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STORIA 2006
NEL MIRINO DI STALIN
LA TRAGICA SORTE DI TROTZKY E DEI SUOI FIGLI
Incontro con la vedova Natalia Sedova nella villa di Coioacan, un sobborgo di Città del Messico. Nonostante le porte blindate e le guardie del corpo, il killer riuscì ad eseguire gli ordini del Cremino – Una famiglia sterminata dalla GPU – Sepolte in giardino le ceneri del rivoluzionario.
Di LUIGI ROMERSA
Più di una volta, quando la Russia era ancora URSS ma, morto Stalin, le strutture del comunismo davano già qualche segno di cedimento, l’”eretico” Leone Trotzky, il cui vero nome era Lev Davidovich Bronstein, fu sul punto di essere “riabilitato” e il suo nome, per i noti trascorsi di Commissario dell’Armata Rossa, inserito nella grande “Enciclopedia Militare Sovietica”. Una “riabilitazione” storica importante, per la quale la vedova del famoso rivoluzionario, Natalia Sedova, s’era battuta fino alla fine dei suoi giorni, ma sempre senza successo.
Fantasmi comunisti, dalla Corte Suprema di Mosca ne erano già stati “mondati” 7.679; in lista d’attesa ne figuravano parecchi altri e fra questi, i più importanti erano senza dubbio Trotzky, Nicola Ivanovich Bukarin, Mikhail Tukacevski e Gregorio Zinoviev, eliminati fra il 1937 e il 1938 in occasione delle grandi purghe staliniste.
La notizia del probabile “bucato”
dei crimini imputati a Trotzky, il più pesante dei quali era quello di
“nemico del popolo e segreto
sostenitore
del capitalismo e del fascismo”, la diedero due generali i quali rivelarono
che la nuova edizione dell’Enciclopedia si sarebbe arricchita di 476 nomi,
mancanti nell’edizione precedente.
Insieme con il nemico mortale di Stalin, in attesa di riabilitazione, figuravano anche i suoi due figli, Leone e Sergio Sedov, avuti da Natalia, seconda moglie. Le due figlie, invece, avute dalla prima moglie Alexandra Sokolovskaia, Nina e Zinaida, erano rimaste in Russia ma una di esse, anche se non s’occupava di politica e faceva l’ingegnere, fu deportata ed assassinata per ordine del Capo del Cremino. L’altra, morì di malattia.
Dei due giovani, Leone, il primogenito, che seguì i genitori nell’esilio, morì a Parigi nel 1938, nella clinica del dottor Simkov, dopo un intervento chirurgico. La madre, però, si diceva sicura che era stato ucciso perché aveva collaborato con il padre alla stesura di numerosi libri sul comunismo, su Stalin e sulla situazione dell’Unione Sovietica. Che la sua fine sia stata poco chiara o che Leone Sedov fosse nel mirino degli agenti di Mosca, lo dimostra il fatto che più volte nella capitale francese, tentarono di rapirlo e una volta, addirittura di eliminarlo. Sergio, invece, quando i genitori furono costretti a fuggire, rimase in Russia. Considerato, alla stregua del padre, un “nemico del popolo”, venne arrestato e deportato. Per l’ultima volta scrisse alla madre dalla Siberia nel 1936, dopo di che, nonostante i tentativi per rintracciarlo o quanto meno per individuarne eventualmente la tomba, di lui non si seppe più nulla.
Incontrai Natalia Sedova, vedova Trotzky, a Città del Messico e alcuni giorni dopo, nel carcere di Lecumberri, ebbi un lungo colloquio con l’assassino del più implacabile dei nemici di Stalin, lo spagnolo Ramon Mercader del Rio.
La località dove a quell’epoca abitava la vedova di Leone Davidovich Trotzky, si chiamava Coioacan ed è un sobborgo della capitale messicana. A Coioacan, allora, le case erano basse e rade, allineate sulla sponda di un fiume secco, fra alberi carichi di polvere. A un tratto, la strada cessava d’essere asfaltata e diventava pista. Il giorno che andai dalla vedova di Trotzky c’era un sole così caldo e violento che rendeva quasi incandescenti i muri delle case. Le porte e le finestre erano tutte sprangate; per strada, c’era soltanto un uomo che dormiva straiato in terra, con un braccio sotto la testa e il cappello di paglia sulla faccia.
Dove la pista s’allungava e si perdeva nel Rio, c’era un alto muro di mattoni rossi, senza intonaco. Al di là del muro, si vedevano soltanto alcune piante, come dietro il recinto di un cimitero. Una porta metallica piuttosto solida, interrompeva quella nuda muraglia; in uno dei battenti, c’era uno spioncino che da tempo, certamente, non veniva usato perché era scuro di ruggine.
Bussai a lungo, con i pugni, contro la porta di ferro. Si sentiva il rimbombo dei miei colpi ma dall’interno non rispondeva nessuno. Picchiavo e mi allontanavo di qualche passo guardando in su, come se aspettassi la risposta dall’alto. Finalmente la porta, cigolando, si aprì e, attraverso uno spiraglio, s’affacciò una donna con la testa avvolta in un fazzoletto celeste. Mi guardò e non mi disse nulla. Fui io che domandai di Natalia Trotzky. Senza rispondere, la donna mi chiuse la porta sulla faccia e scomparve. La sentii correre lungo il muro con il passo pesante e rumoroso. Tornò poco dopo e mi disse di entrare. Era una donna india, piccola, tozza, con una faccia di gatto e i capelli neri, pettinati lisci, che le uscivano di sotto il fazzoletto e che scendevano a coda sul collo. Aveva le braccia nude, massicce come cosce. Tentai di parlare ma non rispose. Appena dentro, mi fece segno d’aspettare e se ne andò verso la casa. In un angolo del giardino, c’era un ragazzo con le brache bianche, arrotolate al ginocchio, e il cappello di paglia, alla messicana, calato sugli orecchi. Annaffiava il prato ma con gli occhi seguiva ogni mio passo, spiava la mia curiosità e guardava attentamente ogni volta che mettevo la mano in tasca. Il giardino era in disordine, c’era polvere dappertutto, sugli alberi, sulle piante grasse che i messicani chiamano “organos”, perché sono tubolari, come le canne degli organi, sulle agavi lisce e taglienti, sul muro di cinta che ai quattro angoli aveva piccole torri di scolta, piene di feritoie, e sulla torretta di lamiera ondulata che copriva l’intera parete, dirimpetto alla casa. Il ronzio dell’acqua di una pompa era l’unico rumore che si sentiva in casa di Natalia Sedova, vedova Trotzky.
Saracinesche e porte di ferro
Alle mie spalle, la porta di ferro era stata sprangata e soltanto per caso, nella penombra del portico, vidi che oltre alla porta, mezzo nascosta sotto il tetto, c’era una saracinesca avvolgibile, un uscio di sicurezza, manovrato di certo dall’interno, dato che sullo stipite c’erano due grosse pile e una matassa di fili elettrici. Come responsabile, secondo Stalin, di tutto ciò che di negativo accadeva in URSS, Trotzky viveva, diciamo così in trincea ma nonostante i vari marchingegni elettrici e gli usci blindati e le guardie armate, sulle torri di vedetta, il suo assassino lo raggiunse con incredibile facilità e, per ucciderlo, non si servì di un revolver ma di una piccozza da alpinista.
Nel giardino, al centro di una aiuola, sorgeva il monumento funebre di Leone Davidovich, con in cima una bandiera rossa che, per mancanza di vento pendeva floscia lungo il palo. Sulla stele di cemento, erano impressi soltanto una falce e un martello intrecciati e il nome del morto.
Guardavo la tomba di Trotzky e non mi ero accorto che al mio fianco era comparsa una connetta vestita di nero, con le spalle coperte da una pellegrina di lana azzurra, a trama larga. Giravo intorno alla stele e mi sembrava impossibile che ci fosse una tomba, lì sulla porta di casa, con il morto seppellito in mezzo al giardino, a fior di terra, senza la pietà di una croce, con una bandiera che sembrava un papavero avvizzito al posto della lampada che si mette di solito su tutte le sepolture. Mi voltai perché la donna vestita di nero aveva tossito. I suoi occhi mi guardarono curiosi attraverso le lenti.
“Lui è qui dentro?” domandai.
“naturalmente – rispose lei – E’ qui dentro ridotto in poca cenere. C’è forse qualcosa di strano?”
“Niente – dissi – Soltanto che da noi i morti si tengono fuori di casa. Da noi, l’idea di avere un morto in giardino guasterebbe il sonno a chiunque…”.
“Da voi – disse la donna – Qui siamo in Messico e lui era russo. Dovunque andava, Leone si portava dietro la Russia, l’aveva addosso come la camicia e perciò, seppellito qui dentro, nella sua casa, sta bene come se fosse nella sua terra…”.
Natalia Sedova parlava un po’ in francese e un po’ in spagnolo, con una voce indecisa e monotona. Sembrava una bambina invecchiata di colpo, senza passaggi di età. Le spalle le spuntavano aguzze dal vestito e dalle maniche, aderenti alle braccia scarne e sottili, le uscivano le mani minuscole, ombreggiate di efelidi sul dorso, mentre le dita e le palme erano di un rosa infantile. Mani di un neonato, avresti detto, spellate e tenere, lisce come la polpa di sapone.
Natalia Sedova stava ritta sotto il sole e mi guardava in maniera strana; pensai che diffidasse di meperchè spiava ogni mia mossa ed era sempre all’erta, come chi, da un momento all’altro, aspetta un atto di violenza.
“Sembra che abbia paura o che pensi di difendersi” le dissi. Non mi lasciò finire.
“E’ l’abitudine –
rispose – Da quando siamo partiti dalla Russia,
Leone ed io abbiamo sempre vissuto sul confine fra la vita e la morte. Ci
aspettavamo quello che è successo da un momento all’altro e nonostante le
precauzioni, le porte di ferro e gli amici che montavano la guardia
all’interno della casa, Leone è stato assassinato. L’ha ammazzato uno che si
era finto amico; veniva qui come uno scolaro che va dal maestro e
Leone aveva cominciato a volergli bene. Parlava e discuteva con lui, diceva
che avrebbe voluto farne un suo uomo di fiducia. Le apparenze erano buone…”.
Non terminò la frase. Ogni volta che nominava il marito chiudeva gli occhi e lo faceva con la gravità di chi recita una preghiera. Alzò il capo di scatto e i capelli bianchi che aveva riuniti in una grossa crocchia, le si mossero come se avesse avuto la parrucca.
“Sono gli amici – disse Natalia Sedova – che al momento opportuno diventano i nemici più spietati. In Russia, non si sa più cosa sia l’amicizia, e stato Stalin che l’ha bandita dal paese. Coniò l’accusa di “nemico del popolo” e se ne servì per mandare a morte migliaia, anzi milioni di individui…”.
Faceva lunghe pause e sembrava che a ogni pausa aspettasse una conferma dal marito che era sepolto sotto i nostri piedi.
“andiamo in casa – disse ad un tratto – Il sole è troppo forte mi dà fastidio…”.
All’interno del fortino
Il sole, infatti, era a picco sulla casa e in tutto il giardino non c’era un filo d’ombra. Le guance avvizzite di Natalia Sedova erano diventate paonazze e luccicavano di sudore. Mi precedette lungo il piccolo viale, fino alla porta che era spalancata. Il ragazzo continuava ad annaffiare il giardino e teneva la pompa alle mie spalle come un’arma. Quando arrivammo alla porta, si mosse anche lui e venne a lavorare vicino alla casa.
Entrammo in una stanza piena di libri. Sedemmo a un tavolo sul quale troneggiava una vecchia macchina da scrivere.
“Era la sua macchina?” – domandai toccandone i tasti.
“Leone non scriveva a macchina – disse – Il suo studio è da un’altra parte. Adoperava il dittafono. Non scriveva, dettava…”.
Seduta, Natalia Sedova sembrava più piccola e più magra. Il sole, che entrava violento dalla finestra e dalla porta, investiva le sedie e faceva l’effetto di una fodera.
Natalia si frugò in tasca e mise sul tavolo due fogli di carta. “Proprio ieri – disse – ho telegrafato al Presidium di Mosca. Dopo che ho letto i giornali e saputo che alcuni avversari di Stalin erano stati liberati dal carcere e riabilitati, ho chiesto che anche la posizione di leone, definito da Stalin il nemico numero uno della Russia, venisse riesaminata e gli fosse resa giustizia. Ecco il telegramma. Lo lesse ad alta voce poi scosse la testa. L’ho chiesto, ma sono sicura che non avrò risposta…”.”
Il rumore dei passi che venivano dalla stanza accanto, richiamò la sua attenzione. Entrò la donna india che mi aveva aperto il cancello e le porse due lettere. Natalia Sedova diede un’occhiata alle buste e le getto sul tavolo. “Niente – disse – aspettavo almeno una risposta alla lettera che un mese fa ho mandato a Voroscilov per avere notizie di mio figlio Sergio di cui non so nulla da vent’anni. So soltanto che lo hanno arrestato e che con altri detenuti si trovava in un terribile campo di lavoro forzato in Siberia. La sua ultima lettera e del 1936, diceva fra l’altro: “La mia situazione è tragica. Soffro come non immaginie non so fino a quando potrò resistere”. Era a Vorkuta e, prima di Vorkuta, l’avevano portato a Novosibirsk…”.
Mi fissò con gli occhi infiammati. “Da Vorkuta – disse – si esce soltanto morti. E’ il luogo di deportazione più terribile che ci sia in Russia. Stalin era maestro nel scegliere i luoghi in cui dovevano crepare i suoi avversari…”.
La voce di natalia era diventata aspra e cattiva. Ogni volta che era costretta a nominare Stalin, le vene delle mani le si gonfiavano ed il viso le diventava una vampa.
I “Sozialno Opasni Element”, gli elementi, cioè, pericolosi che nei documenti della polizia venivano contrassegnati dalle sigle “SOE”, oppure “K.R.” corrispondenti a “controrivoluzionario” o “propagandista controrivoluzionario”, in effetti erano sottoposti a condizioni di lavoro disumane, specie per il freddo che in quelle zone raggiungeva i 40 gradi sotto zero. Soltanto se la temperatura superava i meno 40, i detenuti venivano trattenuti nelle baracche. Pioggia e neve, comunque, non erano motivo di interruzione del lavoro. L’influenza, la bronchite, la polmonite, la tisi, la malaria, eccetera, decimavano gli uomini.
Lo scorbuto era assai diffuso. Chi, esausto, cercava di sottrarsi al lavoro, veniva rinchiuso in celle gelide, senza cappotto, con 300 grammi di pane e una scodella di zuppa, una volta al giorno. Chi si rifiutava decisamente di lavorare, era passibile di pene severissime, compresa la pena di morte.
La sorte dei figli
“L’altro mio figlio Leone – disse Natalia Sedova – è morto in Francia. La sua morte è poco chiara. Sia Sergio che Leone avevano il destino segnato. Con Sergio, a Mosca, tentarono di tutto per metterlo contro il padre. Lo interrogarono, gli proposero di ripudiare i genitori, gli promisero la libertà se avesse dichiarato che mio marito era “un nemico del popolo russo” ma lui si rifiutò sempre e il rifiuto, credo che gli sia costato la vita. Leone, invece, che era venuto in esilio con noi, morì in un ospedale di Parigi in seguito a un’operazione che gli fecero nella clinica del dottor Simkov. Tentarono più volte di rapirlo e soltanto per caso riuscì a salvarsi. Sfuggì agli uomini di Stalin per finire sotto i ferri di un chirurgo. Forse avvelenato…”.
Quando Natalia Sedova smetteva di parlare, nella stanza il silenzio diventava impressionante. Dalla porta si vedeva un tratto di giardino e un pezzo del muro di cinta. La casa sembrava vuota; la donna india era sparita mentre il ragazzo che fingeva di lavorare in giardino, montava la guardia, immobile sotto il sole.
Domandai alla vedova di Trotzky di raccontarmi qualcosa della sua vita e lei, sul principio, mi rispose allargando le braccia come se considerasse la mia domanda inutile e noiosa. Parlavamo da più di un’ora ma fra noi non si era stabilita alcuna corrente di cordialità. Natalia Sedova era sempre guardinga e diffidente, con gli occhi spiava dappertutto e, di tanto in tanto, s’alzava e se ne andava nella stanza accanto. Sentivo i suoi passi brevi e frettolosi, poi il rumore di una porta che si chiudeva, ma era un rumore insolito, pesante.
“La mia vita – disse dopo essersi seduta di nuovo – è un romanzo di fughe, di ansie, di esili cominciati e sempre interrotti, di attentati e di angustie che avrebbero sfinito persino un colosso. Non sono un colosso, ma ho resistito, sebbene adesso, a conti fatti, io pensi che vivere da sola è assolutamente inutile. Mio marito è stato assassinato, mio figlio Leone è morto e Sergio, per me, è più morto che vivo…”.
Si decise a cominciare la sua storia. Partì dall’epoca in cui conobbe Leone Trotzky a Parigi. Era il 1903. Natalia Sedova studiava in Francia e frequentava il gruppo che faceva capo al giornale rivoluzionario “Iskra”, portavoce dei bolscevichi che si erano rifugiati a Parigi.
“Iskra – disse Natalia – significa “Scintilla” ed il sottotitolo del giornale diceva, appunto “Dalla scintilla viene l’incendio. A quell’epoca Trotzky era stato deportato in Siberia come elemento sovversivo e pericoloso. Riuscì a scappare e venne in Francia dove cominciò a scrivere e a tenere conferenze. Lo conobbi e diventammo subito amici; poco dopo decidemmo di essere marito e moglie. Eravamo giovani tutti e due. Lui portava gli occhiali a pince-nez, aveva una minuscola barba che sembrava carica d’elettricità e gli occhi celesti, di un celeste quasi bianco. Era un uomo straordinario, dotato di una vitalità impressionante. La sua forza era la parola; quando parlava riusciva a convincere anche le pietre…”.Nella voce di Natalia Sedova non c’era alcun rimpianto; non parlava del marito morto come ne potrebbe parlare una nostra donna. Sembrava che leggesse un rapporto sulla vita di Leone Trotzky davanti a un Soviet qualunque e che il suo assassinio fosse soltanto una tappa obbligata della rivoluzione.
“Nel 1905 – riprese Natalia Sedova – tornammo in Russia. Leone diventò presidente del primo Soviet ma un anno dopo venne arrestato di nuovo e deportato a Obdorsk, nella Siberia del Nord. Il suo viaggio durò tre settimane; io, che avevo il mio primo figlio ancora piccolo, rimasi a Mosca. Durante il tragitto dalla capitale a Obdorsk, Leone decise di scappare e gli riuscì quando il treno dei deportati si fermò a Berosov. A Mosca, per me, la vita era diventata insopportabile. Ero la moglie di un cospiratore e per trovare un po’ di pace fui costretta ad andarmene in Finlandia. Nel mio rifugio ebbi alcune lettere di Leone. Mi parlava dei posti che aveva attraversato, mi dava istruzioni per andarlo a trovare, diceva che il freddo era atroce e che giorno e notte nevicava tanto fitto che la neve formava quasi un muro. Un giorno, all’improvviso, ricevetti un suo telegramma. Mi dava appuntamento in una località dove si incrociavano due treni ma non diceva come si chiamasse il luogo in cui avremmo dovuto incontrarci. Ero stordita; per una notte intera cercai di risolvere l’enigma di quel telegramma. Decisi di prendere un biglietto per Vadka. Era carnevale, sui treni c’era gente allegra che parlava soltanto di feste e di mangiare. Rifugiata in un angolo del mio sedile cercavo di dormire. A un tratto mi scossi. Una donna che stava seduta vicino a me s’affacciò dal finestrino e gridò: “Ecco il treno di Vadka”. Noi eravamo fermi alla stazione di Samino. Scesi e cominciai a correre lungo il treno. Leone non c’era e non potevo chiamarlo perché immaginavo che la polizia fosse già avvertita della sua fuga. Salii sul convoglio e vidi la sua pelliccia, la stessa che aveva indosso quando lo arrestarono, appesa al portabagagli, in uno scompartimento vuoto. Anche lui era sceso e mi cercava sotto la pensilina. Ci trovammo poco prima della partenza dei due treni, Leone non voleva credere quando gli dissi che nel telegramma non c’era il nome della località del nostro appuntamento. Disse infuriato, che si trattava di un errore dell’ufficio telegrafico. Voleva protestare. Naturalmente lo dissuasi. Partimmo per Pietroburgo e ci rifugiammo in casa di amici, poi tornammo in Finlandia, dove Leone scrisse “Andata e ritorno”, un libro che ci procurò un po’ di denaro con cui ci mettemmo in viaggio per Vienna…”.
Di tanto in tanto Natalia Sedova socchiudeva gli occhi e consultava i suoi ricordi che erano confusi e slegati: “A Vienna – disse riannodando il filo della sua memoria – Leone pubblicò per la prima volta la “Pravda” in edizione clandestina. Rimanemmo in Austria fino allo scoppio della guerra poi ci cacciarono anche di là e andammo a Zurigo. In Svizzera restammo poco, tornammo a Parigi, lanciammo il quotidiano “La nostra parola” ma neppure in Francia ci vollero. Leone fu accompagnato dai gendarmi alla frontiera spagnola; io lo raggiunsi a Madrid dopo un paio di mesi. Avevo avuto, intanto, il secondo figlio, Sergio. Dalla Spagna, ci spedirono in America e a New York ci unimmo ad altri profughi russi fra cui Bukarin che era amico di Lenin. Mio marito conosceva Lenin dai primi del novecento, quando Ulianov abitava a Londra e di tanto in tanto veniva a Parigi. Tre mesi dopo il nostro arrivo negli Stati Uniti, scoppiò la rivoluzione in Russia. Ci imbarcammo a New York ma ad Halifax fummo arrestati dagli inglesi. Trotzky protestò violentemente, si rifiutò di scendere dal piroscafo e alla fine alcuni poliziotti se lo caricarono sulle spalle e lo portarono a terra. Per un mese rimanemmo in un campo di concentramento poi ci lasciarono liberi e potemmo proseguire il viaggio per Pietroburgo.
I veleni di Stalin
“E Stalin? – domandai a Natalia Sedova – Cosa ricorda di Stalin e di lenin? E’ vero che Stalin avvelenò Lenin?”
Natalia Sedova si tolse gli occhiali, ci fiatò sopra, li pulì ben bene con il fazzoletto, poi, per parlare, si sporse avanti sulla sedia.
“Negli ultimi tempi della
sua vita – disse – Lenin era molto malato. Era
paralizzato quasi dappertutto e l’immobilità lo rendeva pazzo.
Sapeva
di essere finito e voleva morire. Un giorno si rivolse a Stalin che faceva
parte del Comitato Centrale, e lo pregò di dargli del veleno. Perché si sia
rivolto a Stalin e non a Leone o ad altri amici è facile capirlo. Lo domandò
a chi era sicuro che glielo avrebbe dato. Stalin ne parlò al Politburo e il
Politburo si oppose. Sta di fatto, però, che poco dopo Lenin morì. Leone
ebbe la notizia della morte di Ulianov nel Caucaso dov’era a riposarsi.
Telegrafò al Politburo e gli rispose Stalin ma il telegramma era congegnato
in maniera che Trotzky non fece neppure in tempo ad arrivare per i funerali.
L’assenza di Leone fu notata da tutti e perfino i miei figli la
considerarono sconveniente. Infatti, non trovammo alla stazione né Leone né
Sergio e questi, anzi, appena vide suo padre, lo rimproverò bruscamente. Si
calmò quando Trotzky gli mostrò il telegramma che era un capolavoro di
ipocrisia. Da allora i nostri rapporti con Stalin diventarono sempre più
tesi. Quell’uomo era un genio dell’intrigo, sapeva che Leone lo disprezzava
e che Lenin, parlando con mio marito, aveva detto: State attenti perché
quel tipo è un cuoco che ci preparerà piatti avvelenati”. Anche la
moglie di Lenin era in urto con lui, lo detestava. Io lo vedevo spesso
perché abitavamo al Cremino di faccia alla sua porta e ogni volta che
l’incontravo mi guardava freddo e minaccioso. Era diventato segretario
generale del Comitato Centrale durante la malattia di Lenin ma Ulianov aveva
sempre insistito perché lo togliessero di mezzo…”
Fece una pausa. “Lenin voleva toglierlo di mezzo – disse – ma lui è stato più furbo ed è riuscito a sbarazzarsi di tutti noi…”.
Natalia Sedova raccontò poi della sua partenza dalla Russia; disse che Trotzky, andando in Turchia, si era fatto preparare i passaporti con il cognome della moglie; accennò alla loro sosta in Francia e in Norvegia e venne finalmente a parlare del viaggio che li portò in Messico.
“A Parigi – disse – fu tentato anche l’assassinio di mio figlio Leone. Si seppe quando la polizia francese investigò sull’uccisione di Reis, ex capo della GPU che aveva rotto i rapporti con Mosca. Per ammazzare Leone era stato scelto un polacco, un certo Etienne che per sei anni, pur essendo agente di Stalin aveva lavorato a fianco di mio marito”.
Trotzky sapeva che dovunque fosse andato, Stalin non gli avrebbe dato tregua. La sua unica preoccupazione era di evitare gli attentati e perciò diffidava di tutti. A Città del Messico, il Capo della IV Internazionale viveva in una casa isolata di proprietà del partito trotzkysta, vigilato da una decina di uomini di fiducia, quasi tutti americani. L’alto muro, attorno alla casa, gli dava una certa tranquillità, e anche il muro e le guardie non poterono impedire che alcuni agenti sovietici tentassero ciò che trenta giorni dopo riuscì ad un certo Jacques Mornard, armato soltanto di una piccozza da scalatore.
“Nel 1939 – riprese Natalia Sedova – ci fu il primo attacco in grande stile. Una pattuglia di armati assaltò la casa poco prima dell’alba e riuscì ad arrivare fin dentro la nostra camera da letto. In giardino c’erano sei uomini di guardia, uno dei quali, Sheldon, fu portato via dagli assalitori ed il suo cadavere, torturato, venne trovato diversi giorni dopo, in una fossa piena di calce e di sassi, in una zona solitaria che si chiamava Deserto dei Leoni. Quella sera, Trotzky che soffriva d’insonnia, aveva preso un sonnifero e s’era addormentato profondamente. Fummo svegliati da raffiche di mitra che venivano da tutte le parti. Nel chiarore di una lampada a mano vidi un’ombra accostarsi alla porta della stanza e senza gridare afferrai mio marito per il braccio e lo tirai giù dal letto. Appena a terra sentii il sibilo dei proiettili sulla testa, poi al rumore degli spari seguì un profondo silenzio. Quel silenzio ci salvò perché gli assalitori, che erano guidati da uno in uniforme dell’esercito messicano, convinti di averci ammazzati, se ne andarono. Il ronzio delle loro automobili rimase a lungo nei miei orecchi, insieme con il crepitio dei fucili. La casa era diventata un campo di battaglia, c’erano vetri rotti dappertutto, muri pieni di buchi; tracce di sangue sui gradini e sedie e tavoli gettati per aria…”
Agli ordini della GPU
Il colpo l’aveva organizzato il noto pittore David Al faro Siqueiros, un tipo fastoso che maneggiava, con la stessa facilità, i colori e la dinamite. Siqueiros agì per ordine della GPU e attaccò il fortilizio di Coioacan con una ventina di uomini, fra cui alcuni stranieri venuti di fuori. In un certo senso, fu l’attentato dei pittori, giacché fra coloro che fecero fuoco nell’interno della casa di Trotzky figurava anche Antonio Pujol il quale alternava i pennelli al revolver. Fra gli organizzatori dell’attentato, c’era anche la moglie di Siqueiros, Angelica Arenal, la quale, dopo l’attacco, aveva portato in salvo i complici del marito in una fattoria fuori città battezzata “Rancho de la Tlaninilalpa”.
All’improvviso, Natalia smise di parlare, s’alzò e disse “Venga con me, adesso è il momento di visitare la casa...”
Il ragazzo che non aveva mai smesso di annaffiare il giardino, lasciò cadere la pompa e, di corsa, sparì dietro il monumento del morto. Lo vidi da una finestra, appostato nei pressi della vetrata dello studio di Trotzky.
Attraversammo una sala piuttosto squallida poi entrammo nella stanza in cui fu assassinato il grande nemico di Stalin. Tutto era rimasto come in quel giorno. In un angolo, c’era il dittafono coperto con una tela incerata nera, sul tavolo di legno grezzo c’erano molti libri, alcune carte con appunti scritti a matita, sei o sette rulli con impressa la voce di Trotzky, le matite ben appuntite, le penne e un grande calamaio. Mancavano le due pistole che Leone Trotzky teneva sempre a portata di mano. Al muro era appeso un ritratto del morto; due busti erano collocati uno di fianco e l’altro alle spalle dello scrittoio.
Natalia Sedova era in piedi accanto al tavolo.
“Qui?” – domandai.
“Qui” – disse lei e con la mano sfiorò la spalliera della sedia – Non è stato toccato nulla. Ho rimesso a posto soltanto i libri che erano caduti quando leone, già ferito, cercò di lanciarsi contro il suo assassino. Fu una fatica inutile perché lui non tentò neppure di scappare. Del resto, anche se avesse voluto scappare non ci sarebbe riuscito…”.
Dopo che fu colpito, Trotzky lanciò un urlo che si sentì fino in strada. Accorsero le sue guardie, afferrarono Mornard e lo tramortirono di colpi. Lo avrebbero certamente ucciso se Trotzky non avesse trovato la forza di dire: “Non lo ammazzate, deve parlare”. Sulla parete di fronte allo scrittorio si apriva una piccola porta di ferro a prova di proiettile. Un’altra porta identica dava nel bagno. Sembravano gli uscioli blindati che ci sono sulle navi da guerra. Natalia Sedova mi condusse nella camera da letto e mi indicò il posto in cui si trovavano lei e il marito la notte dell’attacco. Il muro era pieno di buchi di proiettili. A occhio e croce potevano essere una cinquantina, profondi alcuni centimetri e grossi come uova.
“Un mese dopo questa sparatoria – disse Natalia – Leone fu ucciso con un colpo di piccozza in testa. Qui dentro era più sicuro che al Cremino, eppure anche gli usci di ferro, le torrette agli angoli del muro e gli uomini armati non sono serviti a niente…”.
Sullo sfondo del muro sgretolato, che per via del sole era di un bianco accecante, Natalia Sedova con quel vestito nero, la faccia di cera e le labbra pallide, sembrava uno spettro. Uscì in silenzio e si avviò alla porta. Il giardino era pieno di luce…
Malata fisicamente, con l’aggravante della solitudine, dopo alcuni anni, Natalia Sedova interruppe le sue lunghe permanenze in Messico e cominciò a trascorrere annualmente, alcune settimane di vacanza in Francia. Aveva ormai raggiunto la ragguardevole età di 80 anni e sperava di vivere ancora per vedere realizzato ciò che aveva sempre sperato, la riabilitazione della memoria del marito.
Continuò, infatti, a scrivere ai dirigenti del Cremino , domandò ripetutamente la revisione dei processi fatti a Mosca nel 1936 e nel 1938 con i quali Trotzky e suo figlio vennero condannati, e insistette, ma sempre inutilmente, che venisse compiuta una pubblica inchiesta sull’assassinio del marito e sulla sorte del figlio minore Sergio, arrestato nel 1935. Natalia è morta in casa del dottore Raphael Zarine a Corbeil Essonnes, in Francia, e ha voluto che le sue ceneri venissero collocate accanto a quelle del consorte nel giardino della casa di COioacan, a Città del Messico.
Nelle foto:
-Trotsky con Diego Rivera in Messico nel 1940
-Trotsky a Mosca sulla Piazza Rossa nel 1920
-Stalin
18/10/2006