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INTERVISTE 2008
ANTONELLA RICCIARDI INTERVISTA
Costanzo Preve
In questa intervista il filosofo
torinese Costanzo Preve sintetizza alcune delle linee essenziali
del suo pensiero di studioso, tra i maggiori conoscitori e
teorici del marxismo su scala europea. Autore di numerosissimi
libri, spesso tradotti all'estero, conoscitore di otto lingue
(tra cui inglese, francese, tedesco, greco, turco),
collaboratore tra l'altro dei giornali politico-filosofici
Eretica e Comunitarismo, e già professore di storia e filosofia
nei Licei, Costanzo Preve è noto anche per le sue posizioni
anticonformiste, non disgiunte dall'impegno a favore del dialogo
e dall'amore per una razionalità che si risolva a favore del
bene comune. In questa occasione, Preve risponde anche a chi lo
ha criticato per avere realizzato delle pubblicazioni di suoi
volumi con case editrici anche di destra alternativa (senza
peraltro avere snaturato il suo pensiero), oltre a sottolineare
il proprio impegno netto in supporto delle realtà
antiimperialiste, anche in collaborazione con Alain De Benoist,
storicamente ideologo della Nuova Destra francese. Più
precisamente, Preve e De Benoist sono approdati a posizioni per
molti aspetti al di là delle varie destre e sinistre,
convergendo così su tale punto d'arrivo, nonostante provenissero
appunto da differenti percorsi. Inoltre, Costanzo Preve spiega
anche il proprio concetto di comunitarismo, che tuttora fa
riferimento a radici di sinistra, comunque, che lo differenziano
da diversi modelli storici di comunitarismo nazionalsocialista,
fascista, tradizionalista.
1) Ritiene sia tuttora realizzabile l’utopia del comunismo
d’ispirazione marxista?
Secondo me posta in questo modo è una domanda a cui non si può
rispondere, perchè l’utopia per sua stessa natura è
strutturalmente irrealizzabile.
2) Infatti in greco vuol dire non luogo…
Non a caso la parola utopia, da quando è nata all’interno del
Rinascimento, con Tommaso Moro, e poi con i grandi utopisti, non
sto parlando degli antichi, indica qualcosa di non attuabile…
Secondo me, l’utopia in quanto tale non è per sua natura
realizzabile. Marx non pensava di proporre un’utopia, ma
indicava una previsione scientifica della storia, cioè prevedeva
che il futuro, anche se non nei particolari, fosse prevedibile
come un passaggio necessario dal capitalismo al comunismo. Noi
oggi sappiamo, o almeno io penso, che si trattasse di un errore,
cioè di un modello positivistico di scienza, un modello di
scienza che oggi non è più assolutamente condiviso dalla
stragrande maggioranza degli studiosi sociali, dei sociologi e
degli storici, e che invece era tipico del tardo positivismo,
per cui Max innestava quella che era in fondo un’utopia
romantica, la riconciliazione tra uomo e natura, all’interno di
un modello positivistico di scienza che oggi secondo me non può
più essere assolutamente condiviso. Dunque io, in questo
momento, penso alla proposta di Marx non tanto come a un’utopia,
quanto come a una prospettiva: prospettiva vuol dire qualcosa
che è possibile per la natura umana, per cui la penso in un
certo senso secondo il modello di Aristotele del passaggio dalla
potenza all’atto, secondo cui l’uomo è potenzialmente capace di
vivere in comunità e può in fondo arrivare a realizzare tutto
questo attraverso le sue capacità. Questo modello però non è
condiviso dalla stragrande maggioranza dei marxisti, per cui,
all’interno di questa comunità, io ho una posizione abbastanza
isolata, in cui peraltro sono ben contento di essere, per cui,
in definitiva, parlo non tanto di utopia quanto di prospettiva,
non tanto di prevedibilità quanto di possibilità.
3) Quali considera siano le principali cause dell’implosione dei
tanti regimi del cosiddetto socialismo reale nel mondo, che
cosa, diciamo, è andato storto? Questa domanda si ricollega alla
prima...
Sicuramente, questa è una questione enorme, per cui risponderò
soltanto in modo schematico. In primo luogo il fatto che la
previsione secondo la quale il capitalismo non sarebbe riuscito
a sviluppare le forze produttive si è rilevata completamente
falsa, in realtà il capitalismo è capacissimo a sviluppare le
forze produttive, e semplicemente all’interno di un quadro di
decadimento ecologico del pianeta e di peggioramento
antropologico degli uomini in società. Però, al di là di questi
due aspetti, peraltro fondamentali, il capitalismo si è
dimostrato il modello economico e sociale più capace di
sviluppare forze produttive, basta pensare alla Cina di adesso.
4) Che sta cambiando pelle, giusto?
Ecco, esattamente. Ora, questo è il motivo fondamentale. Il
secondo motivo è che, a differenza di Marx, io penso che la
classe operaia, proletaria e salariata, in quanto classe
sociale, sia capace di contestazione del capitalismo, di
scioperi, di ribellioni e di rivolte, ma in quanto tale non sia
la classe che Marx pensava che fosse, cioè la classe capace di
portare a un’universalizzazione dei propri valori salariati, e a
mio parere il crollo del socialismo reale, del socialismo da
parecchie parti, è dovuto alla sinergia tra questi due elementi,
che a questo punto ripeto: primo, la capacità del capitalismo di
sviluppare le forze produttive, secondo l’incapacità, secondo me
strutturale, della classe operaia e salariata di essere egemone
all’interno della riproduzione sociale. Preferisco questa
diagnosi infausta, come dicono i medici, alle consolazioni di
tipo trotskijsta, secondo cui tutto sarebbe stato rovinato dalla
burocrazia, e ad analisi dello stesso tipo.
5) Mi è venuta in mente una domanda riallacciandomi proprio a
quello che diceva lei: se non può esserlo la classe operaia
l’asse portante di questo possibile cambiamento, quali soggetti
lo dovrebbero supportare più? Forse, a livello strutturale,
sarebbero necessari più gruppi sociali?
Naturalmente questa è la domanda che viene subito
ragionevolmente alla bocca. Ecco, io rispondo in questo modo,
non lo so, però posso suggerire delle prospettive di ricerca.
Questa è una domanda enorme, come dire se si può guarire il
cancro fra qualche anno... Qualunque medico intelligente dirà di
no, non si può, però si possono fare delle prospettive biologico
– genetiche che forse ci portano sulla strada buona. Secondo me
questo tipo di problema è in un certo senso lo stesso. La storia
è imprevedibile, dunque è assolutamente impossibile sapere quali
saranno le configurazioni soggettive e oggettive che si potranne
produrre nell’arco di 30-40 anni della nostra vita.
6) Sono troppe le variabili?
Qualcosa di più che variabili, è proprio imprevedibilità.
Essendo la cosa imprevedibile, nessuno può sapere tra 50-60 anni
come si configureranno le formazioni soggettive della storia
mondiale, perché un conto è l’India, un conto è la Cina, un
conto è l’Africa, un conto è l’America, un conto è l’Europa. Per
cui parlare di un soggetto unificato, globalizzato, mondiale, è
già secondo me un’improprietà. So che la scuola di Toni Negri,
di Michael Hard, con i suoi due libri molto letti in Italia e
all’estero, in particolare «Impero e moltitudini» [di Negri,
n.d.r.], ritengono di aver già scoperto il soggetto, le famose
moltitudini unificate contro l’impero. Secondo me questa è
fantasia pura, in confronto a cui i teologi bizantini erano
degli scienziati positivisti. Per cui in questo momento, per
quello che riguarda le teorie del soggetto, esistono alcune
scuole, tutte insufficienti. Primo, la scuola di Metri che parla
di fantomatiche moltitudini contro l’impero. Secondo, chi
invece, ad esempio gruppi come Lotta Comunista o come i C.A.R.C.,
insiste sulla classe salariata operaia e proletaria di fabbrica:
secondo me tutto questo è stato smentito ampiamente dalla
storia. In terzo luogo, chi parla di Terzo Mondo, come rivolte
dei poveri del mondo contro i ricchi: per me non le cose non
stanno così, persino nei Paesi più poveri del mondo, ad esempio
in India e Cina, si sta sta formando una solida borghesia, del
tipo europeo di cento anni fa. Per cui, smentite queste tre
scuole, mi rendo conto che siamo in un momento in cui non si può
dare una risposta. Io potrei tentare delle risposte, ma non
avrebbe molto senso, perché sarebbero come le previsioni che
fanno i maghi e gli stregoni rispetto agli studiosi seri di
chimica, fisica o biologia. Io penso che in questo momento
intermedio vi siano soggetti plurali.
7) Delle sinergie?
Sì, delle sinergie, secondo me ci può essere una sinergia fra i
popoli del mondo che resistono all’impero americano e questa
opposizione va dall’Iran, all’Iraq, alla Palestina, e c'è tra
tanti altri popoli del mondo, in America latina e così via, i
quali però in questo momento non hanno un corrispondente alleato
all’interno delle grandi metropoli, perché non vedo né la classe
operaia né la piccola-media borghesia di questa generazione che
si possano in qualche maniera relazionare con questi gruppi
sociali. Lo dimostra il fatto che l’Europa ha delle basi
americane a 61 anni della fine della Seconda Guerra Mondiale,
che questo fatto non è pensato come importante della stragrande
maggioranza degli intellettuali, che lo rimuovono e che
considerano estremistica una opposizione a questa presenza, e
col fatto che domina da noi una concezione della sinistra
unicamente come sinistra della liberalizzazione dei costumi tipo
Pannella – Bonino, oppure della legittima difesa di posizioni
salariali, tipo Bertinotti. Tutto questo è insufficiente, è
talmente insufficiente da essere quasi tragicomico, per cui in
questo momento penso che come dicono a Napoli «adda passà a
nuttat», mi pare che sia così, no?
8) Sì, esattamente così.
In questo momento non riesco ad andare oltre a questa
radiografia.
9) Collegandoci con quanto da lei proprio poco fa detto, può
spiegare più in dettaglio quali siano le realtà maggiori da
appoggiare per supportare un’opposizione netta all’imperialismo
di matrice americanista e sionista, soprattutto nei paesi
poveri, oppressi, a livello mondiale?
Io penso che bisogna abbandonare l’idea della identificazione
empatica, cioè emozionale e soggettiva, con le forze che
resistono, questo è stato l’errore della generazione che io
chiamerei Ingrao-Rossanda- '68, per cui bisognava identificarsi
psicologicamente con il guerrigliero latinoamericano, con la
guardia rossa cinese, con il partigiano, e così via, per poterli
appoggiare. Secondo me questo atteggiamento è sbagliato, per
esempio con i talebani dell’Afghanistan io non riesco
psicologicamente ad identificarmi, con la loro concezione
religiosa e sociale, eppure sono completamente con loro contro
gli invasori americani.
10) Cioè se una causa è giusta è giusta, al di là delle proprie
impostazioni, dell'affinità o meno con chi la rappresenti ….
Sì, una causa è giusta se in questo momento è una causa di
indipendenza nazionale e patriottica nei confronti
dell’imperialismo, per cui io considero sostanzialmente da
appoggiare cause diversissime, come quelle del socialismo reale
alla Cuba e Corea del Nord, con quale pure non simpatizzo da un
punto di vista filosofico e storico. Appoggio i regimi populisti
latinoamericani come quelli di Chavez e Morales, completamente,
ho una simpatia molto grande per i patrioti quali gli Hezbollah
e i militanti di Hamas. Sostengo i talebani che si oppongono
alla presenza americana, anche se soggettivamente io sono un
allievo del razionalismo illuministico occidentale, e pertanto
non posso identificarmi con la loro concezione del mondo. Questo
però attualmente per me è secondario, adesso ci sono delle forze
legittime che combattono contro l’imperialismo, così come furono
in una posizione legittima i cinesi che combattevano contro i
colonialisti al tempo dei 55 giorni di Pechino, e così via. In
questo momento siamo in una condizione che ricorda il tempo
degli antichi romani, io mi sento molto più come Annibale che
Cesare. Avrei appoggiato, che so io, i galli di Vercingetorige e
il re Mitridate del Ponto, perchè secondo me essi giustamente si
opposero ad ad una sorta di imperialismo globalizzato, che si
concepisce universalistico, ma così non è.
Al tempo degli antichi romani c’era un po’ di universalismo.
Adesso non lo riconosco nel mondo americano. Per cui, quando ci
furono gli attentati alle Torri Gemelle, io ho sentito simpatia
e pietà per le vittime, per le vittime innocenti che abitavano
in quei grattacieli, ma non mi sono affatto sentito americano,
come voleva il circo mediatico. E' chiaro?
11) Sì, chiarissimo. È un discorso di priorità, sul cercare di
privilegiare l'obbiettivo più importante: è così?
Sì. Il problema è se ci identifichiamo oppure no al cento per
cento con una ideologia religiosa o politica. Io non m’
identifico con la Corea del Nord, ci mancherebbe altro, e tanto
meno m'identifico con i talebani, però ritengo in entrambi i
casi legittima la loro Resistenza. Un’altra cosa, poi, è
costruire un universalismo reale che possa essere convincente
per i nostri popoli: è un altro problema, connesso però con
parecchi passaggi.
12) Lei, in quanto filosofo e studioso del marxismo, ha
frequentato e conosciuto bene, fin dagli anni '60, il mondo
intellettuale di sinistra di cui è parte, vero?
Soprattutto in Francia e in Italia, con studi a Parigi, per cui
in realtà la mia conoscenza della Francia è per alcuni aspetti
migliore ancora di quella dell’Italia, però posso dire sì,
naturalmente l’ho conosciuto, anche perché ho vissuto anche in
Spagna, in Germania, in Grecia. Per cui, in un certo senso posso
affermare, senza presunzione, di essere uno dei principali
conoscitori del mondo filosofico marxista degli anni '60,'70 e
'80. Lo posso dire, diciamo così, tranquillamente.
13) In riferimento soprattutto all’Italia, lei ha spesso
criticato sia le tendenze a farsi cooptare, in nome di vantaggi
a discapito di principi reali, che il settarismo che spesso
s'incontra nello stesso mondo intellettuale di sinistra. Secondo
lei in che modo si concretizzano, soprattutto, tali difetti
storici della sinistra italiana, ed eventualmente come si
potrebbe andare oltre ciò?
La patologia però è varia e diversa, non esiste una patologia
unica. Esiste la patologia dell’integralismo.
14) Può darne una descrizione in linea di massima?
D’accordo, allora una volta specificato che non esiste una
patologia unica, a meno che per patologia unica s'intenda una
decadenza globale di una visione del mondo, che possiamo anche
interpretare in questo modo, un po’ alla Splengher, come una
vera decadenza della sinistra in Europa. Io penso che ci sia, ma
ritengo anche che questa chiave di lettura sia largamente
insufficiente, per cui penso sia forse meglio scendere nelle
varie patologie. La prima patologia è quella della integrazione,
cioè il fatto che è abbastanza normale che il 25enne e 30enne è
un rivoluzionario, mentre a 60 anni sia in un certo senso un
reazionario. Questo fa parte della saggezza tradizionale
conservatrice; quand’ero giovane pensavo che non fosse così, ora
a più di 60 anni penso che sia in un certo senso una fisiologia.
Da un lato ci sono i motivi di corruzione già spiegati a suo
tempo da Spinoza e dai grandi moralisti del ‘600, cioè
fondamentalmente tre varianti che sono potere, ricchezza e
onori. Il potere in un certo senso è una tale forza che come
dicono in Sicilia «Cumannari è megghiu i futtere» [«Comandare è
meglio che sfottere», in dialetto siciliano, n.d.r.], che si
richiama direttamente all'elemento libidico umano. Se uno per
esempio vede la persona di D’Alema, questo lo capisce
chiaramente. La seconda patologia è causata dagli onori, intesi
oggi come visibilità mediatica, cioè come narcisismo soddisfatto
della contemplazione, e terza è naturalmente la ricchezza,
perché un conto è riunire in pizzerie maleodoranti, andare in
ostelli a 25-30 anni, e un conto è andare invece in alberghi con
suite, che sono le cose che vengono date all'intellettuale di
regime a 60 anni. Ma io non mi fermerei però semplicemente a
questi aspetti, a mio parere sono due gli elementi fondamentali
che spiegano questo passaggio, il prima è l’elaborazione del
lutto, in un certo senso con vergogna, di avere fatto parte di
qualcosa negli anni '60, qualcosa a cui non si crede più, e che
si rovescia nel suo contrario. Questo spiega persone come per
esempio Giuliano Ferrara: adesso, a parte la corruzione
personale di questo individuo. Ecco, per cui proprio il rifiuto
di quel tipo di comunismo porta ovviamente al suo contrario. Il
principale studioso di questo, il grande filosofo Hegel, che nel
suo libro «Fenomenologia dello Spirito» ha studiato una figura
dialettica che si chiama «Passaggio dall’ascetismo della morale
al regno animale dello spirito». Poi una terza categoria è
quella forse più più chiara: il '68 è una pseudo rivoluzione,
quella del '68 è una generazione maledetta, forse la generazione
peggiore degli ultimi duecento anni, perché mentre quella del
'45 almeno combatteva contro il fascismo, insomma, la
generazione del '68 è veramente in molta parte merda pura. Si
tratta di gente che ha confuso la liberalizzazione dei costumi
con il socialismo, cioè che ha confuso l’ultimo stadio del
passaggio da un capitalismo borghese a quello post-borghese con
il socialismo, per cui è chiaro che si tratti della generazione
più sciagurata della storia da questo punto di vista: nessuna
generazione ha fallito così tanto, da un punto di vista storico
generale. Altre patologie sono il settarismo dei piccoli gruppi,
con cui ho completamente rotto, piccoli gruppi che sono di tipo
religioso e testimoniale, per studiarli bisogna studiare le
sette come i Testimoni di Geova. I piccoli gruppi si formano
sulla base di eresie differenziali che diventano ortodossia di
riconoscimento, d’identità e di appartenenza, per cui sono
costruiti in maniera tale da non poter strutturalmente
collaborare con loro, in quanto sono quindici e rimangono sempre
quindici, non riescono a diventare uno, diventerebbero uno se ci
fosse una spinta sociale che li obbligasse a diventare uno,
com’è successo alla fine dell’'800 col socialismo. Però in
questo momento non è così, perché siccome non c’è una spinta
sociale verso il comunismo, ma una gigantesca spinta sociale
verso l’integrazione consumistica nel capitalismo o verso la
frammentazione individuale del lavoro flessibile e precario, non
esiste nessuna forza sociale che costringa questi piccoli gruppi
ad aggregarsi, per cui le sette trotskijiste, bordighiste,
maoiste, staliniane, togliattiane e anarchiche si riproducono
formando dei capetti che vogliono dirigere 20-30 persone, che
preferiscono essere i capi di 30 persone piuttosto che essere i
subalterni di 300: per cui esistono patologie strutturali di
questi gruppi, che sono secondo me incurabili.
15) E’ chiarissimo, è la situazione in cui si pensa più al
proprio bene individuale rispetto a quello collettivo, sembra
irrazionale ma in realtà si segue un altro ordine di fattori,
cioè conta più l’ambizione, contano di più le concezioni cui si
è affezionati, se le mettessero in discussione metterebbero in
discussione troppe cose del loro passato e ciò avrebbe un prezzo
alto.
Freud spiega più di Marx, infatti.
16) Pur collocandosi nella sinistra alternativa, lei ha
accettato che venissero pubblicati dei suoi volumi anche da
alcune case editrici in cui sono presenti diversi motivi
ispiratori del mondo del radicalismo di destra, si tratta delle
Edizione all’Insegna del Veltro, della Controcorrente, della
Settimo Sigillo. In che maniera motiva questa sua scelta?
Mah, vede, io non mi sento di motivarla, perché a questo punto
personalmente ritengo che sia esaurita la dicotomia
sinistra-destra storica ed economica, però naturalmente lo
sostengo venendo da sinistra, cioè portandomi dietro dei valori
di carattere sociale e politico che tuttora rivendico. Per
esempio io e De Benoist abbiamo fatto un colloquio e siamo
tuttora anche in rapporto di amicizia, però De Benoist è uno che
è arrivato al superamento della dicotomia sinistra-destra
partendo da valori di destra, per cui importa anche, diciamo
così, il bagaglio che ci portiamo dietro.
17) Cioè avete retaggi diversi ma siete arrivati alle stesse
conclusioni ?
Abbiamo le stesse sensibilità... I suoi autori continuano ad
essere Heidegger e e Nietzsche, i miei autori continuano ad
essere Hegel e Marx, poi io ho una fortissima sensibilità
antimperialista, sicuramente chi viene da destra ne ha molta di
meno, ecco, per cui cominciamo a tener conto di questo. Poi, una
seconda cosa: il gossip e la malevolenza alla Indymedia mi sono
completamente indifferenti, io non sono neppure collegarmi in
rete, capito? Io so che perdo molto a non essere collegato in
rete, ma contemporaneamente guadagno in tranquillità mentale e
in concentrazione. Se fossi collegato in rete, siccome sono una
persona relativamente conosciuta, dovrei passare due ore al
giorno ad esaminare corrispondenza o insulti: a questo punto
dovrei rispondere, capisce? Preferisco invece, diciamo,
ignorarlo, e concentrarmi nel mio lavoro, che come sa è
abbastanza grande e abbastanza forte. Ecco, perciò viene fatta
anche una conoscenza esistenziale. È chiaro che pubblicare su
case editrici di destra, che in alcuni casi sono tuttora di
destra, non sono così sciocco da non saperlo, significa
naturalmente rompere otto rapporti su dieci, e questo però è un
prezzo da pagare, perché bisogna sapere che nella vita bisogna
pagare dei prezzi, non si riesce ad avere mai nulla senza pagare
dei prezzi: io li pago.
18) Scusi, ma si riferisce a rapporti con altre Case editrici o
a rapporti umani generici, o a un misto delle due circostanze?
No, a un misto di tutto quanto, fondamentalmente a rapporti
umani.
19) Quindi, in un certo senso è la cosa peggiore?
No, per esempio una casa editrice molto intelligente, profonda
che io stimo moltissimo, come la Città del Sole di Napoli...
20) Che è decisamente di sinistra.
Sì, sì, lì si ha a che fare con gente intelligente, che guarda i
contenuti e non guarda il gossip, per cui ho in pubblicazione
del mio lavoro con La Città del Sole.
21) E’ una Casa editrice che non guarda al pettegolezzo,
insomma...
Questa è la cosa fondamentale, ora io ho deciso di scrivere a
360 gradi, scommettendo sul fatto che il mio lettore cercherà di
guardare il contenuto, e non si farà fermare dal gossip.
La maggioranza dei lettori non fanno così, però il lettore che
si facesse fermare dal gossip preliminare o dal tabù
dell’impurità non m’interessa. Cioè un lettore che leggerebbe un
mio libro se esce dal Manifesto Libri e lo stesso libro se esce
da Settimo Sigillo non lo legge è un tipo di lettore che a me
effettivamente non interessa, perché è un tipo di lettore che
non è mosso dai contenuti e dalla riflessione della critica, ma
semplicemente dal tabù dell’appartenenza. Secondariamente c’è
una questione, io ho deciso, nei primi anni duemila, cioè a
partire dal 2003, di scrivere a 360 gradi: questo mi ha permesso
di scrivere di più. Certo che se mi pubblicasse la Mondadori o
la Garzanti lo farei volentieri, se la Manifesto Libri mi
proponesse di scrivere un libro, lo farei volentieri, se
l’editore Editori Riuniti mi proponesse di fare qualcosa con
loro la farei volentieri, però non lo fanno, io non posso
aspettare di morire prima che lo facciano, capisce? Sono
arrivato ad una certa età, in cui ad un certo punto preferisco
utilizzare completamente il mio tempo.
22) Sì. Comunque spesso nelle pubblicazioni di estrema destra ci
sono più spiragli contro un certo imperialismo rispetto ad altre
pubblicazioni più grosse ma considerate più "political correct",
e che poi nei fatti sono di solito più criticabili...
E' esattamente così. Per esempio il mensile Italicum, che a
questo punto è anche schizofrenico, perché pubblica delle cose
mie, ma poi contemporaneamente in altre pagine ha una
rivendicazione di Salò.
23) Forse è pluralista, in un certo senso?
Però questo mio commento ha avuto un carattere storico, cioè la
destra in questo momento è più scissa della sinistra: mentre la
sinistra continua ad avere una fortissima identità tribale
identitaria e di appartenenza, per cui si va da Rutelli a
Bertinotti, per cui gli stessi dissenzienti, tipo Bernocchi,
rimangono sempre però gravitazionalmente attratti dal richiamo
della foresta di sinistra, sebbene naturalmente non metta
insieme ad una persona rispettabile come Bernocchi ad altri, nel
caso della destra la rottura è molto più grossa, perché una
parte della destra, parte estremamente maggioritaria,
Berlusconi...
24) Si, quella liberale soprattutto...
Non è più liberale, era liberale, perché essendosi legata al
modello sionista- americano ma non è neanche più liberale.
25) E' conservatrice tou court questa parte maggioritaria della
destra?
Sì. Poi dopo c’è un settore della destra che invece ha deciso di
rompere con questa deriva che alcuni chiamano neoliberale, e che
io chiamo semplicemente neoimperiale.
26) Quindi è addirittura illiberale, nonostante quello che
dicono?
Illiberale, e a questo punto questo settore, diciamo così, della
destra, che si può vedere da posizioni diversissime, da quella
di De Benoist in Francia alle posizioni della rivista Eurasia in
Italia, secondo me diventa intellettualmente un interlocutore,
per cui io non accetto che mi s' impedisca di averli come
interlocutori, naturalmente non sono i soli, io ritengo tuttora
che i miei interlocutori principali siano gli studiosi marxisti,
cioè semplicemente non ho permesso neppure a mio padre, morto
nel '93, di dettarmi dei tabù dell’impurità, figuriamoci se
adesso io lo permetto, visto che non l’ho permesso a mio padre,
al gossip irresponsabile alla Indymedia.
27) Quindi per lei questo dialogo è anche una fonte di maggiore
libertà ?
Intanto è una anche una forma di realizzazione e di autenticità.
28) Cerca la verità dovunque possa essere...
Quando si è giovani si è ancora molto più dipendenti dal
giudizio degli altri, perché si vuole essere, per così dire,
accettati, e questo vale sia negli atteggiamenti, negli abiti,
nella musica, nei comportamenti sessuali, e così via. Quando si
raggiunge una certa età, effettivamente, uno se ne frega.
29) Quindi ha raggiunto una maggiore indipendenza. Collegandoci
sempre a quanto mi stava dicendo, alcuni effettivamente l’hanno
criticata per aver rivalutato alcuni aspetti del giornalista,
editore e scrittore Alain De Benoist, ideologo della Nuova
Destra francese, approdato ad alcune posizioni antimperialiste.
Può rispondere in questa sede a tali critiche?
Io da un lato ho avuto pubblicata, dall' editore Controcorrente
di Napoli, a cura di un intellettuale onesto come Giaccio, una
traduzione italiana di un dibattito avuto tra me e Alain De
Benoist. Però, tra poco, sulla Settimo Sigillo, uscirà un libro
ancora più importante, un mio libro che si chiama «Il paradosso
Alain De Benoist». Il libro uscirà entro Natale, per cui tutti
quanti lo potranno leggere: sono duecento pagine di un mio
confronto con De Benoist su tutti i punti fondamentali:
comunismo, fascismo, America, religione, politica, la
geopolitica, ecc... Però, brevemente, posso dire questo: De
Benoist è due cose contemporaneamente, da un lato è l’esponente
più famoso della nuova destra, dall’altro l’intellettuale
indipendente che ha portato così avanti l’autocritica della
nuova destra, da non essere neppure più di destra.
30) E’ andato al di là poi della destra e della sinistra.
Esattamente, per cui lui è entrambe queste cose. E' chiaro che
per me il rapporto con De Benoist è interessante perché De
Benoist, visto come intellettuale di destra, parla con me,
intellettuale di sinistra: questo è il primo aspetto del
problema; il secondo aspetto è che De Benoist è andato oltre la
destra così come sono andato io oltre la sinistra. Mi rendo
conto che sono due cose un po’ contraddittorie, ma secondo me
sono in compresenza contraddittoria. Dunque non soltanto io
rivendico questo rapporto con De Benoist, ma spero di poterlo
sviluppare ancora ulteriormente in futuro: attenzione, come
potrei svilupparlo con qualunque intellettuale di estrema
sinistra, se io fossi in collegamento con Chomsky ne sarei
onorato.
31) Quindi, è il retaggio che avete rispettivamente di destra e
di sinistra, ma fondamentalmente siete al di là di ciò, siete in
una posizione in qualche modo trasversale, e siete arrivati ad
un punto comune.
Sì, sì, io lo definirei traversare il guado più che arrivare
veramente a un punto. Quando uno attraversa il guado, cioè a
metà del guado, a metà dell’attraversamento del fiume, si porta
dietro gli elementi del passato e va verso gli elementi del
futuro, però in un certo senso è ancora metà del guado. Per
certi aspetti io e De Benoist siamo ancora a metà del guado, non
soltanto per le nostre insufficienze personali, ma anche perché
non si è ancora creato un movimento storico, e nessuno sa se
veramente si creerà, che andrà veramente in modo maggioritario
oltre la dicotomia sinistra – destra. Siccome nessuno lo sa,
nessuno lo può sapere. In questo momento la dicotomia sinistra –
destra ha un valore sistemico di appartenenza identitaria, mano
a mano che importa meno sul piano storico tanto più bisogna
galvanizzare i tifosi, come capita nel tifo calcistico. Cioè
tanto più bisogna galvanizzare Prodi contro Berlusconi, quanto
più gli elementi fondamentali di alleanza con l’America e di
teoria economica sono simili.
32) Quindi possiamo dire che in un certo senso c’è un doppio
binario, da una parte la destra e la sinistra soprattutto
governative che si assomigliano sempre di più, dall’altra le
aree soprattutto radicali di destra e di sinistra che
s’incontrano, vanno oltre la loro stessa natura di destra e di
sinistra.
Sarebbe bene se così fosse, ma non è così, perché da parte della
sinistra ci sta l’elemento del tabù dell’impurità, per cui non
si parla con i fascisti, e pochissime persone, che sono peraltro
antifasciste, come lo sono io, hanno superato il tabù
dell'impurità, e dall’altra parte, a destra, c'è secondo me ha
una insufficiente autocritica del passato, di fiancheggiamento,
di appartenenza nazifascista. Questi elementi rendono difficile
un processo che sarebbe positivo se si sviluppasse.
33) Ci sono però alcuni segni di questo processo.
Sono segni minimi, non fanno ancora una massa critica. Il fatto
per esempio che io, Costanzo Preve, sia così in fondo isolato,
può essere visto in molti modi.
34) Lei potrebbe essere un’avanguardia: che ne dice?
Però, capisce, io non ho un atteggiamento di chi dice: sono
all’avanguardia perché il mondo intero è fatto da idioti, tolto
io che capisco tutto. Chi pensa queste cose va verso la sua
rovina o va verso la paranoia, lo capisce benissimo, no? Io
invece vedo in questo mio isolamento un fatto molto negativo, io
vorrei avere molti più amici di come ne ho, il fatto che sia
così in fondo così isolato lo interpreto non tanto con
l’orgoglio dell’avanguardista, del pioniere o del pilota, quanto
come il segnale che le cose che io penso non sono ancora
socialmente mature.
35) Forse è anche un segno del fatto che ci siano dei problemi a
volte a vedere in modo razionale le cose, non di rado prevalgono
impulsi irrazionali.
Esatto, questo sempre, però siccome l’impulso irrazionale fa
parte della storia, io rimango in questo senso un marxista, nel
senso che se le opinioni che io ho sono così minoritarie, questo
fatto non mi porta nessun dolore e nessuna vergogna, perché non
seguo lo storicismo, secondo cui chi vince ha sempre ragione,
cioè io non interpreto in questo modo Hegel: quella è una
posizione idiota degli storicisti.
36) Cioè respinge la posizione che giustifica tutto quello che è
accaduto, perché è accaduto...
Sì, questo del mio isolamento è un sintomo negativo del fatto
che le cose che io penso e continuerò a pensare sono ancora
socialmente immature: o io sono uno stupido e gli altri hanno
ragione, ma io non posso arrivare a questa conclusione
sicuramente, oppure devo pensare che io dico delle cose
intelligenti, ma che non sono ancora storicamente mature.
37) Sì, ma infatti probabilmente ci vogliono anche tempi
storici, a volte sono necessari secoli, però poi tanti concetti
si affermano.
Il fatto però è che tante volte questi processi non coincidono
con i tempi psicologici della vita umana.
38) Questo dispiace veramente.
Io ho 63 anni. Se i tempi storici sono 20-30 anni a me non
importa molto, capisce? Cioè voglio dire, uno può essere
contento che ci siano dei tempi storici, ma siccome i tempi
storici non equivalgono ai tempi psicologici della vita umana,
la frustrazione del singolo intellettuale è a questo punto
inevitabile.
39) Sì, anche se comunque questa idea può dare un qualche senso
al proprio percorso, nonostante l'amarezza.
L’amarezza naturalmente non può essere eliminata, fa parte della
vita umana, la vita umana non è fatta solo di gioie ma anche di
dolori. Non soltanto di riconoscimenti ma anche di
disconoscimenti. Ma, vede, per chi crede in Dio, per chi crede
nel comunismo inteso come avvento inevitabile della storia, i
sacrifici hanno un senso, ma siccome io personalmente non credo
nell’avvento inevitabile di nulla, ma penso che siano gli esseri
umani a fare tutto, capisce, l’amarezza è ancora maggiore .
40) Passando ad un’altra domanda, lei ritiene auspicabile
valorizzare il concetto di comunitarismo, presente anche in Marx
a proposito del modo di regolare la propria vita di certe
comunità in senso non atomisticamente individualistico (detto in
estrema sintesi, perché chiaramente sarebbe un concetto molto
ampio), rispetto al ruolo del partito guida valorizzato da molti
teorici dello stesso marxismo. Tenendo presente che in questa
sede non si possono riassumere tutti i concetti che lei ha già
espresso in particolare nel suo libro «Elogio del
Com’unitarismo», edito dalla Controcorrente, può chiarire alcuni
tratti essenziali di questo progetto politico-filosofico, in
particolare ciò che differenzia la sua idea di comunitarismo da
omonimi progetti che si collocano invece nel mondo dell’estrema
destra, in forze di radici fasciste?
Esistono molti com’unitarismi, in realtà non esiste un solo
comunitarismo. Il comunitarismo è per così dire una tendenza
come l’illuminismo o il romanticismo o il positivismo. Per cui,
dire comunitarismo è come dire illuminismo, romanticismo,
positivismo, cioè vuol dire sette – otto cose diverse, non una
sola. Fatta questa premessa, che è molto importante, il
comunitarismo dalla direzione di destra presenta due
fondamentali caratteristiche: la gerarchia e l’organicismo. La
gerarchia, in quanto è un comunitarismo gerarchico, che per così
dire fa riferimento a comunità precedenti tradizionali concepite
come gerarchiche, pensiamo a Julius Evola e così via, e poi in
secondo luogo l’organicismo, per cui l’individuo viene visto
come un prodotto decadente dell’illuminismo, e invece viene
evocata una specie di integrazione tra individuo e comunità. Io
mi oppongo ad entrambe queste cose, mi oppongo al gerarchismo
perché personalmente sono per l’illuminismo e credo nella
possibilità di una comunità egualitaria, e mi oppongo anche
all’organicismo perché ritengo, a differenza di moltissimi
comunitaristi, compresi anche quelli di destra, che l'emergere
dell’individuo libero a partire dal '600 e '700 sia
irreversibile, e perciò ogni forma di comunitarismo che vuole
combattere contro l’individuo libero è destinata a fallire. Io
sono contro la condizione del comunitarismo che fa sì che le
famiglie obblighino le figlie al matrimonio combinato…
41) Cioè ai casi in cui la comunità in qualche modo finisce col
sopraffare le libertà individuali?
Esattamente. Per cui, secondo me, il vero problema è portare
avanti una concezione di comunitarismo, e ce ne sono molte, io
non penso di essere il titolare della ditta chiamata
comunitaria…oppure del logos, del trend, e così via ...Io penso
soltanto di proporre una mia personale concezione del
comunitarismo che considero intelligente, perché da un lato essa
tiene conto del fallimento del comunismo storico novecentesco e
cerca di capire se questo fallimento è dovuto a un cattivo
comunitarismo autoritario e a una forma di individualismo
atomistico legata alla paura della repressione del partito. Per
cui, da un lato il mio comunitarismo è direttamente una forma di
elaborazione dialettica del fallimento del comunismo, dall’altro
è una polemica nei confronti della proposta individualistica che
oggi è legata al modello capitalistico imperialistico anche in
forme ingannatorie, come quello dell’apparente
multiculturalismo, e dall’altro naturalmente si oppone a tutte
le varianti del comunitarismo di destra, che si basano sulla
gerarchia tradizionale oppure sull’organicismo del gruppo. Mi
rendo conto che è un sentiero molto stretto in mezzo a queste
rocce .... Però è quello che io porto avanti, e ci credo molto,
nel senso che sono convinto che sia un sentiero fecondo ed
intelligente. In questo momento mi rendo conto che i miei
interlocutori sono pochi, perché la sinistra per lo più non mi
legge mica più, quando qualcosa esce da un editore di destra non
leggono neanche il libro. Il libro non viene neppure recensito.
Io mi rivolgo a lettori nuovi, non mi rivolgo a lettori vecchi.
42) Però ne ha trovati di nuovi pure legati intorno al Campo
Antimperialista, alla rivista Eretica, quindi proprio di
sinistra…
Sì. Il Campo Antiimperialista secondo me fondamentalmente è un
gruppo della sinistra estremista tradizionale, io collaboro con
questo Campo Antimperialista, naturalmente abbiamo in comune
l’elemento antimperialista, però non ne faccio mio assolutamente
il profilo ideologico, che secondo me è una variante
dell’estrema sinistra tradizionale, e perciò effettivamente non
ne sono parte.
Antonella Ricciardi
30/04/2008