STORIA 2006

 

Gli ultimi difensori della Cancelleria

 

La “Carlomagno” fra le rovine di Berlino

 

Il 25 aprile del 1945: un battaglione di superstiti della divisione formata in maggioranza da volontari francesi anticomunisti contrastò l’avanzata dei carri armati e della fanteria sovietica.

 

Di SIEGFRIED KASSEL

 

 

            La divisione SS Carlomagno, costituita da novemila volontari francesi e di altre nazionalità in maggioranza di lingua francese, era partita da Wildflecken alla volta del fronte russo al comando del generale Puaud. Soldati ed ufficiali si distinguevano dai commilitoni tedeschi per il tricolore (Bianco, rosso e azzurro) cucito sulla spallina.

            Tre terribili inverni, due anni di permanenza quasi ininterrotta in prima linea, la Carlomagno si rivelò una forza d’urto formidabile. Ad essa venne affidato il compito gravoso della retroguardia quando dalle porte di Mosca la grande ritirata, durata un anno ebbe il suo epilogo a Berlino.

            Qui il maggiore Jezéquel si trovò a comandare un battaglione fantasma, perché era composto di appena 300 uomini.

            Di questi, 178 costituivano la compagnia guidata dal capitano Christian Gauvin, una simpatica figura di veterano, adorato dai suoi uomini.

            Questi superstiti avevano sostituito, alle porte di Mosca, nel dicembre 1941, gli effettivi del famoso reggimento “Cacciatori Bavaresi”.

            L’intero battaglione era stato aggregato alla divisione Nordland, comandata dal generale Friedenberg, che era costituita da volontari danesi, finlandesi, svedesi, norvegesi, lettoni, lituani ed olandesi.

            La Nordland si era ridotta a 1.600 effettivi e doveva difendere il settore nord-est di Berlino sul quale premevano le orde russe. L’ordine era di tenere per almeno 48 ore in attesa dell’arrivo dell’Armata Wenck, che, proveniente dal sud, avrebbe dovuto liberare Berlino dalla morsa sovietica.

            L’armata era tale solo sulle scartoffie dello Stato maggiore tedesco. Nel sud rimanevano pochi battaglioni ormai allo sbando in una confusione terribile ed in un’atmosfera da apocalisse.

 

 

Se questo è l’inferno…

 

         Berlino, l’intera Germania e l’Europa erano ormai giunte all’anno zero!

            “Se questo è l’inferno noi possiamo dire di esserci già stati” –fu l’amara considerazione al suo ufficiale di un volontario italiano (del quale purtroppo abbiamo perduto la traccia e del quale non ricordiamo il nome), veterano classe 1922 che sino al 1985 viveva alla periferia di Parigi in un isolamento monastico e schivo da incontri.

            I 178 volontari attraversarono su autocarri scoperti le strade devastate dei quartieri Schamangendorf, Friedman, Schonberg e Kreuzburg dove gli scheletri delle case bruciate dalle bombe al fosforo proiettavano le loro ombre con sinistro presagio.

            Dal secondo piano in su, dietro alle aperture delle finestre, v’era il vuoto e gli autocarri sfilavano davanti alle case come tra due fila di mostri accecati.

            Berlino esisteva solo sui cartelli dei crocevia dove i ragazzi della Hitlerjunghen, in calzoni corti, si accostavano per riconoscere e dirigere il convoglio, costretto a muoversi lentamente sulle carreggiate divelte. Le strade erano gremite di gente. In alcuni quartieri si faceva la coda davanti ai pochi negozi dove si distribuivano viveri, indumenti e prodotti farmaceutici su presentazione dei tagliandi dell’annona.

            I berlinesi vivevano i giorni più lunghi della loro angoscia ed osservavano i soldati che andavano ad appostarsi nei punti strategici. L’obiettivo era di bloccare i russi sul canale di Neukoln spingendosi in direzione dell’orto botanico.

            La notte era fredda e per qualche ora i cannoni tacquero per poi riprendere il loro canto di morte alle prime luci dell’alba.

            Alle 5 e 45 il battaglione dava l’assalto alle avanguardie sovietiche appoggiato da 5 carri armati (2 “Tigre reale” e 3 Pantera). Ma al momento in cui l’offensiva si sviluppava raggiungendo il culmine, dal comando divisione veniva trasmesso l’ordine: “Se l’attacco non è incominciato, fermarsi”.

            In realtà a partire da giovedì 26 il coordinamento strategico si era fatto caotico e gli ufficiali si trovarono costretti ad improvvisare una tattica di difesa.

            I volontari francesi ignoravano, naturalmente, chi comandasse le truppe che avevano di fronte. Si trattava dei generali Cuikov e Voronov, comandanti di reparti corazzati, due dei vincitori di Stalingrado, che avevano stabilito il loro comando nel municipio di Britz e che esitavano a dare l’ordine di assalto perché incerti sulla consistenza delle forze che avevano di fronte.

            Nella mattinata iniziarono gli scontri con i mezzi corazzati.

            I Tigre e i Pantera ebbero all’inizio buon gioco. Il “Tigre reale” con le sue 58 tonnellate non perdonava lanciando il micidiale proiettile da 88. I Pantera, di 40 tonnellate, manovravano più velocemente dei T-34 russi e i loro cannoni da 75 prolungati avevano un effetto devastante. Operavano tre o quattro insieme, prendendo informazioni via radio e con molta precisione.

            Una sessantina di ragazzi della Gioventù Hitleriana vennero assegnati alla compagnia comandata dal capitano Gauvin, che diede disposizione che venissero impiegati come portaordini e porta munizioni. Alle 5,30si dovettero disimpegnare le strade che risalivano verso nord sino alla Hermannplatz. I carri sovietici fecero di nuovo la loro comparsa: erano gli ultimi modelli del micidiale Joseph Stalin, contro i quali i francesi opponevano la precisione dei panzerfaust.

            In totale furono 27 i carri sovietici distrutti ed alla fine della giornata il battaglione teneva saldamente la posizione intorno al Municipio. I carri armati colpiti bruciavano lentamente e a volte esplodevano. Un vento fiacco ribatteva sulla piazza un fumo denso che portava il nauseante odore di carne bruciata.

            Verso mezzanotte, una valanga di fuoco si abbatté sulla Hermannplatz. Fu necessario battere in ritirata.

            Dopo 18 ore di combattimento i volontari risalirono le strade che portavano nomi sinistri per i francesi: via Blucher e lungofiume Waterloo!

            Dalla fila in lenta marcia ogni tanto qualcuno cadeva inciampando sul selciato, vinto dal sonno e dalla stanchezza.

            Si accamparono nei pressi della stazione Anhalt nello scantinato di quella che era stata un’immensa birreria. Un po’ più lontani volontari ucraini e croati mettevano in postazione dei pezzi anticarro.

            Le ultime ore di Berlino videro l’apoteosi di volontari di una decina di nazionalità.

 

 

Verso l’epilogo

 

         Proiettili e raffiche cadevano sul parco e sulla carcassa annerita del Grand Hotel Excelsior, nelle cui cantine si erano nascosti profughi e berlinesi. Un vento violento scacciava le nubi basse che aduggiavano su bagliori di porpora.

            Dietro gli alberi dei giardini di quello che un tempo era stato il palazzo del Principe Alberto spuntò l’alba del 27 aprile.

            Jezéquel, comandante del battaglione, venne ucciso verso mezzogiorno. Di lui non rimasero che pochi brandelli di carne e frammenti di divisa.

            Gauvin lo sostituì e si rese conto che la difesa aveva ormai le ore contate, malgrado le voci che circolavano che l’armata di Wenck stesse arrivando. Apprese anche che il giorno prima un aereo Fieseler-Storch, pilotato dalla famosa aviatrice Hanna Reitsch (il solo civile decorato di croce di Ferro di prima classe) con a bordo il generale Von Grein era atterrato vicino alla porta di Brandeburgo. Von Grein era stato chiamato dal Fuhrer per sostituire Hermann Goering al comando della Luftwaffe oramai inesistente. Poco prima, mentre volava a bassa quota, l’aereo fu colpito da un proiettile che ferì Von Grein che svenne. Hanna Reitsch riuscì ad atterrare con molta difficoltà e con grande sforzo fece uscire dalla cabina il generale. Verso le 6 del mattino un autocarro li condusse alla Cancelleria, dove Hitler nominò Von Grein Maresciallo dell’Aria.

            Nell’interno del bunker vi era un’atmosfera irreale perché si credeva che esistessero ancora forze valide capaci di fronteggiare la pressione dell’armata sovietica.

            La BBC annunciava che il “generale” Otto skorzeny stava intraprendendo un’operazione di epurazione nella capitale tedesca.

            In realtà il liberatore di Mussolini era stato richiamato dal suo posto di comando della testa di ponte di Schwedt a Berlino per vedersi affidare dal generale Jodl il compito di comandare la difesa della fortezza alpina, anch’essa in realtà inesistente.

            Fu così che Skorzeny non morì a Berlino e si ritrovò a Berchtesgaden.

            La circostanza ci venne confermata dallo stesso Skorzeny nel corso di un lungo colloquio che avemmo a Madrid nella sua abitazione, nel 1971.

            Berlino ormai era difesa da pochi superstiti di diverse unità: resti del 57° Corpo Blindato del generale Weidling, della 18ma e 20ma Panzergrenadierendivision della Wehrmacht, effettivi della Divisione “Nordland” al comando di Friedenberg dopo la morte del generale Ziegler. Erano in tutto 6.000 uomini compreso il battaglione della divisione Carlomagno.

            Dal 24 aprile in poi 27.000 tonnellate di proiettili finirono di polverizzare la città.

            Gauvin, convocato in qualità di comandante del battaglione francese alla Cancelleria dal generale Von Allensbach, partecipò ad una riunione strategica. Rimase stupefatto di scorgere due sentinelle con l’elmetto, in uniforme nera, cinturone e guanti bianchi, perfettamente immobili all’ingresso di un corridoio e si rese conto di trovarsi nel bunker della Cancelleria.

            Il bunker, sepolto ad una profondità di 14 metri, era una costruzione ampia e tozza che comprendeva una trentina di stanze ed i muri di cemento e acciaio avevano uno spessore di 2 metri nei punti più deboli e più di 5 in quelli più consistenti.

            Era stato costruito per resistere ai bombardamenti più violenti.

            Il ricovero era unito alla Cancelleria da un corridoio sotterraneo lungo 150 metri. Qui Gauvin apprese che tutti erano convinti dell’imminente arrivo della Dodicesima Armata di Wenck.

            Hitler in persona concluse il “briefing” affermando: “Riprenderemo Vienna, ricostruiremo Berlino, riedificheremo le nostre città ed i nostri villaggi e l’Europa vivrà finalmente in pace…”.

            Il battaglione francese si era acquartierato nei sotterranei della stazione Stadtmitte della metropolitana. Qui Von Allensbach e Gauvin consegnarono le Croci di Ferro meritate da alcuni volontari nelle azioni del giorno prima.

            Improvvisamente la corrente elettrica se ne andò e si accesero le lampade di emergenza. I volontari capirono che il nemico si era impadronito della Centrale.

            Agli imbocchi dei sotterranei si scatenarono violente azioni di corpo a corpo: gli uomini si agguantavano e si sgozzavano senza fiatare. Nell’oscurità per riconoscersi tastavano il cinturone laddove si trovava la piastra con la scritta “il mio onore si chiama fedeltà”.

            L’arma bianca era il mezzo più sicuro negli scontri di pattuglia per uccidere in silenzio. Uomini di entrambe le parti, insinuandosi tra i combattenti, potevano con qualche bomba a mano gettare il panico nel campo avversario prima di essere abbattuti. Allora risuonavano brevi fischi. Le armi automatiche sputavano fiamme di porpora.

            I russi calarono nel tunnel tre grossi riflettori dell’aviazione, mortai e cannoni d’assalto e si misero a sferrare un attacco dopo l’altro.

            Dopo qualche ora i 50 superstiti francesi si ritirarono sotto il tunnel della linea Tempelhof-Seestrasse che faceva una sorta di gomito. Ultima disperata difesa fu lo scoppio di una mina che provocò un cumulo di macerie invalicabili.

 

 

Domenica 29 aprile

 

         Il feroce combattimento riprese nella Wilhelmstrasse al chiarore degli incendi. La lotta era impari. L’azione dei francesi non aveva il sostegno di mezzi corazzati.

            Le armi catturate al nemico erano inservibili, per mancanza di munizioni. Le compagnie ricomposte e ridotte ad una sessantina di uomini ciascuna disponevano di qualche mitragliatrice pesante, di Panzerfaust e di fucili automatici. I plotoni si battevano in ordine sparso. Gauvin accolse con gioia una cinquantina di funzionari della Polizia, il più giovani dei quali era cinquantenne e fece distribuire loro delle armi.

            All’improvviso si ebbe una tregua, in un silenzio sinistro, e i fanti poterono rifocillarsi con le poche scatolette rimaste.

            Ben presto il fragore provocato dalle armi di tutti i calibri riprendeva più violento.

 

            “Un secondo attacco di mezzi corazzati sovietici viene respinto e tre carri nemici bruciano. Una terza ondata viene arrestata.

            Le carcasse di due T-34 impediscono agli altri carri di avanzare. L’accerchiamento del battaglione francese è totale, ma qualche ora dopo i bravi soldati sferrano un contrattacco e si disimpegnano” (dal giornale Viking Ruf n. 16, febbraio 1953, organo degli ex combattenti delle Waffen SS che veniva pubblicato ad Hannover con autorizzazione inglese.

            Sopraggiunse la notte e si continuò a combattere. Dalle rovine incendiate coi lanciafiamme sbucavano dei demoni insanguinati e coperti di polvere che attaccavano all’arma bianca e con le bombe a mano. All’albeggiare i superstiti del battaglione erano 180 e quasi tutti feriti, ma combattevano ancora.

 

 

Lunedì 30 aprile

 

         Nell’interno del bunker aleggiava la morte.

            Erich Kempka, l’ultimo dei vecchi servitori di Hitler, aveva ricevuto l’incarico di bruciare i corpi del Fuhrer e di Eva. Questa aveva ingerito il veleno di Himmler e non aveva avuto bisogno di far uso della pistola che teneva nella mano destra e che fu ritrovata ai suoi piedi sul tappeto rosso.

            Avuta la certezza della morte della sua compagna, Hitler guardò un’ultima volta la fotografia della madre collocata a destra sul rivestimento di un radiatore ed il ritratto di Federico il Grande e si sparò un colpo in bocca. La morte fu istantanea.

            Gunsche avvertì Goebbels e Axmann che accorsero. Il medico Stumpfegger constatò la morte. Poi, unitamente a Linge, trasportarono il corpo del capo avvolto in una grande coperta scura. Venne trascinato all’aria aperta anche il cadavere di Eva Braun. Si sparse della benzina e venne appiccato il fuoco…

            Subito dopo Goebbels, nuovo cancelliere del Reich, dettava alla segretaria Gerda Christian proposte concernenti un’immediata sospensione delle ostilità.

            Il generale Burgdorf, Martin Bormann e lui firmarono il documento destinato al Maresciallo Zukov. Fu trasmesso al generale Cuikov per mezzo del generale Krebs, già Addetto militare a Mosca ed ultimo Capo di Stato Maggiore della Wehrmacht.

            Il messaggio informava della morte di Hitler e della formazione di un nuovo governo presieduto dal Grande Ammiraglio Doenitz.

            In attesa di raggiungere quest’ultimo si proponeva una tregua d’armi provvisoria, insistendo che i non combattenti potessero transitare per la città e che le loro vite ed i loro beni fossero tutelati. Si chiedeva inoltre che i soldati prigionieri e feriti fossero trattati secondo le Convenzioni di Ginevra (che i russi però non avevano mai voluto riconoscere).

            A questi si aggiungevano la Guardia della Cancelleria ed alcune unità del deposito della Prima divisione SS della Leibstandarte “Adolf Hitler” agli ordini del generale Mohnke e le truppe eterogenee della Milizia Popolare, la Gioventù Hitleriana, vecchi agenti di Polizia in pensione, artiglieri della Flack (contraerea), cadetti, marinai, pompieri, il personale a terra dell’Aviazione, i genieri addetti ai servizi sedentari, il personale subalterno dei Ministeri, profughi e lavoratori stranieri.

            In tutto si trattava di 45.000 persone, cifra che contrasta con le dichiarazioni di Stalin (9 maggio 1945) secondo le quali “il 2 maggio 1945 alle ore 21 erano stati fatti a Berlino più di 70.000 prigionieri”.

            Mancavano armi pesanti. I volontari della Carlomagno erano i meglio armati, avendo a disposizione armi automatiche di recente fabbricazione come l’MG modello 1942, la pistola mitragliatrice Mi-Pi 44 con portata di 800 metri e che poteva sparare sia a raffica che a pallottole singole.

            Le armi anticarro a carica cava erano numerose e varie come il Panzerschreck ed i Panzerfaust di diverso calibro. I pochi carri armati disponibili non potevano muoversi per mancanza di carburante. Dal giorno 29 divennero bersagli d’acciaio, immobili e muti.

            Weidling aveva ordinato che tutti i carri disponibili fossero concentrati tra la stazione della Friedrichstrasse a nord, la Postdamplatz a sud-ovest e l’Università in fondo al viale Unter der Linden ad est. Al centro v’era la Cancelleria del Reich.

            I russi avevano concentrato attorno alla città e nel suo interno 610 bocche da fuoco di tutti i calibri, un cannone ogni 2 metri.

 

 

Martedì 1 maggio

 

         Nei pressi della Cancelleria si combatteva ancora. I volontari francesi resistevano.

            Il Capitano X così testimonia: “…per tutta la notte e la mattinata del primo maggio la tempesta degli assalti russi si abbattè su di noi con estrema violenza ma eravamo ben decisi a rispondere alla sfida. La fanteria russa, rinforzata di effettivi, lanciava ondate di attacco quando i carri armati si mettevano in marcia. I nostri contingenti si assottigliavano in questa lotta infernale…”.

            I combattenti francesi ignoravano che Hitler era morto e che trattative erano state avanzate da parte germanica.

            Alle dieci il fuoco cessò ed i soldati rimasero in attesa.

            Stava procedendo la proposta di trattativa per la resa. Zukov aveva telefonato a Mosca prendendo atto che “la resa doveva essere senza condizioni”.

            A Immelmannstrasse i russi verificarono i poteri della Delegazione tedesca ed in particolare quelli di Krebs. Il generale, accompagnato da un colonnello, da un ufficiale interprete (malgrado la sua buona conoscenza della lingua russa) e dal classico soldato portatore di bandiera bianca, fece intendere che voleva parlare col generale Cuikov da solo.

            Il russo rifiutò.

            Krebs allora dichiarò: “Ho il compito di comunicarle che il Cancelliere della Germania, Adolf Hitler, Capo Supremo della Wermacht, ha cessato di vivere. Si è ucciso”.

            Cuikov rimase impassibile e rispose: “Lo sappiamo già”.

            Su questo particolare storico sono state fatte diverse illazioni.

            Chi aveva informato i russi dell’avvenuta morte del dittatore?

            Esisteva alla Cancelleria una spia?

            Nessun documento o testimonianza ci viene in aiuto per cui il dubbio rimane, ammesso che il russo abbia detto la verità o invece che abbia bluffato.

            Krebs fu autorizzato a far ritorno alla Cancelleria per comunicare ancora una volta a Goebbels la volontà dell’Internazionale comunista di esigere una resa senza condizioni.

            Dopo un’ultima riunione Goebbels, Bormann, Burgdorf e Krebs decisero di inviare un parlamentare a Cuikov per informarlo che la resa senza condizioni era per loro inaccettabile.

            Si informò via radio nil Grande Ammiraglio Doenitz che Hitler, prima di morire, lo aveva nominato Reich President.

            Il Cancelliere lasciò al nuovo Presidente la cura di annunciare ufficialmente la morte di Hitler.

            Alla radio le parole di Doenitz furono precedute dalle note della “Settima sinfonia” di Anton Bruckner, una delle più alte espressioni della grandezza disperata, sul motivo del “Crepuscolo degli Dei”.

            Il generale Mohnke aveva deciso che le truppe che difendevano la cancelleria avrebbero tentato una sortita a partire dalle 21.

            A gruppi di trenta (donne e bambini inquadrati tra le guardie) ogni venti minuti le SS si erano lanciate attraverso la Wilhemplatz. Gli ultimi ad andarsene furono Kempka, Bormann, il dr. Naumann, aiutante di Goebbels ed il dr. Stumpfegger.

            Nello stesso istante i combattenti accerchiati resistevano intorno al bunker dello zoo e alla stazione di Anhalt, presso il ponte di Postdam e intorno al Palazzo Reale.

            Il fronte non esisteva più.

            Il 2 maggio di fronte alla Cancelleria resistevano 71 superstiti della Divisione Carlomagno.

            Alle 9,37 una grossa automobile color verde scuro sulle fiancate della quale spiccava una stella rossa avanzava verso le posizioni tenute dai francesi. Un drappo bianco svolazzava al vento.

            Un ufficiale tedesco, che procedeva a piedi accanto all’auto, cominciò a gridare: “Nicht schiessen: schiessen sie nicht (non sparare. Non sparate).

            Poi comparvero altre auto a bordo delle quali erano ufficiali tedeschi e russi che agitavano drappi bianchi.

            Era la capitolazione senza condizioni.

            I superstiti capirono che per loro non esisteva altra via di scampo che tentare la fuga. Uno alla volta sgattaiolarono in mezzo alle macerie della città morta. Alcuni riuscirono a raggiungere i sobborghi di Berlino e rivestire abiti civili facendosi passare per lavoratori internati.

            Quelli che furono catturati vennero fucilati poche ore dopo la cattura. Solo un esiguo gruppo venne avviato nei campi di concentramento.

            Gauvin, l’ultimo ufficiale della Carlomagno, riuscì ad indossare abiti civili con uno stratagemma, aiutato da una giovane donna tedesca che lui stesso aveva salvato dalle grinfie di un soldato russo che voleva violarla. Raggiunse i sobborghi della capitale e da qui, approfittando della confusione, della promiscuità di numerosi lavoratori stranieri che cercavano di raggiungere la zona del sud ove si trovavano gli americani, riuscì in quindici giorni a raggiungere l’Alto Adige. Trovò rifugio e calda ospitalità presso un maso di proprietà di contadini altoatesini.

 

 

Coloro che si salvarono dalla fucilazione immediata vennero dopo due anni consegnati alle autorità francesi che li fucilarono con procedura sommaria.

         L’ultimo sarà fucilato nel 1958 nella fortezza di Vincennes.

            Tra i superstiti anche un italiano, che riuscì a raggiungere la Francia e la regione parigina, facendosi passare per lavoratore internato, con falso nome sistematosi dopo alterne vicende nel banlieu della capitale, dove ha vissuto in incognito ed in silenzio.

10/09/2006


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