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STORIA 2006
Giugno 1944. Estate di sangue nella Pianura Pontina
Gli italiani che difesero Roma
“Folgore”, “Nembo”, “Degli Oddi” e “Barbarico” ritardarono l’avanzata nemica per permettere il ripiegamento delle forze tedesche provenienti da Cassino e dalla testa di ponte Anzio-Nettuno.
Di ALDO GIORLEO
L’attacco inglese
Il 4 giugno 1944, mentre le avanguardie americane entravano a Roma dalla Casilina e dalla Tuscolana, a sud-ovest della capitale, verso il mare si combatteva ancora. Un migliaio di soldati italiani, paracadutisti della “Folgore”, stavano dando del filo da torcere agli inglesi.
Al calare della sera echeggiavano ancora sporadiche sparatorie e si udivano grida di “Folgore”, “Nembo”, “Italia”, lungo le vie della ritirata, la Laurentina, l’Ardeatina, la Pontina, l’Ostiense, sino alle propaggini dell’E. 42.
Quei paracadutisti, in parte vecchi soldati che non avevano accettato l’ignominia dell’8 settembre, in parte ragazzi che avevano abbandonato i banchi del liceo per accorrere a difendere l’onore d’Italia, erano arrivati al fronte da pochi giorni ed erano stati subito inviati a chiudere le brecce provocate dalla ritirata di alcuni reparti tedeschi.
L’ultima difesa di Roma era stata affidata a quei giovani: un compito di particolare impegno che assolsero con disciplina e spirito di sacrificio, in tutto degni dei camerati che li avevano preceduti al fronte (un battaglione Nembo di nuova formazione, tratto dal loro stesso reggimento, il battaglione SS italiane del comandante Degli Oddi, gli artiglieri inquadrati nella Flak, i piloti dei mezzi d’assalto della X°, gli aerosiluranti del capitano Faggioni) e che si erano battuti per mesi sulla testa di ponte Anzio-Nettuno.
Il 28 maggio il reggimento “Folgore”, che sotto la guida di istruttori tedeschi (un certo numero di allievi aveva eseguito lanci in Germania presso la scuola di paracadutismo di Friburgo) aveva appena concluso l’addestramento a Spoleto ed era stato assegnato, come unità di riserva tattica a sostegno del 1° corpo paracadutisti (Generale Schlemm), formato dalla 4° divisione Fallschimjarger, dalla 65° di fanteria e, in un secondo tempo, dalla 3° panzer.
Il battaglione Azzurro
Erano circa 1400 uomini divisi in tre battaglioni, il terzo dei quali, “l’Azzurro”, comandato dal capitano Alfredo Bussoli, s’era addestrato ai lanci a Tradate, nel varesotto, dove il ten. Colonnello dell’Aeronautica Edvino Dal mas aveva creato un’efficiente scuola di paracadutismo, coadiuvato da alcuni tra i migliori istruttori di Tarquinia e di Viterbo.
Il 30 maggio, i ragazzi del reggimento ebbero i primi contatti con il nemico che, da una settimana, dopo il crollo del fronte di Cassino, convinto di avere ormai via libera verso la capitale, aveva ripreso l’offensiva. Il piano alleato prevedeva che gli inglesi avrebbero attaccato a sinistra della provinciale Nettunense con le divisioni di fanteria 1° e 5° (quest’ultima aveva sostituito la privatissima 56°), rinforzate dal 48° Royal tank Regiment ed appoggiate, nel settore di giunzione, dalla 45° divisione Usa; mentre gli americani sarebbero avanzati a destra della Nettunense con il VI° Corpo comprendente le divisioni 45°, 3°, 34°, 36°, oltre la 1° corazzata. I tedeschi, dal canto loro, schieravano tre divisioni di fanteria, 65°, 362° e 715°, la 4° paracadutisti, la 26° e 29° panzergrenadier e la 3° panzer.
Obiettivo dell’offensiva alleata era la conquista, da parte americana, di Cisterna, sull’Appia, e la successiva occupazione di Cori, Giulianello, Artena Casilina e la X° Armata tedesca in ripiegamento da Cassino. Cosa che non riuscirà per l’indecisione dimostrata da Clark, comandante della V° Armata, il quale dotato di scarse capacità strategiche, ma buon cacciatore di notorietà, preferì lanciare i suoi reparti alla conquista di Roma anziché impiegarli in una operazione che avrebbe messo in crisi il nemico. Agli inglesi era toccato un compito più modesto; dovevano, in effetti, attaccare a sud, lungo la direttrice Ardea, Pomezia, Castel di Decima, Campo Jemini, Pratica di Mare e Castel Porziano, ma in seno al comando britannico non mancava chi, convinto di poter travolgere con estrema facilità le difese tedesche, pensava di poter precedere, attraverso quella strada, gli americani nell’ingresso nella capitale italiana.
Grosso errore, perché i vuoti provocati dal ripiegamento delle forze germaniche, vennero rapidamente colmati per l’intervento di tre battaglioni di paracadutisti italiani, che bloccarono decisamente l’avanzata degli Alleati.
Primi a muoversi, la mattina del 23 maggio, furono gli americani che sferrarono attacchi sia verso Aprilia sia verso Cisterna investendo i reparti tedeschi e quelli italiani, il Barbarico e il “Degli Oddi”, entrambi alle dipendenze della 715° divisione.
I marò della X° e i legionari SS si coprirono di gloria, al costo di forti perdite. Gli uomini del Barbarico e quello del colonnello Degli Oddi, che da mesi erano schierati a sud del fronte, dal Canale Mussolini a Fogliano, da Borgo Piave a Campo di Carne, ricevettero l’ordine di resistere quanto più possibile, prima di ritirarsi.
Un giovane ufficiale della X°, il sottotenente Alessandro Tognoloni, rimasto con il suo plotone di retroguardia a Cisterna, assaltò gli Sherman che continuavano ad avanzare incuranti del fuoco incrociato dei nostri. Fu visto avventarsi contro uno di quei mastodonti armato soltanto di pistola e bombe a mano. I pochi superstiti del plotone lo diedero per morto e gli venne conferita la medaglia d’oro alla memoria.
Invece, gravemente ferito, Tognoloni fu raccolto dalla sanità militare americana, che lo aveva scambiato per un connazionale in quanto irriconoscibile per il fango nel quale il carro armato l’aveva schiacciato, travolgendolo. Portato in ospedale, subì tre duri interventi chirurgici e, infine, fu condotto prigioniero negli Stati Uniti.
A causa dell’instabilità della situazione, l’impiego iniziale del battaglione “Folgore” avvenne in modo frammentario e dispersivo su un ampio settore che andava dai Colli Albani al mare. Il battaglione “Azzurro” fu dispiegato, invece, tra Pavona e Cecchina (la 10° compagnia del ten. Ortelli si scontrò con reparti americani della 3° divisione, ai limiti del territorio di Cisterna di competenza del I Corpo paracadutisti), mentre il 1° battaglione (maggiore Mario Rizzatti) ed il 2° battaglione (capitano Guglielmo Recchia) vennero frazionati sulla Laurentina e l’Ardeatina per appoggiare la ritirata della 4° divisione fallschirmjaeger del colonnello Trettner. Scontri con la 45° divisione Usa e con reparti inglesi avvennero nelle zone di Presciano, Zolfatara, Carroceto, Acqua Buona, Buon Riposo, Vaiarello, Scalette, Pescarella, Pomezia, Pratica di Mare, Castel Porziano. Nei pressi di Carroceto la 6° compagnia (tenente De Santis), con un’audace azione, riuscì a catturare un’intera compagnia di americani del 157° reggimento, rimasti di stucco nell’apprendere che c’erano soldati italiani che combattevano ancora nonostante lo sfacelo dell’8 settembre. In località Fosso dell’Acqua Buona avvenne il sacrificio della 7° compagnia del tenente Ferretto. La mattina del 3 giugno, al reparto venne dato l’ordine di riconquistare una posizione abbandonata la sera prima da un reparto tedesco e di tenerla almeno fino al pomeriggio. Un compito difficilissimo, poiché si trattava di percorrere un terreno scoperto, in salita, sotto un fuoco d’inferno. Ferretto predispose l’attacco e i ragazzi come un solo uomo, scattarono fuori dai ricoveri; arrivarono in cima alla collina, impegnarono il nemico all’arma bianca e lo costrinsero alla resa. Tanto valore costò tantissimo sangue; tra i caduti ci fu il diciassettenne Ferdinando Camuncoli, medaglia d’oro. Nel pomeriggio si scatenò il contrattacco nemico, con largo impiego di artiglieria e di mortai. Solo pochi superstiti riuscirono a ripiegare in direzione di Pomezia; tutti gli altri morti, feriti o prigionieri.
Dalla sera di quel 3 giugno i tre battaglioni del “Folgore” furono destinati a difendere un tratto ben definito del fronte: sedici chilometri da Castel Porziano ad Acilia e da Castel di Decima a Malpasso. Contro il reggimento “Folgore” erano schierate le divisioni britanniche 1° e 5°, appoggiate da reparti di supporto. Ci furono accaniti combattimenti nella zona di Castel Porziano, difesa dal 2° battaglione; nel settore di Infernetto, dove erano appostati circa 70 paracadutisti dell’”Azzurro”, al comando dei sottotenenti Dessi e Marani Tassinari, che quando gli altri reparti ripiegarono si sacrificarono compiendo azioni di guerriglia; ad Acilia e sull’Ostiense dove si batterono alla disperata i ragazzi della 10° compagnia con i tenenti Ortelli e Camesasca. Ortelli, scomparso nella mischia e creduto morto, fu decorato di medaglia d’oro. In realtà, dopo essersi difeso allo stremo ed avere visto cadere accanto a sé decine di paracadutisti, aveva tentato con ogni mezzo di sfuggire alla cattura; dopo parecchie ore, però, mentre a piedi stava avvicinandosi a Roma, scoperto da una pattuglia inglese fu fatto prigioniero.
L’ultimo atto della disperata difesa della capitale ebbe per scenarioa la tenuta Vaselli a Castel di Decima dove il 1° battaglione affrontò e respinse gli “Sherman” del 46° “Royal Tank Regiment”. Nei duri combattimenti persero la vita numerosi paracadutisti, veterani di guerra e giovanissimi volontari. Morì anche il loro comandante, il maggiore Rizzatti, un irredento che nel 15-18 aveva disertato dall’esercito austriaco per arruolarsi in quello italiano. Uomo dal carattere adamantino, Rizzatti era idolatrato dai suoi ragazzi. A cinquant’anni passati, aveva chiesto di diventare paracadutista e l’8 settembre, in Sardegna, dove si trovava con la “Nembo”, si era ribellato all’armistizio ed aveva condotto i paracadutisti del suo battaglione prima in Corsica, al seguito delle truppe tedesche, poi sul continente. Al comandante della divisione, che l’esortava a recedere dal suo proposito, aveva risposto: “Generale, lasciatemi morire per la mia Patria…”. E per la Patria morì, in quel pomeriggio assolato di domenica 4 giugno, colpito dalla mitragliatrice di un carro armato contro il quale s’era avventato per scoperchiarne la torretta e fermare l’avanzata a bomba a mano. Massimo Rava, portaordini diciassettenne, che aveva voluto seguire il suo comandante, cadde accanto a lui.
Sala interviene
Quello, per i “parà”, fu un momento particolarmente critico, ma l’intuito, la prontezza del vice comandante del battaglione, capitano Edoardo Sala, riuscirono a capovolgere la situazione. Intervenuto con il nucleo di riserva (60 uomini), Sala centrò infatti con un panzer faust il primo Sherman, quindi, al riparo di un muro a secco, risalì la colonna e ne colpì un secondo che, rovesciatosi su un fianco, bloccò la colonna corazzata nello stretto viottolo di campagna. Galvanizzati dal successo, i paracadutisti presero a bersagliare la colonna nemica con raffiche di mitragliatrici e lanci di bombe a mano, scompaginandola e catturando gli equipaggi dei carri.
Quella splendida vittoria, però, servì soltanto a ritardare di alcune ore l’avanzata nemica. Ormai la situazione precipitava ed era arrivato il momento di ritirarsi e cercare di far traghettare il Tevere al maggior numero possibile di parà. Una decina di essi, con i tenenti Capriccio e Cundo, rimasero come estrema retroguardia all’incrocio della strada Tor de’ Cenci-Spinaceto e si batterono per tutto il pomeriggio retrocedendo via via fino all’E. 42. La difesa di Roma era costata al “Folgore” 113 morti, 120 feriti, 709 dispersi. Molti dei quali presi prigionieri non avendo potuto ripassare il Tevere. A questi vanno aggiunti i caduti e i feriti del battaglione “Nembo”, incorporato nella 4° divisione tedesca, sicchè sale a 1.100 il totale complessivo delle perdite subite dai paracadutisti nella Piana Pontina.
Tutto era cominciato il 22 gennaio, allorché fra Torre Astura, Tor San Lorenzo e il porto di Anziosbarcarono due divisioni alleate, la 3° americana e la 1° britannica, rinforzate da reparti di rengers, paracadutisti e commandos. Era l’inizio dell’operazione Shingle (Tegola) voluta da Churcill per aggirare la linea Gustav, il cui cardine era Cassino, difesa con i denti dai tedeschi. I G.I. e i tommies non trovarono alcuna resistenza, fecero prigionieri i pochi tedeschi del locale presidio e s’inoltrarono indisturbati per la campagna. La strada per Roma –una sessantina di chilometri- era totalmente sgombra, ma il prudentissimo generale Lucas, comandante il VI Corpo alleato, temeva di cadere in una trappola e preferì far trincerare le proprie truppe nella testa di ponte per attendere l’arrivo delle divisioni di riserva.
La balena arenata
Fu un errore madornale che trasformò l’operazione, pittorescamente definita da Churcill “gatto selvatico”, in “balena arenata” e costò a Lucas la sostituzione con il più energico e combattivo generale Truscott.
Una settimana dopo lo sbarco delle prime due divisioni, nella testa di ponte c’erano 70 mila uomini, 450 cannoni e circa 400 carri armati. Ma ormai era troppo tardi per una facile avanzata: Kesselring, con la prontezza di reazione e la capacità strategica che lo distinguevano, aveva saputo organizzare un’eccellente difesa, facendo accorrere, dapprima, reparti tra i più disparati, dei quali prese il comando il tenente colonnello dei paracadutisti Walter Gericke, e trasferendo, poi, nella Piana Pontina alcune grandi unità che costituirono la XIV Armata, alla testa della quale fu messo il generale von Mackensen.
Tra i reparti affluiti al fronte, nel settore della Moletta, c’era anche, come ho accennato all’inizio di questa rievocazione, il battaglione di formazione “Nembo”, comandato dal capitano Corrado Alvino e composto da trecento dei paracadutisti che si trovavano in addestramento a Spoleto. Inquadrati nella 4° divisione tedesca, i trecento del “Nembo”, divisi in sei plotoni al comando dei tenenti Stefani, Betti, Esposito, Angelici, Fusarpoli e del maresciallo Tomasi Cano presero parte alla controffensiva del 16 febbraio. Tutti erano consapevoli che dal loro comportamento sarebbe derivato il riscatto morale delle Forze Armate italiane la cui immagine era stata gravemente compromessa dall’armistizio badogliano. Destinati alla prima ondata d’assalto, i “parà” guadarono la Moletta con passerelle di fortuna e cominciarono ad avanzare verso le posizioni della 56° divisione inglese. Presi sotto un fuoco d’infilata, ebbero numerose perdite, ma continuarono ad andare avanti senza esitazione, espugnando, uno dopo l’altro, i bunker nemici. Dei comandanti dei sei plotoni, cadde il tenente Stefani e rimasero gravemente feriti i tenenti Betti ed Esposito, al quale dovette essere amputata una gamba. Sembrava che l’attacco stesse per dare risultati sorprendenti, ma l’intervento dei cannoni della flotta americana e i bombardamenti aerei impedirono l’afflusso dei rinforzi, annullando così, ogni possibilità di spingere a fondo l’azione.
Il “Nembo” subì perdite altissime (151 uomini tra morti e feriti) e fu ridotto a una compagnia, la “Nettunia-Nembo”, che, dopo un mese di riposo ad Ardea, tornò in linea e continuò a combattere fino alla caduta di Roma, lasciando dietro di sé una lunga storia di eroismi e di sangue.
Guerra di trincea
Il 3 marzo arrivò al fronte anche il “Barbarico” che venne schierato tra il canale Mussolini, Borgo Piave, Cerreto Alto, Gorgolicino, Borgo Sabotino, Terracina e il lago di Fogliano, dando vita ad una dura guerra di trincea e lasciando sul terreno, in tre mesi di combattimenti, oltre 200 morti. Ancora più pesanti furono le perdite del battaglione Degli Oddi, giunto in aprile ed inserito, assieme al 35° reggimento tedesco delle Waffen SS, nel Kampfgruppe Diebitsch: 300 morti su un totale di 650 uomini.
Ma le prime azioni di combattenti italiani contro gli alleati, nella testa di ponte, furono compiute dai piloti dei mezzi d’assalto navali della X°, partiti dalla base di Fiumicino. La notte del 30 gennaio, infatti, tre barchini uscirono in mare per attaccare le forze navali al largo di Anzio. Si trovarono di fronte un gran numero di mezzi da sbarco. Lanciarono i siluri che però passarono sotto le chiglie delle motozattere, imbarcazioni a fondo piatto. A quel punto, i piloti Taccia e Pareti sganciarono due bombe di profondità contro una delle motozattere che saltò in aria. A causa della reazione nemica, particolarmente violenta, rimase gravemente ferito uno dei piloti, il sergente Pisu. Il 20 febbraio, il sergente Chiarello e il sottocapo Candiollo silurarono ed affondarono una nave pattuglia e con una bomba di profondità provocarono danni gravissimi al dragamine “Pioneer”. Fino al 24 maggio, i mezzi d’assalto della X° tornarono più volte all’attacco, perdendo alcuni piloti, Solari, Parigi, Pizzagalli, Ricci, Guareschi. Ai barchini, nel mese di marzo, si aggiunsero i Mas “504” e “556” di base a Porto Santo Stefano. Il guardiamarina La Fauci, al comando di uno di essi, il “504”, affondò con il siluro un mercantile di vistoso tonnellaggio, ma il suo Mas venne colato a picco dalle unità di scorta nemiche. Scomparvero in mare otto uomini dell’equipaggio, mentre La Fauci fu catturato gravemente ferito. Un’altra nave, venne affondata il 28 aprile dal guardiamarina Baglioni e dal sottocapo Anzo, piloti del barchini “316”.
Il sacrificio di Faggioni
Anche l’Arma Azzurra diede il suo valido contributo alle azioni offensive contro la testa di ponte di Anzio. Il capitano Carlo Faggioni, comandante del Gruppo aerosiluranti, ed il tenente Irnerio Bertuzzi (che nel dopoguerra fu pilota personale dell’onorevole Mattei e con lui perse la vita nell’incidente aereo di Bescapè, in Lombardia) partiti dall’aeroporto di Sant’Egidio, presso perugina, nella notte del 10 marzo attaccarono alcuni natanti alla fonda e con il siluro affondarono una nave da carico di settemila tonnellate. L’azione fu ripetuta il 14 marzo, con la partecipazione di tutti e sette gli aerei del gruppo di Faggioni: vennero affondati o danneggiati gravemente un piroscafo da cinquemila tonnellate, due navi trasporto ed una nave da sbarco. Due apparecchi furono abbattuti, morirono quattro piloti e nove specialisti.
Il 10 aprile, nel corso di un’altra azione offensiva, perdeva la vita l’eroico capitano Faggioni, uno dei migliori piloti della nostra Aeronautica, pluridecorato al valore. Il suo trimotore, centrato dalla contraerea, s’incendiò e s’inabissò al largo. L’aereo pilotato dal tenente Sponza, anch’esso colpito, fu invece costretto ad ammarare ed il pilota venne fatto prigioniero. In quell’azione perse la vita anche l’equipaggio del comandante Valerio. L’ufficiale, che era riuscito a portare il suo “S.79”! fuori dalla zona di scontro, si schiantò nel tentativo di atterraggio di fortuna. Il solo che si salvò fu il tenente Bertuzzi.
Dell’apparecchio di Faggioni non si trovò nulla. Il berretto dell’eroico ufficiale, galleggiante sull’acqua, fu recuperato dagli americani e consegnato, qualche tempo dopo, ad un altro degli audaci aerosiluranti, il capitano medaglia d’oro Cesare Graziani, che, nonostante il suo stretto grado di parentela con il Maresciallo, ministro della Difesa della Rsi, era schierato con l’Aeronautica del Sud. E Graziani conservò quel berretto intriso di sangue come si conserva una reliquia.
“Fra tante vergogne –ebbe a scrivere, tempo addietro, uno dei combattenti ferito e decorato ad Anzio- sommo disonore sarebbe oggi il dover confessare alla Storia che, fra tanti popoli in lotta sulla nostra terra, gli italiani furono i soli a disertare la battaglia per la capitale. Noi siamo orgogliosi di aver evitato al nostro popolo questa infamante condanna”.
03/09/2006