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LIBRI 2007

Cronache mediorientali di Robert Fisk
(recensione) di Stenio Solinas - Casa editrice
il Saggiatore
Collana Nuovi Saggi Storia
Pagine 1184
€ 35,00
ISBN 88-428-1169-6
novembre 2006
Nel momento in cui ci si chiede a chi giova o a chi nuoce quello che
scriviamo, si smette di informareper cominciare a fare tutt’altro:
propagandare, tifare, parteggiare o addirittura spiare... Si esce dalla
lettura delle oltre mille pagine di Cronache mediorientali di Robert Fisk
(il Saggiatore, 35 euri) con un senso di malessere. Sessantenne, già inviato
del Times e oggi corrispondente da Beirut dell’Independent, nell’ultimo
quarto di secolo Fisk ha raccontato ai suoi lettori il Medio Oriente come
nessun altro giornalista ha mai fatto, seguendone tutte le guerre, vivendone
tutti i dopoguerra. Era in Afghanistan quando c’erano ancora i russi, sul
fronte iracheno-iraniano, ha visto la duplice invasione israeliana del
Libano, nonché quella della Cisgiordania, la guerra d’Algeria, la guerra del
golfo di Bush padre, l’Afghanistan e l’Iraq di Bush figlio... In più di
un’occasione ha rischiato di rimetterci la pelle, è l’unico giornalista
occidentale che sia riuscito, fra il 1994 e il 1997, a intervistare Osama
bin Laden. Così questo libro è anche una sorta di trentennale diario di
bordo che racconta in fondo un unico, interminabile conflitto in cui di
volta in volta l’alleato di ieri diviene il nemico di domani, il “buono” di
cui si tacevano i lati oscuri si trasforma nel “cattivo” di cui si mettono
invece in evidenza tutte le atrocità e ogni volta, comunque, si assicura che
quella sarà l’ultima e definitiva, lo sforzo estremo grazie al quale, dopo,
si potrà finalmente ricominciare in pace a lavorare per la futura
prosperità. Si diceva all’inizio del senso di malessere che provoca questo
libro, una sensazione difficile da definire e da spiegare, ma che
probabilmente nasce da una duplice valutazione, storica da un lato,
squisitamente giornalistica, ovvero professionale, dall’altro. Se si osserva
la prima, ci si rende conto che dalla fine della Grande guerra l’Occidente
si è mosso in Medio Oriente in maniera miope, arbitraria e superficiale,
inventandosi Stati, rimangiandosi trattati, ritagliandosi confini di comodo
e alleati da spremere e poi da mollare. Fino alla cosidetta Crisi di Suez
del 1956, questo Occidente era fondamentalmente l’Europa; da cinquant’anni a
questa parte è fondamentalmente gli Stati Uniti, ma il meccanismo è rimasto
lo stesso. Ciò spiega la curiosa sensazione di un deja vu di cui comunque
non si riesce a trovare un senso e una logica, che si ha ogni qual voltasi
affrontano nomi e luoghi di un territorio che pure, per noi italiani, è per
buona parte sull’altra sponda dello stesso mare Mediterraneo. L’idea che
dall’11 Settembre questo calderone in cui, a seguire, sono finiti dentro
colonialismo e postcolonialismo, guerre di liberazione e socialismi arabi,
modernizzazione e fondamentalismo, possa essere correttamente inteso come
“guerra di civiltà” è solo l’ultimo, semplicistico e in qualche modo
assolutorio, approdo di una politica incapace di definirsi come tale, in
grado cioè di durare, assicurare stabilità, promuovere sicurezza e
benessere. Il versante giornalistico non è meno sconfortante, perché mai
come oggi ciò che viene chiesto a chi fa questo mestiere è schierarsi e non
raccontare e/o comprendere. E questo schierarsi assume, ormai, le tinte
indistinte - ma non per questo opache, bensì squillanti - di una crociata
del Bene contro il Male, crociata nella quale non c’è spazio per i distinguo
e già il solo fatto di non riconoscervisi è sufficiente per farti finire
nella categoria del nemico metafisico contro il quale, va da sé, ogni atto è
giustificato. Nel 1988 a Fisk accadde un fatto esemplare. Il tre luglio di
quell’anno un volo di linea iraniano con 289 passeggeri era stato abbattuto
da due missili della Marina degli Stati Uniti sparati dalla nave da guerra
Vincennes, un caso classico di panico, stress, inefficenza nell’ambito di
una guerra Iraq-Iran in cui Washington era schierato con il “buono” Saddam
contro il “cattivo” Komeini. L’articolo che egli scrisse in prima pagina del
Times venne tolto dalla prima edizione e pubblicato nella seconda con i
riferimenti all’incompetenza degli americani tagliati e affiancato da un
editoriale in cui si adombrava l’ipotesi che forse il pilota iraniano dell’Airbus
fosse un kamikaze... Fisk si dimise qualche giorno dopo, ma come osserva nel
libro i problemi non sono le beghe interne a un grande giornale, gli scontri
fra linee editoriali divergenti o, magari, le ambizioni da “prima donna” di
un inviato: “Quando noi giornalisti non riusciamo a comunicare la realtà
degli eventi ai lettori non è soltanto un fallimento professionale:
diventiamo anche complici degli eventi sanguinosi che siamo tenuti a
riferire. Se non possiamo dire la verità sull’abbattimento di un aereo
civile - perché danneggerebbe i ‘nostri’ in una guerra, o perché
presenterebbe nel ruolo di vittime uno dei Paesi da ‘odiare’ o perché
potrebbe dispiacere al proprietario del giornale - ci rendiamo complici di
quegli stessi pregiudizi che scatenano la guerra. Se non possiamo
bacchettare una Marina che spara sui civili, continuiamo a far sì che gli
eccidi futuri siano ‘comprensibili’. Eliminate il panico e l’incompetenza
degli americani - che sarebbero risultati con evidenza nei mesi a venire –
fingete che un pilota innocente sia invece un maniaco suicida, ed è solo
questione di tempo perché un altro aereo faccia la stessa fine. Il
giornalismo può essere letale”. Nel momento in cui un giornalista si chiede
“cui prodest”, a chi giova quello che scrive, smette di fare quel mestiere
per cominciarne un altro, il propagandista, il tifoso, il partigiano di una
causa, il militante, la spia... Ed è in questo passaggio di ruolo che un già
difficile equilibrio semantico viene disinvoltamente buttato all’aria:
quelli della tua parte saranno “resistenti”, quelli dell’altra “terroristi”,
la morte di civili per mano dei tuoi “una tragedia”, per mano degli altri
“un massacro”... L’incursione israeliana di Jenin nell’estate del 2002 non
costò la vita a 500 persone, come sostenevano le fonti palestinesi, ma a 50,
di cui la metà donne, vecchi, bambini. Non c’era stato nessun “massacro”
disse il premier israeliano Netanyahu. “Massacro” era quello della primavera
precedente, quando in un insediamento ebraico illegale nella Cisgiordania
palestinese quattro israeliani erano stati ammazzati e otto feriti, anche
qui donne, vecchi, bambini. Scrive Fisk: “Non mi tornano i conti e non mi
piacciono. Quattro morti israeliani, tra cui due coloni armati, sono un
massacro. Lo accetto. Ma 24 palestinesi, compresi un’infermiera e un
paraplegico non sono un massacro. Che cosa significa questo? Che cosa ci fa
capire del giornalismo, della mia professione? Dobbiamo ritenere che ora la
definizione di un bagno di sangue dipende dalla religione e dalla razza dei
civili morti, per poter entrare nella categoria del massacro? No, non ho
chiamato massacro i morti di Jenin. Ma avrei dovuto farlo”. Il combinato
disposto fra la “militarizzazione della stampa” e l’“interesse nazionale”
produce effetti devastanti. Ai tempi delle sanzioni e dell’embargo sull’Iraq
se ne sosteneva la tragica necessità, mezzo milione di bambini morti, perché
solo così facendo si impediva al dittatore di riarmarsi. Poi comunque si
decise di fargli lo stesso la guerra in nome di “armi di distruzione di
massa” mai trovate. Tutto inutile, dunque, criminalmente inutile... La
guerra fra libertà da un lato e terrorismo dall’altro dovrebbe anche
significare che i combattenti della prima non si comportino come quelli
della seconda. Ma osserva Fisk, “quando gente con la pelle gialla, nera o
bruna, comunista, islamica o nazionalista che sia, ammazza i prigionieri,
bombarda a tappeto villaggi per uccidere i propri nemici o istituisce
tribunali gestiti da squadroni della morte, gli Stati Uniti, l’Unione
Europea, le Nazioni Unite e tutto il mondo ‘civile’ devono intervenire per
condannarle. Non per nulla eravamo i paladini dei diritti umani, i liberali,
i potenti buoni che potevano fare la predica alle masse diseredate. Ma
quando viene uccisa la “nostra” gente - quando distruggono i “nostri”
scintillanti palazzi - allora stracciamo tutte le leggi sui diritti umani,
spediamo i B-52 contro le classi diseredate e perseguiamo lo scopo di
assassinare i nostri nemici”. Forse adesso si capisce meglio quel senso di
malessere di cui a più riprese abbiamo parlato...
14/01/2007