|
|
INTERVISTE 2008
GIOVANNA CANZANO INTERVISTA
PAOLO ZANETOV
BORBONI, SAVOIA E I BRIGANTI (1860-1870): SOLO
UNA UTILE LEZIONE DI STORIA O DI POLITICA?
CANZANO. La politica di oggi, ha collegamenti con la storia di
ieri?
ZANETOV.
Ci sono dei buchi storici vistosissimi, ancora adesso. Alcuni
incartamenti che riguardano il brigantaggio politico del 1860 –
1870 sono ancora dei tabù. Per esempio, l’Arma dei Carabinieri
non apre i suoi archivi che riguardano episodi di brigantaggio,
mentre l’esercito lo ha permesso solo cinque anni fa. Ci sono
archivi ancora secretati come se fossero segreti di stato, in
realtà sono cose avvenute nel 1860, quindi, se questo è valido
per il 1860, figuriamoci per archivi più recenti.
CANZANO. Come Fondazione ISSE vi occupate di archivi?
ZANETOV. Come fondazione ISSE, abbiamo fatto un lavoro che
riguarda questo specifico argomento. Due anni fa, abbiamo
portato a termine una ricerca negli archivi americani. Abbiamo
mandato due nostri ricercatori negli archivi del Nara in America
che hanno riportato in Italia una serie di documentazione che
era stata sottratta agli archivi italiani dopo la seconda guerra
mondiale. Per il caso Matteotti, per esempio, c’è tutta la
documentazione di Dumini, che era considerato il capo degli
attentatori. Quella documentazione non l’abbiamo in Italia, è in
America. E’ stata desecretata e quindi abbiamo potuto
raccoglierla in copia. Gli americani sono più attenti di noi,
hanno una legge che consente ogni tot anni di desecretare i
documenti per metterli a disposizione degli studiosi.
CANZANO. Dopo l’11 settembre…
ZANETOV. E’ ancora una storia troppo recente…. Il Nara è
l’equivalente degli Archivi Centrali dello Stato. Se uno fa
delle ricerche, si trova davanti spesso e volentieri a queste
problematiche, perché alcuni documenti non possono essere visti
se non dopo cinquant’anni, e molti non possono essere visti per
niente . La documentazione dell’archivio è molto importante per
uno storico ma a volte non così decisiva come alle volte può
sembrare. Recentemente è uscito un libro ‘Storia segreta della
Sicilia’ del prof. Casarubbea basato su una ricerca documentale
curata da Cereghino, uno dei migliori specialisti italiani,
svoltasi al Nara contemporaneamente alla nostra. Però la sua
documentazione, per quanto ottima, non basta per scrivere un
libro con i dovuti requisiti scientifici, perché gli agenti
segreti o i confidenti che rilasciano la dichiarazione non
sempre dicono il vero. La documentazione va sempre comparata con
altre fonti, cioè con altri documenti, fonti orali e materiali a
stampa. Per cui questa documentazione, per il solo fatto di
esistere, non è detto sia la sacrosanta verità, perché un
informatore, un agente segreto che vuole fare bella figura con i
suoi capi, tende a far vedere di aver lavorato bene e capita
spesso che inventa , aggiunge di suo.
CANZANO. E’ facile, quando le fonti non sono consultabili…
ZANETOV. La documentazione è basilare nel criterio storico e va
comparata. Nel caso del citato libro sulla Sicilia, l’autore ha
inteso invece prendere questi contributi come fossero oro
colato. La sua tesi è che la strage di Portella della Ginestra
fu eseguita da uomini della Decima Mas. In base a delle
informative raccolte da agenti segreti italiani e americani che
affermavano non proprio questo, ma che potevano in qualche modo
far capire che una presenza fascista in quel contesto ci fosse
stata, ha costruito questo libro a tesi, in cui determina che
sicuramente, senza ombra di dubbio, la strage fu eseguita da ex
appartenenti alla Decima Mas. Arriva anche ad affermare che il
bandito Giuliano era un fascista travestito, che in realtà
aderiva alla RSI. Questo appare un lavoro di assoluta fantasia,
fatto sta che il quotidiano Repubblica ha dato ampio spazio a
queste “rivelazioni”, del resto recentemente confutate, punto
per punto e prove alla mano, da Daniele Lembo, nel suo libro “La
guerra del dopoguerra” dell’editrice Maro.
CANZANO. Parliamo del 1860 con l’ascesa nel sud dei Savoia.
ZANETOV. Questa è una guerra civile, perché in realtà dal 1860
al 1870 il cosiddetto brigantaggio politico è stata veramente
una guerra civile. Mi sono laureato con una tesi su questo
argomento e quindi lo studio da anni. In questa rivolta ci sono
degli aspetti che riguardano il sociale, come nel caso dei
contadini che cercavano di opporsi alle prepotenze della classe
borghese, dei latifondisti che li opprimevano. E’ una storia
vecchia che durava da quando erano arrivati i francesi in
Italia, quindi durava dalla fine del ‘700 e si è sviluppata nel
lungo periodo. Il brigantaggio nel sud è sempre stato un
fenomeno endemico che ha avuto i suoi momenti epidemici nel
momento in cui sono intervenute forze estere. Il Brigantaggio
trova sviluppo, inizialmente contro i francesi, durante il
cosiddetto Decennio ma poi anche contro i Borbone, perché
durante il periodo della Restaurazione borbonica il brigantaggio
ha continuato ugualmente ad operare, sia pure in forma minore.
Poi c’è stato un periodo di tranquillità almeno apparente nel
meridione. Il fenomeno, sociale prima che politico, traeva
potente spunto dall’occupazione delle terre demaniali da parte
degli usurpatori, la nascente borghesia agraria, e dalla
conseguente reazione dei contadini che volevano che queste terre
ritornassero al demanio per poter usufruire di alcuni diritti
che anticamente gli erano concessi, come il diritto di
legnatico, di poter spigolare dopo la raccolta etc.. Erano cose
semplici, ma su cui l’economia contadina era basata . Quando
venne abolita la feudalità si abrogarono di conseguenza tutti
questi privilegi. I terreni demaniali o di appartenenza
all’Università, furono costantemente usurpati da ricchi
proprietari terrieri locali, in pratica dalla borghesia che era
in forte sviluppo e naturalmente i contadini rimasero
schiacciati da questa operazione. Dopo lo sbarco dei Mille,
Garibaldi aveva promesso appunto la restituzione di questi
terreni demaniali ed una sorta di riforma agraria, cosa che poi,
non fu fatta. Tutto si è complicato, perché, a questo sottofondo
di guerra sociale che è stato l’incubatore di lungo periodo a
questa rivolta, si aggiunsero altri fatti politici.
L’estromissione forzata dei Borboni ha naturalmente accelerato
notevolmente gli episodi reazionari. Il fenomeno quindi è più
complesso di come potrebbe essere schematizzato a prima vista
definendo i briganti come fautori sic et simpliciter dei Borbone
contro gli invasori piemontesi . Dieci anni di autentica rivolta
contadina hanno provocato migliaia di morti e danni tremendi.
Questo lungo periodo di brigantaggio non fu dovuto
esclusivamente al fatto politico immediato, ossia all’invasione
piemontese, che pure ebbe un suo peso notevole, quanto ad una
lotta politica all’interno della società meridionale che trovò
sviluppo nell’invasione stessa. Le borghesie locali
sostanzialmente erano in continua guerra fra loro per i posti
più importanti, perché essere sindaco di un paese o comandante
della guardia nazionale o segretario del paese permetteva di
avere posizioni di comando, in tramite questo potere, ottenere
il famoso possesso della terra. Queste cariche erano molto
ambite. Quando si innesca il meccanismo dell’invasione, perché
di invasione piemontese si trattò, queste borghesie si dividono
al loro interno: una parteggia, fittiziamente, per i Borbone,
una parteggia, fittiziamente, per i Savoia. La posta in gioco è
il potere politico. Di volta in volta queste borghesie si sono
appoggiate all’una o all’altra fazione secondo le convenienze
momentane e hanno foraggiato il brigantaggio come arma di
pressione rivolta contro gli avversari locali di sempre.
CANZANO. Come hanno foraggiato il brigantaggio?
ZANETOV. Attraverso un meccanismo abbastanza semplice. Il grande
errore dei piemontesi dal punto di vista tecnico, non mi
riferisco ne a contenuti morali ne a contenuti politici, ma
esclusivamente ai termini operativi, è stato quello di
richiamare alle armi tutti i soldati borbonici che erano stati
sbandati. Riarruolare gente che era stata magari sei o sette
anni nell’esercito, e comunque era affezionata al precedente
sovrano, è stato un errore clamoroso dal punto di vista
piemontese. Logicamente, questa gente si era data alla campagna,
ma ancora non erano diventati briganti; stavano vicino ai
villaggi e non erano neanche armati, facevano opposizione agli
occupanti piemontesi ed alla borghesia loro alleata, ma in
termini molto vaghi. Nel 1861 avviene il momento culminante
della rivolta. Durante un auspicato convegno internazionale,
doveva venire alla luce il fatto che i Savoia erano
nell’impossibilità di controllare il territorio in preda al
brigantaggio e quindi il regno doveva essere restituito a suoi
legittimi sovrani. In questa strategia bisognava che il
territorio ampliasse i fenomeni di rivolta. Gli agenti borbonici
fornirono di armi e denaro i contadini in rivolta e i soldati
che erano allo sbando, facendo si che, soprattutto in Lucania,
fiorissero tutte una serie di iniziative di rivolta popolare, di
reazioni, di occupazioni di comuni etc. E’ interessante
osservare che i fautori di queste rivolte non erano
esclusivamente i borbonici puri, ma, come dimostrano
irrefutabilmente i documenti puntualmente analizzati dal prof.
Pedio in lunghi anni di ricerca, il fronte di opposizione ai
Piemontesi rispondeva ad una strategia molto più complessa. I
documenti hanno dimostrato che la Lucania costituiva l’epicentro
della rivolta contro i Savoia. In realtà, i locali comitati
segreti borbonici erano gestiti per la maggior parte da ex
murattiani, da liberali moderati che avevano poco a che vedere
con lo schieramento legittimista borbonico. Ma qui c’è uno
scenario internazionale che si apre.
CANZANO. Questo è una storia molto complessa .
ZANETOV. L’operazione di sbarco dei garibaldini in Sicilia era
stata molto favorita, come è noto, dai britannici, che avevano
un piano: praticamente tendevano a far si che la Sicilia si
rendesse indipendente e gravitasse nella loro area di influenza
nel Mediterraneo. Questa era l’idea degli inglesi quando
appoggiarono l’impresa di Garibaldi. Non è andata così. Entrano
in scena i francesi, che, con un’occupazione, che di fatto era
militare, dello Stato Pontificio impedivano ai piemontesi di
impadronirsi di Roma. I francesi, forti di questa situazione di
stallo in cui erano egemoni, entrano quindi in un gioco più
vasto, finanziando e gestendo le reazioni attraverso i comitati
segreti borbonici, gestiti come abbiamo visto, dagli ex
Murattiani. Con l’organizzazione del già ricordato convegno
internazionale l’intenzione era quella di riassegnare il regno
al Borbone. I Francesi, invece, intendevano in quel contesto
giocare le loro carte, e far restituire il regno non ai
borbonici ma all’ultimo dei Murat, impadronendosi del Regno
delle due Sicilie attraverso questa operazione. Ciò è comprovato
dal fatto che la rivolta avviene in Basilicata, che era la
roccaforte dei murattiani. Crocco che era il capo delle bande
legittimiste, quindi filo borboniche, in realtà fino a pochi
giorni prima era stato con i garibaldini ed aveva combattuto con
essi. Subito dopo la presa di Gaeta, era poi diventato l’uomo di
fiducia del prefetto piemontese. Ma, siccome prima era stato un
volgare brigante di strada e aveva molti nemici personali, fu
riconosciuto per strada da uno di coloro al quale aveva teso un
agguato e quest’ultimo pretese la sua immediata carcerazione. Il
profilo liberale che Crocco si era costruito militando con i
garibaldini a questo punto crolla. Mentre è in carcere, viene
avvicinato da agenti legittimisti che lo convincono a prestarsi
alla rivolta diventandone il capo. Così inizia il fenomeno della
guerriglia che viene poi denominato brigantaggio politico e si
tramuta strada facendo in un cul de sac che coinvolge
ferocemente tutte le parti in causa e si conclude,
gattopardescamente, con il definito annientamento delle speranze
contadine: con la forzata emigrazione, la nascita della
questione meridionale, il potere “mafioso”.
CANZANO. Come si finanziavano i briganti?
ZANETOV. C’è un problema fondamentale in questa lunga lotta
sociale gestita dalle borghesie che finanziavano il
brigantaggio. Non bisogna mai dimenticare che il brigante non è
un atomo sperso nel territorio. Il brigante ha bisogno di
mangiare, quindi ha bisogno di qualcuno che gli fornisca i
viveri; ha bisogno di armarsi, e quindi ha bisogno di qualcuno
che gli fornisca i proiettili; ha bisogno di informazioni, deve
sapere quando la forza pubblica lo sta braccando. Deve sapere
chi può rapire e chi no. il brigante vive in un territorio come
un pesce nell’acqua. Vive in un contesto ampio e ha bisogno di
protettori, da solo non c’è la può fare. Non c’è la può fare
soltanto con l’aiuto dei contadini, che non possono fare molto.
Stare in campagna, come si diceva allora, in centinaia, o in
questi casi migliaia di uomini, è una cosa molto difficoltosa e
molto cara da sostenere. Quando si pensa a questo, bisogna
vedere a chi conveniva tenere i briganti in campagna. Le bande,
sono state utilizzate, come un’arma di pressione nei confronti
dei nuovi governanti, per riottenere quel potere politico che a
qualcuno era sfuggito di mano. E’ stata giocata la carta del
brigantaggio, da una parte foraggiandolo e dall’altra,
contemporaneamente, fingendosi liberali. Trattare con il governo
i posti di potere che avrebbero garantito la fine del
brigantaggio, perché i loro stessi fautori avrebbero fatto
arrestare i briganti, ha ingranato un meccanismo perverso, che
ha fatto si che questo fenomeno durasse ben dieci anni, se no si
sarebbe risolto molto prima. Fino a che pian piano, chi di
dovere, ha fatto i suoi conti con i piemontesi, che si sono
prestati a delegare questo potere locale e tutto è tornato come
prima, con buona pace dei tanti legittimisti in buona fede
costretti a fare buon viso alla situazione.
CANZANO. Le colpe sono quindi da entrambe le parti…
ZANETOV. E’ vero che i piemontesi hanno una enorme
responsabilità in questo frangente, tramutatosi per i loro
metodi spregiudicati, quando non addirittura criminali
(massacri, incendi di paesi, fucilazioni sommarie, etc) in una
drammatica situazione di sottosviluppo “coloniale”, ma queste
colpe le hanno anche i borbonici, perché hanno sfruttato la
popolazione e l’hanno mandata allo sbaraglio per ottenere dei
fini politici che difficilmente avrebbero potuto ottenere in
altri modi. Soprattutto, c’è l’hanno le classi politiche locali,
in particolare la borghesia meridionale, che ha giocato molte
parti in commedia, incitati i cosiddetti “ briganti”, li ha
sfruttati e, al termine del gioco, se li è venduti. E’ una
storia amara.
BIOGRAFIA
Paolo Zanetov, laureatosi in lettere all’Università di Magistero
di Roma con una tesi sul brigantaggio politico post-unitario, si
interessa da altre un ventennio ai problemi della “devianza”
criminale ed ai suoi rapporti con la politica. Già direttore
editoriale e responsabile delle pagine culturali del quotidiano
indipendente “L’Umanità”, opera attualmente nel campo della
comunicazione, dell’organizzazione di eventi culturali, della
consulenza editoriale in campo storico. In qualità di membro del
consiglio d’indirizzo della Fondazione Istituto di studi Storici
Europei (Isse) di Roma, di cui è stato tra i fondatori, ha
organizzato e partecipato a numerosi convegni e mostre
riguardanti il brigantaggio post-unitario e la storia
contemporanea. Autore di numerosi saggi su questi argomenti,
collabora alla rivista “Storia in Rete” ed è responsabile della
segreteria scientifica di “ArkeoMed”, associazione culturale che
si occupa delle strategie di tutela e sviluppo del “Paesaggio
Culturale”, progettando Distretti Culturali, Musei Diffusi ed
Ecomusei su tutto il territorio nazionale. Nel 2006 ha prodotto
per la Collana Novecento dell’Istituto Luce il documentario:
“Italia-Islam dalla guerra di Libia a Nassirya”; sta ultimando
la lavorazione, del documentario: “Enrico Mattei fra
modernizzazione italiana e sfida energetica”, anch’esso
cooprodotto con l’Istituto Luce e sta collaborando, come autore
e consulente storico, all’imminente realizzazione di un
documentario dell’Istituto Luce sulle vicende della Decima Mas
durante la II guerra mondiale: “Gli astronauti del mare”.
31/03/2008