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LIBRI 2006
“ Tra le città morte”- I bombardamenti criminali degli Alleati nella 2 GM
Grayling, revisionista all'anglosassone
di Tatiana Genovese
C’è
un’importante questione etica e morale che bisogna affrontare senza
esitazione e a cui è necessario rispondere con la massima onestà: “Esistono
circostanze in cui uccidere civili in tempo di guerra è moralmente
accettabile? Possono esserci circostanze – situazioni disperate o di
necessità o circostanze pericolose in cui simili azioni vengono intraprese
come provvedimenti difensivi – che potrebbero giustificare o almeno scusare
l’aver tramutato civili in bersagli militari? Se si commettesse un crimine
per prevenire o reagire a un crimine peggiore, questo attenuerebbe o
addirittura giustificherebbe il crimine precedente?”
Applicando tale riflessione al secondo conflitto mondiale, la domanda
diverrebbe: “ Nel corso della seconda guerra mondiale le forze aeree di Gran
Bretagna e Stati Uniti effettuarono una massiccia offensiva di bombardamenti
sulle città della Germania e del Giappone, che terminò con la distruzione di
Dresda, Tokio, Hiroshima e Nagasaki. Questa offensiva fu un crimine contro
l’umanità? O fu giustificata dalle esigenze della guerra?”
Il giornalista inglese A.C. Grayling ha ritenuto opportuno chiarire nel
libro “Tra le città morte” questa irrisolta controversia sviluppatasi
nei decenni seguiti al 1945. L’autore chiarisce, sin dal principio, che la
sua opera non è tesa “né a sminuire le atrocità morali dell’Olocausto o
dell’aggressione giapponese, né a svalutare le azioni compiute dai militari
“Alleati””, ma solo a tracciare la storia dei bombardamenti degli Alleati e
delle morti e distruzioni che essi determinarono. Attraverso un’attenta
analisi storica viene delineato nel secondo capitolo l’intero percorso di
attacchi e contrattacchi effettuati sia dall’inglese RAF che della tedesca
Luftwaffe e, dal 1943, dell’americana USAAF. Vengono così raccontati con
estrema precisione (descrizione delle strategie, aerei e bombe impegnati)
alcuni tra i più importanti bombardamenti: l’attacco su Colonia, la
battaglia della Ruhr,l’operazione Gomorra che condusse alla distruzione di
Amburgo, l’attacco fallimentare su Berlino e la devastazione di Dresda. Nel
delineare questi interventi sono anche citati alcuni importanti avvenimenti
come la storia della crescita dell’aviazione inglese, l’arrivo del
comandante Harris presso il comando bombardieri inglese e le sua strategia
nettamente diversa da quella americana (utilizzata però sul suolo europeo):
“…Gli americani differivano grandemente dalle loro controparti britanniche
su come andavano effettuati i bombardamenti. Per loro il modo corretto
consisteva nella distruzione degli aspetti chiave della capacità industriale
del nemico (nodi ferroviari, ponti, raffinerie e fabbriche). Per i
britannici, dopo il fallimento dei primi ani di guerra, bisognava invece
colpire il morale del nemico, attraverso bombardamenti a tappeto dei centri
abitati.” L’ultima parte è riservata alla descrizione degli attacchi in
Giappone, dove i bombardieri americani, contrariamente alla tattica adottata
in Europa, ricorsero indiscriminatamente ai bombardamenti a tappeto.
Se fino ad ora la guerra è stata vissuta dall’alto, nel III capitolo,
Grayling sposta l’obbiettivo in basso, sulle città e sugli abitanti, e
narra, coadiuvato anche dai racconti di alcuni sopravvissuti, non solo le
devastazioni che questi hanno subito, ma soprattutto la differenza tra
l’efficienza (“Già dal 1935 i governanti nazisti avevano cominciato a
pianificare sistemi di allarme aerei, rifugi, soccorsi e metodologie per
affrontare attacchi con gas”) e l’enorme capacità di ripresa dei tedeschi,
che addirittura accelerarono l’economia per rispondere alle esigenze
belliche, e i l’impreparazione dei giapponesi (nell’attacco iniziale di
Tokyo morirono
135.000 persone contro i 305.000 civili tedeschi periti sotto
i bombardamenti durante tutta la guerra), oltretutto scoraggiati e
consapevoli dell’incapacità di un’efficace reazione controffensiva.
Nel IV capitolo si ha un’inversione di marcia, e dalla pratica si passa alla
teoria, o meglio ai grandi teorici dei bombardamenti a tappeto e, oltre al
sovracitato Harris, che basava il suo ragionamento sull’incrollabile
convinzione che “si dovesse vincere la guerra attaccando il morale delle
popolazioni nemiche fin quando la loro volontà di resistere non si fosse
spezzata”, vengono esposte anche le tesi, similari tra loro, del militare e
scrittore Giulio Dohet e del comandante della neonata RAF (1918), Sir Hugh
Trenchard (“il bombardamento dovrebbe essere diretto alla popolazione civile
di uno stato nemico per spezzarne il morale e indurla a costringere il
proprio governo a chiedere la pace. Terrore, distruzioni materiali e
privazioni causate dalla carenza di cibo e di altri beni di prima necessità
sono gli elementi chiave”), e quelle della Scuola Tattica dell’Air Corps
americana, elaborate negli anni Trenta, che si concentravano “sull’idea di
distruggere i principali collegamenti industriali dell’economia nemica, cosa
che avrebbe avuto l’effetto di distruggere gli approvvigionamenti necessari
a mantenere la popolazione nemica e perciò la sua volontà di continuare a
sostenere una guerra”. Ma questo capitolo tratta anche il processo
attraverso il quale numerosi scienziati, e alcuni uomini politici, tentarono
di limitare non solo l’utilizzo dei bombardamenti ma soprattutto quello
della bomba atomica.
Così se da una parte c’era chi era schierato a favore, dall’altra c’era chi
era contro; e i capitoli IV e V sono dedicati a tutti coloro che hanno
tentato di opporsi ai bombardamenti a tappeto, dalla nascita nel 1941 della
“Commissione per l’abolizione dei bombardamenti notturni”, poi divenuta
“Commissione per l’abolizione dei bombardamenti”, alla pubblicazione, prima
In Germania e poi in America e in Inghilterra, del libro-documento di Vera
Brittain “Il seme del caos. Scritti sui bombardamenti di massa”. Ma la
storia dei tentativi di porre delle limitazioni alla guerra è lunga e
Grayling la racconta partendo da molto lontano con esempi tratta dalla
“Summa Theologiae” di San Tommaso d’Aquino (secondo il quale “è sempre
peccato condurre la guerra, ma in tre condizioni è giustificabile: che ci
sia una giusta causa per condurre la guerra; che sia iniziata in base ad
autorità accettate, che sia condotta con intenzioni corrette, ovvero che
miri a promuovere il bene e a evitare il male”), e dal “De Jure Belli ac
Pacis” di Ugo Grozio, in cui l’autore tenta di stabilire principi concreti e
definitivi per una “guerra giusta”. La discussione procede con la citazione
di “leggi di guerra”, convenzioni, trattati e dichiarazioni (Convenzione di
Ginevra del 1864, Pace dell’Aia e accordi seguiti sino al 1939, processo di
Norimberga, IV Convenzione di Ginevra e protocolli aggiuntivi) “tutti
tendenti ad assumere lo statuto di norme vincolanti che potrebbero essere
invocate per indire processi, celebrarli, e, in caso di colpevolezza, punire
chi le ha violate”.
La tesi finale implica un’imputazione dell’attività dei bombardamenti a
tappeto dei britannici e degli americani, in quanto crimini morali.
Imputazione a cui Grayling concede la possibilità di difesa, spiegando nel
VII capitolo gli argomenti impiegati dai difensori delle campagne di
bombardamenti degli
Alleati: i primi due si rifanno alla tesi di Harris: i
bombardamenti (comprese le bombe atomiche) salvarono le vite dei militari
alleati e “i civili in guerra sono sempre stati bersagliati”; gli altri
sostengono che “il bombardamento a tappeto scosse il morale dei civili
nemici, ridusse la capacità delle industrie belliche nemiche, creò
difficoltà logistiche all’economia e all’amministrazione, obbligandole a
vedersela continuamente con profughi e interventi di riparazione, tenne
soldati, cannoni e caccia lontano dal fronte per dedicarsi invece alla
protezione delle città e colpì anche i soldati nemici al fronte
costringendoli a preoccuparsi per quello che stava succedendo alle loro
famiglie”. Ma per quanto i difensori dei bombardamenti possano rispondere ad
ogni critica, Grayling, sostiene non solo che “l’atto stesso di prendere
civili come bersaglio era sbagliato”, ma propone anche ciò che secondo lui
avrebbero dovuto fare gli Alleati, piuttosto di bombardare a tappeto le
città nemiche: “Il Comando bombardieri avrebbe dovuto continuare nei suoi
tentativi di bombardamenti di precisione e devolvere le energie a rendere
questa tattica più sicura per i suoi bombardieri e più efficace.”
Il libro si conclude con le considerazioni di due protagonisti dei
bombardamenti, l’ammiraglio e pilota americano Ralph Ostiela (“Dobbiamo
tradurre l’errore storico della II guerra mondiale in un concetto permanente
all’unico scopo di evitare di oscurare il prestigio di quelli che nel
passato ci condussero per la strada sbagliata?” e la scrittrice Vera
Brittain (“l’insensibile crudeltà che ci ha indotto ha distruggere innocenti
vite umane nelle più affollate città europee e il vandalismo che ha
obliterato tesori storici in alcune delle più belle apparirà alla futura
civiltà come una forma estrema di follia
criminale dalla quale i nostri
leader politici e militari si sono permessi volutamente il lusso di
lasciarsi affliggere”), ma anche e soprattutto con il giudizio senza appello
di Grayling, continuamente ribattuto dall’autore in tutto il libro: “ …poche
persone capiscono che le campagne di bombardamenti a tappeto degli Alleati
sulla Germania e il Giappone meritano una valutazione e uno sguardo più
attento. Perché se costituiscono un errore, anche se è di gran lunga
inferiore rispetto ad altre aggressioni e atrocità commesse dalle potenze
dell’Asse, tuttavia continua a essere un errore (…) e rischiamo di ripetere
errori se non affrontiamo quelli che abbiamo commesso nel passato”.
Troppe sarebbero le domande che secondo Grayling andrebbero poste, ma si
aggiungerebbero alla frustrazione stessa che suscitano. Una però è
fondamentale, fondamentale per percepire l’ “orrore” di un mancato giudizio
etico e morale sui bombardamenti a tappeto: “Qual è la differenza morale tra
bombardare donne e bambini e sparare loro con una pistola? È il fatto che,
quando li bombardi non li puoi vedere – non intendevi che quella particolare
donna o quel particolare bambino morissero – e in ogni caso sarebbero potuti
sfuggire al bombardamento, forse raggiungendo un rifugio? Ma se sono qui,
contro un muro a pochi centimetri dalla canna della tua pistola, non possono
sfuggire; è un fatto più personale: li puoi vedere negli occhi. È questa la
differenza, l’anonimato dell’atto di uccidere da 6.000 metri?” E adesso chi
ha il coraggio di rispondere a Grayling?
A.C. Crayling “Tra le città morte”, Longanesi, Euro
22,00.
Nelle foto:
- Bombardieri della Raf
- I resti di Dresda dopo il massiccio bombardamento del 1945
- Arthur Harris comandante del Bomber Command dal 1942 al 1945, a cui si deve la pianificazione scientifica dei bombardamenti indiscriminati sulla Germania
11/12/2006