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LIBRI 2007
Edizioni “Settimo Sigillo”
Via Santamaura,15
00192 Roma
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Il nuovo libro di Enzo Erra è intitolato “L’inganno europeo”, titolo in cui
si riassume tutta, sin dai suoi presupposti, fino alle sue ultime sue
attuali conseguenze, la problematica di un’Europa unita solo virtuale, in
quanto sprovvista di sovranità ed identità, ma perfettamente coerente ed
integrata con il sistema capitalista globale a dominio americano.
L’europeismo è quindi frutto di un inganno perpetrato dagli invasori
dell’Europa, cioè dalle potenze anglosassoni ai danni degli europei. L’unità
europea è stata infatti progettata al fine di creare un’entità parallela e
conforme, sia dal punto di vista economico che politico, al modello imposto
dalla potenza occupante americana e l’inganno perpetrato nei confronti degli
europei consiste proprio nell’aver creato una prospettiva europeista
millantata come libera, unitaria e indipendente, ma, nella realtà
legittimata ideologicamente e politicamente dagli USA, nei cui confronti
l’Europa riveste un ruolo di subordinato vassallaggio.
Il libro prende le mosse dal “Manifesto di Ventotene”, in cui i confinati
antifascisti (in primis Altiero Spinelli), elaborarono un progetto
europeista su base ideologica anti-totalitaria e, identificando il
totalitarismo tout court con l’Italia e la Germania, teorizzarono che
sarebbe stata sufficiente allo scopo la sconfitta delle potenze dell’Asse.
Il germe totalitario sarebbe poi stato definitivamente estirpato solo
mediante l’abbattimento degli stessi Stati nazionali, in funzione di una
nuova entità sovranazionale europea .Emerge dunque dal “Manifesto”, che
l’Europa avrebbe potuto essere unita solo a seguito della sua sconfitta e la
sua unità sarebbe stata possibile solo con l’annientamento delle sovranità
nazionali. Il “manifesto” costituisce quindi la premessa ideologica degli
equilibri di potenza generatisi successivamente alla occupazione e
spartizione dell’Europa nei blocchi delle superpotenze USA e URSS. La
capacità di resistenza, la volontà di essere dimostrata dagli europei nel
combattere l’invasione delle superpotenze, avrebbe potuto quindi, secondo
Erra, costituire il presupposto di una nuova rinascita europea e pertanto,
fu necessario ai vincitori anglosassoni creare un simulacro di Europa unita,
ma non indipendente, omologando all’interno del sistema capitalistico made
in USA le aspirazioni degli europei e la loro volontà di riscatto dei popoli
che non avrebbe tardato a manifestarsi contro gli invasori russi e
americani.
L’Europa fu divisa in due blocchi contrapposti, da una “cortina di ferro” da
Stettino a Trieste, come disse Churcill. Contrariamente a quanto auspicato
dagli antifascisti del “manifesto di Ventotene”, gli Stati nazionali
continuarono a sussistere, inglobati nei sistemi ideologici ed economici
sovietico e americano, secondo la logica dei blocchi contrapposti scaturita
dall’accordo di Yalta. Lo stesso stato di fatto, di occupazione che sancì la
sconfitta e lo smembramento dell’Europa in due zone di occupazione
contrapposte, presiedette alla formazione dell’assetto politico europeo. Lo
stato di occupazione si tradusse un una tecnica di dominio che fu in grado
di sottomettere l’Europa, ma non di governarla. Si creò un’Europa del
benessere diffuso, ma non equamente distribuito in occidente e un’altra
nell’oriente, sottoposta a dittatura e povertà. Gli europeisti
dell’antifascismo, quando parlavano di un’Europa falsamente unita perché
limitata ad un mercato interno, si riferivano in realtà solo al blocco
occidentale. Demagogicamente si inneggiava al pacifismo, adducendo
pretestuosamente che questo “processo unitario” avesse scongiurato le guerre
tra europei, ma gli stati europei, integrati nella logica di dominio
sovietico-americana erano stati privati della loro sovranità e non potendo
adottare politiche autonome, non sarebbero mai stati nemmeno in grado di
farsi la guerra.
La fine del comunismo, con la caduta del muro di Berlino nel 1989, rivelò la
fragilità interna del blocco orientale, che si frantumò con la fine
dell’occupazione sovietica ed il crollo dei regimi comunisti, per essere
integrato nel sistema capitalista occidentale. Con la fine del comunismo, si
realizzò la riunificazione della Germania ed ancora una volta furono
smentite le previsioni dell’Europa sovranazionale idealizzate dal “Manifesto
di Ventotene”: si riaffermarono nell’Europa orientale gli Stati nazionali
nei loro confini precedenti. Al contrario, si frantumarono le entità
sovranazionali quali la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e la stessa URSS. Al
loro posto si affermarono nuovi nazionalismi ed etnicismi a lungo sopiti
perché repressi, generando sanguinose guerre civili che dilaniarono
ulteriormente l’Europa. Con la fine dell’URSS, così come si era realizzata
l’unità tedesca, avrebbe potuto nascere l’unità europea, ma ciò non avvenne
perché l’Europa occidentale, anziché estendere il processo di unificazione
agli Stati orientali, rimase prigioniera della logica subalterna agli USA,
rimasti unici occupanti dell’Europa. L’integrazione dell’est si presentò
difficile per mancanza di progettualità politica dell’Europa occidentale,
entità unitaria solo nei rapporti economici, ma vuota di contenuti politici.
La UE era ed é solo un mercato, che deve la sua nascita al sistema
ideologico liberal democratico impostole dalla occupazione americana e
pertanto, tale simulacro europeista fu incapace, una volta scomparsa la
minaccia sovietica, di costituirsi in una unità indipendente, capace di
svolgere un suo ruolo autonomo nel mondo. Ma l’ostacolo maggiore alla piena
affermazione di una Europa libera ed indipendente era ed é soprattutto
quello di liberarsi dell’unico occupante rimesto. In realtà, l’Europa
occidentale, pur estendendosi ad est, perpetuò sé stessa restando
nell’ambito della NATO ed in quella condizione passiva e
deresponsabilizzante impostale nel dopoguerra. La sovranità limitata si
rivelò uno status non solo imposto, ma anche condiviso dagli europei, perché
essa era stata la premessa necessaria al benessere diffuso, del consumismo,
quali caratteri dominanti di una società decadente ed estranea agli
sconvolgimenti di un mondo in cui l’Europa aveva delegato la propria
soggettività politica alla potenza americana, nei cui confronti, invece di
reclamare l’indipendenza, invocava protezione; si é dunque delineata quella
condizione di fuoriuscita dalla storia dell’Europa ultimamente denunciata da
Benedetto XVI.
Con la fine dell’URSS, avrebbe dovuto infatti sciogliersi, oltre che il
patto di Varsavia, anche la NATO, dato che questa era un’alleanza militare
di difesa contro l’URSS, ma il Patto Atlantico rimase, estendendo la sua
presenza anche all’Europa orientale ed ha assunto un ruolo di primo piano
nella politica imperialista americana nel mondo, di cui la stessa Europa si
è resa complice. A nostro avviso, l’errore fondamentale europeo consiste
proprio nel non avere immediatamente coinvolto nel processo unificatore, i
Paesi dell’est europeo, i quali, prima che membri della UE, sono diventati
satelliti dell’impero americano accogliendo le basi NATO nel proprio
territorio. Pertanto, l’attuale UE è oggi un’unione subalterna e funzionale
alla politica imperialista americana, anche perché tale espansione a oriente
della NATO ha contribuito ad isolare la Russia e i suoi Paesi satelliti
dall’Europa, generando nuove contrapposizioni e potenziali conflittualità
all’interno dell’Europa stessa. Sempre a nostro avviso, i Paesi dell’est,
sono coinvolti anch’essi, come quelli occidentali, nel processo di
sradicamento della propria identità e della propria cultura, proprio perché
hanno anteposto il benessere facile ed il consumismo del modello capitalista
americano alla volontà di essere europei. Infatti, oggi, all’interno della
UE svolgono un ruolo di sostenitori della politica americana: l’Europa,
paradossalmente, nella sua unificazione ha generato nuovi germi antieuropei
al suo interno, rappresentati oggi dai Paesi dell’est, che, per ostilità
verso la Russia e ad opera di classi dirigenti corrotte, sono divenuti la
quinta colonna americana in seno alla UE.
Ma, all’indomani della sconfitta, come Erra ci dimostra, l’Europa era morta
nella coscienza di sé stessa e del proprio ruolo nel mondo. Esemplificativo
di tale processo di decadenza il processo di decolonizzazione. I popoli
africani e asiatici si ribellarono ai colonizzatori, perché rifiutarono una
condizione di subalternità verso popoli che a loro volta erano stati
colonizzati. L’europeismo della CEE si dimostrò indifferente ed estraneo a
questa decadenza dell’Europa, perché essa stessa era frutto della sconfitta
europea. Le classi dirigenti europee, infatti, non presero coscienza di
essere stati coinvolti in una guerra condotta da USA e URSS per il dominio
dell’Europa, ma interpretarono ideologicamente l’avvento dei vincitori come
una “liberazione” e come tale accettarono la nuova colonizzazione
dell’Europa. Anche dopo la fine dell’URSS, l’Europa ha conservato lo stesso
assetto politico voluto dai vincitori, come “appendice dell’occidente
capitalista”.
L’America si è dimostrata capace di invadere, ma non di governare il mondo:
da tutte le guerre scatenate dagli USA, non scaturisce mai un nuovo assetto
politico stabile, ma ulteriori focolai di guerre interminabili. L’Europa,
finita l’URSS, doveva rappresentare il naturale “contrapposto” agli USA ed
avrebbe dovuto intervenire e ricoprire un ruolo di potenza pacificatrice ed
ordinatrice nei conflitti. Ma questa prospettiva politica avrebbe comportato
il rovesciamento della identità che la CEE ha dato all’Europa, quello cioè
di satellite omologato agli Stati Uniti, cioè, come afferma Erra “non
l’Europa che doveva essere, ma quella che poteva essere”.
Tuttavia, si sono verificati nuovi eventi, che Erra segnala come indicativi
di un riproporsi della problematica europea, come esigenza imprescindibile
degli equilibri politici mondiali del nuovo secolo. L’uno è costituito dal
rifiuto della costituzione europea verificatosi con i referendum francese e
olandese. Infatti la costituzione UE era ispirata ai principi ideologici
liberali che facevano astrazione di radici e diversità dei popoli e avrebbe
condannato l’Europa all’impotenza politica permanente, dato che la politica
estera sarebbe stata demandata agli egoismi dei singoli Stati. Si è infatti
redatta una costituzione europea ignorandone la storia, secondo i dogmi del
progressismo anglosassone. Erra afferma: “si ha infine l’impressione che per
loro (per tutti loro), senza distinzione di nazionalità o di partito, tutto
cominci nel 1945”. Sembra che l’Europa prima della sconfitta non sia mai
esistita, se non per affermare oggi e sempre il proprio senso di colpa per
essere stata per secoli alla guida del mondo, nella condizione di potenza
mondiale che è ora fonte di legittimazione per gli USA quali “missionari
della democrazia”. Le radici dell’Europa sono quindi “tarate” da questa
colpa, collettiva e irredimibile. E oggi sconosciuta ai più la missione
civilizzatrice e universalizzatrice svolta dagli europei in epoca moderna:
essi crearono ovunque strutture, istituzioni, esportarono progresso
scientifico, furono artefici delle grandi reti di comunicazione e di
rapporti che permisero il contatto e il confronto tra le culture di tutti i
popoli del mondo.
L’altro evento è costituito dalla iniziativa, soprattutto italiana e solo in
parte europea, di intervenire in Libano, al fine di ristabilire un
equilibrio nelle tensioni tra Israele e il Libano. L’Europa riempie un vuoto
politico che né gli USA né l’ONU hanno voluto colmare, senza nemmeno
indicare soluzioni possibili. L’Europa invece, proprio perché non
direttamente coinvolta nel conflitto, può presentarsi come elemento
credibile nell’area mediorientale, oltre a ristabilire una propria presenza
ed un ruolo politico nel Mediterraneo, di cui è stata espropriata dagli USA,
con conseguente insanabile divaricazione fra Europa e Africa.
Pertanto, tali eventi potrebbero indurre a sperare in una futura fine della
UE e dell’europeismo costruito ad uso e consumo degli USA e delle Nazioni
Unite. Il nuovo secolo potrebbe aprire nuove prospettive ad un’Europa non
più possibile, ma necessaria. Così come afferma Enzo Erra: “tra L’Europa
possibile e l’Europa impossibile si affaccia dunque un’Europa necessaria. Ma
dalla necessità alla realtà il passo è lungo. E la tentazione di rimettersi
comodi si affaccerà di nuovo. Alla vicenda europeista, aperta a Ventotene e
chiusa in vista del Libano, non c’è un lieto fine, ma solo un finale
provvisorio che lascia spazio a più soluzioni. Il finale ultimo saranno gli
europei stessi a scriverlo, lieto o non lieto che sia”.
15/04/2007