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INTERVISTE 2008
Angloamericani,
Fascismo e Meridione
Intervista a Daniele Lembo di Giovanna Canzano
La resistenza agli ‘invasori’ angloamericani nel Sud
d’Italia occupato, è una storia di cui non si era
ancora sentito parlare né si è mai letto nei libri di storia, tu
nel tuo ultimo lavoro ne parli ampiamente.
LEMBO - Una decina di anni fa, leggendo la rivista “Nuovo
Fronte” mi imbattei nella recensione di un libro di un allora
per me sconosciuto, Francesco Fatica. Il titolo del Libro era
“Mezzogiorno e fascismo clandestino 1943/1945″. Dalla recensione
si intuiva chiaramente che il volume narrava della attività di
resistenza agli angloamericani nei territori del Sud Italia
invaso. Credimi, la scoperta fu per me un trauma. Per anni mi
ave vano raccontato, in tutte le scuole di ogni ordine e grado,
la favola bella degli Americani accolti come Liberatori, in ogni
dove, da una folla acclamante e festante. Invece, adesso, questo
sconosciuta Fatica narrava una realtà dei fatti completamente
differente. Volli conoscere l’autore che da allora divenne per
me solamente Ciccio (diminutivo di Francesco) e dopo qualche
tempo presi parte a Napoli a convegno di Studi storici
organizzato dall’ISSES avente come tema “Il dissenso clandestino
1943-1945 nelle regioni meridionali occupate dagli
angloamericani”. Il mio interesse verso l’argomento
andava via via crescendo. Mi resi conto che c’era una parte
della ricerca storica completamente inesplorata perché negata
per anni. Intrapresi così a lavorare per conto mio, a fare
ricerche d’archivio ed intervistando i superstiti di quei fatti.
Per anni erano stati intervistati i partigiani, adesso io mi
ritrovavo ad intervistare altri tipi di partigiani:
quelli che si erano opposti agli angloamericani non sempre solo
perché animati da sentimenti fascisti ma anche solo perché
semplici patrioti. Il libro di Fatica aveva un limite:
era stato prodotto da chi quei fati li aveva vissuti in prima
persona. Era pertanto un lavoro, anche se eccezionale, comunque
di parte. Occorreva che nascesse un’opera che avesse il
requisito della asettica ricerca scientifica e che trattasse
della resistenza nei territori occupati. Nel 2004 è stato edito
dalla Casa Editrice Maro di Copiano (PV) il mio volume “LA
RESISTENZA FASCISTA - Fascisti ed agenti speciali dietro le
linee - la rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia
invasa dagli angloamericani ” Come detto, per la redazione del
volume, oltre che consultare tutta la bibliografia esistente
sull’argomento, mi sono avvalso delle testimonianze e di
memoriali di alcuni di quelli che, considerando gli alleati
invasori e non liberatori, continuarono a combatterli anche
nell’Italia invasa, venendo per questo arrestati e processati.
Il punto di forza del libro è costituito proprio da queste
testimonianze che, assieme ad alcuni documenti inediti
provenienti dal National Archives di Washington, costituiscono
un vero e proprio elemento di novità sull’argomento. In
particolare, il volume si articola in due parti. La prima di
queste tratta delle attività resistenziali fasciste
nelle varie regioni del Sud. La seconda parte del libro è
dedicata proprio ai servizi segreti e agli agenti speciali della
R.S.I., operanti nei territori invasi. In vista
dell’invasione delle regioni meridionali, vi furono numerosi
progetti militari tesi ad organizzare operazioni di stay behind.
Tali progetti, prevedendo l’invasione della Penisola, venero
approntati Regio Esercito, dalla Regia Marina e dal P.N.F. che
costituì la “Guardia ai Labari.” Dalla Guardia ai Labari ebbe
origine la “R ete Pignatelli”, una rete clandestina fascista
operante al Sud, che o operò in Sicilia, Calabria, Puglia e
Campania e che vide come propulsori il Principe Valerio
Pignatelli di Val Cerchiara e sua moglie La “rete” fu
un’organizzazione articolata ed efficiente con continui contatti
con il territorio della R.S.I. e Pignatelli ed i suoi svolsero
attività informativa, fornendo notizie di carattere militare e
generale al Nord, e propagandistica al sud, ma non è detto che
non abbiano anche svolto attività di sabotaggio e in casi
particolari siano passati a vere e proprie azioni militari. Dal
Governo della R.S.I - Repubblica Sociale - a Pignatelli, vennero
inviati fondi. Inoltre, furono inviati al sud agenti speciali
con il compito di strutturare meglio la Rete e fare da
consiglieri militari. La seconda parte del libro “La resistenza
fascista” è dedicata proprio ai servizi segreti e agli agenti
speciali della R.S.I., operanti nei territori invasi. Per i
contatti con la rete Pignatelli furono inviati uomini della
Decima Mas, ma non dobbiamo dimenticare che al sud
agirono uomini di altri servizi segreti della R.S.I.,
come quelli del Gruppo David di Tommaso David (e la sua più nota
agente, Carla Costa), o dei Servizi speciali delle Forze Armate
Repubblicane. Numerosi furono gli agenti speciali che, catturati
in missione, furono passati per le armi dagli Alleati. Molte di
queste catture furono possibili grazie ad un elenco degli agenti
speciali italiani, in possesso dei servizi segreti Alleati.
Reputo che “La Resistenza Fascista” sia uno dei miei libri
meglio riusciti e mi lusinga riportare quanto scritto, a
proposito, dal Prof. Giuseppe Parlato, Rettore
dell’Università Pio V, nel suo libro “Fascisti Senza Mussolini.
Scrive Parlato: “Recentemente è uscito un volume che raccoglie
le informazioni sul fascismo clandestino al sud, corredandole di
nuovi dati, Daniele lembo, già noto per aver pubblicato un
interessante st udio sui servizi segreti della R.S.I., ha
cercato, in buona misura riuscendovi, di costruire un panorama
completo del fenomeno e la ricerca si segnala per correttezza
documentaria e per gli elementi innovativi che offre”. Pur
lusingato dalle parole di Giuseppe Parlato debbo dire che,
dall’avere un panorama completo del fenomeno siamo ben lontani.
Anni di menzogne e reticenze si frappongono al raggiungimento
della verità. Il mio volume si chiude con un inquietante dubbio:
“E’ probabile quindi che, nel dopoguerra, ci sia una continuità
tra i servizi segreti americani ed alcuni personaggi o interi
settori delle disciolte Forze Armate fasciste repubblicane e ciò
nell’ambito “dell’attenzione americana all’espansione
comunista”. Se proprio vogliamo far galoppare la fantasia, si
potrebbe anche pensare che la Rete Pignatelli, individuata e
disciolta nel corso del conflitto, sarà poi riammagliata negli
anni successivi. Ma questa è solo un’ipotesi per sostenere la
quale non ho nulla in m ano se non la mia fantasia che è solita
correre veloce”.
CANZANO - Le operazioni di Stay Behind organizzate dalla Decima
Flottiglia Mas, nel corso della guerra nell’Italia occupata,
come sono state inserite nell’intera occupazione della Penisola?
LEMBO - La Decima Flottiglia nacque, in seno
alla Regia Marina, per operare alle spalle del nemico. Lo scopo
della Flottiglia, originariamente, era quello trasportare propri
uomini addestratissimi fino ai porti nemici. Il compito di
questi uomini, che erano nuotatori d’assalto o i piloti dei
siluri a lenta corsa, (i siluri erano meglio conosciuti come
“Maiali”), era quello di sabotare il naviglio nemico
alla fonda. Dopo l’8 settembre, Borghese alla Spezia,
farà una sorta di trattato di alleanza con i tedeschi. I
germanici volevano appropriarsi del Know how, ovvero del corredo
di conoscenze tecnico scientifico in possesso della Decima nel
campo della lotta subacquea, mentre Borghese voleva cont inuare
a combattere avendo mano libera. Il Principe armerà poche unità
navali, qualche silurante, qualche piccolo sommergibile
tascabile, continuerà ad addestrare sabotatori subacquei, ma
soprattutto armerà una Divisione di fanteria di Marina: la
Divisione Decima.
CANZANO - Il Battaglione Nuotatori Paracadutisti, che era un
Battaglione di sabotatori, è vero che fu alle dipendenze della
Decima Flottiglia Mas Repubblicana di Junio Valerio Borghese.
LEMBO - Tra i reparti armati da Borghese vi fu il battaglione
Nuotatori Paracadutisti meglio conosciuto come Battaglione N.P.
. Originariamente il Battaglione doveva servire a compiti di
sabotaggio, tant’è che a tutti gli appartenenti furono fatti
seguire i corsi N.E.S.G.A.P. - Nuotatore Esploratore Sabotatore
Guastatore Ardito Paracadutista. In realtà, poi, seguendo
un’infausta usanza tutta italiana queste costosissime truppe
(addestrare ai corsi NESGAP era molto oneroso) furono impiegate
in ordinari compiti di fanteria.
CANZANO - Il Battaglione Vega che fu generato dal Battaglione
Nuotatori Paracadutisti, era il ‘Deposito’ del Btg. N.P. ovvero
il reparto dal quale il Battaglione principale avrebbe dovuto
trarre il personale (i complementi) da inviare al fronte? Se
questa era solo un’attività di copertura, cosa era in realtà il
Battaglione Vega? Con la scoperta di Gladio, le ‘Operazioni
Sorpasso’ negli anni successivi divennero famose con il nome
inglese ‘Stay Behind’?
LEMBO - Il Battaglione N.P., in sostanza, ebbe una
strutturazione organica dicotomica. In quanto, dal battaglione
principale, che come detto voleva essere un battaglione di
sabotatori incursori e poi fu impiegato come ordinaria fanteria,
si articolò il Battaglione Vega. Il Vega aveva un compito di
copertura che era quello di essere il Deposito del Battaglione
principale, ovvero doveva di fornire i complementi, le
sostituzioni di uomini al reparto di N.P. In realtà, gli uomini
del Vega erano specialisti in az ioni di guerra non ortodossa,
sabotaggi, spionaggio ed “operazioni sorpasso” nei territori
italiani invasi.
Cosa era un’Operazione sorpasso? In breve, il Vega lasciava
uomini perfettamente equipaggiati nei territori dei quali si
prevedeva l’occupazione. Una volta che questi territori fossero
caduti nelle mani degli Angloamericani, questi uomini avrebbero
eseguito azioni di attacco alle spalle del nemico con rapide
puntate del tipo “mordi e fuggi”. Gli uomini del Vega potevano
anche attraversare le linee per portarsi nei territori occupati
e svolgere missioni informative, di sabotaggio e di appoggio e
supporto a gruppi di patrioti ivi esistenti In vista della
caduta finale il Vega articolò un ampio piano di stay behind in
tutte le province del nord (Milano, Genova, Bologna, Modena,
Torino, Venezia e Treviso) destinando in tutte queste città
uomini armati ed equipaggiati, che si occultarono nel tessuto
sociale aprendo bar, negozi di radiotecnici, ditte di trasporto
ecc., nell’attesa che arrivassero gli Alleati per poi poterli
attaccare alle spalle. Era in sostanza l’ultima operazione
militare del Vega., operazione che, peraltro, non fu mai portata
a compimento.
L’argomento è trattato molto bene e in maniera molto nel mio
ultimo libro edito da qualche giorno dalla Edizioni MARO, dal
titolo “LA GUERRA NEL DOPOGUERRA IN ITALIA LE OPERAZIONI DI STAY
BEHIND DELLA DECIMA MAS NELL’ITALIA OCCUPATA, IN GUERRA E NEL
DOPOGUERRA.LE VERITÀ, LE MEZZE VERITÀ E LE GRANDI BUFALE”
CANZANO - Sull’operato del Battaglione c’è stato chi ha voluto
vedere nel Vega l’inizio di Gladio e chi addirittura ha
descritto la banda Giuliano come un’emanazione della Decima Mas,
asserendo che il 1 giugno 1947, a Portella della Ginestra, a
sparare c’erano anche quelli della Decima?
LEMBO - Negli anni seguenti al dopoguerra, sull’operato del Vega
sono nati una serie di veri e propri miti. C’è stato chi ha
voluto vedere nel Vega l’inizio dell’Organizza zione Gladio. Con
la scoperta dell’Organizzazione Gladio, l’operazione sorpasso
sarebbe divenuta meglio famosa come “stay behind”. A tal
proposito, è bene precisare che non è esistita solo una Gladio
Italiana ma ogni paese europeo, in ambito Nato ha ordito una
proprio Gladio, sebbene con nomi diversi. Nell’immediato
dopoguerra, chi arruolò i Gladiatori, li arruolò, chiaramente,
in ambienti anticomunisti.
Vennero arruolati ex militari della R.S.I. ma anche
partigiani bianchi e semplici patrioti. E’ normale che
chi creava una struttura di Stay Behind, che doveva entrare in
azione in caso di invasione russa del territorio nazionale, non
poteva certo fare gli arruolamenti traendoli dalle file dei
filocomunisti. Probabilmente, tra i gladiatori vi fu arruolato
anche qualche ex N.P proveniente dal Vega, ma da qui ad
affermare che il Vega si trasformò in Gladio ci vuole un bel
coraggio. Da qualche tempo, poi, è ritornata a galla la storia
che vorrebbe gli uomini della D ecima, oltre che in contatto con
la banda Giuliano, addirittura anche presenti a Portella delle
Ginestre a sparare sulla folla che festeggiava il 1° maggio . A
chi sostiene tali tesi, non posso che rispondere che la storia
la si fa con i fatti e con i documenti. Se qualcuno dispone di
documentazione che dimostri con chiarezza tale tesi, sia
garbato, la tiri fuori e la faccia consultare anche agli altri
studiosi. In caso contrario, debbo ricordare che una cosa è la
Storia e un’altra è la novellistica.
CANZANO - Salvatore Giuliano, in cerca di legittimazione
politica ed ideologica poteva avere interesse a contattare la
Decima?
LEMBO - Salvatore Giuliano all’epoca era un latitante e, in una
situazione come quella della Sicilia dell’epoca il confine tra
la figura del delinquente e quella del patriota poteva essere
labile e Giuliano ha sempre tentato di affermare la leggenda che
egli fosse un uomo spinto dalle ingiustizie patite a fare quello
che aveva fatto. Il bandito ha sempre provato ad acquisire agli
occhi del popolo una fisionomia idealistica che giustificasse le
sue gesta. Il contatto con le Forze armate fasciste avrebbe
potuto fornirgli questo alibi morale, di contro le Forze Armate
Repubblicane si sarebbero potute giovare di quell’alleanza per
creare una quinta colonna alle spalle degli angloamericani.
CANZANO - Nel tuo ultimo saggio, oltre a trattare della Decima e
del Vega, avvalendoti della vasta bibliografia esistente
sull’argomento, di testimonianze, memoriali e di documenti
d’archivio, smonti una serie di errate interpretazioni nate
sull’attività della Decima nei territori occupati e nel
dopoguerra, quale è la tua tesi a proposito?
LEMBO - In realtà da qualche tempo, dagli archivi americani del
NARA sono sortiti fuori i documenti relativi agli interrogatori
degli agenti degli N.P. catturati in Sud Italia dai servizi
segreti Angloamericani. Da tali documenti si evince che una
squadra del Vega Operò in Sicilia e che gli uomi ni di questa
squadra si interessarono, e forse segnalarono al loro comando,
dell’esistenza della banda Giuliano in Sicilia. E’ da chiarire,
circa la veridicità di quegli interrogatori, che gli uomini del
Vega, una volta catturati dietro le linee nemiche mentivano fino
allo spasimo e, anche quando decidevano di ammettere qualche
responsabilità, continuavano a mentire. Per loro, dire tutta la
verità significava finire diritti alla fucilazione. Dai
documenti relativi ai loro interrogatori, anche se i fatti
narrati rispondessero al vero, si potrebbe evincere che gli
agenti Vega in Sicilia dimostrarono un qualche interesse
cognitivo, non dimentichiamoci che quegli uomini avevano anche
compiti solo informativi, verso una banda armata che sicuramente
poteva dare del filo da torcere agli angloamericani. Nulla però
dimostra che ci furono reali contati tra gli uomini del Vega e
quelli di Giuliano e, soprattutto, nulla dimostra che, qualora
vi fossero stati tali contatti, questi portarono ad accordi tra
la Decima e Giuliano Anche in questo caso di qui ad affermare
che l’alleanza tra la Decima e Giuliano effettivamente ci fu, ce
ne corre. Invece, c’è chi addirittura sostiene, senza prova
alcuna certa prova documentale, che Salvatore Giuliano si sia
addirittura trasferito al nord per arruolarsi nella Decima ed
essere addestrato come agente speciale, dopodiché sarebbe
ritornato in Sicilia dove avrebbe operato con la sua banda. La
tesi è molta affascinante e buonissima per un film d’avventura,
ma gli studi storici, come detto, si basano su fonti
documentali, testimonianze e fatti concreti.
CANZANO - Nel tuo precedente lavoro ‘La resistenza Fascista’, ci
parli dell’invio a Napoli da parte di Giuliano di suoi
emissari per contattare la Rete Pignatelli ed offrire
collaborazione e sostegno economico, come avvennero i
contatti?
LEMBO - Circa i presunti rapporti tra Giuliano e la Decima c’è
un “solido ” fatto che è tale da eliminare ogni dubbio. Che il
bandito Giuliano abbia tentato di contattare La resistenza
fascista al Sud, e quindi le Forze Armate della R.S.I., non è
frutto di una semplice deduzione ma è un solido fatto. Nel mio
libro “La resistenza fascista” ho riportato un brano tratto dal
memoriale De Pascale, fornitomi dallo stesso De Pascale che fu
uno degli elementi di punta della Rete Pignatelli, relativo
all’invio a Napoli, da parte di Giuliano di suoi emissari per
contattare la rete Pignatelli ed offrire collaborazione e
sostegno economico.
Leggo testualmente dal mio libro: “La mancanza di fondi-
scriverà il Pignatelli - ci fu presto contraria. Il sacrificio
personale di mia moglie e mio non poteva sopperire che in minima
parte al sempre crescente fabbisogno, specie per il blocco della
nostra industria di legnami requisita dagli inglesi”(Cfr.
Valerio Pignatelli, Il Caso Pace, cit., p. 33.) Gli aiuti
economici promessi dalla R.S.I. alla principessa Pignatelli non
arriveranno mai, o meglio, saranno spediti ma non giungeranno
mai a Napoli. In quel periodo il servizio segreto angloamericano
intercetterà due uomini ed una donna provenienti dal Nord,
mentre stanno attraversando le linee. I tre sono i corrieri dei
fondi promessi e recano con loro la somma di cinque milioni di
lire. Saranno tutti e tre fucilati. “Ricevemmo segnalazione -
scriverà Pignatelli - che ci erano stati spediti cinque milioni
tramite una donna e due giovani. Dopo qualche tempo ci giunse
notizia di una donna e due ragazzi catturati dagli inglesi,
trovati in possesso di grosse somme e di radio trasmittente. Gli
inglesi li avevano fucilati in Santa Maria Capua Vetere. Non
erano riusciti a sapere a chi la somma e la radio erano
destinati. Una segnalazione radio ricevuta da me verso la fine
di gennaio 1944 mi dava indicazioni. Gloria alle tre vittime!”
(Cfr. Valerio Pignatelli, Il Caso Pace, cit. p. 33.) In merito,
è da riportare anche la testimonianza di De Pascale che, quando
sarà arrestato di nuovo, si sentirà dire da l maggiore Pecorella
che lo interroga: “Aspettavate denaro dai vostri padroni del
nord?
Chiedetelo agli inglesi”. La possibilità di ottenere cospicui
finanziamenti si presenterà per gli uomini dell’organizzazione
fascista da una fonte quanto mai inaspettata. Una proposta in
tal senso arriverà addirittura dal bandito siciliano Giuliano
che invia a Napoli suoi emissari per contattare la centrale
della “Rete Pignatelli”. “Vi fu ancora tra me e Ioele -
racconterà l’architetto De Pascale nel suo memoriale - una
situazione che influì sui nostri rapporti. Ioele chiedeva
insistentemente che io incontrassi degli emissari del bandito
siciliano Salvatore Giuliano che si trovavano a Napoli: mi
volevano comunicare una certa disponibilità del loro capo ad
appoggiare la nostra causa e, anche se occorreva, con aiuto in
denaro.
Gli dissi che non intendevo fare certo sgarbo a queste persone,
ma non potevamo essere fiancheggiati da un movimento palesemente
fuorilegge e separatista. A certi principi morali e ideali non
potevamo venire meno. Alcuni giorni dopo Rosario Ioele si
presentò al mio studio accompagnato da due persone. (…) Egli mi
presentò costoro, che mostravano modi cortesi e civili, Ioele mi
disse che i “signori volevano conoscermi personalmente” e
volevano avere una risposta su quanto lui aveva precedentemente
proposto. Non esitai a dire, col dovuto garbo, che li
ringraziavo della loro offerta e solidarietà ma non potevo
accettarla per ragioni inerenti ai principi della nostra
organizzazione. Costoro, in verità, furono corretti più di
quanto io potessi aspettarmi.
Aggiunsero che la persona che loro rappresentavano, in caso di
necessità o di nostro ripensamento, si sarebbe mostrato sempre
disponibile ad aiutarci. Ioele non gradì la mia presa di
posizione, come io non gradii la sua ingerenza nel mio campo
d’azione. Sentivo d’aver fatto bene: la mia non era una presa di
posizione contro Salvatore Giuliano, ma era il rispetto a un
principio morale e organizzativo: gli angloamericani per
conquistare la Sicilia si erano serviti del fecci ume della
malavita e della camorra, cosa che noi detestammo e commentammo
in modo decisamente negativo. Non potevamo usare noi la loro
stessa arma, anche se Giuliano all’epoca era considerato solo un
fuorilegge e, da un certo ambiente di propaganda giornalistica,
era commentato sotto una luce in certo qual modo romantica”. Il
tentativo di avvicinamento al fascismo clandestino fatto da
Salvatore Giuliano è chiaro.
Egli sa che la “Rete Pignatelli” ha ramificazioni anche in
Sicilia e cerca nuove alleanze per il suo movimento che non è
solo una semplice attività delinquenziale. Bisogna chiedersi se
tale esperimento di contatto con i fascisti, il capo banda
siciliano lo faccia per proprio conto oppure per conto del
movimento separatista. I due movimenti, quello separatista e
quello fascista, sono tra loro ideologicamente incompatibili ed
è quindi lecito pensare che Giuliano agisca autonomame nte nella
ricerca di alleanze o, ancora meglio, di una giustificazione
ideologica al suo operato. Si tratta di un evento, questo,
particolarmente interessante in quanto apre uno spiraglio di
luce sui tanti misteri che circondano la figura di Salvatore
Giuliano. Viene da chiedersi se il noto “bandito” prima di
schierarsi con separatisti non abbia addirittura pensato di
farlo con i fascisti.
Se ciò fosse, il rifiuto di De Pascale rappresenterebbe un erro
decisivo. Giuliano è un combattente ed ha con lui uomini decisi
alla lotta, ma più di ogni altra cosa, il cosiddetto “bandito” è
un uomo che ha carisma e fascino da vendere, elementi questi che
in una lotta ideologica contano forse quanto e più di cannoni e
mitragliatrici. “Quindi, Giuliano tentò di contattare il
clandestinismo fascista al sud, ma se Giuliano aveva il contatto
degli uomini della Decima in Sicilia, o meglio se Giuliano era
addirittura un uomo della Decima perché doveva mandare i suoi
uomini a Napoli a contattare Antonio de Pascale e la rete
Pignatelli? Come vedete, i conti non tornano. Infine, circa la
tesi che vorrebbe gli uomini della Decima presenti a Portella
delle Ginestre a sparare sulla folla adunata per festeggiare il
1° maggio, proprio qualche giorno fa è arrivata una clamorosa
smentita.
Ha scritto Antonio Carioti in un suo articolo dal titolo
“Portella la X° Mas non c’era” apparso sul Corriere della Sera
del 7 Maggio 2007: “Questa versione dei fatti (la tesi che
vorrebbe uomini del vega presente a Portela delle Ginestre
n.d.a. ) incontra ora una smentita proveniente da un’istituzione
non certo sospettabile di indulgenza verso il neofascismo. Si
tratta della Fondazione Di Vittorio, che per il sessantesimo
anniversario dell’eccidio, compiuto in Sicilia contro contadini
inermi e le loro famiglie il 1° maggio 1947, non solo ha
riproposto gli interventi sulla vicenda del dirigente comunista
Girolamo Li Causi nel volume “Portella della Ginestra. La
ricerca della verità“, ma ha raccolt o le testimonianze filmate
dei superstiti, curate dal regista Odino Artioli. Tra queste si
trovano i racconti di due cugini, Vincenti di Noto e Francesco
Di Giuseppe, i quali al momento della strage si trovavano sul
cozzo del Dxuhait, da dove avrebbero sparato, secondo Casarrubea,
(è uno degli studiosi sostiene la tesi che vorrebbe la Decima in
contato con Giuliano n.d.a.) sicari neofascisti. Entrambi
dichiarano che sul posto c’erano soltanto loro e che di là
nessuno aprì il fuoco sulla folla inerme. Ciò ovviamente non
smentisce la matrice politica della strage, senza dubbio voluta
da ambienti reazionari e mafiosi legati al blocco agrario, ma
solleva ulteriori dubbi sulla possibilità di ricondurla a un
piano eversivo nazionale di matrice neofascista.
CANZANO - Nel tuo libro a proposito del Golpe Borghese dici: Il
golpe Borghese fu un reale tentativo insurrezionale o una
gigantesca bufala? Perché? E’ l’ultimo capitolo del mio libro
sulla “Guerra nel dopoguerra in Italia”. La sto ria del
Golpe Borghese non mi ha mai convinto. Non penso sia
stato un vero tentativo insurrezionale, o meglio se lo è stato
lo fu per chi ci credette, ma i veri organizzatori volevano ben
altro che fare il Golpe. Anche di questo, come detto, tratto nel
mio ultimo lavoro, ma se racconto tutto qui finisce che il libro
non se lo compra nessuno e allora, se permetti.adesso sono
stanco.
Note: Daniele Lembo, nasce nel 1961 a Minori (SA), in Costiera
Amalfitana, e dopo la maturità liceale si è laureato in Scienze
dell’Amministrazione e dell’Organizzazione. E’ pubblicista
iscritto all’Ordine dei Giornalisti del Lazio.
12/01/2008