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STORIA 2006
COLA DI RIENZO: ASCESE E CADUTE
SUGGESTIVI ASPETTI DELLA VITA DEL TRIBUNO ROMANO
Vittima del suo protagonismo, ma anche dell’erronea certezza che il popolo di Roma gli sarebbe rimasto sempre e malgrado tutto fedele, fu ucciso a 41 anni, e il suo corpo bruciato.
Di ALCIDE COTTURONE
“Egli vagava tutto il giorno fra le terme, gli archi, i colonnati, lungo le mura di Aureliano, sotto gli acquedotti ormai aridi, nei deserti spiazzi ingombri di ruderi, disseppellendo le lapidi, liberando dalla crosta dei secoli le lettere incise, raccozzando i frammenti sparsi, nudando i volti delle statue mascherati dall’edera, interpretando le istorie scolpite nei bassi rilievi, leggendo ad alta voce i nomi dei consoli e degli imperatori, evocando, in quel cimitero formidabile, i fantasmi augusti, mentre gli pareva udire a quando a quando nel vento funebre gli urli della Lupa e i gridi dell’Aquila presagi della seconda vita di Roma”.
Non dirò subito chi è l’autore del brano citato, così aulico e fiorito e tuttavia così veritiero per far conoscere al lettore la più grande passione, che sin da giovanissimo eccitò la fantasia di Cola di Rienzo. E non lo dirò per costringere qualche lettore a indovinare.
Cola di Rienzo si chiamava in realtà Nicola ed era figlio del tavernaio tiberino Rienzo. “Bella e singolare questa giovinezza –continua l’innominato autore- in verità la più nobile parte della sua vita, consacrata alla ricerca assidua e taciturna, ansiosamente china sopra le testimonianze della virtù prisca, perdutamente innamorato di un simulacro marmoreo…”. Il giovane plebeo fu meraviglioso nell’apprendere grammatica e retorica e nello studio dei poeti, degli storici, degli oratori romani. Tanto da pervenire ad una scrittura brillante. Fu definito “penna d’argento”. E questa vasta cultura impiegò per conferire seduzione e magnetismo alla sua esuberante personalità, al desiderio di convincere il popolo sulla intramontabile bellezza dell’antica Roma ed anche alla sua sete di potere e di egemonia sul popolo.
Le speranze dei patrizi
Quando arrivò ai vertici del comando fu idolatrato dalla sua gente, che vedeva in lui il restauratore del prestigio di Roma, dilaniata allora da opposte fazioni e divenuta orfana del Pontefice per la “Cattività” avignonese. Spinto da ideali di libertà e di giustizia riuscì a restituire alla città un governo repubblicano. Successivamente, però, si circondò di lusso eccessivo, compiendo anche molte stranezze. E fu proprio per questa incontinenza che poterono rinascere le speranze delle famiglie patrizie che lo combattevano. In un certo senso Cola di Rienzo fu anche vittima del suo protagonismo e della erronea certezza che il popolo, una volta conquistato al suo progetto, gli sarebbe rimasto sempre fedele.
Ma sarà bene riassumere qualche dato biografico. Nicola nacque a Roma nel 1313 ed ivi morì nel 1354. Come il padre, che faceva l’oste, sua madre era una semplice lavandaia; ma lui, più avanti negli anni, mise in giro la leggenda di essere figlio illegittimo dell’imperatore Arrigo VII. Divenuto popolarissimo per la sua attività di notaio e di studioso, a 30 anni fu inviato ad Avignone per invitare il Papa Clemente VI a far ritorno a Roma. Non riuscì nell’intento, ma ottenne i favori del Pontefice, il quale era rimasto così affascinato dalla sua cultura e dal suo linguaggio che ogni giorno desiderava incontrarlo. A Roma nuovamente, fu eletto notaio della Camera Capitolina e per quell’incarico, che gli conferiva enorme prestigio, fu poi nominato “tribuno”, quasi a memoria degli antichi “tribuni” della plebe. Fece guerra ai baroni e nobili della città, che, per l’assenza del Pontefice, si sfidavano anche tra atrocità ed efferatezze. Cercò quindi di legare a sé i Comuni ed i Signori Italiani, specialmente umbri e toscani con il proposito, non sempre confessato, di realizzare l’unità dell’Italia. La brama di restituire a Roma la dignità di “caput mundi”, pur dichiarando di non voler attentare ai diritti della Chiesa, gli procurò l’ostilità del Pontefice e di una delle famiglie più potenti di allora, i Colonna. Constatando, in un particolare e difficile momento del suo governo, una certa caduta del favore popolare, per avere varato leggi fiscali piuttosto vessatorie, si rifugiò sul Monte Morrone, sulle orme di S. Celestino V. Qui continuò a nutrirsi di quello spiritualismo e di quel profetismo escatologico, che sin da giovane lo avevano inconsciamente influenzato. Nel 1350 si recò a Praga per esporre il suo programma a Carlo VI, che era in attesa della corona imperiale. Arrestato come sospetto di eresia dall’arcivescovo di quella città, fu tradotto in Avignone e quindi liberato per intercessione dello stesso Carlo VI. Dal nuovo Papa, Innocenzo VI, fu inviato in Italia col titolo di “senatore romano” affinché con la sua influenza appoggiasse il cardinale Egidio Albornoz a restaurare il debilitato Stato pontificio. Entrò da trionfatore a Roma il 1° agosto del 1354. Il Cardinale, dopo un breve periodo di osservazione, decise di affidare a Cola il governo di Roma, ma solo come rappresentante del potere pontificio. Credette, allora, fosse tornato il tempo glorioso del primo tribunato, ma non poté reggersi a lungo per l’acerrima avversione dei baroni ed anche di una parte del popolo. Finì per dare in eccessi tirannici. Una sommossa, infine, lo cacciò dal Campidoglio. Venne ucciso ai piedi delle scale capitoline dallo stesso popolo, eccitato contro di lui dai nobili. Tre giorni dopo il suo corpo veniva bruciato nel Campo Marzio e le sue ceneri disperse al vento. Aveva 41 anni.
I successi improvvisi e le altrettanto rapide cadute di prestigio e di popolarità di Cola vanno attribuiti oltre che alle condizioni aspramente conflittuali e drammatiche in cui viveva la Roma del tempo, anche dal suo temperamento, facile sia all’entusiasmo che alla depressione, ed alla sua fervida immaginazione, che spesso gli impediva di valutare con prudenza le instabili emozioni del popolo e la crudezza del momento politico. Suo intuito incontestabile fu il tentativo di riabilitare Roma al ruolo di capitale spirituale e culturale del mondo. E nelle sue iniziative qualche biografo ha visto le anticipazioni del rinnovamento rinascimentale.
Tetrarca fu un ammiratore di Cola di Rienzo, almeno nella fase più creativa della sua vita. Nell’uno come nell’altro le aspettative di una rinascita della civiltà latina e cristiana si intrecciavano strettamente con una grande idea-madre: l’eternità di Roma Imperiale, tutt’una nella sua potenza antica, nel suo futuro, di centro dell’impero mondiale. Questa fede è il vero, imperituro titolo di gloria di Cola di Rienzo e lo riscatta da quelle ombre, che, per una certa intemperanza della gestione del potere, hanno in parte offuscato la sua figura. Ma i suoi meriti non si limitano a questo sogno. Fu assertore, come Marsilio da Padova, della sovranità popolare. E non fu cosa da poco proclamare tale diritto in una città teocratica, governata da uno Stato ecclesiastico. Sarà egli a risvegliare nel popolo la coscienza di essere la vera fonte ed il depositario dell’autorità. Una concezione quasi democratica, che gli derivava nientemeno che dalla storia e dal diritto romano.
La “Santa Romana Urbe”
Potrebbe sembrare un po’ strano, eppure Cola di Rienzo appare allo storico come un prodotto forse non perfetto della cultura classica. Scrittore fecondo di “epistulae” memorabili, oratore trascinante ed aggressivo, il meglio di sé lo ha lasciato, più che nel “tribunato”, nel culto istintivo delle memorie. Caratteristico fu il modo in cui venne preparando il popolo a quello che fu chiamato il suo colpo di stato. Con una accorta propaganda fatta mediante arringhe, proclami e grandi pitture allegoriche, che egli stesso spiegava, al modo dei giullari, illustrava efficacemente il contrasto fra la grandezza passata e la decadenza del presente. Fu lui a riscoprire la tavola bronzea contenente il testo della famosissima Lex regia, ritrovata entro un altare del Laterano, dove Bonifacio VIII l’aveva fatta murare capovolta, “in odium imperii”. Egli la fa collocare in luogo eminente e visibile, poi, convocato il popolo, la interpreta e ne spiega il significato giuridico, affermando che essa documentava come la fonte dell’autorità imperiale derivasse dal popolo. Un concetto che non lo abbandonerà mai e sarà, come s’è visto, condiviso dal Tetrarca. Dal passato muove la sua idea di restituire a Roma, a “questa santa romana Urbe”, il primato del mondo “come fondamento della fede cristiana” ed insieme di lanciare il progetto dell’unificazione dell’Italia. E per giungere alla pacificazione di tutta la penisola tentò di vietare che si facesse più uso delle qualifiche di “guelfo” e “ghibellino”.
Per i tempi che correvano era una visione teorica e ideale, ma non mancava di un suo fondamento realistico. L’impero che intendeva restaurare doveva avere una salda base nazionale. Per tutto questo e per tanti altri motivi Cola di Rienzo merita tutta la nostra ammirazione. Una vita avventurosa, segnata anche da fallimenti, ma animata da ideali che possono ancora insegnarci qualcosa.
Gabriele D’Annunzio, autore dei brani citati all’inizio, e tratti da un suo rifacimento della “Vita di Cola di Rienzo” di un anonimo del tempo, chiude la sua opera con questa espressione: “Così scomparve il tribuno di Roma. E l’Urbe stette sui suoi colli sola co’ suoi fati e co’ i suoi sepolcri”.
04/11/2006