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STORIA 2006
LA DECIMA SI SCATENA CONTRO SUDA E GIBILTERRA
RIEVOCHIAMO DUE ARDIMENTOSE IMPRESE NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE
Anche a Malta gli assalitori del comandante Borghese meritarono perfino l’elogio del governatore britannico dell’isola che scrisse: “L’impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale”
Di UGO FRANZOLIN
La Decima Flottiglia Mas, mentre il nemico infliggeva alla nostra Marina una perdita gravissima in navi da guerra e uomini, attacca la baia di Suda, una profonda, munitissima insenatura sul versante nord dell’isola di Creta.
Sui barchini esplosivi, al comando del tenente di vascello Luigi Faggioni, con il sottotenente di vascello Angelo Cabrini, il capo cannoniere Alessio De Vito, il capo motorista navale Tullio Tedeschi, il secondo capo Lino Beccati, il sergente Emilio Barbieri, portati davanti alla baia, nella notte del 25 marzo 1941 da due cacciatorpediniere, Crispi e Sella, sono pronti per l’attacco. Sono le 22,30.
Così Valerio Borghese racconta l’inizio dell’impresa nel suo Decima Flottiglia Mas: “Comincia ora la parte più ardua della missione: i barchini devono percorrere circa 6 miglia in un braccio di mare lungo e stretto, le cui coste sono in mano nemica, superando vari ordini di ostruzioni retali, senza farsi scorgere né sentire, fino a portarsi al fondo della baia, ove, al sicuro, si trovano le navi”.
I barchini, alle 6,46 sono
oltre le ostruzioni, in attesa, a poche centinaia di metri dal bersaglio da
colpire. Con il binocolo vedono le navi
contro
le quali si lanceranno. La nostra ricognizione aerea aveva rilevato la
presenza di un incrociatore e di altre navi da guerra e mercantili.
Sono le cinque. Faggioni dà il segnale di attacco.
Dalla relazione del tenente di vascello Luigi Faggioni, comandante della formazione: “Do a Cabrini e Tedeschi, destinati all’incrociatore, il via. I barchini vengono lanciati a pieno motore e dopo alcuni lunghissimi secondi avviene un’esplosione seguita immediatamente dal fuoco antiaereo delle batterie che sparano contro apparecchi immaginari”. Faggioni sente altre esplosioni e pensa siano quelle prodotte dai barchini che vanno a schiantarsi contro il bersaglio. Così è, infatti.
Cinque barchini sono esplosi contro navi nemiche. Faggioni, il sesto barchino, decide allora di scagliarsi a sua volta contro l’incrociatore che sbanda fortemente, immerso in una nube di fumo, per finirlo. Ma mentre lo osserva con il binocolo, scorge, defilata, accanto alla torpediniera colpita dal secondo capo Lino Beccati, e che affonda, una nave da guerra mimetizzata. Punta il barchino contro di essa e a poche decine di metri si catapulta. Ma il barchino va a schiantarsi contro un pontile.
Ormai la baia è illuminata dal sole. E’ giorno. I sei piloti, incolumi, vengono catturati dagli inglesi e avviati in un campo di concentramento.
L’azione di Suda è costata agli inglesi la perdita dell’incrociatore York, da 10 mila tonnellate e di tre navi mercantili per 32 mila tonnellate.
Al rientro dalla prigionia gli assalitori di Suda sono stati decorati di medaglia d’Oro al Valore Militare.
L’ammiragliato inglese ha sempre minimizzato le imprese vittoriose della Marina italiana, ed in modo particolare quella della Decima Flottiglia Mas. Anche per Suda, pur conoscendo bene la presenza operante dei mezzi d’assalto, non ha mai ammesso, durante la guerra, la perdita dell’incrociatore York.
Quando nel maggio 1941, occupata Creta dalle forze dell’Asse, ufficiali della nostra Marina salirono sullo York, semiaffondato, trovarono copia dei messaggi dal comandante dell’incrociatore ai suoi superiori sullo stato della nave dopo il siluramento –è specificato- del 26 marzo.
L’ammiraglio Cunningham, comandante della flotta inglese nel Mediterraneo, nel 1951, nel suo libro “A sailor’s odyssey” così si esprime riferendosi alle imprese dei nostri mezzi d’assalto: “Prima che la guerra finisse, dovevamo subire ulteriori perdite di questo genere per la coraggiosa iniziativa individuale di italiani”.
Il governatore di Malta, Sir Edward Jackson, così si espresse, mandando un rapporto al suo governo, sull’azione dei mezzi d’assalto della Decima Flottiglia Mas contro l’isola, il 25 luglio 1941: “Malta è stata attaccata una volta dal mare. Nel luglio scorso gli italiani hanno sferrato un assalto condotto con grande decisione per penetrare nel porto, impiegando mas e siluri pilotati da squadre del suicidio…Questa impresa ha richiesto le più alte doti di coraggio personale”.
I barchini esplosivi
La spedizione diretta a Malta, la munitissima base navale inglese del Mediterraneo , dotata di una insenatura naturale –il porto di La Valletta, protetto da sbarramenti in mare e da artiglierie- che chiunque avrebbe giudicato impossibile violare, partì da Augusta al tramonto del 25 luglio.
In un primo tempo quando la Decima Flottiglia Mas incominciò a orientarsi verso un’azione dei mezzi d’assalto contro la base nemica, l’idea era di impiegare solo barchini esplosivi condotti sul posto da unità di appoggio. L’azione sarebbe stata diretta dai comandanti Vittorio Moccagatta e Giorgio Giobbe.
Teseo Tesei, l’ideatore dei siluri pilotati, insisteva perché la spedizione prevedesse l’impiego anche della sua arma, in gergo marinaro “maiali”.
Si offriva, cioè, di far esplodere il siluro, pilotato da lui e dal suo secondo, secondo capo Alcide Perdetti, sotto il viadotto, un ponte metallico che congiungeva il Molo di Sant’Elmo con la terraferma. Aperto questo varco, i barchini si sarebbero slanciati a tutta velocità contro navi alla fonda nell’interno della base.
Moccagatta in un primo tempo non era d’accordo. Forse pensava che con l’impiego non preventivato dei siluri pilotati l’operazione sarebbe diventata troppo complessa.
Teseo Tesei era uomo la cui determinazione non conosceva flessioni o ripensamenti. Era un marinaio profondamente legato all’idea del dovere. Un patriota sereno e ispirato, pronto all’estremo sacrificio. Questo era il suo credo. Dirà: Occorre che tutto il mondo sappia che vi sono italiani che si recano a Malta nella maniera più temeraria: se affonderemo qualche nave, oppure no, non ha molta importanza: quel che importa e che noi si sia capaci di saltare in aria con il nostro apparecchio sotto l’occhio del nemico: avremo così indicato ai nostri figli e alle future generazioni a prezzo di quali sacrifici si serve il proprio ideale e per quale via si pervenga al successo”.
Fu deciso che Tesei e perdetti avrebbero fatto saltare il viadotto. Un’operazione così a lungo meditata, così meticolosamente preparata, così fortemente voluta, fallì per la superiorità tecnologica del nemico. Da Malta, infatti, man mano che gli assalitori si avvicinavano, da mezzanotte in poi, il radar li segnalava. Malta, a nostra insaputa, disponeva di radar (radiolocalizzatore) fin dall’inizio della guerra.
Quando gli uomini di Moccagatta e di Giobbe erano pronti all’attacco, nella notte, davanti all’imboccatura del porto di La Valletta, gli inglesi sapevano della loro presenza e aspettavano la prima mossa degli assalitori.
Tesei e Perdetti, al segnale di Giobbe, partirono all’attacco del viadotto che doveva saltare.
I minuti passavano. Si saprà a guerra finita che Tesei riuscì a raggiungere il viadotto quando ormai era vicinissima l’alba.
Tutto fa pensare, allora, che i due incursori abbiano spolettato a zero la carica esplosiva, precludendo ogni possibilità di scampo.
Alle 4,30 i barchini in attesa avvertono una scossa prodotta da una esplosione subacquea.
E’ il segnale atteso.
Il comandante Giobbe è titubante. E se l’esplosione non avesse aperto il varco? E se a esplodere non fosse stato il “maiale” di Tesei e Perdetti?
Inquadrati dai riflettori
L’idea è di mandare all’attacco un barchino: se il viadotto è stato aperto da Tesei il barchino passerà, se non è stato aperto l’esplosione del barchino lo aprirà, permettendo agli altri barchini di passare nella loro corsa verso le navi del nemico alla fonda.
L’esplosione del barchino, riflette il comandante Giobbe, avrebbe causato la morte di Tesei e Perdetti, sia che essi non avessero ancora attaccato il viadotto e stessero per farlo, sia che per una ragione o un’altra la loro azione avesse subito ritardi e fossero ancora nei pressi.
Ma la decisione è presa. I barchini partono all’attacc. Li precede il barchino del sottotenente di vascello Frassetto e del sottotenente armi navali Carabelli che deve esplodere contro il viadotto nell’eventualità che Tesei non sia riuscito nell’impresa di aprire il varco agli altri.
Frassetto, primo pilota, a 80 metri dal viadotto si catapulta in mare. Dopo qualche attimo un terribile boato squarcia l’aria: il suo secondo, Aristide Carabelli ha guidato il barchino verso l’annientamento.
Disgraziatamente l’esplosione del barchino fa crollare un pilone del viadotto, che rovina ostruendo completamente il passaggio.
Nello stesso momento si accendono innumerevoli proiettori che a luce radente cercano gli attaccanti. I sei barchini che devono partire all’assalto sono inquadrati e fatti segno al fuoco delle mitragliatrici poste all’imboccatura de La Valletta e sulle alture che circondano la base.
I barchini al massimo della velocità, all’ordine del comandante Giobbe partono all’attacco, ma vengono inquadrati dai riflettori e colpiti ripetutamente.
“Bastano pochi secondi –scriveranno gli inglesi- perché più nulla si muovesse sul mare”.
Tragica spedizione, quella di Malta.
I superstiti cercarono scampo a nuoto, in uno specchio d’acqua rigato dalle raffiche delle mitragliere, dallo scoppio delle granate. Chi riuscì, come Moccagatta e Giobbe, a raggiungere la nave appoggio, fu, a poco a poco, ormai giorno, ucciso dalle sventagliate delle armi degli Hurricanes e degli Swordfish, caccia e cacciabombardieri levatisi in volo.
Venti furono i caduti, dodici i prigionieri.
Non si è saputo più nulla di Teseo Tesei e di Alcide Perdetti. Sembra che gli inglesi, non lontano dal molo di Sant’Elmo, abbiano trovato una maschera di respiratore con brandelli di carne e ciuffi di capelli.
Il 17 luglio 1941, pochi giorni prima dell’azione su Malta, così Tesei scriveva a una persona amica: “Quando riceverai questa lettera avrò avuto il più alto degli onori, quello di dare la mia vita per il Re e per l’onore della Bandiera. Tu sai che questo è il più grande desiderio e la più elevata delle gioie per un uomo”.
Caduto a Malta il capitano di fregata Vittorio Moccagatta, comandante della Decima Flottiglia Mas, è chiamato a sostituirlo il capitano di Corvetta Valerio Borghese.
Mezz’ora in immersione
Borghese decise di organizzare un nuovo attacco alla base navale di Gibilterra, al comando del sommergibile Scirè e facendo tesoro delle esperienze acquisite nell’impresa dell’ottobre del 1940. In quell’azione Borghese fu insignito della medaglia d’Oro al Valore Militare. La stessa altissima decorazione fu concessa al tenente di vascello Gino Birindelli, autore di una audacissima impresa. Gli equipaggi del primo attacco a Gibilterra –il 30 ottobre 1940- erano costituiti da Birindelli con Demos Paccagnini, De La Penne-Bianchi, Teseo Tesei-Pedretti. Birindelli era riuscito da solo, in immersione, a portare il suo “maiale” , quasi ingovernabile per difetti di funzionamento, a poche decine di metri dalla nave da battaglia inglese Barham. Da solo perché il suo secondo era stato costretto a emergere e a liberarsi dell’autorespiratore inservibile per un guasto. Quando Birindelli credeva di riuscire nell’impresae portarsi sotto la corazzata, ecco che il “maiale” si ferma. Inutili i tentativi di farlo proseguire, tentativi durati mezz’ora, in immersione, al limite ormai della resistenza umana. Avvertendo i primi sintomi di svenimento, Birindelli, dopo di aver messo in moto la spoletta di scoppio, sale in superficie. Riavutosi, raggiunge a nuoto la costa spagnola.
Gli altri operatori mancarono gli obiettivi per il difettoso funzionamento degli ordigni che dovevano essere fissati sotto le navi nemiche. Il forzamento della base fu un’azione audacissima, compiuta con determinazione e freddezza. Non una perdita: tutti gli uomini impiegati riuscirono a nuoto a raggiungere la costa spagnola, dove li aspettava un nostro agente. Con Birindelli furono rimpatriati via aerea.
Il sommergibile Scirè lasciò La Spezia, per questa seconda missione a Gibilterra, il 10 settembre del 1941. I piloti che guideranno il siluro esplosivo fino al bersaglio sono il tenente di vascello Decio Catalano e il sottocapo palombaro Giuseppe Giannoni, il tenente di vascello Amedeo Vesco e il sottocapo palombaro Antonio Zozzoli, il tenente di vascello Licio Visintini e il sottocapo palombaro Giovanni Magro.
La sera del 19 lo Scirè entra in immersione nella baia di Algesiras, là risale e si ferma in attesa. Alle 23,30 Roma comunica gli ultimi rilevamenti in base ai quali il comandante Borghese assegna ai piloti i bersagli.
Compiuta la missione, svolta in maniera perfetta, con ancora maggiore perizia per la novità delle bombe subacquee che mezzi di vigilanza fanno esplodere a intervalli ravvicinati nella baia, il sommergibile inverte la rotta e torna a La Spezia.
L’equipaggio Vesco-Zozzoli porta il siluro esplosivo, il “maiale”, sotto un grosso mercantile, l’equipaggio Catalano-Giannoni sotto una grande motonave armata, l’equipaggio Visintini-Magro attacca una grande petroliera carica.
I piloti, dopo estenuanti peripezie, sia nelle fasi dell’attacco che del disimpegno, a nuoto raggiungono la costa spagnola dove li attende, in un punto stabilito, un nostro agente. Torneranno in Italia via aerea.
La missione ha raggiunto un brillante successo, senza la minima perdita. Sono state affondate tre navi nemiche per un totale di 30 mila tonnellate.
I sei operatori furono decorati di medaglie d’Argento al Valore Militare. Decorati furono pure tutti gli uomini dello Scirè. Al comandante Borghese fu decretata la promozione per merito di guerra a capitano di fregata.
"In ogni guerra, la
questione di fondo non è tanto di
vincere o di perdere, di vivere o di morire; ma di
come si vince, di come si perde, di come si vive,
di come si muore. Una guerra si può perdere, ma
con dignità e lealtà. La resa ed il tradimento
bollano per secoli un popolo davanti al mondo."
J.V. Borghese