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INTERVISTE 2007
A PARLAR MALE DI GARIBALDI SI FA PECCATO, PERO’ …
Giovanna Canzano dialoga con GIOVANNI LUBRANO
18 DICEMBRE 2007
La Lega Nord istituirà un processo virtuale contro Garibaldi. Sull’iniziativa abbiamo intervistato il giornalista storico Giovanni Lubrano.
CANZANO – Che ne pensa?
LUBRANO – Guardi che, secondo me, si è persa – more solito – l’occasione più ampia offerta dal Bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi per affrontare in modo serio, e non meramente apologetico e retorico, il complesso degli eventi noto come Risorgimento.
E’ dal 1860 che si tessono lodi sperticate su Vittorio Emanuele II, Cavour, Mazzini, e Garibaldi. Lodi che però hanno avuto il torto marcio di nascondere a noi italiani (o sedicenti tali, visto che ci emozioniamo solo quando gioca la squadra nazionale di calcio) diversi, e troppo importanti aspetti e nome di quella che pomposamente viene ancora oggi definita l’epopea risorgimentale. Per questi motivi non posso apprezzare l’iniziativa leghista che però almeno un merito c’è l’ha: quella appunto di parlare dell’Italia “ufficiale” che pure deve tanto al cosiddetto babbeo” meglio che niente.
CANZANO – Secondo Lei come andrebbe collocata la figura di Garibaldi nell’ambito risorgimentale?
LUBRANO – Con le sue luce e le sue ombre. Per divulgare al meglio la storia oltre ai buoni libri, bisogna fare anche come Clint Eastwood, il grande attore e regista americano, vincitore di Premi Oscar cresciuto bene grazie alla lungimiranza di Sergio Leone. Egli è l’unico al mondo, e ci vuole coraggio a farlo per un americano, che in tema di “vincitori e vinti” abbia cercato di illustrare ragioni e torti di ambedue! Tentativo che gli è riuscito benissimo con i due films dedicati alla battaglia americana per occupare l’isola giapponese di Iwo Jima nel 1945: mi riferisco a: “FLAGS OF OUR FATHERS” (dalla parte degli americani) “LETTERS FROM IWO JIMA” (dalla parte di giapponesi), in Italia chiedo a Lei sarebbe possibile fare due films o fiction televisive che parlino uno sui Mille e del regno sabaudo e l’altro del Regno delle Due Sicilie e del suo sfortunatissimo Re Francesco II di Borbone?
CANZANO – Si potrebbe tentare…
LUBRANO – Ma mi faccia il piacere!
E’ dal 1860 che non c’è in Italia una Memoria condivisa, ci dilaniamo su tutto e tutti, non riusciamo – certo non per colpa mia – a fare un discorso di sintesi storica che setacci dal fondo del barile, tutto quanto debba essere portato in superficie. Comunque testi di buon livello, che potrebbero fornire materiale interessante per gli eventuali sceneggiatori , c’è ne sono, eccome.
Ne segnalo alcuni: “Il generali” di Guido Geroso; “Garibaldi” di Mantelli-Nozza; “Garibaldi, Fauchè e i predatori del tesoro del sud” di Luciano Salera, pubblicato dalla piccola, ma battagliera casa editrice “Contro Corrente” di Napoli; “I pannisporchi dei mille” di Angelo Pellicciari; “Generali” di Angelo Quirico; “Maledetti Savoia” e “Indietro Savoia” di Lorenzo Boca; “L’iper italiano” di Gilberto Oneto. (1 continua)
CANZANO – Chi era Fauchè?
LUBRANO – Gianbattista Fauchè triestino, era il direttore generale della compagnia di navigazione Ribattino di Genova che, senza che l’armatore-proprietario ne sapesse alcunché, “mollò” a Garibaldi le navi ‘Piemonte’ e ‘Lombardo’. Quelle che servirono a trasportare le cosiddette armate dei Mille da Quarto a Marsala. Un’altra leggenda da sfatare: Ribattino, allo scuro della vicenda ma non troppo, licenziò Fauchè ma “beccò” lo stesso i soldi del governo di Camillo Benso conte di Cavour che rimborsò pure la perdita della nave ‘Cagliari’ che aveva trasportato nel 1857 i ‘trecento giovani e forti’ di Carlo Pisacane.
Quanto costò l’operazione dei Mille?
Nel 1864 Quintino Sella, Ministro delle Finanze, lasciò il dicastero a Marco Minghetti. Nel passargli le consegne preparò uno specchietto riassuntivo dei debiti cui doveva far fronte il nuovo Stato: tra le voci in negativo figuravano 7.905.607 attribuiti a ‘spese per la spedizione di Garibaldi’.
Ma i soldi non finirono qui. La frammassoneria inglese agevolò al massimo i disegni annessionistici del Regno delle due Sicilie da parte del Regno del Piemonte per due buoni motivi: il primo eminentemente affaristico e l’altro di difesa della consorteria del compasso nel Regno Borbonico. Il primo riguardava il contenzioso tra governo Inglese e Regno delle due Sicilie e l’estrazione dello zolfo siciliano, un monopolio pressoché assoluto gestito dagli inglesi e concesso loro dai Borboni nel 1816. Ma, quando nel 1840, Ferdinando II affidò una parte della concessione ai francesi di Marsiglia, scoppiò il finimondo.
Le ragioni?
Lo zolfo siciliano copriva quattro quinti della richiesta mondiale. Molte delle miniere erano proprietà di cittadini inglesi ‘contro i quali parecchia gente – scrive Harold Acton – nutriva sentimenti di invidia e di rancore’. Aggiungo sommessamente io che avere un inglese come “badrone” almeno a quei tempi, mbeh, è meglio spararsi una fucilata. Ne sanno qualcosa i ‘sudditi’ dell’India…
Gli inglesi venivano incolpati di impiegare mezzi di sfruttamento schiavistico e di pensare solo ad arricchirsi.
Ferdinando II, stufo delle continue lamentele per la eccessiva produzione e il calo dei prezzi, concesse nel 1838 alla Taix-Aycard di Marsiglia il monopolio del commercio dello zolfo. Apriti cielo!
Alle arroganti minacce di ritorsione dell’inglese Palmerston, Ferdinando II spedì in Sicilia dodicimila uomini del suo esercito. Si era arrivati ad un punto tale che sarebbe potuta scoppiare una guerra. Mediazioni e contro-mediazioni indussero a più miti consigli ma perdere la partita fu il Regno delle due Sicilie. L’accordo con i francesi venne disdetto senza peraltro che il governo di Parigi protestasse troppo, e si fissò l’importo dell’indennizzo da dare ai mercanti massoni inglesi.
Una faccenda che comunque lasciò strascichi pesanti tra il regno di sua Maestà britannica e i Borboni di Napoli, Se ne riparlerà nel 1860…
LUBRANO – Prima di tornare a parlare del Risorgimento, posso
fare una dichiarazione?
CANZANO – Prego.
LUBRANO – Oggi 18 dicembre 2007, ci sono stati altri cinque
morti sul lavoro. Ormai è strage continua. Del problema
deliberatamente non si parla. Tacciano le sinistre e, in
particolare, le anime perse del fu PSI che dovrebbero almeno
avere il pudore di indignarsi come faccio io, perché fu un
importante dirigente socialista, Giacomo Brodolini che, nel
1969, poche ore prima di morire, come ministro del lavoro,
riuscì a far approvare lo statuto dei diritti del lavoratore.
L’unica voce che si sia levata oggi per protestare contro questo
incivile massacro è quella, per altro molto isolata, di Emanuele
Macaluso. Il quale però, da buon comunista, perde il pelo ma non
il vizio di ignorare quanto fu decisiva la spinta socialista e
riformista del primo, vero e unico centro sinistra. Come non
ricordare infatt i come i comunisti del tempo abbiano fatto di
tutto per mettersi di traverso al PSI di Nenni e De Martino?
Essi preferiscono al solito privilegiare la linea togliattiana
del ‘tanto peggio tanto meglio’. Moratoria per la pena di morte
e caso Speciale, sono state oggi le consuete droghe soporifere
con cui disinformare, con la complicità pesantissima della
grande stampa, l’opinione pubblica della cara patria Italia
sulle tragedie del lavoro.
CANZANO – Torniamo a Garibaldi: fu solo ispirata dal
patriottismo la spedizione dei Mille?
LUBRANO - Per dirla con Indro Montanelli, Garibaldi fu un
‘onesto pasticcione’ nel senso che per sé non tenne niente
eppperò si circondò di una serie di personaggi che, tramite le
sue dittature in Sicilia e a Napoli, ne combinarono di cotte e
di crude. Non parlo naturalmente di quanti tra i Mille, e furono
la stragrande maggiornanza, combatterono e morirono per una
causa che ritenevano giusta. Mi riferisco ai trafficanti senza
scrupoli che si infiltra rono nel movimento per pensare
esclusivamente ai propri loschi affari, col denaro del Regno
delle Due Sicilie. Fu in quel periodo tra l’altro, ma è elemento
molto rilevante, che il nascente stato unitario si accordò, sul
piano interno, con le mafie in Sicilia grazie ai cosiddetti
‘baroni’ e a Napoli, tramite il ministro di polizia Liborio
Romano con i camorristi cui fu delegato l’ordine pubblico dopo
la partenza di Francesco II il 6 settembre 1860. Un patto
scellerato che, a parer mio, dura nei fatti, ancora oggi. Un
accordo istituzionalizzato cui, del resto, ricorsero anche gli
americani nel 1943 con gli accordi tra l’Amministrazione
Roosevelt e Salvatore Lucanica detto ‘Lucky Luciano’ prima,
durante e dopo lo sbarco in Sicilia. Fecero dunque scuola nel
mondo i ‘trattati’ con i mafiosi dell’epopea dei Mille.
Garibaldi, temprato dagli anni di lotta in Sud America, fu un
ottimo capo guerrigliero, un abile comandante sempre presente
nei momenti più drammatici della lotta – lo ricono scono pure
gli storici di parte borbonica – una persona, che ‘sentiva’ la
battaglia come forse nessuno altro, non privo di visioni
strategiche come quanto si trovò sul Volturno. Ma,
impareggiabile sul terreno su cui si sentiva più a suo agio,
quello degli attacchi rapidi, fu purtroppo un amministratore cui
le ‘faccende’ di governo sfuggivano di mano. Eppure, quel bel
campione di ‘galantomismo’ che fu Vittorio Emanuele II di
Savoia, che Garibaldi avrebbe dovuto sommergere di onori e
ricche prebende, visto il favore che gli aveva fatto portandogli
in dote il ricchissimo Regno delle Due Sicilie, lo trattò a
calci nel fondoschiena. Garibaldi non era ancora salito a bordo
della nave che da Napoli lo avrebbe riportato a Caprera, alba
del 9 novembre 1860, che il ‘galantuomo’ scriveva a Cavour,
naturalmente in francese perché quel ‘galantuomo’ manco sapeva
l’italiano, la seguente lettera riportata da Mack Smith nel suo
‘Garibaldi’: “Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la
sgradevoli ssima faccenda Garibaldi, sebbene, siatene certo,
questo personaggio non è affatto docile, né così onesto come si
dipinge e come voi stesso intendete. Il suo talento militare è
molto modesto, come prova l’affare di Capua (il 19 settembre i
garibaldini furono sconfitti a Capua, due giorni dopo a Chiazzo,
ndr) e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio
l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirs i
interamente a lui (secondo Vittorio Emanuele Garibaldi avrebbe
dunque prelevato e dilapidato i soldi prima che ci mettesse le
mani il regale predone, una questione di tempi: il nizzardo
avrebbe così derubato il savoiardo, ndr.) che si è circondato di
canaglie ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo
infelice paese in una situazione spaventosa.” “Tutto sommato -
osserverà più di un secolo dopo Indro Montanelli - la grettezza
di Vittorio Emanuele II, il livoro di Cavour e la meschinità di
Farini avevano reso a Garibaldi un enorme favore.” Al confro nto
di tali ometti egli sembrava, senza esserlo, un gigante.
BIOBIBLIOGRAFIA
Giovanni Lubrano di Scorpaniello (si firma GL) è giornalista professionista e storico.
Nato a Tripoli di Libia, si è laureato a Roma, università degli studi, facoltà di scienze politiche, nel 1970. Ha lavorato nella direzione nazionale del partito socialista italiano quale funzionario addetto alla segreteria generale con il sen prof. Francesco De Martino dal 1964-72. Nel periodo della unificazione socialista tra psi e psdi, per designazione della segreteria socialista, svolse funzione di raccordo tra le segreterie del psi-psdi unificati ed il presidente del nuovo soggetto politico, vice presidente del consiglio, on. Pietro Nenni. Esperienza maturata tra il 1966 ed il 1969. Nel 1968 Lubrano preferì di rimanere a lavorare nella direzione socialista, benché lo stesso De Martino, entrato a far parte del Ministero Rumor in qualità di vice presidente del consiglio, desiderasse fortemente la sua presenza nel gabinetto presidenziale di Palazzo Gh igi. Per l’infausta scissione del 1969 de Martino, appena tornato al timone del psi, volle che Lubrano continuasse a collaborare direttamente con lui. Nel frattempo Lubrano, con Giorgio Cabibbe, Mimmo Liguoro, Agostino Saccà e Enzo Leone aveva dato un decisivo impulso all’’alleanza tra dematiniani e manciniani che, nella federazione giovanile socialista italiana, avrebbe di gran lunga anticipato la svolta politica nota col documento ‘De Martino-Mancini-Giolitti-Viglianesi e, nell’estate del 1969 avrebbe provocato il rovesciamento del segretario del partito socialista unificato Mauro Ferri. Lubrano seguì De Martino a Palazzo Ghigi nei governi Rumor e Colombo e, successivamente, fu eletto membro del comitato centrale socialista per la corrente De Martiniana nei congressi di Genova 1972 Roma 1976 Torino 1978.Negli anni in cui De Martino dopo la svolta del Midas fu costretto al ruolo di minoranza nel psi di Craxi, Lubrano diresse l’agenzia di stampa della corrente demartiniana o di qu el che ne rimaneva, che si chiamava ‘Unità e Riscossa socialista’.
Da molti anni Lubrano segue come storico le vicende militari e politiche della patria Italia ed è commendatore della Repubblica dal 2 giugno 2003.
27/12/2007