordinata ai disegni della forza egemone
d’oltreoceano, invece di svolgere la naturale e storica funzione di punto di
incontro tra gli specifici interessi geopolitici e culturali europei e
nordafricani e del Vicino Oriente, costituisce, sotto il profilo
geostrategico, un presidio periferico degli USA, una sorta di confine
artificioso, la cui natura critica e la funzione ambigua amplificano a
dismisura il problema “immigratorio”.
Una questione semantica
Un primo punto da chiarire, in merito al rapporto tra migrazioni e spazio
geopolitico, è di ordine semantico. Emigrazione e immigrazione, emigrato e
immigrato, sono i lemmi che definiscono lo stesso oggetto (migrazione,
migrante) in rapporto al movimento di individui singoli o di intere comunità
da una determinata area geografica di origine ad un’altra di arrivo,
passaggio o permanenza. Dal punto di vista della riflessione geopolitica,
sia per quanto concerne gli aspetti meramente descrittivi di questa
particolare scienza, sia per quelli più speculativi tesi a individuare o a
teorizzare possibili scenari, è opportuno utilizzare il termine
immigrazione, ed il suo correlato emigrazione, per definire il movimento
migratorio da una unità geopolitica ad un’altra, mentre con la voce
migrazione è preferibile designare lo spostamento all’interno di uno stesso
spazio geopolitico e geoeonomico.
Lo spazio geopolitico è, in via di principio, da considerarsi multinazionale
e multietnico; l’impero (“il più grande corpo politico conosciuto dall’uomo”
secondo Philippe Richardot (2) e la più alta sintesi geopolitica,
aggiungiamo noi) ne costituisce una sorta di paradigma, cui è opportuno
riferirsi per eventuali analisi geopolitiche, in particolare quando queste
hanno come oggetto i rapporti tra gruppi umani differenti (per etnia,
religione, cultura) e la loro condivisione di uno stesso spazio geografico.
Certo, oggi non siamo più in presenza di imperi, nel senso classico del
termine, tutt’al più siamo in presenza di un imperialismo egemone (gli USA),
che ne costituisce, nel migliore dei casi, la scimmiottatura; tuttavia,
proprio a causa della tendenza unipolare messa in atto da quest’ultimo,
osserviamo che il pianeta si sta organizzando per reazione, principalmente
tramite alleanze politiche, economiche e talvolta militari, in nuove, estese
unità geopolitiche multinazionali (grandi spazi), nelle quali vivono e
coabitano popolazioni differenti per costumi, etnia e cultura. Ciò avviene
certamente nella parte centro orientale del Vecchio Continente, ad opera
della Nazione-perno per eccellenza, la Russia; ma anche nell’America Latina
pare affermarsi, per ora confusamente, un fenomeno analogo, centrato
sull’asse Venezuela-Argentina–Bolivia.
I comuni interessi geopolitici obbligano le élites di questi nuovi emergenti
spazi a ridefinire i rapporti identitari tra le differenti etnie che vi
risiedono, ai fini soprattutto della sopravvivenza, funzionalità e coesione
interna e inoltre, per contenere le dirompenti logiche concorrenziali, a
riconsiderare i rapporti economici su basi tendenzialmente solidariste e
comunitarie.
In merito alla questione identitaria, ricordiamo che è con l’affermarsi
dell’ideologia dello Stato-nazione, espressasi politicamente con i movimenti
nazionalisti e, storicamente, con l’edificazione dello Stato moderno come
nuovo edificio giuridico e politico, che si è andata propagando, dapprima
nell’area europea (malgrado le pur oggettive e contrastanti realtà), la
convinzione della totale omogeneità etnico-culturale delle popolazioni che
risiedono entro le frontiere statali. Lo Stato-nazione, come nuova unità
geopolitica, a causa della prospettiva “particolaristica” di cui è
espressione, attribuirà alla territorializzazione delle identità ed alla
identitarizzazione dei territori (F. Thual) un significato speciale ed
esclusivo, e concorrerà a rimodulare, in una ottica “moderna”, i concetti di
“frontiera” e di “confine della patria”. Nel nuovo contesto “geopolitico”
dello Stato-nazione, la percezione in merito alle migrazioni muta: ora
coloro che migravano nello spazio, ad esempio, imperiale (mitteleuropeo)
dell’Austria-Ungheria, diventano, nei nuovi Stati nazionali, degli
“stranieri”, degli “immigrati” da “integrare” o da “espellere”. Parimenti,
per fare un altro esempio, nella fase ultima dell’Impero ottomano, quando
ormai la classe dirigente ottomana, egemonizzata dai “Giovani Turchi” (Enver
Pascià, Taalat Pascià, Atatürk), è pressoché orientata verso la costruzione
del futuro stato nazionale turco, accadono i fenomeni di intolleranza
“nazionalistica”, che sfoceranno nella migrazione forzata degli Armeni e
nella questione dei Curdi, un tempo comunità protette all’interno
dell’ecumene imperiale.
Ritornando a quanto si diceva più sopra in relazione alla precisazione
semantica, si parlerà dunque di migrazioni, e non di immigrazioni, quando ad
esempio ci si riferisce agli spostamenti dei lavoratori meridionali
dall’Europa mediterranea verso quella centrale e settentrionale, mentre si
parlerà di immigrazione quando ci si riferisce alle migrazioni verso i Paesi
dell’emisfero occidentale; egualmente dovrà parlarsi di migrazioni nello
spazio mediterraneo (un grande spazio di oltre 450 milioni di abitanti)
quando ci si riferirà ai flussi migratori nell’ambito dei paesi rivieraschi.
Il fenomeno migratorio alla luce dei grandi spazi geopolitici
Il chiarimento semantico proposto più sopra non è, evidentemente, fine a se
stesso, ma costituisce, a nostro avviso, un punto di partenza per la
corretta adozione di un nuovo approccio (geopolitico in questo caso)
riguardante il fenomeno migratorio, che, avendo assunto, negli ultimi anni,
dimensioni planetarie, necessita di una accurata riflessione
interdisciplinare.
Siamo persuasi infatti che un fenomeno sociale di tale portata, come le
attuali migrazioni ed immigrazioni, vada studiato anche in riferimento alla
geopolitica. Se infatti proviamo a considerare la questione migratoria nel
quadro di uno specifico e coeso spazio geopolitico, notiamo che grazie a
tale approccio, per le considerazioni fin qui svolte, si aprono nuove
prospettive per una gestione razionale del preoccupante fenomeno.
Come esempio, prendiamo in esame il caso delle “immigrazioni” dal nord
Africa verso l’Europa. Oggi il Mediterraneo, in rapporto ai flussi
migratori, è considerato da molti europei, come acutamente sottolineato da
Danilo Zolo e Ferhat Horchani, “semplicemente una frontiera da pattugliare
per sbarrare il passo ai migranti clandestini. Ma il Mediterraneo, con i
quarantaseimila chilometri di costa e i 450 milioni di persone che abitano
le sue sponde, può essere pensato - dovrebbe essere pensato - come un
“grande spazio”, una risorsa strategica e un luogo di cooperazione
privilegiato” (3).
Uno spazio geopolitico estremamente importante per l’Europa intera, in
quanto ne costituisce il versante meridionale ed il collegamento naturale
con gli altri due continenti del Vecchio Mondo.
È dunque nella prospettiva della rivalutazione geopolitica del Mediterraneo
come “grande spazio” che anche lo specifico fenomeno migratorio dei nostri
tempi dovrebbe essere riconsiderato e trovare, pertanto, la sua giusta
collocazione. I decisori politici dei paesi che si affacciano sul
Mediterraneo dovrebbero avere a cuore i comuni interessi geopolitici dei
Paesi che governano, i quali, volenti o nolenti, costituiscono uno spazio
comune, piuttosto che quelli particolaristici. Le varie intese bilaterali
volte a contenere il problema migratorio, nonostante la buona volontà che le
anima, non riescono nei loro intenti proprio perché esprimono una ambiguità
di fondo; una ambiguità che è costituita dal fatto che gli estensori europei
non hanno una chiara coscienza geopolitica. Dopo una subordinazione, ormai
sessantennale, agli interessi degli occidentali atlantici, le classi
dirigenti europee percepiscono se stesse e dunque i Paesi che governano,
come parte integrante dell’Occidente, senza alcun rispetto per la realtà
oggettiva (geografica), la propria storia e la propria identità.
Le migrazioni come “territorializzazioni”
Il fenomeno migratorio assume in taluni casi, specialmente quando si
manifesta come “territorializzazione” extra-etnica (o extra-culturale) di
uno spazio inizialmente omogeneo etnicamente (o culturalmente), piena
dignità di realtà geopolitica (4). È questo il caso, ad esempio, delle
migrazioni che, dall’antichità sino al Medioevo, hanno dato luogo alla
formazione delle odierne popolazioni europee (5) ed al loro radicamento
territoriale.
Le migrazioni come “territorializzazioni” contrassegnano, in particolare, la
geopolitica delle nazioni colonizzatrici e imperialiste, esprimendone in
forma compiuta la natura e la dinamica espansionistica. Si pensi ad esempio,
in epoca moderna e contemporanea, ai casi delle immigrazioni nelle Americhe,
nell’Africa del Sud, in Australia, in Nuova Zelanda e in Israele-Palestina,
con le connesse emigrazioni e marginalizzazioni dei gruppi indigeni
espropriati (nativi americani nelle Americhe, Zulù e Bantù in Africa,
aborigeni in Australia, Maori in Nuova Zelanda, e Palestinesi in
Israele-Palestina). Tutte le situazioni citate, - al di là delle cause
oggettive e delle motivazioni addotte, nonché delle sovrastrutture
ideologiche e religiose impiegate che costituiscono i riferimenti teorici
delle azioni espansionistiche e “depredatrici” dei territori altrui -,
rappresentano veri e propri processi di territorializzazione attuati tramite
politiche migratorie e, in alcuni casi, pratiche schiaviste (migrazione
coatta) (6), segregazioniste ed etnocratiche.
Lo schema geopolitico adottato è generalmente caratterizzato dalle tre fasi
principali: a) annessione territoriale (conquista), b) immigrazione; c)
colonizzazione (territorializzazione e sacralizzazione dello spazio
conquistato), cui se ne aggiunge generalmente una quarta, relativa alle
politiche di “nazionalizzazione” e “stratificazione” delle minoranze (“nuovi
arrivati” o “nativi”).
Un caso classico del ruolo delle migrazioni come territorializzazioni è
offerto dalla storia dei coloni anglo-protestanti nell’ambito della
formazione degli odierni Stati Uniti; una storia che, costellata da
ampliamenti territoriali mediante immigrazione, sospingimento, espulsione e
sterminio degli autoctoni, costituirà il paradigma su cui si baseranno in
seguito le dottrine geopolitiche della democrazia nordamericana: dalla
dottrina Monroe-Adams [1823] al principio del “destino manifesto” [1845]
(7), dalla politica del big stick di Theodore Roosevelt [1801-180] a quella
del containment di Truman, per arrivare, infine, alla odierna “esportazione
della democrazia” dei neocons. Sempre riferendoci agli USA come caso
esemplificativo, occorre, in tale contesto, citare anche l’elaborazione dei
miti della “frontiera” e della “corsa all’Ovest” quali elementi geopolitici
mobilitanti ai fini della costruzione dell’identità della “nazione
americana”(8) e quali fattori di richiamo per le rilevanti successive ondate
immigratorie. Infine, per quanto riguarda la fase di “nazionalizzazione”
delle minoranze, è utile ricordare che tale processo, negli USA, lungi
dall’essere ultimato, è continuamente in progress ed è oggi contraddistinto
da due opposte concezioni: rispettivamente quella universalistica del
melting pot e quella relativistica del salad bowl.
Strategie migratorie e insediamenti etnici
Chi, negli ultimi anni, ha delineato meglio di altri i caratteri del
rapporto tra le strategie migratorie delle società colonizzatrici e la
geopolitica, è certamente Oren Yiftachel, docente di geografia alla
Università Ben Gurion di Negev. Il caso preso in esame da Oren Yiftachel è
quello di Israele. Come noto, lo Stato di Israele ha la particolarità di
essere un prodotto del sionismo, cioè di una idea; non costituisce, infatti,
il risultato dell’evoluzione di una realtà geopolitica preesistente,
radicata nel territorio del quale acquisirà la sovranità, come avvenuto in
Europa per gli Stati-nazione, oppure come emancipazione di ex-colonie o
dominions britannici, come nel caso degli Stati Uniti o dell’India moderna,
o di particolari enclaves etniche o di comunità religiose, come nel caso
pakistano, bensì trae la sua origine dalla elaborazione di temi sionisti,
ove è centrale il ritorno alla biblica “Terra d’Israele”. A tal proposito lo
storico israeliano Eli Barnavi, dell’Università di Tel Aviv, ha scritto
nella sua ben documentata Storia d’Israele: “Lo stato di Israele è un
prodotto del sionismo – raramente un fatto storico è stato legato così
strettamente a un’idea, fino a confondersi con essa” (9). L’elaborazione del
“ritorno” alla “Terra d’Israele” ha quindi contrassegnato la strategia
migratoria del processo di colonizzazione dello Stato israeliano. Scrive
Oren Yiftachel, in riferimento alla “frontiera” e al processo
migrazione-colonizzazione: "Le società colonizzatrici, come la comunità
ebraica in Israele-Palestina, portano avanti una deliberata strategia di
migrazione e insediamento etnici che mira ad alterare la struttura etnica
del paese. Le società colonizzatrici coloniali hanno tradizionalmente
favorito la migrazione europea in altri continenti, e legittimato lo
sfruttamento del suolo, della manodopera e delle riserve naturali locali.
Altre società colonizzatrici, soprattutto non europee, creano migrazioni e
insediamenti interni al fine di modificare l'equilibrio demografico di
specifiche regioni. In ogni tipo di società colonizzatrice si sviluppa una
«cultura della frontiera», che glorifica e incrementa la colonizzazione ed
estende il controllo del gruppo dominante alle regioni vicine“ (10). Il
geografo israeliano, inoltre, entrando nel merito della sovrastruttura
ideologica che ispira la prassi geopolitica israeliana, sottolinea che “La
«frontiera» divenne una icona centrale, e la sua colonizzazione fu
considerata uno degli esiti più alti di ogni sionismo. I kibbutzim di
frontiera (villaggi rurali comunitari) funsero da modello, e la rinascente
lingua ebraica si riempì di immagini positive quali la aliyah lakaraka
(letteralmente «ascesa alla terra», vale a dire colonizzazione), geulat
karka (redenzione della terra), hityashvut, hitnakhalut (termini biblici
positivi per colonizzazione ebraica), kibush hashmamah (conquista del
deserto) e hagshamah (alla lettera «compimento», ma nell'accezione di
colonizzazione della frontiera)”.
L’insediamento israeliano, e le guerre tra Israele e i Paesi arabi, hanno
provocato una consistente diaspora palestinese, in cui oltre 4.300.000
individui hanno lo statuto di rifugiati e vivono nella Striscia di Gaza,
nella Sponda occidentale (West Bank, Cisgiordania), Giordania, Libano e
Siria (11). Analogamente al caso degli USA sopra citato, anche qui la
frontiera assume il classico significato identitario (“La glorificazione
della frontiera servì dunque tanto a costruire l'identità nazionale ebraica,
quanto a confiscare lo spazio fisico su cui tale identità potesse costruirsi
territorialmente”) (12), contribuendo ad alimentare le ben note tensioni tra
Tel Aviv, la popolazione palestinese e alcuni degli stati del Vicino
Oriente.
Note
1. Vedi, ad esempio, Luigi Di Conte, Eros Moretti, Geopolitica del
Mediterraneo, Carocci, Roma, 1999,
2. Philippe Richardot, Les grandes empires. Histoire et géopolitique,
Ellipses, Paris 2003, p.5.
3. Ferhat Horchani, Danilo Zolo, premessa a Mediterraneo. Un dialogo fra le
due sponde, Jouvence, Roma 2005, p. 7.
4. “L’immigrazione è una realtà geopolitica che può essere definita come un
fenomeno di territorializzazione extra-etnica entro un territorio
inizialmente omogeneo dal punto di vista etnico” in Aymeric Chauprade,
Introduction à l’analyse géopolitique, Ellipses, Paris, 1999, p.110.
5. Walter Pohl, Le origini etniche dell’Europa. Barbari e Romani tra
antichità e medioevo, Viella, Roma 2000; Giuseppe Albertoni, Europa in
costruzione: la forza delle identità, la ricerca di unità (secoli IX-XIII).
Fatti, documenti, interpretazioni. ITC-ISIG, Trento 2003.
6. Paola Corti, Storia delle migrazioni internazionali, Laterza, Bari, 2003;
Klaus J. Bade, L’Europa in movimento.: le migrazioni dal settecento ad oggi,
Laterza, Bari, 2000.
7. Riguardo al “Destino manifesto”, si veda A. Stephanson, Destino
manifesto. L’espansionismo americano e l’impero del Bene, Feltrinelli,
Milano 2004; si legga, inoltre, l’interessante recensione a questo lavoro di
Francesca Rigotti nel sito tsd.unifi.it.
8. Frederik J. Turner, The Frontier in American History (1920). Sul concetto
di frontiera vedere Michel Foucher, Fronts et frontières. Un tour du monde
géopolitique, Fayard, Paris, 1991.
9. Eli Barnavi, Storia d’Israele. Dalla nascita dello stato all’assassinio
di Rabin, Bompiani, Milano, 2005, p.10.
10. Oren Yiftachel, in Parlare col nemico. Narrazioni palestinesi e
israeliane a confronto. Edizione italiana a cura di Maria Nadotti, Bollati
Boringhieri, Milano, 2003, vedi anche progettonovecento.it)
11. Confronta i dati nel sito dell’ UNRWA (United Nations Relief and Works
Agency for Palestine Refugees in the Near East) www.un.org.
12. Oren Yiftachel, op.cit.; per il concetto di aliyah, vedi anche Frédéric
Encel, François Thual, Géopolitique d'Israël: Dictionnaire pour sortir des
fantasmes, Seuil, 2004, p. 21-26. Per quanto concerne la questione
demografica in Israele, secondo i dati dell’Ufficio israeliano di statica,
negli ultimi sei anni, “la popolazione ebraica in Israele è calata
dell'1,8%, mentre il numero dei cittadini arabi israeliani è aumentato
dell'1,1 %. La popolazione di Israele oggi, è di poco inferiore ai 7 milioni
di persone, 5.313.000 ebrei e 1.377.000 arabi. Il problema demografico è da
sempre una delle maggiori preoccupazioni per i governi israeliani che da
anni, nel timore di perdere la maggioranza ebraica della popolazione,
attuano una politica di immigrazione, facilitando la concessione della
cittadinanza agli ebrei provenienti dalla Russia e dall'Etiopia
soprattutto”. (Riportato, il 19 settembre 2006, nella pagina web:
www.peacereporter.net).
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19/11/2006