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STORIA 2006
Guerra rivoluzionaria antisovietica nella Bielorussia 1941-1944
Per una nuova Europa
Durante l’occupazione tedesca fu creato un regime autonomo,un’Assemblea Nazionale, un forte partito e decine di migliaia di volontari e di combattenti con forti motivazioni ideologiche ispirate dai partiti fascisti europei. L’aspirazione finale era il conseguimento dell’indipendenza nazionale.
Di MARZIO GOZZOLI
Fra le diverse repubbliche sovietiche occupate dalle truppe dell’Asse durante il 2° conflitto mondiale, la Bielorussia occupa un posto particolare. Fu innanzitutto la regione dove la resistenza partigiana dette più filo da torcere ai tedeschi.
Questo può essere spiegato in parte con la formazione geografica – le sue immense paludi e le fitte foreste ne facevano un terreno ideale per la guerriglia di lunga durata su vasta scala- ma anche con le sue caratteristiche storiche e con la composizione etnica della popolazione. I Bielorussi erano pervenuti molto tardi ad una coscienza nazionale e, sebbene di origine baltica, avevano contratto –e mantengono tuttora- saldi legami storici, linguistici e culturali con la Russia (1). Come conseguenza, il nazionalismo ed il separatismo antisovietico che tanto favorirono lo svilupparsi del collaborazionismo filotedesco nei paesi baltici, in Ucraina, in Crimea e nel Caucaso, risultavano in Bielorussia molto più deboli. In Bielorussia vivevano anche nutrite comunità ebraiche e, nella sua parte occidentale, polacche. Gli ebrei erano stati in buona parte evacuati verso est al momento dell’avanzata tedesca, ma quelli rimasti trovarono naturale andare ad ingrossare –quando non costituire proprie bande armate- le file della resistenza comunista. Quanto ai polacchi, se erano generalmente di sentimenti antisovietici, non simpatizzavano certo per la Germania che occupava la Polonia fin dal 1939.Di fronte ad una situazione quindi impegnativa per le forze di occupazione, i tedeschi tentarono naturalmente di coinvolgere quanto più possibile le masse nella lotta antipartigiana, tanto sul piano politico che su quello militare. Col passare del tempo questa necessità si fece sempre più stringente.
In tutti i territori da loro controllati, i tedeschi reclutavano volontari da inquadrare nei reparti di autodifesa dei villaggi o nei battaglioni della polizia ausiliaria (Schutzmannschaft ma comunemente abbreviato in Schuma). Simili reparti, come si vedrà tra breve, a differenza di altre regioni dell’URSS, in Bielorussia non raggiunsero mai una consistenza sufficiente a neutralizzare la resistenza. Come risultato le autorità di occupazione si videro costrette ad “importare” in Bielorussia reparti di collaborazionisti costituitisi in altre regioni come i paesi balticie l’Ucraina, dove la guerriglia partigiana era meno intensa e, parallelamente, il collaborazionismo era più forte ed entusiastico.
Sul piano politico-amministrativo i tedeschi avevano incluso il paese nel Reichskommissariat Ostland (insieme ai paesi baltici) e avevano nominato governatore della Bielorussia Wilhelm Kube. L’alto funzionario nazionalsocialista, personalmente favorevole al nazionalismo bielorusso, si avvalse dell’aiuto di una assemblea nazionale –“Rada”- con poteri consultivi, presieduta dal Dott. Ivan Ermanchenko, un esule ex ufficiale dell’armata bianca di Frange. Un gruppo di esuli che nel 1933 aveva fondato il Partito Nazional Socialista Bielorusso, a Parigi, tentò di trapiantare il piccolo movimento in Patria.
Il tentativo venne però stroncato sul nascere dai partigiani, che riuscirono ad assassinare il capo del partito Fabin Akinshyts ed il suo braccio destro, Vladislav Kazlouski.
Nonostante gli attentati e l’attività delle bande partigiane –principalmente comuniste, ma anche sioniste e nazionaliste polacche- il governatore Kube proseguiva il programma di coinvolgimento graduale dei Bielorussi nella crociata anticomunista e in uno spirito paneuropeo.
Già nell’ottobre del 1941 veniva fondata la “Organizzazione di Autoassistenza del Popolo Bielorusso”, BNS (Belaruskaya Naradnaya Samapomach). A dispetto del nome politicamente “neutro”, la B.N.S. si sviluppò secondo i parametri tipici dei partiti fascisti dell’epoca. Ben presto i militanti della B.N.S. si organizzarono in gruppi armati per difendersi dagli attentati partigiani –l’autorizzazione ufficiale è del luglio 1942, ma è probabile che si sia trattato del riconoscimento di una situazione di fatto già esistente- e così alla attività di inquadramento e propaganda se ne aggiungeva una militare. I gruppi armati si trasformarono gradualmente in una vera e propria milizia di partito, la B.K.A. (Belaruskaya Krayovaya Abarona – Guardia della Patria Bielorussa).
Nel giugno 1943 inoltre i militanti più giovani costituivano una propria “Organizzazione della Gioventù Bielorussa”, S.B.M. (Sayuz Belaruskaya Moladzi) equivalente locale della Hitlerjungend. Come nel caso di molti altri movimenti nazionalpopolari europei, milizia armata ed organizzazione giovanile divennero le forze trainanti ed idealmente caratterizzanti del partito.
I comunisti, determinati a contrastare la strategia politica degli avversari, reagirono colpendo Kube che ne era stato il propugnatore. La sua uccisione, avvenuta nel settembre 1943 quando il governatore –divenuto ormai esponente di primo piano ndella corrente filoslava del Nazionalsocialismo- rimase dilaniato dall’esplosione di una bomba piazzata sotto il suo letto, non sortì gli effetti sperati (2). Il suo successore, il Brigadefuhrer SS von Gottenber, continuò la politica avviata da Kube accentuandola ulteriormente.
L’organo consultivo della Rada venne sostituito da un Consiglio Centrale con funzioni di governo locale dotato di poteri effettivi e presieduto da Raduslav Ostrovsky. Inoltre il 1° APRILE 1944, con un atto che costituiva una sorta di “promozione”, la Bielorussia veniva scorporata dal Reichskommissariat Ostland. In tal modo i governanti di Minsk rispondevano direttamente a Berlino senza dipendere più da alcun apparato amministrativo intermedio.
D’altra parte le organizzazioni nazionaliste, oltre a contrastare la resistenza sul piano della propaganda e del reclutamento, cominciavano a dare un contributo diretto allo sforzo bellico dell’Asse.
L’organizzazione giovanile (SBM) e la milizia armata (BKA)
L’Organizzazione della Gioventù Bielorussa (S.B.M.) espresse una notevole attività. Dopo la cerimonia di fondazione a Minsk (20 giugno 1943) un gruppo di 50 dirigenti dell’SBM si recava nel Reich per studiare i metodi organizzativi della Hitlerjungend. Entro la fine dell’anno, la S.B.M. affermava di avere 40.000 giovani iscritti, tutti volontari tra i 14 e i 18 anni, inquadrati su base paramilitare.
Quasi un terzo degli ufficiali aveva un passato di militanza nel Komsomol (la Gioventù Comunista). Circa 300 ragazzi della organizzazione vennero impiegati come apprendisti nelle officine di riparazione della Luftwaffe di Minsk, in divisa tedesca integrata dal bracciale rosso-bianco-rosso dell’S.B.M.
Altri 4.500 giovani apprendisti erano impiegati nelle industrie aeronautiche del Reich, periodicamente attaccate dai bombardieri angloamericani.
Un numero imprecisato di attivisti dell’S.B.M. andò ad ingrossare i ranghi dell’Organizzazione Todt. Infine, 2.354 giovani –presumibilmente i più “anelanti al combattimento”- preferirono arruolarsi come artiglieri della contraerea tedesca (Flak), sempre contraddistinti dai bracciali dell’S.B.M.
Si trattò, nel complesso, di un fenomeno di volontarismo giovanile di ragguardevoli dimensioni se si riflette sulla rapidità con la quale si ottennero questi risultati nella regione più “partigiana” dell’URSS.
Anche la milizia del partito, inizialmente denominata Beloruskaya Samaachova (Autodifesa Bielorussa) e poi ribattezzata B.K.A. (Beloriskaya Krayovaya Abarona – Guardia della Patria Bielorussa) aumentò i propri effettivi schierando 9 battaglioni di volontari. A Minsk funzionava un’apposita scuola ufficiali (“Fuhrerschule”). Nella primavera del 1944, di fronte all’offensiva partigiana e all’avvicinarsi dell’Armata Rossa, il presidente bielorusso Ostrovsky proclamava la mobilitazione generale introducendo la coscrizione obbligatoria a favore della B.K.A.
Purtroppo non si conoscono i risultati di questa mobilitazione, che condusse alla costituzione di un numero imprecisato di battaglioni, 12 dei quali di lavoratori militari.
Le forze della B.K.A. non vanno peraltro confuse coi volontari bielorussi degli 11 battaglioni Schuma dipendenti dalle SS, e in divisa tedesca impiegati sempre in Bielorussia né con quelli della Organizzazione Todt. I combattenti della B.K.A. vestivano proprie uniformi grigio-brune sulle cui mostrine spiccava la doppia croce dei Santi Cirillo e Metodio.
Sul berretto portavano il distintivo della Pohonja –il cavaliere con la spada sguainata sul cavallo rampante- simbolo del nazionalismo bielorusso (3).
Nell’estate del 1944 l’Armata Rossa irrompeva in Bielorussia infliggendo ai tedeschi una delle maggiori sconfitte dell’intero conflitto. Probabilmente diverse unità bielorusse andarono perdute nel corso di questi combattimenti e nella disperata difesa delle città bielorusse trasformate dai tedeschi in “fortezze” assediate dall’Armata Rossa. Le superstiti forze del nazionalismo bielorusso si ritirarono insieme ai tedeschi e il “Consiglio Centrale” si trasferì a Berlino.
Nell’ultimo anno di guerra si contavano ancora parecchie unità bielorusse che in qualche modo facevano capo a questo governo in esilio: un “battaglione quadri” della B.K.A. a Berlino, il battaglione B.K.A. “Dalvits” responsabile dell’invio di agenti e sabotatori oltre le linee nemiche, 6 battaglioni di genieri della Wehrmacht, probabilmente composti anch’essi di miliziani della B.K.A. I giovanissimi dell’S.B.M. continuarono a prestare servizio presso la contraerea, l’Organizzazione Todt e le industrie belliche, mentre i battaglioni schuma che avevano precedentemente operato alle dipendenze delle SS venivano raggruppati per costituire il grosso della 30° divisione delle Waffen SS che non a caso assunse il nome di “Weissruthenien” (Bielorussia). La divisione venne impiegata in Francia contro i partigiani comunisti e gollisti e, nell’autunno del 1944, contro gli alleati occidentali.
Successivamente ritirata in germania, la divisione cedette circa 5.000 uomini all’Esercito Russo di Liberazione di Vlasov (4). Volontari bielorussi inoltre militavano in molte altre formazioni. In particolare va qui ricordata la cosiddetta “Compagnia Bianca”, costituita quasi interamenti da Bielorussi, inquadrati nei reparti speciali di élite “Brandenburg” e passata successivamente ai reparti commando delle Waffen SS di Otto Skorzeny (5).
Il “caso bielorusso”: il significato storico
Non è affatto facile analizzare il fenomeno del fascismo in Bielorussia, se non altro perché esso va storicamente inserito in quello, più ampio, del collaborazionismo nei territori sovietici occupati. Gli stessi bielorussi vengono spesso assimilati ai loro vicini russi –e questo accade anche nel caso dello studio del collaborazionismo e del volontarismo combattentistico filo-Asse. Non èm questa la sede idonea per stabilire quali e quanto profonde possono essere affinità e differenze tra i vari popoli slavi dell’ex URSS, se non altro perché la questione non è stata ancora risolta dai diretti interessati: basterà ricordare i molti volontari ucraini e bielorussi inquadrati nell’Esercito Russo di Liberazione Di Vlassov. E’ però storicamente indiscutibile che il regime politico instaurato da tedeschi e nazionalisti bielorussi abbia rappresentato un caso unico con caratteristiche che –al di là delle apparenze- lo distinsero dal collaborazionismo e dal fascismo delle altre repubbliche dell’ex URSS dove era stato instaurato il Nuovo Ordine Europeo.
Innanzitutto, in Bielorussia il regime ricalcava, come si è detto, il modello fascista con un partito unico (B.N.S.), una organizzazione paramilitare giovanile (S.B.M.) e una milizia di partito (B.K.A.) divenuta presto un vero esercito politico. Questo regime era stato instaurato in tutto il territorio nazionale –escluse naturalmente le zone più inaccessibili dove avevano le loro basi i partigiani- e il suo Governo e il suo presidente divennero interlocutori attendibili e ufficialmente riconosciuti per le autorità di Berlino.
Questa caratteristica distinse la Bielorussia dall’Ucraina e dalle regioni occupate della Grande Russia, dove il regime d’occupazione era di tipo “feudale”, differenziandosi notevolmente da zona a zona. Che poi in alcuni di questi “feudi”, come nell’Ucraina nordoccidentale (Galizia), nel distretto russo di Lokot presso Orel, ed in singole città siano stati adottati modelli politico-organizzativi di ispirazione fascista e nazionalsocialista col coinvolgimento anche a massimi livelli di russi e ucraini è fatto non assimilabile alla situazione bielorussa, poiché tali “esperimenti”, anche quando pienamente riusciti come a Lokot, non si inserivano in un unico grande progetto strategico generale (6).
Diverso anche il caso del Caucaso dove i locali “comitati” di autogoverno costituiti dai nazionalisti dei diversi gruppi etnici erano spesso espressione delle aristocrazie tradizionali. Quanto ai Cosacchi, non si tentò neppure di modificare la struttura politica sociale tradizionale che era già “militare” e improntata a un modello di mobilitazione popolare permanente.
Il regime bielorusso sembrerebbe quindi più simile a quelli instaurati nei paesi baltici, ai quali era garantito l’autogoverno e che giunsero alla mobilitazione generale per appoggiare lo sforzo bellico del Reich –se non fosse per il diverso contesto politico e militare. Estonia, Lettonia e Lituania tra le due guerre avevano conosciuto una stagione di indipendenza durante la quale erano fioriti movimenti fascisti e nazionalisti di massa. Al loro arrivo i tedeschi avevano quindi trovato già pronto il materiale umano disposto a costituire l’apparato politico, amministrativo e militare collaborazionista per controllare territori nei quali, per di più, la resistenza comunista era debole e priva di vere e proprie radici popolari. In Bielorussia, al contrario, fu necessario edificare un tale apparato partendo dal nulla, in regioni infestate da forti bande partigiane abbondantemente rifornite e bene armate, in una terra dove il nazionalismo era ancora debole, aveva dovuto subire la repressione dell’internazionalismo sovietico, ed era naturalmente osteggiato dalle forti minoranze ebraica e polacca. Il regime realizzato in Bielorussia dal 1941 al 1944 –e i suoi apparati politico, militare, giovanile, di governo, sopravvissuti in esilio fino al 1945- rappresentano dunque un caso di “rivoluzione dall’alto” e di un esperimento di “esportazione” del modello fascista. Un esperimento di “guerra rivoluzionaria” che non mancò di dare i suoi frutti già a breve scadenza. D’altra parte non mancarono alcuni elementi che giocarono a favore di questo esperimento. Un popolo formatosi sotto lo zarismo e passato sotto lo stalinismo trovava familiari e naturali le organizzazioni militari e paramilitari, le uniformi, l’accettazione delle gerarchie, la mobilitazione popolare permanente.
Inoltre il comunismo in Bielorussia aveva utilizzato una notevole massa di funzionari e dirigenti ebrei nel proprio apparato statale e partitico: il loro allontanamento offriva ai Bielorussi un’inaspettata possibilità di riscatto e avanzamento sociale nell’apparato politico-militare del Nuovo Ordine Europeo. Infine, l’abitudine stalinista di bollare come “fascisti” tutti i non comunisti fece si che molti dissidenti cercassero proprio nel messaggio fascista l’alternativa al marxismo e lo sbocco naturale al loro amor di Patria. Rimane invece ancora poco chiaro, se per i volontari bielorussi si sia trattato di incarnare un nazionalismo separatista o, più moderatamente, un nazionalismo autonomista rispetto al mondo russo. E’ indicativo al riguardo che la 30° divisione delle Waffen SS sia stata battezzata col nome della Bielorussia e, al tempo stesso, classificata ufficialmente come “Russa” e che molti veterani bielorussi abbiano poi militato nell’Esercito Russo di Liberazione. Quello bielorusso si può considerare uno dei popoli più giovani d’Europa, avendo preso coscienza della propria peculiarità etnico-culturale solo in epoca molto recente. Gli stessi bielorussi dicono di aver dormito per secoli fino a che li hanno risvegliati.
Comunque sia stato, è indiscutibile che il giovane nazionalismo bielorusso si sia svegliato, espresso, affermato e difeso per mezzo di un regime fascista, seppure realizzato dall’alto e “importato” dalla Germania, a riprova che il fascismo, in tempo di crisi, è in grado di mettere radici anche in contesti storici, sociali, culturali molto diversi da quelli che videro la nascita dei suoi modelli originari.
NOTE
(1) i Bielorussi sono etnicamente baltici seppure culturalmente e linguisticamente “slavizzati”. Il loro stesso nome, indica questa doppia appartenenza. Bielorussi significa letteralmente “russi bianchi” ma il termine “bianchi” non è che la traduzione di “baltici”che in tempi remoti significava appunto “bianchi”. Il significato originario di “Bielorussia”, in termini etnico-culturali, equivale dunque a “Baltico-Russia”.
(2) Curiosamente, la storiografia sovietica non ama entrare troppo nei dettagli di questa esecuzione. La bomba che uccise Kube nel sonno venne piazzata sotto il suo letto dalla governante bielorussa –che, dicono i maligni, era anche la sua amante. La donna, chiaramente, era un’agente della resistenza ma la sua azione non viene in genere celebrata con grande convinzione. Probabilmente si trova imbarazzante che una partigiana comunista sia stata la donna di servizio e forse anche l’amante di un odiato gerarca nazionalsocialista. Altrettanto imbarazzante potrebbe essere il fatto che l’azione si sia dimostrata inutile o addirittura controproducente sul piano politico. A tutto questo si aggiunge forse la tipica mania sovietica di mantenere il più assoluto riserbo su queste azioni speciali, anche quando non vi è più nessuna reale necessità.
(3) Il simbolo è associato anche alla Lituania e rimanda implicitamente all’epoca del dominio lituano –e quindi “baltico”- sulla Bielorussia. La doppia croce è invece un simbolo che rimanda immediatamente alla tradizione slava.
(4) Purtroppo non sappiamo se il trasferimento della divisione bielorussa all’Esercito Russo di Liberazione di Vlassov sia stato deciso sulla base dei sentimenti dei volontari oppure imposto dall’alto. Non sappiamo neppure quanti, dei 5.000 uomini che lasciarono la divisione, fossero effettivamente bielorussi dal momento che nell’unità militavano anche volontari di altre nazionalità come ucraini, russi e polacchi.
(5) La “compagnia bianca” sembra aver preso parte come unità paracadutisti e protagonista principale all’eliminazione della zona partigiana del Vercors. La battaglia è considerata la peggiore disfatta inflitta alla resistenza francese.
(6) Le diverse “iniziative” politico-militari, erano gestite autonomamente da diverse organizzazioni –esercito, SS, Servizi Segreti, persino singoli comandi locali- spesso in concorrenza tra loro. Si giunse a tentare un’unificazione delle diverse componenti sotto la guida di Vlassov solo nell’ultima fase della guerra quando le regioni russe e ucraine erano nuovamente sotto il controllo di Stalin.
24/09/2006