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STORIA 2006
I RETROSCENA DEL TRADIMENTO
ALTRI PARTICOLARI INEDITI SULLE TRATTATIVE PER L’ARMISTIZIO
Nel memoriale del colonnello Salvi, capo di stato maggiore del generale Carboni, sono contenute rivelazioni sulla visita clandestina a Roma del generale americano Taylor il 5 settembre 1943
Di EMILIO CAVATERRA
I così detti “alti gradi” delle Forze Armate dell’Italia savoiarda, il tradimento ce l’avevano nel proprio DNA. Altro che Navi e Poltrone, il libro di Trizzino che denunciò i vergognosi intrecci clandestini degli ammiragli della Regia Marina con quelli di Sua Maestà britannica ai danni della nostra nazione: nei memoriali custoditi da decenni con il vincolo del top secret nell’Archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, sono documentati ben altri e forse più osceni tradimenti che prepararono quello, ancor oggi ineguagliato, che si consumò nel mese di settembre del 1943. In quel torno di tempo (ma l’antefatto s’ha da far risalire nientemeno che al primo anno di guerra, con le trame dell’allora principessa ereditaria, Maria José, intrecciate sia con i superstiti senatori del regno, sia con talune personalità vaticane) vennero infangate le residue vestigia dell’onor militare di una casta di ufficiali indegni dei gradi come della fiducia dei combattenti. Non tutto si sapeva del tradimento preparato nell’ombra complice del Quirinale in quel mese di agosto del 1943, con un Mussolini prigioniero sul quale pendeva una condanna a morte e con centinaia di migliaia di soldati che continuavano a battersi contro il nemico anglosassone e sovietico, al fianco dell’alleato germanico e di quello nipponico.
Chiamateli traditori: è l’insulto che spetta a tutti costoro. In quell’estate degli inganni e della slealtà, dunque, gli “alti gradi” fedifraghi intessero trame degne di altrettanti maramaldi, che uno dei tanti memoriali fino ad oggi inediti, quello del colonnello Giorgio Salvi, finalmente svela. Costui, nominato sul tamburo capo di stato maggiore del generale Carboni che teneva le fila del grande inganno, ha lasciato con un suo memoriale finalmente venuto alla luce, la traccia rivelatrice dei molti ed ignobili retroscena sulle trattative riservatissime condotte da emissari del governo Badoglio con alti ufficiali americani nell’ultima parte del mese di agosto. Vi si legge, tra le altre cose, che venne chiamato d’urgenza dalla licenza di convalescenza dallo stesso generale Carboni per essere incaricato di riorganizzare lo schieramento “a cordone” delle quattro divisioni dell’Esercito italiano che si trovavano intorno alla cintura della Capitale allo scopo, come gli fu comunicato, di “coprire ogni via di accesso alla città per impedire colpi di mano perché il tempo stringe, presto arriverà il momento di combattere contro i tedeschi…”.
Carboni aggiunse, suscitando a dir poco sorpresa nel suo silenzioso interlocutore: “Tenga presente che nessuno dei miei soldati dovrà sparare un solo colpo di fucile contro gli ‘alleati’. Se il Comando del corpo di Stato Maggiore chiedesse l’intervento dei nostri reparti contro le truppe alleate sbarcate, si regoli in modo di non ottemperare all’ordine; me ne assumo la responsabilità…”. L’ordito del tradimento andava sviluppandosi senza incontrare ostacoli anche nei primi giorni del mese successivo: il 5, lo stesso Salvi fu convocato dal Carboni che gli disse di “studiare subito la difesa del Ministero della Guerra. Sua Maestà e Badoglio andranno là in caso di attacco. Noi, con il Comando, rimarremo a palazzo Caparra, tutte le truppe presenti in Roma ad un certo momento passeranno ai miei ordini…”. Tuttavia, il giorno successivo all’allucinante scenario dell’infedeltà con le stellette venne modificato, come pure gli stessi piani già messi a punto contro le truppe germaniche con le quali peraltro si combatteva ancora fianco a fianco per contenere l’invasione “alleata” dell’Italia meridionale. Il colonnello Salvi si sentì dire dal suo superiore che “Sua Maestà e Badoglio andranno fuori di Roma. Il C.A.M. deve trasferirsi nella zona est di Roma rimanendo quanto più è possibile vicino alla città. Il Comando rimarrà a palazzo Caparra perché io assumerò al momento opportuno il comando di tutte le truppe presenti in città. Avremo con noi una Divisione paracadutisti americana che, in regime di armistizio, dovrà essere autotrasportata da Tarquinia. Sarà ai miei ordini. Cerchi anche per questa gli alloggiamenti”.
Ma il colmo del tradimento doveva ancora venire. La sera di quello stesso giorno, cioè il 5 settembre 1943, un generale delle truppe statunitensi, Taylor, comandante la Divisione paracadutisti che secondo i piani della slealtà avrebbe dovuto sbarcare a nord di Roma per unirsi alle forze italiane nella tanto auspicata lotta contro gli ex alleati tedeschi, giunse in autoambulanza (destino di questi mezzi di locomozione!) all’interno dello stesso ministero di via XX Settembre, accompagnato dall’ammiraglio Maugeri, e da un tenente colonnello dell’aeronautica statunitense, anche egli in abiti civili. Gli erano state riservate alcune stanze ai piani superiori, dove cenò con il generale Carboni il quale, travolto da un delirio di voltafaccia, più tardi confidò al suo capo di stato maggiore, evidentemente ripetendo quel che gli aveva detto il suo interlocutore statunitense, ancora ufficialmente nemico dell’Italia vera: “Il generale Castellano ci ha combinato un brutto guaio. Nelle trattative di armistizio ha affermato che l’Italia è in grado di fare fronte da sola alle truppe tedesche, cosicché il generale Eisenhower vuole che sia subito dato corso all’armistizio. Io ho fatto vedere al Taylor il nostro schieramento e gli ho detto che noi non possiamo resistere più di sei ore, da soli, alle truppe tedesche. Il Taylor ha esclamato: ‘Ma allora, il generale Castellano ci ha ingannati!...”. Per tentare un chiarimento, ci fu in seguito un colloquio notturno in casa del maresciallo Badoglio e il giorno seguente i due alti ufficiali americani ripartirono da Roma sotto la protezione dei loro nemici pubblici e senza che i comandi tedeschi sospettassero alcunché, pur essendo tassativamente convinti che era in atto uno dei più perfidi tradimenti della storia militare moderna. In quel bailamme a malapena camuffato, il balletto delle maschere con i gradi di generale continuò manco fosse la commedia degli inganni; poi, e finalmente, si giunse alla sera dell’armistizio che provocò alcune ore dopo la reazione germanica contro le residue formazioni militari italiane. Il memoriale Salvi esplicita l’ordine che ebbe e definì sic et simpliciter, “una rovina”, di far ripiegare il Corpo d’Armata su Tivoli. Quasi a voler giustificare davanti alla propria coscienza quell’immondo voltafaccia, il colonnello riportava un ampio stralcio delle disposizioni del Comando Supremo in quella circostanza vitale per Roma, ma soprattutto per le truppe italiane.
Vi si legge dunque: “La situazione è tale per cui Roma non può essere difesa. Nella Capitale dovranno rimanere solo le forze necessarie per la polizia. Il C.A.M. deve ripiegare immediatamente su Tivoli, fronte a est e altrove. Movimento a scaglioni e nel massimo ordine. Tutte le truppe attualmente a Roma passano agli ordini di S.E. Carboni…”. Il quale si affrettò a mettersi in abiti civili per raggiungere Tivoli senza soverchi rischi, mentre al primo piano del Ministero della Guerra, scriveva l’ufficiale con un evidente nodo alla gola: “tutto è in trambusto, tutti sono in abito civile; S.E. Roatta se ne è già andato. C’è aria di partenza per tutti…”. Le ore successive registrarono l’invio di un ufficiale del Comando agli ordini del genrale Calvi di Bergolo, nominato comandante della Città aperta di Roma con pieni poteri, al quartier generale di Kesselring, per trattare la fine delle ostilità, che si ottenne alle condizioni, dettate dai tedeschi, e cioè: “Roma città aperta; guarnigione italiana (una Divisione); capisaldi occupati dalle truppe italiane, all’infuori di quello della Magliana; ufficiali liberi di andare armati dovunque vogliano; truppa congedata”.
Un’avvilente conclusione di un “pasticciaccio brutto”, sul quale il memoriale Salvi mise la parola fine con queste parole: “Dopo tante fluttuazioni, dopo tanti ordini e contrordini, tutto era inesorabilmente finito. Si udiva per le strade il crepitio delle armi automatiche dei paracadutisti tedeschi, padroni di Roma, malgrado le resistenze sporadiche e saltuarie di alcuni reparti e la disordinata sparatoria di pochissimi ed esigui gruppi di civili…La resa avvilente era in atto”. Consumatum est, dunque; e sull’Urbe s’installò la vergogna.
09/10/2006