STORIA 2006

 

Morte programmata: lo sterminio dei nazionalsocialisti nei campi della zona di occupazione sovietica

Di Gainantonio Valli - da l’Uomo Libero

Le numerose fosse comuni venute alla luce nel 1990 nell'ex Repubblica Democratica Tedesca nei luoghi nei quali i sovietici avevano istituito campi di concentramento rappresentano le prime, tangibili testimonianze di una delle maggiori tragedie europee, rimossa e tenuta celata alla coscienza umana per quasi cinquant'anni. In Italia le prime, scarne notizie sono apparse su alcuni quotidiani il 29 marzo 1990, dando atto del ritrovamento di enormi fosse con­tenenti migliaia di scheletri a Oranienburg e Fünfeichen. In seguito quelle poche righe non sono state mai più riprese, ne è mai stato sviluppato un orga­nico, approfondito discorso in servizi o in articoli, né su quotidiani né su rivi­ste, né sono stati pubblicati, in Italia, volumi di ricerca, memorie e testimo­nianze.

Quando il secondo conflitto mondiale si chiuse in Europa e nella Germania occupata dai sovietici si stabilirono, sotto la supervisione delle autorità di occupazione, le nuove amministrazioni civili e i comunisti fuggiti nell'URSS negli anni Trenta poterono riunirsi ai compagni vissuti clandestina­mente nel Reich per instaurare un nuovo modello sociale, si pose loro il pro­blema di cosa fare dei membri e dei simpatizzanti del partito nazionalsociali­sta.

Semplicemente, tutti costoro avrebbero dovuto essere annientati, sia fisi­camente, nel senso letterale del termine, sia epurati mediante allontanamento dai posti di responsabilità ed espropriazione dei loro beni per una giusta Rieducazione. Tutti dovevano espiare la colpa dell'essersi opposti all'instaura­zione di quel Mondo Nuovo, la cui edificazione su suolo europeo aveva subito brucianti battute d'arresto nei precedenti vent'anni ad opera del fascismo e del nazionalsocialismo. In medesima guisa dovevano essere trattati tutti quegli «Junker» e quei «borghesi» che avevano fatto potente l'economia tedesca, nonché provveduto all'economia di guerra e al sostentamento della loro nazio­ne, e dei milioni di lavoratori di altre nazioni, nei sei lunghi anni del conflitto.

Il comportamento da adottare nei confronti del nemico «borghese» - ma, soprattutto del nazionalsocialismo, l'avversario più lucido e determinato del comunismo - era già stato evidenziato, dopo le numerose teorizzazioni di Lenin, da uno dei massimi capi della Ceka, il lettone Martyn Lacis, sul primo numero del periodico Krasny Terror, Terrore Rosso, il 1° ottobre 1918: «Noi non facciamo la guerra agli individui. Noi sterminiamo la borghesia come classe. Il primo passo di un'indagine non deve quindi essere il raggiungimento delle prove che l'accusato si è mosso con la parola o coi fatti contro il potere sovietico. Dobbiamo piuttosto fargli tre domande: A quale classe appartiene? Qual è la sua origine? Quale la sua educazione, la sua formazione, la sua pro­fessione? Soltanto le risposte a queste tre domande devono decidere il suo destino. È questa l'essenza, è questa l'importanza del Terrore Rosso». Ed egualmente il superiore di Lacis, Feliks Dzerzinskij: «Noi diamo inizio al ter­rore organizzato. La Ceka ha il dovere di difendere la rivoluzione e annientare il nemico, anche quando la sua spada tagliasse delle teste incolpevoli». Ed egualmente Uljanov, il Santone Supremo: «I tribunali non devono abolire il terrore; dobbiamo creare il terrore e praticarlo per principio, giuridicamente, in tutta chiarezza, senza falsità né mascheramenti».

Venti milioni di tedeschi vivevano in quella che era diventata la Zona di Occupazione Sovietica, tra 1'Oder e l'Elba. Nessuno di essi poteva immagina­re che per mezzo secolo sarebbe stato separato dai cinquanta milioni di connazionali rimasti a Occidente. Il più pressante problema era per essi, semplice­mente, cercare di sopravvivere alla brutalità, agli assassini, alle violenze, alla prigionia, alla generale miseria che vedeva vagare, tra le case ridotte a mace­rie, figure spettrali, alla ricerca di qualcosa da bruciare, da barattare, di cui cibarsi.

Dal quartier generale della polizia segreta sovietica, l'NKVD (che sareb­be stata ribattezzata MVD nel marzo 1946 in seguito al cambio di dizione da Narodni Kommissariat degli Interni, Commissariato del Popolo, a Ministerium, Ministero), nei pressi della stazione della metropolitana berlinese di Prenzlauer Berg, cominciarono presto a diffondersi le voci più terrificanti. Qui venivano quotidianamente trascinati, da appositi commando sovietici, centinaia di tedeschi, uomini, donne, ragazzi, che scomparivano nel nulla. In ogni città, in ogni villaggio, furono imprigionati i più attivi membri del partito nazionalsocialista. Nei segretari di sezione tedesco-comunisti i sovietici trova­rono i servi più zelanti. Da ogni carica pubblica, politica come amministrativa, dalle scuole e dai servizi in genere furono allontanate circa 520.000 persone tra il milione e mezzo di ex membri della NSDAP. Altri aderenti al regime furono posti sotto sorveglianza e, in caso di denuncia, prelevati e tradotti in campi di concentramento (Konzentrationslager, Kazett o KZ) come Sachsenhausen e Buchenwald, riattati alla bisogna, nonché in prigioni e campi provvisori approntati in fretta e furia.

In tutto, furono oltre 180.000 i civili tedeschi che andarono incontro a questa sorte (data l'attuale carenza di una documentazione precisa ed organi­ca, questa e le cifre che seguiranno anche se da noi verificate con la massima scrupolosità sulle fonti più attendibili, devono essere intese come cifre di massima - alcune fonti occidentali parlano di 160-260.000 persone, mentre il Ministero degli Esteri sovietico ha comunicato nel luglio 1990 la cifra di 122.671 persone). Per lunghi anni quasi duecentomila uomini, donne, adole­scenti, ragazzi e persino bambini finirono in quei campi. Ben oltre la metà di essi, quasi i tre quarti (per il Ministero degli Esteri sovietico «solo» 43.000, oltre a 776 condannati a morte dai TMS, Tribunafi Militari Sovietici, e impic­cati), non ne fece ritorno. Senza dibattimento giuridico di sorta, senza proces­so e, nella quasi totalità dei casi, senza colpa alcuna.

Taluno scomparve letteralmente nel nulla, come il diciannovenne H.R. di Novawes/Babelsberg che, arrestato il 16 aprile 1947 e, secondo quanto riferì ai parenti un funzionario dello Stasi (Staatssicherheitsdienst, il Servizio di Sicurezza dello Stato) nell'agosto 1954, condannato il 1° maggio 1951 per «atti ostili contro la Potenza occupante», non diede mai notizia di sé. Nessuna notizia diedero inoltre, benché insistentemente sollecitati, il ministro della Giustizia Hilde Benjamin nel 1954, il procuratore capo dottor Melsheimer nel 1956, il dirigente del ministero degli Intemi Jauch nel gennaio 1957, la Croce Rossa Tedesca di Potsdam nel febbraio 1957, l'ambasciatore sovietico nel feb­braio 1957, la Croce Rossa «Mezzaluna» ancora nel febbraio 1957, il consola­to sovietico di Halle nell'aprile 1957. Nulla. Arrestato due anni dopo la fine della guerra e svanito nel nulla.

Il modo di agire dei Sovietici non costituì peraltro che l'applicazione dei patti di Jalta (3-11 febbraio 1945) e degli accordi di Potsdam (17 luglio - 1° agosto 1945), accordi stipulati e applicati in violazione delle disposizioni dell'articolo 43 della Convenzione dell'Aia del 18 ottobre 1907 (che prescri­veva alle Potenze occupanti l'osservanza delle leggi in vigore nel paese scon­fitto, norma ripresa nel 1949 dall'articolo 64 della Seconda Convenzione di Ginevra), e tesi a criminalizzare e fare tabula rasa per sempre delle idealità e delle concrete esperienze storiche del più determinato tra i fascismi europei. Tra le principali norme applicative di tale politica furono la Direttiva Nr. 10 della Commissione Alleata di Controllo del 20 dicembre 1945 e la Nr. 38 del 12 ottobre 1946, rimasta in vigore fino al 1955 e che al punto I-b si proponeva «il completo e definitivo annientamento del nazionalsocialismo e del militari­smo attraverso l'imprigionamento e la limitazione dell'attività di dirigenti e seguaci di tali dottrine». Sempre in spregio alle convenzioni di guerra furono arrestati e deportati almeno 40.000 soldati che, già combattenti contro gli anglo-americani, imprigionati e rimessi in libertà nel 1946-47, erano tornati presso le loro famiglie nella Zona occupata dai sovietici, contro i quali neppu­re avevano combattuto.

Quanto ai patti di Jalta, gli articoli specifici recitavano: «Siamo determi­nati [...] a portare in giudizio tutti i criminali di guerra e a impartire loro una rapida punizione [...] ad estirpare il partito nazionalsocialista, le leggi, le organizzazioni e le istituzioni nazionalsocialiste, a cancellare ogni influenza nazio­nalsocialista e militarista dalle cariche pubbliche così come dalla vita culturale ed economica del popolo tedesco e, in coerenza con tali intenzioni, ad adottare in Germania tutte quelle misure che si rendano necessarie per assicurare in futuro la pace e la sicurezza nel mondo».

Quanto agli accordi di Potsdam tra Occidentali e Sovietici: «Finché lo permettano le circostanze, il trattamento della popolazione tedesca dovrà esse­re il medesimo in tutta la Germania. Gli obbiettivi dell'occupazione della Germania, dai quali la Commissione [alleata] di Controllo si farà guidare, sono: [...] 2° - Il completo disarmo e la smilitarizzazione della Germania e lo smantellamento di tutte le industrie tedesche che possano venire utilizzate per la produzione bellica. 3° - Il partito nazionalsocialista, con tutti i suoi corpi e le organizzazioni ad esso collegate, dev'essere annientato. 4° - Bisogna predi­sporre sia la conformazione definitiva della vita politica tedesca su fondamen­ta democratiche, sia un'eventuale collaborazione pacifica della Germania nella vita internazionale [...]. 6° - I capi del partito nazista, i suoi esponenti, i diri­genti degli uffici e delle organizzazioni naziste, nonché tutti coloro che possa­no costituire un pericolo per le truppe di occupazione ed i loro scopi devono essere imprigionati e internati. Tutti i membri del partito nazista che abbiano preso parte alle sue attività in modo non puramente nominale e tutti coloro che mostrino ostilità verso gli obiettivi alleati devono essere allontanati da ogni carica pubblica e semi-pubblica, come anche dalle loro mansioni in importanti imprese private».

Costituito in tal modo il pur aberrante fondamento giuridico della repres­sione, i tribunali «alleati» di ogni ordine e grado, assistiti dagli organi della polizia militare e della polizia segreta, si lanciarono nella più vasta opera di «rieducazione» politica, mentale e spirituale che la storia abbia finora visto. Che tale «rieducazione», oltre che attraverso un puro e semplice «lavaggio del cervello» si sia esplicata anche, e soprattutto, attraverso il terrore e la morte, costituiva il necessario passo successivo, un prezzo di sangue che doveva essere pagato, per riportare all'obbedienza democratica un popolo riottoso. Un prezzo che fu pagato.

Dei 180.000 civili che furono imprigionati per ordine dei TMS (inizial­mente al seguito di ogni Grande Unità, indi costituiti nei nuovi Länder della Zona di Occupazione a Berlino-Lichtenberg (Berlino), Schwerin (Meclemburgo), Dresda (Sassonia), Potsdam (Brandenburgo), Weimar (Turingia) ed Halle (Sachsén-Anhalt), 160.000 tradotti e inquisiti nelle loro centrali passarono per i campi di concentramento. Gli altri 20.000, presumibil­mente i più «compromessi», o quelli che avevano resistito all'arresto, o i più ribelli, furono sbrigativamente fucilati o «giustiziati» nel corso della carcera­zione preventiva, abbattuti nel corso di «tentativi di fuga», «dimenticati» in sordide topaie o semplicemente lasciati morire nelle prigioni provvisorie (can­tine, capannoni, autorimesse, carceri, posti di polizia) per fame, freddo o malattia.

La prima sentenza capitale fu ufficialmente emessa da un Tribunale Militare Sovietico il 31 maggio 1945; del 27 luglio fu l'istituzione della Deutsche Zentralverwaltung der Justiz, Amministrazione Centrale della Giustizia. L'ordine di servizio numero 00315 con cui la NKVD istituiva il Dipartimento Speciale dei Campi in Territorio Tedesco, con a capo il colon­nello-generale Ivan Serov, era stato emesso il 15 aprile; tre anni dopo il Dipartimento sarebbe stato incluso nella rete permanente del Gulag. Dei 160.000 tra uomini e donne rinchiusi nei campi, ne morirono sicuramente 86.000, in massima parte per lunghe e terribili evenienze (la massima parte di stenti e per fame, a causa sia dello scarsissimo nutrimento concesso, sia di malattie infettive non curate).

Il quadro mentale e organizzativo in cui è possibile inscrivere tali decessi - la medesima cosa avvenne nei campi di concentramento militari tenuti a Occidente dai francesi e dall'US Army - lo illustrano le ciniche parole rivolte ai detenuti di Landsberg sulla Warthe da un maggiore dell'aviazione sovietica, già abbattuto sopra Berlino poco prima della resa: «Voi tedeschi siete stupidi. Voi mettete al muro i vostri nemici e li fucilate. Noi facciamo di meglio, poi­ché li lasciamo morire lentamente di fame [...] I tedeschi hanno sempre scritto di colpi alla nuca. Noi diamo invece poco nutrimento ai prigionieri e li spo­stiamo da un campo all'altro. Così le gambe divengono gonfie e gonfia la pan­cia, finché crepano. Non c'è bisogno di un colpo alla nuca».

Rivelatrici anche le considerazioni di un giurista sovietico, l'ebreo Ilja Trajnin, docente universitario esperto in diritto internazionale e consigliere dei capi delle forze di occupazione sovietiche, a proposito della «responsabilità penale degli hitleriani»: «A Versailles le potenze vincitrici dell'Occidente hanno solo tentato [di dominare il cuore dell'Europa], ma hanno poi ceduto di fronte ai tedeschi. Sarà Stalin a mostrare la via da percorrere ai vincitori di oggi, sarà lui a far vedere come questa volta potrà essere raggiunto l'obiettivo della punizione e dell'annientamento dei tedeschi».

Si stimano poi da un minimo di 18.000 ad un massimo di 45.000 (il ricer­catore tedesco Gerhard Finn ne dà 36.000, altri da 25 a 30.000) gli internati civili dei diciassette campi deportati in Unione Sovietica come «materiale di fatica», dispersi nelle città sovietiche o nei gulag dell'immenso territorio dall'Ucraina all'estrema Siberia. Fino al 1947 si contano inoltre quasi settanta­mila tra bambini e fanciulli egualmente deportati per ordine del baffuto Padre dei Popoli, e un totale generale, militari compresi, di 900.000 tedeschi depor­tati a fini di «riparazione» ricostruttiva nelle distese siberiane e nei campi di lavoro forzato sovietici (secondo Benjamin Pinkus, docente israeliano di sto­ria, alla fine del 1946 già 300.000 non erano più in vita). Come abbiamo detto, nei dieci-undici mesi seguenti la cessazione delle ostilità vennero infine deportati in Unione Sovietica, talora passando per i campi di internamento, almeno 40.000 ex Prisoners Of War liberati dai campi occidentali e rientrati nelle loro case site nella Zona di Occupazione Sovietica.

I primi passi ufficiali per un'ammorbidimento delle pene e un migliora­mento delle condizioni dei campi furono compiuti il 29 ottobre 1947 dai vescovi cattolici presso la Commissione Alleata di Controllo e il 16 dicembre dalle chiese evangeliche direttamente presso la SMAD, Sowjetische Militär-Administration in Deutschland. I primi «alleggerimenti» delle inumane condi­zioni degli internati vennero comunicati dalla radio di Berlino-Est il 7 aprile 1948.

Quarantaseimila detenuti dei campi furono rilasciati, in due riprese, nel luglio-agosto 1948 e nel febbraio-marzo 1950; si ignora quanti di loro dece­dettero, in seguito al trattamento subito, nei mesi seguenti il rilascio. Diecimilacinquecentotredici, già giudicati dalle autorità sovietiche, vennero «passati» alla ex DDR nei mesi seguenti al 7 ottobre 1949, giorno della costi­tuzione della Zona di Occupazione in Stato «indipendente», senza che peraltro alle nuove autorità tedesche fossero passati anche gli atti dei processi.

I campi maggiori e le prigioni quindi non si svuotarono, dopo i rilasci, ma vennero mantenuti ancora in funzione, anche perché ai nazionalsocialisti si aggiunsero ora migliaia di nuovi, democratici oppositori del regime, quali socialdemocratici (definiti «soci altraditori»), liberali, democristiani e tedeschi non aderenti a nessun partito, ma semplicemente considerati ostili dalla SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschlands, il partito di governo della DDR costituito il 22 aprile 1946 dall'unione dei socialdemocratici e del KPD, il par­tito comunista). Era stato del resto Walter Ulbricht a precisare, al primo con­gresso della Kommunistische Partei Deutschlands, il 3 marzo 1946, la conce­zione di un vero regime del popolo: «Siamo dunque dell'opinione che demo­crazia non significa che tutte le forze abbiano le medesime possibilità di ope­rare. Ci chiedono: Volete organizzare elezioni nella Zona di Occupazione Sovietica? Rispondiamo: Certo, ma le organizzeremo sotto garanzia, in modo tale che giunga al potere in ogni città e in ogni villaggio una maggioranza di lavoratori».

Nulla dunque di strano che migliaia di pubblici funzionari, cittadini e intellettuali delle più varie tendenze abbiano dovuto «visitare» a più riprese i campi di internamento, condannati - come fu per il diciannovenne Wolfgang Strauss - a morte per sabotaggio, attentati e attività politica illegale (il fondamento applicativo per tali «reati» era la Direttiva 160 della SMAD, 3 dicem­bre 1945), indi graziati con venticinque anni di lavoro forzato nel campo sibe­riano di Vorkuta. Nulla di strano che Helmuth G. di Sielow, classe 1901, mem­bro della SPD fin dal 1920 e iscritto alla SED, venisse arrestato nell'ottobre 1948 con l'accusa di wirtschaftlich-politische Hetze, «sobillazione economi­co-politica», rinchiuso a Cottbus per due anni, indi a Bautzen, ove fu condan­nato ai soliti venticinque anni (verrà liberato nel 1953 dopo la revisione del processo). Nulla di strano che il ventunenne pacifista liberaldemocratico Arno Esch e sei suoi compagni del Meclemburgo e della Pomerania occidentale fossero fucilati il 24 luglio 1951 nel carcere della MVD di Brest Litovsk.

Dopo l'insurrezione popolare del 17 giugno 1953 venne inoltre giustiziato un numero imprecisato di «agenti nemici» e «traditori del socialismo». Il numero esatto non è noto ancor oggi, anche se 92 persone vennero sicuramen te fucilate. Dei 5143 incarcerati, 14 furono condannati a morte e 1067 a 6321 anni di carcere. Tra i poliziotti e i militari che si rifiutarono di sparare sulla folla ne furono fucilati almeno 52, mentre 1756 vennero condannati, per rifiu­to di obbedienza, a 2000 anni di carcere. Consegnati ai sovietici per essere da loro giudicati furono 131 membri delle forze dell'ordine, dei quali non si conosce il destino. Ancora, all'interno dei campi e delle prigioni, regnarono la sofferenza, il terrore, la morte.

Dei 10.513 giudicati dai TMS per «crimini di guerra e crimini contro le Potenze di occupazione», 6143 («la maggior parte delle persone ancora dete­nute») vennero rilasciati il 17 gennaio 1954. Dei rimanenti, che avevano «compiuto crimini particolarmente gravi e costituito un pericolo per lo svilup­po pacifico e democratico della società», 290 furono rilasciati il 7 aprile 1955, 681 all'inizio di maggio e 2.616 nel dicembre (tale cifra comprende anche centinaia dei «criminali di guerra» del penitenziario di Waldheim, dei quali parleremo più avanti, non computati nei 10.513).

Il 1956 - undici anni dopo la fine del conflitto! - vide il rilascio di altri 983 condannati (sia dai TMS, sia di Waldheim). Nel giugno-settembre furono rilasciati altri 6.000 prigionieri, per la maggior parte non più «nazisti» né «cri minali di guerra», ma oppositori del regime appartenenti ad ogni settore politi­co.

Una pubblicazione ufficiale del Ministero per la Sicurezza dello Stato, celebrativa del quindicesimo «compleanno» della DDR, dà infine nel 1965, quali cifre della benemerita attività dello Stasi, a partire dal 1950, 423.76, i tedeschi inquisiti e 177.320 incarcerati per periodi più o meno lunghi.

Così come la caccia ai ventimila scienziati poi deportati nell'URSS, anche la caccia ai civili tedeschi ebbe inizio durante i combattimenti, per dive­nire sistematica dopo la fine del conflitto. Subito dopo l'arrivo a Berlino del gruppo di Ulbricht il 30 aprile, del gruppo di Anton Ackerman (nato Eugen Hanisch) il giorno seguente, del gruppo Sobottka il 6 maggio e del Comitato Nazionale Germania Libera (formato dai sovietici nel luglio 1943 con prigio­nieri di guerra «antinazisti»), si cominciò a rintracciare i nazionalsocialisti e ad allontanarli dai loro posti di lavoro.

Ciò avvenne con il minimo di inchiesta giudiziaria, quasi sempre sulla base del capriccio dei delatori comunisti. Dopo le prigioni di primo passaggio, la situazione peggiore fu quella dei campi di concentramento di Sachsenhausen e di Buchenwald, dati in gestione spicciola dalle autorità di occupazione a criminali comuni, ora nominati capi-baracca e responsabili del buon andamento della Rieducazione dei riottosi. A causa del progressivo incremento dell'afflusso di vittime, nuovi campi vennero istituiti ancor prima del termine del conflitto nel Wartheland, a Posen, e nell'Alta Slesia, a Oppeln e a Tost, come anche nelle altre regioni via via occupate dall'Armata Rossa, e cioè nelle provincie del Brandeburgo centrale e della Sassonia orientale (Ketschendorf, Francoforte sull'Oder, Weesow e Bautzen), nel Meclemburgo (Fünfeichen presso Neubrandenburg) e nel circondario di Berlino (Hohenschönhausen). Altri campi, dei quali alcuni dopo pochi mesi vennero smantellati, sorsero a Landsberg sulla Warthe, a Graudenz, a Schwiebus, a Torgau, a Mühlberg sull'Elba e a Jamlitz, cosicché già nell'inverno 1945-46 era sorto, sia nella Zona di Occupazione Sovietica, sia in quei territori che sarebbero di lì a poco passati sotto l'amministrazione polacca, un vero e pro­prio «sistema» concentrazionario con direzione centrale a Berlino Est.

La decimazione dei prigionieri dovuta alle decine di migliaia di morti, il loro calo dovuto alla deportazione nell'URSS, il rilascio di molti internati (generalmente di quelli condannati a pene minori) permisero all'MVD di con­centrare la massima parte dei superstiti, dall'ottobre 1948, nei tre grandi campi di~Bautzen, Buchenwald e Sachsenhausen. Nella primavera 1950 anch'essi vennero chiusi e i detenuti vennero smistati in decine di luoghi di pena: carce­ri (Gef~ngnisse), penitenziari (Zuchthäuser), ospedali di detenzione (Haftkrankenhàuser), campi di lavoro (Arbeitslager) e altri campi minori, isti­tuti di prigionia preventiva (Untersuchungs-Haftanstalte) e case di correzione giovanile (Jugendhäuser).

Fino alla primavera 1950 decedettero complessivamente, come detto, nei campi nominati, sicuramente 86.000 persone. Di tutti gli internati, dei trasferi­menti da un campo all'altro, dei decessi, non risulta si siano tenuti registri. I morti, i «giustiziati» - gli assassinati - dovevano essere ignorati per sempre, fantasmi la cui esistenza era svanita nel nulla (i campi, per via dell'impossibi­lità di comunicare con i familiari, erano conosciuti come Schweigelager, «campi del silenzio»), «colpe» per sempre imponderabili, sentenze ingiudica­bili, volti e sofferenze mai esistiti. Gli unici testimoni di queste morti furono, oltre ovviamente ai carnefici, i reparti addetti alle sepolture (spesso eliminati dopo l'ingrato lavoro); qualche spezzone di verità lo si poté cogliere in seguito anche dai sopravvissuti ancora in possesso di una forza, di una indignazione - e della possibilità - di testimoniare quegli orrori.

Oltre ai boss tedesco-comunisti summenzionati, i principali responsabili del massacro furono due. Il primo: l'ebreo bielorusso Vladimir Vladimirovic Semjonov (futuro ambasciatore sovietico a Bonn, dal 1978 al 1986), consigliere politico delle truppe di occupazione e braccio destro dei vari plenipoten­ziari sovietici in Germania, i capi della SMAD (Maresciallo Georgij Zhukov dal 9 giugno 1945 al 10 aprile 1946, Maresciallo Vasilij Sokolovskij fino al 29 marzo 1949 e generale Vasilij Ciuikov fino al 10 ottobre 1949). La seconda: la tedesca-comunista Hilde Benjamin nata Lange, funzionaria dello Stasi (poi ministro della Giustizia dal 1953 al 1967; le si devono direttamente 146 con­danne a morte e 116.476 anni di carcere elargiti ad «agenti nemici»). Nota come «Hilde la Rossa» e «ghigliottina rossa», era stata la moglie dell'ebreo comunista Georg Benjamin (fratello del saggista Walter Benjamin) e l'amante interbellica di Paul Wenzel Rosbaud (nato a Graz nel 1896, il famoso «Grifone», il principale agente a Berlino del Secret Intelligence Service, infor­matore sulla ricerca atomica tedesca).

Riportiamo di seguito, in ordine alfabetico, una lista dei campi conosciuti, la loro ubicazione, nonché, quando possibile, il presumibile ammontare della «forza» e dei decessi in ognuno di essi.

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Al campo di concentramento di Bautzen, ufficialmente costituito il 13 giugno 1945 sull'area del penitenziario regionale, fu presto assegnato il titolo, assai eloquente, di Gelbes Elend, «Miseria Gialla». Esso costituì lo Speziallager Nr4, «campo speciale numero 4», dell'NKVD e fu popolato di prigionieri, pressoché tutti politici, condannati dai Tribunali Militari Sovietici. Gli alloggi erano ricavati negli edifici 2 e 3 del penitenziario e nelle baracche «interne». Centinaia di persone furono imprigionate anche in un gruppo di baracche «esterne». Nel 1948 furono rilasciati i primi 4.000 prigionieri. Per la massima parte gravemente ammalati e sull'orlo della fine, non si voleva più aver nulla a che fare con loro. Anche dopo questo primo rilascio, tuttavia, il numero degli internati rimase costante per mesi sugli ottomila (in tutto il tempo del funzionamento sarebbero passate per il campo 28.000 persone). Tra gli internati condannati, almeno 4.000 furono inviati in Unione Sovietica in campi di lavoro forzato.

In «Miseria Gialla» fu detenuto nel settembre 1948 anche Walter Kempowski, condannato a venticinque anni di carcere duro. Nella sua testi­monianza, «I1 blocco», apparsa nel 1969, egli ha descritto in maniera sconvolgente i suoi otto anni di prigionia in questo campo del terrore. In un servizio sul quotidiano Die Welt del 24 febbraio del 1990, sotto il titolo «La ronda gira in Miseria Gialla», un brano illustra un momento dell'allucinante condizione degli internati: «Salii sul panchetto della mia cella e guardai fuori dalla fine­stra, nel cortile della prigione c'era la cosiddetta zona d'aria. Là barcollavano, senza mai fermarsi, in fila uno dietro l'altro, in tondo, quattrocento prigionieri. Dopo mezz'ora rientravano, ed altri uscivano nel cortile, quattrocento, anch'essi uno dietro l'altro. Ogni mezz'ora venivano fatti rientrare, e così con­tinuamente per tutto il giorno. Rinchiusi a Miseria Gialla c'erano ottomila pri­gionieri».

A Bautzen nel 1948 fu detenuto, a fini rieducativi, anche il giovane Horst Anker. Arrestato nel 1945, quindicenne, sotto l'accusa di aver fatto parte del Werwolf - i «lupi mannari», i combattenti tedeschi della resistenza nei territori invasi - era stato condannato a morte. Per i nove mesi successivi era rimasto chiuso in isolamento in una piccola «cella della morte», quotidianamente immerso nel terrore di venire chiamato a ricevere un colpo di pistola alla nuca, quotidianamente ripreso dall'ansia di vita. I carcerieri gli si avvicinavano spesso di notte, strusciando le scarpe fuori dalla cella, fermandosi bruscamen­te, aprendo e sbattendo le porte di altre celle nel corridoio, poi qualche parola storpiata, talora un singhiozzo, passi strascicati, ancora uno struscio di scarpe, poi più nulla. E così per giorni, per settimane, per tutti i nove mesi della deten­zione. Due volte aveva udito degli spari nel cortile del carcere, senza sapere alcunché degli assassinati. Le celle vicine erano state nuovamente occupate. Le uniche parole scambiate in nove mesi erano state - per un ragazzo di quin­dici anni - quelle gutturalmente rivoltegli dagli ufficiali sovietici e dall'inter­prete. La tortura dei nervi era continuata con minacce di fucilazione, con inter­rogatori monotoni e vani, scosso da allucinazioni sempre più frequenti, da disturbi oculari ed articolari, mentre i piedi e le gambe gli si gonfiavano per gli edemi da denutrizione. Dopo nove mesi era stato tirato fuori dalla cella. Nel buio corridoio gli avevano comunicato che era stato graziato dalla magna­nimità del compagno Stalin. Nel frattempo i capelli gli erano divenuti total­mente bianchi.

Ancora nel 1949 - quattro anni dopo il termine del conflitto! - vennero incarcerati trentotto adolescenti, come Anker accusati di Werwolftätigkeit, «attività di Werwolf». Nel 1950 ne sopravvivevano otto, sette dei quali affetti da tubercolosi.

Dal gennaio 1950 il governo della DDR prese in carico dalle autorità sovietiche anche il complesso di Bautzen (la data ufficiale del trapasso fu il 15 febbraio), nel quale risultarono qualcosa come 14.000 detenuti contro i 7000 comunicati dai sovietici. Furono rilasciati 650 dei 1350 semplici internati che vi rimanevano, mentre dei 7700 giudicati e condannati dai TMS al carcere duro rividero la libertà in 2300, nella stragrande maggioranza i meno «colpe­voli». I 700 internati rimasti furono trasferiti per essere processati a Waldheim. Nel febbraio i 5400 prigionieri politici che ancora rimanevano furono dati in consegna alla Volkspolizei, che in parte li smistò in altri luoghi di detenzione.

Il 13 marzo ebbe luogo la prima protesta per la mancanza di cibo e di cure e per reclamare la propria innocenza: ore e ore di grida da locale a locale, da edificio a edificio, migliaia di detenuti che, appesi alle inferriate, agitavano le misere lenzuola come bandiere. Prese di sorpresa, le autorità per il momento cedettero ma, quando il 31 marzo si rinnovò la protesta, fecero intervenire apposite squadre appoggiate da militari sovietici armati di mitragliatori, scate­nando i Volkspolizisten. Centinaia di internati colpiti da sfollagenti e bastoni - fratture, ferite agli occhi, commozioni cerebrali - dovettero venire ricoverati nell'infermeria del campo e nell'ospedale cittadino. Le violenze proseguirono senza eccezione anche contro i malati gravi e meno gravi degli edifici III e II, bastonati nonostante fossero rimasti nei loro letti. In alcuni locali ove erano degenti i sofferenti di TBC furono innaffiati i letti con gli idranti, in misura tale che restò un palmo d'acqua sui pavimenti. Un medico che aveva tentato di opporsi venne brutalmente percosso. Dopo le «rivolte della fame» la situazio­ne migliorò però lentamente e dal giugno fu concesso ricevere dall'esterno pacchi con generi alimentari.

Il passare implacabile del tempo trova riscontro in due poesie della nazio­nalsocialista Lotte Laumer, la prima scritta nel settembre 1951, la seconda un anno più tardi:

 

Seduta per tutta l'estate

allo stesso posto sulla panca di legno,

fisso fuori dall'inferriata,

la mia nostalgia fiorisce come i fiori di campo.

L'estate trapassa, l'autunno giunge veloce,

un tiglio è il bosco frusciante,

lo stagno il mio mare infinito,

ho visto un letto di fiori, cosa voglio di più!

 

Siedo qui proprio come l'altr'anno,

solo più vecchia, più grigi i capelli.

C'è ancora lo stagno, il tiglio è verde,

in fila come le oche ci trasciniamo sul letto di fiori.

È tutto come l'anno passato,

solo più vecchia, più grigi i capelli.

 

A «Miseria Gialla» il numero dei decessi fu particolarmente elevato. Si stimano morte, nei quasi cinque anni di amministrazione sovietica, 18.000 persone (altre fonti parlano di 12.000 e di 16.700). I cadaveri, denudati e cosparsi di calce viva, furono sotterrati in fosse comuni nella brughiera del cosiddetto Karnickelberg, a nord del campo, e nelle vecchie trincee di prote­zione antiaerea, sia all'interno che all'esterno del campo.

2

Il KZ di Buchenwald, istituito nel luglio 1937 sulle pendici settentrionali dell'Ettersberg presso Weimar, aveva raccolto detenuti politici e deportati da parecchi paesi europei ed era rimasto aperto al pubblico fino al luglio 1945 allo scopo di illustrare a fini rieducativi, mediante ispezioni coatte di massa della popolazione tedesca, la «barbarie» della «tirannide» nazionalsocialista. Gli antichi «nazisti» e coloro che li avevano in qualche modo sostenuti, appoggiati o giustificati, dovevano vedere coi loro occhi di quali nefandezze si fossero macchiati gli «sgherri» del passato.

È in una di queste «esposizioni» che vennero mostrati, ai nauseati visita­tori obbligati, i «paralumi» di pelle umana «ordinati» a qualche volonteroso da Ilse Koch (la «strega di Buchenwald»), alcune «saponette» fabbricate col grasso dei cadaveri e le due famose teste mummificate che, spacciate come opera di un qualche sadico «nazi», al processo di Norimberga erano state fatte furti­vamente sparire allorché un etnologo aveva scoperto sul loro basamento i numeri di inventario del museo di storia naturale dal quale erano state sottratte al fine di costruire le «prove» dell'orrore «nazista».

Dopo aver svolto questa nobile funzione rieducativa, una notte, improvvi­samente, il campo venne sbarrato agli estranei. Il 12 agosto esso fu «rimesso a nuovo» e battezzato Speziallager Nr. 2; nove giorni più tardi fu riaperto alla nuova popolazione di internati, accogliendo fino alla primavera del 1950 pri­gionieri anticomunisti. Mentre i vecchi guardiani venivano sottoposti a giudi­zio per crimini in parte commessi (ricordiamo che già nel 1943-44 i tribunali delle SS avevano condannato a morte, per atti di arbitrio compiuti contro gli internati, duecento addetti tra il personale di centinaia di campi, tra cui due comandanti di Buchenwald) e in gran parte inventati o non vagliati con suffi­ciente serenità di giudizio, e impiccati o condannati a pene dure, a Buchenwald continuavano, decuplicate, le sofferenze, le percosse, le angherie, gli assassinii. Fu soprattutto nei luoghi di detenzione in Turingia che risultò chiaramente il criminale comportamento dell'NKVD-MVD. Se, come rico­nobbero vittime ed osservatori neutrali, durante la guerra Buchenwald era stato, per quanto duro, un semplice campo di concentramento, «ora era l'infer­no».

Perfino l'ebreo Eugen Kogon, acerrimo anti-«nazista» autore del libro Der SS-Staat, conferma indirettamente tale giudizio, riportando una tabella del vitto per gli internati nei campi «nazisti», che numerosi tra i detenuti passati sia per questi che per quelli della Zona Sovietica giudicarono, nel marzo 1950, di gran lunga più sopportabile: «Non solo l'igiene e la possibilità di lavarsi erano migliori nei campi amministrati dalle SS, ma era più nutriente e variato anche il vitto».

Un detenuto che ci lasciò la sua testimonianza sull'estrema disumanità della nuova «gestione» fu il professor Otto von Kursell, rettore dell'Accademia d'Arte di Berlino fino al maggio 1945 e pittore stimato da Hitler. Imprigionato nelle carceri di Blanckenburg e di Halle e nei campi di Mühlberg (ove fu il pittore personale del comandante sovietico) e Buchenwald fino al 1950, in tale anno venne liberato senza «foglio di rilascio» e senza essere stato sottoposto a processo di sorta: «Una delle questioni sui campi di concentramento concerne il confronto tra i campi nazionalsocialisti e quelli sovietici. Per giudicare io mi baso sulle testimonianze di quegli ex prigionieri delle SS a Mühlberg, che, una volta liberati, furono semplicemente prelevati dall'NKVD e continuarono per più anni la loro detenzione in quello stesso campo. Mi baso anche sui rilievi fatti a Buchenwald dal 1948 al 1950 coi miei occhi. Tutto ciò è certo una questione ancora scottante, dato che dovetti con­statare come il campo di Mühlberg fosse, sia dal punto di vista organizzativo che come struttura abitativa, molto più inumano sotto i sovietici che sotto la direzione tedesca e che a Buchenwald vennero compiute modifiche dai russi per motivi puramente propagandistici, onde accusare in seguito i tedeschi. Le mie conclusioni contraddicono certo il quadro che la pubblica opinione si è formato, ed affermando quello che affermo io mi espongo all'accusa di volere attenuare il comportamento inumano della Gestapo o delle SS o difendere gli assassini di massa o le terribili offese contro la giustizia. No: il crimine resta crimine. Ma mi offende il fatto che la verità venga sacrificata alla propaganda e che la pubblica opinione venga formata in modo tanto tendenzioso. Mi offende il fatto che i tedeschi debbano essere considerati sempre i più malvagi di tutti i popoli - tutti i tedeschi - e che debba essere creduto soltanto ciò che parla contro di noi».

Arrestata nel giugno 1946, indi passata per i penitenziari di Halle e Torgau, alla fine del dicembre giunse a Buchenwald anche la Mädelführerin Hedwig Kahle: «Una cosa ancora mi sono scordata di raccontare: le veglie di notte. Nella baracca qualcuno doveva sempre star sveglia dall'inizio alla fine della notte. Era un compito terribile, in quell'inverno che faceva spesso regi­strare temperature di venti-trenta gradi sotto zero. Il fuoco nella stufa rimane­va acceso dalle 19 alla una di notte. Alle 22 iniziava il primo turno, della dura­ta di due ore. Chi dunque si fosse felicemente addormentata e stesse appena vincendo il freddo veniva svegliata: giù dal letto, e due ore a camminare avan­ti e indietro nel freddo della baracca. Allora capii come possano essere lunghe due ore. Quando poi potevamo tornare sotto le coperte, restavamo per lo più sveglie fino al mattino, poiché era impossibile recuperare il caldo perduto. La nostra toilette serale consisteva per lo più nello spogliarci completamente, nel lavarci dalla testa ai piedi con acqua gelida e nel rivestirci con tutto ciò che avevamo, biancheria intima, vestiti, cappotto, berrette e guanti. Quasi tutte noi abbiamo portato addosso tutte le nostre cose giorno e notte, per tre mesi di fila. Ci voleva una volontà di ferro per abbandonarsi una volta al giorno a quel gelido lavaggio. Ma questa era anche l'unica possibilità di riscaldarci per qualche tempo. Le notizie che ci arrivavano sulla situazione degli uomini erano spaventose. Essi dormivano ancora senza pagliericcio, in due o tre per tavolaccio; il loro tempo di caldo era molto più breve del nostro, ancora più bassa la percentuale di quelli che erano in grado di lavorare. A migliaia mori­rono, da settantacinque a cento per giorno, fra i primi quelli che erano giunti con noi a Torgau».

Nei mesi seguenti vennero trasportati a Buchenwald i sopravvissuti dei campi di Jamlitz, Ketschendorf, Landsberg, Mühlberg, Fünfeichen e Torgau. Il campo giunse così ad alloggiare mediamente da 10 a 12.000 prigionieri, dei quali 7-8000 donne. Anche se sono state avanzate cifre di 50.000 internati, il passaggio complessivo, fino alla chiusura nel febbraio 1950, viene solitamente valutato in 32.000 persone.

Dopo il rilascio di 8000 condannati a pene minori, nell'estate 1948, e dopo il rilascio nel gennaio 1950 di altri 7000, 2154 prigionieri furono trasfe­riti nel penitenziario di Waldheim per esservi processati insieme ai 700 di Bautzen e ad altri.

Edizione «tascabile» dei processi di Norimberga, la serie dei processi di Waldheim ebbe inizio il 21 aprile 1950. Vi furono giudicate, da trentasette giudici e diciotto procuratori, 3432 persone; ogni processo durò in media dieci minuti. Vennero comminati complessivamente 40.000 anni di carcere e pro­nunciate trentasei condanne a morte. A sei dei condannati (tra cui due donne) la pena capitale venne commutata, per grazia del presidente della DDR, in detenzione all'ergastolo. Due morirono prima dell'impiccagione. Quattro altri vennero graziati col carcere a vita la sera precedente l'esecuzione. Le rima­nenti ventiquattro impiccagioni vennero eseguite nella notte tra il 3 ed il 4 novembre. Delle ventiquattro vittime: sette erano magistrati, tre ufficiali di polizia, tre funzionari civili, uno medico, quattro commercianti, sei operai o artigiani. Quanto ai sopravvissuti, emblematico resta il caso di Herbert Röder, classe 1912, imprigionato nel 1945 a Ketschendorf, passato per Francoforte, Fünfeichen e Buchenwald e condannato a venticinque anni di carcere senza altra imputazione che di avere fatto parte della NSDAP dal dicembre 1932 e di avere portato il grado di Sturmführer a partire dal 1936 (sarà liberato, dopo essere stato trasferito nel carcere di Brandenburg-Görden, nel 1956).

Vana fu l'isolata protesta, vano l'appello ad una revisione dei processi lanciato ad Ulbricht nel luglio precedente dallo scrittore antifascista Thomas Mann, esule in America negli anni del Terzo Reich: «In rapporto a ciò, Signor Presidente, vorrei porre questa questione, di cui mi permetto di parlarLe. Si tratta dei processi - se si può usare questo termine - che nell'aprile-maggio scorso si sono tenuti a Waldheim contro tremila e più persone da anni - alcune anche da cinque - detenute nei campi di concentramento della Zona di Occupazione Sovietica. Per giudicarle vennero istituiti dalla Corte Regionale di Chemnitz dodici grandi ed otto minori collegi - Tribunali Speciali (sebbene a quanto mi consta la re-istituzione di Tribunali Speciali sia proibita da una dichiarazione del Consiglio Alleato di Controllo) in ogni caso carenti di dignità giuridica. "Tribunali del Popolo" dunque, i cui metodi sono quanto di più sommario possa esserci. Questi infelici relitti umani, già calpestati, spiri­tualmente a pezzi, che sputavano sangue, destinati a morte rapida o lenta, sono accusati, e con ciò anche già giudicati, di collaborazione con il sistema di potere nazionalsocialista. Cosa io pensi in generale del nazionalsocialismo e del fascismo, non ho certo bisogno di ripeterLe. Ma io le chiedo, Signor Presidente, non retoricamente "davanti al mondo", ma da uomo a uomo: ha qualche senso il far giudicare questi poveri esseri, questi deboli uomini da rie­ducare che non hanno saputo far altro che navigare secondo come tirava il vento... ha senso farli giudicare nello stile del più selvaggio nazismo e dei suoi "Tribunali del Popolo", e offrire con ciò uno spettacolo sanguinario al mondo non comunista, uno spettacolo che vale come incitamento all'odio, alla paura, alla propaganda per l`”inevitabilità” della guerra, una sconfitta morale per tutti coloro che considerano questa guerra la più grande delle disgrazie che potreb­be accadere? Signor Presidente, Lei forse non sa quale orrore e quale indigna­zione, spesso simulati, ma spesso profondamente sinceri, abbiano fatto nasce­re in questa parte del mondo quei processi con le loro condanne a morte - poi­ché quelle pene sono tutte condanne a morte - come essi abbiano servito la mala volontà e nociuto alla buona. Un atto di grazia generoso e sommario, come sommarie sono state quasi tutte le sentenze di Waldheim, un tal atto sarebbe un gesto benedetto e propizievole alla speranza di una distensione e di una riconciliazione, un atto di pace».

I primi atti di clemenza saranno costituiti dalla grazia concessa dal Presidente della DDR Wilhelm Pieck il 21 marzo 1951 e dal rilascio anzitem­po, nell'ottobre 1952, di un migliaio di condannati di Waldheim.

Degli internati a Buchenwald, almeno 2100 furono deportati in Unione Sovietica. Tra gli ultimi ad essere deportati in URSS, i superstiti da Waldheim furono rimpatriati alla fine del 1955. A Buchenwald morì nel 1947 anche il conte Joachim Ernst von Anhalt, già oppositore del nazionalsocialismo e internato, in tempo di guerra, a Dachau.

In pochi anni, in tempo di pace, in un campo non sconvolto dalla penuria né dalle epidemie scoppiate negli ultimi mesi di guerra, né dai bombardamenti aerei - come era invece stato per il campo retto dalle SS - morirono a Buchenwald 13.000 persone (secondo altre fonti 18.000). I loro cadaveri ven­nero gettati in fosse comuni nel settore orientale del campo, dove un boschetto sottraeva alla vista il «lavoro», o rovesciati in una gola presso Hotteistedt.

Quando nel settembre 1958 il governo della ex DDR consacrò a Buchenwald un monumento commemorativo alle vittime del «nazismo» e quando nel 1970 il socialista Willy Brandt, cancelliere della Repubblica Federale, vi prolungò la visita di stato da Erfurt onde deporvi una corona, nes­suno espresse la minima parola di commemorazione per le migliaia di vittime della ferocia comunista. Esse non erano altro, secondo la terminologia stali­niana, che «bestie fasciste».

3

A Sachsenhausen presso Oranienburg il vecchio campo di concentramen­to, uno dei primi istituiti dal regime nazionalsocialista, fu rimesso in funzione il 10 agosto 1945. Sorse così lo Speziallager Nr.7, uno dei principali, nel quale per anni 1'NKVD-MVD inviò i suoi prigionieri. I primi 150 furono presi in forza come reparto di lavoro dal campo di Weesow, onde approntare il nuovo «campo speciale». Vi vennero rinchiusi sia semplici internati non processati, sia carcerati passati attraverso i tribunali sovietici. Fin dall'inizio vennero for­mati trasporti per l'Unione Sovietica (tra internati e condannati, i deportati sono stimati in 5-7000). La forza media del campo oscillò tra gli 11.000 ed i 16.700 detenuti, dei quali 1000-1200 donne. Nell'estate 1948 vennero regi­strate punte di quasi 25.000 presenti.

Del complesso dei campi di Sachsenhausen fece parte, fin dai primi giorni e fino all'autunno 1947, anche un «campo ufficiali» (Oflag). A centinaia gli ufficiali della Wehrmacht vi furono raccolti, umiliati, percossi, assassinati.

Nella sezione femminile si trovarono talora anche una trentina di neonati e lattanti, la cui mortalità restò sempre alta. Vi vennero anche alloggiate, soprattutto nei primi anni, numerose donne incinte, per la maggior parte in conseguenza delle violenze subite durante il periodo di attesa del processo. Molti furono i casi di depressione e suicidio. Nei primi anni la cifra dei deces­si quotidiani, per le più varie ragioni, oscillò dai 15 ai 20.

Un capitolo particolare concerne le punizioni impartite dalle autorità. Il vitto veniva in tali casi somministrato soltanto ogni due giorni. Le notti tra­scorrevano su tavolacci di pietra senza coperte né pagliericci o su pavimenti di legno fradici e marciti. Fino a metà 1948 nei casi più duri il detenuto, tra per­cosse e bastonate, veniva calato in una cantina scavata nel terreno, due metri per uno e mezzo di lato, coperta da una lastra di ferra con qualche buco per l'aerazione. Per accrescere il disagio della punizione, sul pavimento veniva spesso lasciata una spanna d'acqua. Il tormento poteva protrarsi anche due set­timane, e spesso comportava la morte a breve scadenza del detenuto.

Nel marzo 1945 il quindicenne Eckhard W. di Senftenberg si trovava in un campo di addestramento militare per l'estrema resistenza contro i sovietici. Il crollo lo vide prigioniero in un campo presso Golzen, dal quale fu rilasciato dopo una settimana in virtù della sua giovane età. Tornato al paese e denuncia­to in dicembre ai russi quale Werwolf, Eckhard fu arrestato dall'NKVD, imprigionato dapprima a Calau ed in seguito a Cottbus e qui condannato a dieci anni di carcere. Trasportato a Sachsenhausen, vi rimase tre anni, poi fu trasfe­rito ad Alt-Strelitz per lavorare in un'azienda orticola. Coinvolto nella fuga di alcuni prigionieri, fu portato a Waldheim ove fu messo in officina a produrre parti di trebbiatrici. In conseguenza di voci di rivolta, dopo un isolamento in cella singola fu trasferito a Torgau, ove rimase, lavorando quale tornitore, fino al 4 gennaio 1956.

Considerata Werwolf, la diciassettenne Rosi T. di Dessau, arrestata nel febbraio 1947, venne condannata nel giugno con altri venti giovani a dieci anni di lavoro forzato da un Tribunale Militare Sovietico. Da Dessau ad Halle, nel carcere «Roter Ochse» («Bue Rosso»), indi, pochi giorni dopo, a Sachsenhausen. Dopo la chiusura del campo, fu trasferita nel carcere di Hoheneck, ove rimase fino al gennaio 1954.

Nel luglio-agosto 1948 e nel gennaio-febbraio 1950, furono rilasciate, rispettivamente, 3800 e 5000 persone. Alla chiusura del campo, il 10 marzo, 1200 donne furono trasferite nel penitenziario di Hoheneck, 4000 uomini in quelli di Torgau, Untermasfeld e Luckau. I restanti, ultimi 500 internati furono portati a Waldheim per esservi processati. Complessivamente passarono per Sachsenhausen 60.000 persone di ambo i sessi, delle quali tra 20 e 30.000 per­sero la vita (per altre stime: 13.000 e 14-16.000). Furono sepolte in un vivaio forestale lungo la strada Sachsenhausen-Schmachtenhagen, al di là dell'Havel, ottocento metri all'intemo del bosco.

Tra i deceduti ricordiamo Heinrich George, uno dei più grandi attori tede­schi, morto il 25 settembre 1946 tra atroci sofferenze, dopo essere stato per un anno interrogato, bastonato, torturato e affamato. La sua colpa: avere recitato in film di gradimento del ministro dell'Educazione Nazionale e Propaganda dottor Joseph Goebbels ed essere stato da lui appoggiato nella carriera. Uomo un tempo bonario ed affabile, George, il cui peso abituale si aggirava intorno al quintale, era giunto a pesare poco più di quaranta chili. Il suo cadavere non andò incontro al destino comune, denudato e gettato in sepolture di massa, coperto da calce viva. Quattro suoi compagni di sventura lo seppellirono in una cassa d'abete nel cimitero del campo. Negli ultimi mesi riuscì a comporre, tra stenti e sofferenze, alcune poesie, due delle quali concludono il presente saggio.

Nel 1949 decedette anche il professor Otto Nerz, già allenatore della squadra nazionale di calcio, del quale si è soliti sì riportare il decesso a Sachsenhausen, ma facendolo credere avvenuto nel vecchio campo «nazi» e per mano dei «nazi» (identico giochetto si è soliti compierlo per lo scrittore ebreo Ernst Wachler, «assassinato per motivi razziali nel campo di Theresienstadt nel settembre 1944», e in effetti chiuso sì nel campo boemo, ma dai ceco-comunisti e morto nel settembre 1945).

Passato il campo, nel novembre 1949, in amministrazione alla DDR, parte dello Speziallager Nr.7 fu mantenuta in funzione, per decenni. Non solo «nazi­sti» o «simpatizzanti» vi vennero rinchiusi, ma anche numerosi socialdemo cratici, tra i quali molti che vi avevano soggiornato «ospiti» del nazionalsocia­lismo. Il bello - o il brutto - della vicenda è che molti, i quali erano sopravvis­suti anche a nove anni di internamento «nazista», vi persero ora la vita dopo tempi di gran lunga minori. Quale tragico esempio di queste centinaia di inter­nati ricordiamo Karl Heinrich. Imprigionato nel 1936 e inviato in questo campo, allora da poco approntato, doveva rimanervi fino al 1945, in condizio­ni peraltro discrete. Quale provato antifascista, alla «liberazione» Heinrich divenne vice-prefetto della polizia di Berlino, prima che la città venisse divisa nei due settori. Venuto però presto in urto con i sovietici, che volevano costringerlo a far parte della SED, fu imprigionato e, cinque mesi dopo la liberazione dalla «tirannide nazista», ri-internato a Sachsenhausen, nella medesi­ma baracca. Unici cambiamenti: le guardie vestivano ora l'uniforme sovietica e le condizioni di vita, pur in tempo di pace, non erano neppure lontanamente paragonabili a quella della vecchia prigionia. A tal punto che Heinrich morì nel 1948 di stenti e di malattie.

Degli altri socialdemocratici vittime dei campi di concentramento o delle carceri sovietico-tedesco-comuniste, ricordiamo: Hermann Meise, dirigente sindacale di Görlitz, e Fritz Descher di Merseburg, imprigionati nel 1948; Max Frank di Stralsunda, ex dirigente del partito socialdemocratico tedesco durante la Repubblica di Weimar, imprigionato nel 1949; Paul Szillat, sindaco di Brandenburg, imprigionato nel 1950. Un oppositore del «nazismo» che decedette nel 1946 nel campo della Sachsenhausen comunista fu anche Horst von Einsiedel, membro del «Kreisauer Kreis». Erich Ollenhauer, il successore di Kurt Schumacher alla guida dell'SPD - Sozialdemokratische Partei Deutschlands, il partito socialista tedesco della Repubblica Federale - valutò a ventimila i socialdemocratici arrestati all'Est nei soli cinque mesi che vanno dal dicembre 1945 all'aprile 1946.

Il 23 aprile 1961 il Comitato dei Resistenti Antifascisti inaugurò tra le baracche un monumento commemorativo alle vittime del «nazismo».

4

Il campo di Berlino-Hohenschönhausen venne istituito provvisoriamente sull'area di una grande mensa collettiva dell'amministrazione nazionalsociali­sta nell'omonimo sobborgo berlinese, lungo la strada che conduce al Freiwald. Alle baracche di un precedente campo di internamento furono aggiunti nell'agosto 1945 gli edifici e le baracche di una fabbrica di macchinari, cosic­ché il nuovo campo venne alla fine a comprendere due settori, chiamati I e II. Dopo la sua chiusura, già nell'ottobre 1946, il vecchio settore I venne utilizza­to dalla polizia sovietica come carcere principale di detenzione preventiva, finché nel marzo 1951 fu «passato», con le medesime funzioni, al Ministero per la Sicurezza dello Stato della DDR. Il settore II servì per qualche tempo anche come campo di lavoro forzato. Responsabile del campo di Hohenschönhausen fu, nei diciotto mesi della sua esistenza, il capitano sovie­tico Kumpan. Tutti gli arrestati politici di Berlino transitarono preliminarmen­te per questo campo, che dopo le trasformazioni assunse il nome di Speziallager Nr.3. Già nel luglio 1945, a due soli mesi dall'inizio dell'infuria­re dei delatori e degli inquisitori comunisti, giunse a contare 5000 prigionieri. Dodicimila arrestati vi transitarono complessivamente, venendo via via trasfe­riti nei campi di Ketschendorf, Weesow e soprattutto Sachsenhausen. Nell'agosto 1946 vennero rilasciati un centinaio di prigionieri.

A Berlino-Hohenschönhausen decedettero almeno 3100 persone, nella massima parte per la terribile, lenta morte per fame. Tra gli internati si conta­vano molti Blockleiter, capi-fabbricato, nonché tutti coloro che avevano svolto una qualche parte attiva in organizzazioni assistenziali quali la Volkswohlfahrt, Assistenza Popolare, e il Winterhilfswerk, Soccorso Invernale. Particolarmente colpiti furono i Kreisleiter, capi di circoscrizione, del Partito. Vennero impri­gionati anche tutti quei semplici membri che, in virtù della loro professione (insegnanti, impiegati statali, etc.), erano stati in qualche maniera «nazisti atti­vi». Il medesimo destino calò su coloro che nelle organizzazioni giovanili ave­vano ricoperto le cariche di Gefolgschaftsführer (corrispondente nella Hitlerjugend al grado di sottotenente) e di Fähnleinführer (nel Deutsches Jungvolk) e quelle superiori. Egualmente la repressione calò su migliaia di ragazzi sospettati di aver fatto parte del Werwolf (qualche esempio: i 134 ado­lescenti del circondario di Calau, in Bassa Lusazia, sequestrati nell'estate 1945; i 40 di Schönebeck sull'Elba, arrestati dal 19 dicembre 1945 al 13 gennaio 1946; i 20 di Schildow, scomparsi ad opera dell'MVD nella notte del 14 luglio 1947; i 30 di Francoforte sull'Oder, arrestati all'inizio dell'agosto seguente).

Egualmente divennero, secondo un'espressione allora corrente, «mangi­me per le prigioni e per i campi» coloro che avevano ricoperto le cariche da Mädelgruppeführerin in avanti nel Bund Deutscher Mädel, l'organizzazione giovanile femminile tedesca, migliaia di associate della Nationalsozialistische Frauenschaft, l'organizzazione che raccoglieva le donne nazionalsocialiste, moltissime ausiliarie della Wehrmacht (Wehrmachtshelferinnen) e ausiliarie ed infermiere della Croce Rossa Tedesca (DRK-Helferinnen e DRK-­Schwesterhelferinnen), nonché i membri dell'Organizzazione Todt e quelli del Reichsarbeitsdienst, il Servizio del Lavoro.

Anche parenti di numerosi politici di primo piano della Repubblica Federale furono rinchiusi ad Hohenschönhausen. Uno di questi fu il suocero di Hans Klein, portavoce democristiano del governo federale (sua madre fu inve ce una delle 250.000 vittime tedesche durante l'espulsione dei tre milioni di tedeschi dai Sudeti). Il colonnello Ernest von Kretschmann, decorato della Pour le mérite nella prima Guerra Mondiale e zio della moglie dell'attuale Presidente Richard von Weizsäcker, fu assassinato in tale campo il 13 novem­bre 1945 (Hellmuth von Graevenitz, altro suo parente, fu torturato a morte il 17 gennaio 1947 nel campo di Buchenwald).

5

Il campo di Francoforte sull'Oder funzionò soprattutto come campo prin­cipale di smistamento (Hauptdurchgangslager) per i prigionieri di guerra tedeschi che dovevano essere - contro ogni norma della Convenzione di Ginevra, che prescriveva il rilascio, al termine delle ostilità, dei prigionieri (convenzione che peraltro i sovietici non avevano mai sottoscritto) - deportati in URSS. Tra costoro si trovarono anche prigionieri politici, ristretti in un campo a parte. I due campi erano situati nel sobborgo «Diga», ad est dell'Oder, in un blocco di caseggiati nei pressi della cosiddetta Waschbleiche, «edificio del candeggio». Un terzo luogo di raccolta fu allestito presso la caserma Horn; prigionieri e deportati vivevano sotto le stelle.

Nell'estate 1945 si contavano complessivamente nel campo, tra prigionie­ri di guerra e internati politici, 7000 uomini, dei quali da 3 a 4000 politici del Brandenburgo e della Sassonia. Poiché Francoforte fu uno tra i principali cen tri di smistamento per i nuovi schiavi, l'ammontare dei detenuti subì nel tempo diverse oscillazioni, fino alla sua chiusura nel settembre 1947. Nessuna stima precisa si può fare dei decessi. I dati vanno in ogni caso da 4000 a 6000 persone (i decessi dei «politici» si valutano da 1000 a 2000). I loro corpi furo­no sepolti in aperta campagna, a sud del campo, in fosse comuni che si trova­no oggi in territorio polacco.

Fu in questo campo che perse la vita, il 7 agosto 1947, all'età di 59 anni, la del tutto incolpevole - ma «nemica di classe» - imperatrice Hermine, spo­sata in seconde nozze nel 1922 dall'ex Kaiser Guglielmo II.

Per Francoforte transitò anche Marianne Arndt, di Jüteborg nel Brandenburgo. Impiegata nel 1943-44 presso il Quartier Generale tedesco di Vinniza in Ucraina quale ausiliaria addetta alle comunicazioni (Nachrichtenhelferin), la giovane, rientrata presso la sua abitazione all'inizio del 1945, venne arrestata dai sovietici nel maggio. Condannata a morte «per spionaggio, possesso non autorizzato di armi e per avere preso parte alla guer­ra di aggressione contro l'Unione Sovietica», venne imprigionata per tre mesi nella cantina di una casa di Jüteborg. Nella tarda estate le fu comunicata la commutazione della pena capitale in dieci anni di lavoro forzato.

Deportata a Francoforte, perse ogni possibilità di comunicare coi genitori e col marito. Nell'ottobre, insieme ad altre cinquantasette giovani donne, fu rinchiusa in un vagone merci che fu trascinato ad Oriente per quasi due mesi. Per tutto il tempo imperversarono il tifo e la febbre petecchiale, per cui quan­do il convoglio si arrestò, nel campo siberiano di Inta presso Vorkuta, nelle vicinanze del circolo polare artico, delle cinquantotto donne ne restavano in vita dodici.

Inverno da settembre a maggio, temperature medie tra meno 35 e 40, con punte di 57 gradi sotto zero, terreno gelato fino a due metri di profondità, due o tre metri di neve in altezza, pioggia, fango, pochi giorni caldi solo in luglio e in agosto, accompagnati da nugoli di zanzare e di mosche, paludi. E lavoro in miniere di carbone, nove ore al giorno a rompere la vena nera con attrezzi pri­mitivi, riempire i vagoncini con pesanti badili. Il giaciglio, su un pancaccio a due piani, un sacco riempito di trucioli; il rancio, zuppa di cavoli con teste di pesce, qualche tozzo di pane, la sera una qualche zuppa, talora un cucchiaio di zucchero.

Come la massima parte delle ausiliarie deportate e delle prigioniere fem­minili, Marianne venne considerata «internata civile» e non prigioniera di guerra. Per esse, come per i civili nazionalsocialisti imprigionati, non valeva norma giuridica alcuna, sottoscritta o non sottoscritta. Nessuna possibilità di comunicare, inviare o ricevere posta, non visite della Croce Rossa Internazionale. Per lei, come per migliaia di altre sventurate, ebbero valore per anni le desolate conclusioni della Commissione Scientifica del Governo Federale per le Vicende dei Prigionieri di Guerra: «All'Est si perdono le tracce delle ausiliarie della Wehrmacht, disperse nel destino comune dei deportati civili» (delle 20.000 ausiliarie e infermiere della Croce Rossa Tedesca depor­tate, ne scomparvero 7000).

Il lavoro pesante, la fame, le malattie, fiaccarono i corpi e gli animi. Prima del rilascio, a metà degli anni Cinquanta, i sovietici, volendo cancellare le tracce più vistose della loro barbarie, vietarono il rientro in patria di donne così provate nel fisico, ricoverando le più gravi in campi di cura, onde render­le «presentabili». Alcune vi passarono persino un anno, prima di essere consi­derate nelle condizioni di sopportare il viaggio di ritorno.

Liberata nell'ottobre del 1955, Marianne giunse nel campo di raccolta di Friedland presso Gottinga, dopo dieci anni di Siberia. Mentre le compagne si allontanavano, affiancate da qualche parente, amico o conoscente, restò sola sull'ampio piazzale. Data per morta, nessuno più l'attendeva; il marito si era risposato. Non appena ebbe notizia del suo ritorno, fece però annullare il secondo matrimonio e tornò con lei.

6

Il campo per prigionieri di guerra di Fünfeichen presso Neubrandenburg fu, insieme a quello di Ketschendorf, il primo a venire costituito. Utilizzato come Speziallager Nr.6, rimase in funzione dall'aprile 1945 all'ottobre 1948. La sua forza di 8000 prigionieri salì, dopo gli arrivi dai campi di Graudenz, Weesow, Hohenschönhausen e Ketschendorf nel febbraio 1946, a una cifra da 12 a 14.000 detenuti, uomini e donne. Almeno mille, in grado di lavorare, furono deportati in Unione Sovietica. Nel luglio-agosto 1948 vennero rilascia­ti 4000 prigionieri. Nel settembre i rimanenti 2600 furono trasferiti a Buchenwald. Un ultimo contingente di 160 internati, rimasto indietro per smantellare il campo, fu trasferito a Sachsenhausen nel novembre.

Nel grande cortile retrostante le costruzioni e in una radura di pini nelle vicinanze del cosiddetto Sandberg, lungo la ferrovia Neubrandenburg-Burg Stargard, prigionieri di guerra e detenuti politici dovettero scavare quelle fosse comuni nelle quali sarebbero stati sepolti 6500 cadaveri (secondo altre stime 4800 o 8700 o più di 10.000). È da tale campo che giunsero al mondo nel marzo 1990, ad opera dello storico Dieter Krüger, le prime notizie sui ritrova­menti dei resti di duemila deceduti nei gulag della DDR.

7

A Graudenz sulla Vistola, nella Prussia occidentale, fu istituito nel novembre 1945 un campo di raccolta (Sammellager) per profughi, che servì anche come campo di concentramento per prigionieri di guerra e internati politici. Essi furono raccolti nel locale carcere, dal quale a più riprese vennero deportati in URSS. Dal novembre i russi istituirono un campo di concentra­mento vero e proprio, nel quale furono rinchiusi i deportati da Oppeln, Ratibor, Tost e da diversi centri di detenzione del circondario. Ben presto il campo fu saturo. Le misure sanitarie, il vettovagliamento e le cure mediche erano pressoché nulle. Cinquemila persone tra uomini e donne vi transitarono fino alla chiusura, nel febbraio 1946.

Nel gennaio precedente erano stati rilasciati 500 prigionieri. Alla chiusura del campo 2500 furono trasferiti a Fünfeichen. A Graudenz persero la vita almeno 2000 persone (altri dati parlano di «più di 5000»).

8

Il campo di concentramento di Jamlitz, presso Lieberose, lungo la ferro­via dei Francoforte-Cottbus, fu istituito nel settembre 1945, sul posto di un vecchio campo di esercitazione delle SS. Diretto dal brutale Gerhard Bennewitz, era formato da baracche senza vetri alle finestre, chiuse da qual­siasi cosa atta si potesse trovare.

In poche settimane fu occupato da 5000 prigionieri, giunti da Cottbus, Guben, Francoforte, Posen e Ketschendorf. Da quest'ultimo campo giunse nel gennaio 1946 anche il tredicenne Helmut L. di Zechin; arrestato su delazione quale «pericoloso» nazionalsocialista, dopo interminabili interrogatori e per­cosse aveva passato sei giorni a Müncheberg, otto a Seelow e sei mesi a Ketschendorf; da Jamlitz venne poi trasferito a Buchenwald, ove fu detenuto fino al 28 luglio 1948.

Per il sedicenne Richard B. di Dammersdorf - arrestato il 2 dicembre 1945 con l'accusa di essere un Werwolf e di avere ucciso un soldato sovietico, portato a Lieberose presso la sede dell'NKVD e in seguito nelle prigioni di Lübben e Cottbus - Jamlitz fu, dal 19 dicembre, il primo di cinque campi e di quattro prigioni che avrebbe conosciuto in un decennio. Sopravvissuto ad una conta di tre ore, sull'attenti, all'aperto e nel freddo della notte di Natale, il gio­vane trascinò la vita a Jamlitz fino al marzo 1947, indi a Mühlberg sull'Elba fino alla chiusura del campo l'anno successivo, indi a Buchenwald fino al gennaio 1950, indi nelle carceri di Weimar, indi in quelle di Halle fino all'ago­sto 1950, indi nel carcere di Berlino-Lichtenberg, ove i carcerieri gli comuni­carono la sentenza emessa da un tribunale moscovita. Il 31 agosto, rinchiuso nella cella di un vagone postale, partì per Brest Litovsk. Di qui, per Orscha, Mosca e Sverdlovsk, giunse nell'autunno al campo di lavoro 31 presso Teischet. L'ultima tappa fu il campo di lavoro 22. Nell'agosto 1954 potè scri­vere in patria per la prima volta e venire assistito dalla Croce Rossa. Dopo la visita a Mosca di Adenauer, nel giugno 1955, le condizioni del campo miglio­rarono, finché all'inizio di ottobre i seicento uomini e le venti donne soprav­vissute vennero caricati su carri merci. Il 29 ottobre, dieci anni dopo l'arresto, Richard potè toccare il suolo della patria.

Negli anni 1949-50 caddero su 26.833 prigionieri di guerra tedeschi in URSS (il 36 per cento dei quali appartenenti alle Waffen-SS, che a fine 1944 rappresentavano il 5 per cento delle forze combattenti) i fulmini dei famigerati articoli 58 e 59 del Codice Penale sovietico, l'applicazione del quale a carico di veri e soprattutto presunti oppositori dello stalinismo negli anni delle grandi purghe aveva portato a milioni di morti e internati nei gulag. Il 5 maggio 1950 Mosca rese nota la liberazione di 17.358 prigionieri di guerra (ne restavano detenuti ancora 13.000).

L'applicazione dell'articolo 58, paragrafi 8, 9 e 11 (terrorismo contro fun­zionari, attività controrivoluzionarie e possesso illegale di armi) cadde però nel primo dopoguerra anche fuori dai confini sovietici, ad esempio sul diciottenne Gottfried F. di Guben. Arrestato, del tutto innocente, con altri otto ado­lescenti tra il 6 e il 14 dicembre 1945, venne portato a Reichenbach e, dopo pesanti interrogatori, trasferito a Cottbus, ove il 1° febbraio 1946 fu giudicato. Uno del gruppo fu condannato a morte, Gottfried e altri due a dieci anni di carcere, quattro a sette ed uno venne «assolto». Mentre quest'ultimo non fu però rilasciato ma internato a Jamlitz, Gottfried venne trasferito ad Alt­-Strelitz, nel settembre, a Sachsenhausen e, dopo la chiusura del campo nel marzo 1950, a Luckau, dal quale carcere fu liberato nell'ottobre. Dei nove, uno fu impiccato e due morirono di stenti e malattie a Sachsenhausen.

Un quarto giovane imprigionato a Jamlitz come «pericoloso criminale nazista e Werwolf» fu il quindicenne Pimpf, tamburino della Hitlerjugend, Kurt Noack. Arrivatovi da Ketschendorf nel febbraio 1947, sarebbe stato poi ospite di Buchenwald, ove, prigioniero matricola 18.383, vi sarebbe rimasto fino al 29 luglio  Kölzig,b1948. Arrestato a Gro Bassa Lusazia, il 30 luglio 1945 - suo padre, agricoltore, era scomparso dal 16 aprile combattendo nel Volkssturm - era stato trasferito in diverse prigioni, ove tra percosse di ogni tipo polacchi e sovietici avevano cercato di fargli confessare crimini inesisten­ti.

Suoi sono due tra i racconti più raccapriccianti del sistema concentrazio­nario comunista: nella primavera 1947 Heinz Becker, di Reichersdorf presso Guben, apprendista macellaio e figlio unico, viene dato per deceduto per polmonite e portato all'obitorio del campo. Poco prima che la squadra di seppelli­mento arrivi per denudarlo e gettarlo nelle fosse, il sedicenne apre gli occhi: indietro, si torna nel lazzaretto. Dopo pochi giorni, nuovo decesso, nuovo tra­sporto all'obitorio e nuovo ritorno al lazaretto. Ancora pochi giorni e soprag­giunge il vero decesso: la terza volta Becker non rischia di essere sepolto vivo. La seconda vicenda concerne Gerhard Zegler di Freienhufen presso Senftenberg: nel delirio provocato dalla febbre il quindicenne salta da una finestra ai piani superiori e si fracassa la testa al suolo. Seriamente ferito, viene trasportato nella baracca degli ammalati. Rantolando nell'incoscienza, sbatte in continuazione il capo contro la parete, finché la morte giunge, misericordiosa, qualche giorno dopo.

Altri «ospiti» del campo furono il regista, attore e direttore teatrale Gustaf Gründgens, liberato nel 1946, e l'attrice Marianne Simson (che aveva ricoper­to un ruolo nella pellicola G.P.U. di Karl Ritter, 1942), la quale, già passata per Ketschendorf con i genitori, dovette conoscere anche Mühlberg e Buchenwald. Nel campo morirono invece Justus Delbrück e il conte Ulrich von Sell, già imprigionati dai nazionalsocialisti quali complici degli attentatori del 20 luglio (per inciso, l'inchiesta aveva coinvolto 4980 sospetti fra civili e militari, la massima parte dei quali era stata riconosciuta non colpevole, 136 erano stati giustiziati per alto tradimento e 14 si erano suicidati prima dell'arresto).

La forza media del campo di Jamlitz fino all'aprile 1947, data della chiu­sura, fu di 6000 internati. Per esso passarono da 10 a 12.000 persone, mille delle quali vennero deportate in Unione Sovietica. I pochi alberi del cortile del campo si presentavano, nell'invemo 1945-46, spellati fino all'altezza di due metri, poiché gli internati, per placare la fame, si erano cibati della corteccia. Nel corso della sua esistenza (diciannove mesi) persero la vita 5000 persone (secondo altre stime 4000). 14400 sopravvissuti furono trasferiti a Mühlberg e Buchenwald in condizioni penose. I 5000 cadaveri furono gettati in fosse comuni in un vivaio forestale ad oriente della ferrovia, in un campo di mano­vra dell'Armata Rossa, nella direzione di Guben. Attualmente sulla zona del vecchio campo sorgono numerosi villini.

9

Ketschendorf presso Fürstenwalde fu uno dei primi campi in cui furono rinchiusi i «nazi». Già nell'aprile 1945 l'Amministrazione Militare Sovietica vi inviò prigionieri fino a raggiungere la forza media di 6000 detenuti, con punte di 10.000. Vi transitarono, fino alla chiusura, da 18.000 a 20.000 prigio­nieri, tra cui 1800-2000 bambini e adolescenti accusati di attività partigiana antisovietica (in maggior parte dodici-diciassettenni Pimpfe e Hitlerjungen, morti di fame per oltre il cinquanta per cento) e 300 donne. Al 17 febbraio 1947, quando venne chiuso, sopravvivevano 1400 persone, che vennero tra­sferite in diversi campi o deportate all'interno dell'Unione Sovietica. Un con­tingente di cinquanta fu deportato a Buchenwald, dal quale campo tornarono in pochissimi. Sulla base delle testimonianze, la mortalità a Ketschendorf, per fame e malattie infettive, fu sempre altissima. Non meno di 6000 cadaveri (altre stime ne danno 5300) giacciono in fosse comuni nella terra di nessuno fra lo Speziallager Nr.5 e l'autostrada Magdeburgo-Francoforte sull'Oder.

Insieme a 500 donne di tutte le età fu «ospite» del campo, dietro il filo spinato, la Reichsfrauenführerin, dirigente in capo delle donne nazionalsocia­liste, Gertrud Scholtz-Klink.

Per Ketschendorf räschenbpassarono anche il quattordicenne Walter J. di Gro e il sedicenne Joachim K. di Berlino. Il primo fu fatto arrestare dal nuovo sindaco del villaggio nel settembre 1945 e transitò prima per le car­ceri NKVD di Senftenberg, Calau e Cottbus. Chiuso il campo, fu trasferito a Jamlitz, Buchenwald e Waldheim, ove fu condannato a vent'anni di peniten­ziario per «avere sostenuto il sistema di violenza nazionalsocialista quale iscritto della Hitlerjugend e membro del Werwolf ed aver minacciato la pace del popolo tedesco dopo l'8 maggio 1945». «Passato» a Bautzen, sarebbe stato liberato nel luglio 1954. Il secondo, arrestato con la sorella ventenne nell'agosto 1945, venne dapprima incarcerato presso il tribunale di Cottbus, ove la sorella mori nell'ottobre, indi trasferito a Ketschendorf e Fünfeichen, donde fu rimesso in libertà il 24 luglio 1948 dopo aver visto morire numerosi compagni di scuola.

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Il campo di Landsberg sulla Warthe, diretto dal maggiore Nikitin, fu isti­tuito nel giugno 1945, ma venne chiuso già il 5 gennaio 1946. I prigionieri erano ristretti nelle stanze affollatissime della caserma «Walter Flex» sul Krähenberg. Si trattava di un campo di raccolta e di transito (Sammel- and Durchgangslager), nel quale erano stati trasferiti quei 1800 prigionieri che non avevano potuto trovar posto nelle sovraffollate prigioni di Berlino. A loro si aggiunsero presto 3000 prigionieri del campo di Weesow, come anche altri 2000 di Posen e di Francoforte. Nel novembre fu assemblato un trasporto di 2000 uomini, destinazione Breslavia. Il viaggio, di duecentocinquanta chilo­metri, fu compiuto in sei giorni; nel corso di esso non furono distribuiti generi alimentari. Almeno cento prigionieri morirono nei vagoni merci. Poiché a Breslavia non c'era possibilità di sistemazione, i sopravvissuti vennero rispe­diti a Landsberg per la stessa via.

Il vitto quotidiano, nel campo, consisteva solitamente in centosessanta grammi di pane e pochi grammi di carne conservata. Dei duemila della «mar­cia della morte» verso Breslavia erano rimasti in vita, nel luglio 1948, cento trentotto persone. Almeno 4000 persone furono deportate in URSS. Alla chiu­sura, 3000 internati vennero trasferiti a Buchenwald. Il numero complessivo dei morti di Landsberg si aggira sulle 3000 persone (altre stime ne riportano 2500).

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Nel campo di Mühlberg sull'Elba, ufficialmente costituito 1'8 settembre 1945 riattando le baracche di un vecchio campo per prigionieri di guerra e cin­tando con filo spinato un tratto di brughiera deserta, vegetarono complessivamente 22.000 internati nell'arco di tre anni. Fu a questo campo che toccò l'ambiguo onore di venire promosso Speziallager Nr.l. Da esso, rifornito com'era dalle prigioni sassoni, da Magdeburgo e Halle, come anche dai campi di Bautzen, Jamlitz, Ketschendorf e Torgau con sempre nuovo «materiale» umano, furono deportati in più riprese in Unione Sovietica tremila fra uomini e donne.

La forza media salì presto a 12.000 detenuti. Un primo, esiguo rilascio, avvenne nel settembre 1946. Con la chiusura nel novembre 1948 furono rila­sciati 7000 prigionieri. I rimanenti 3000-3500 vennero inviati a Bautzen e Buchenwald.

A Mühlberg morirono in tre anni 7000 persone (altre stime parlano di «oltre 10.000» e di «tra 8000 e 12.000») nelle condizioni più spaventose. Tutte furono sepolte in fosse comuni nella brughiera intorno al poligono di tiro, a nord del campo e nelle vicinanze del cimitero ai piedi del cosiddetto Fuchsberg, il «monte delle volpi». La massima parte dei prigionieri morì di fame.

Letteralmente sparito nel nulla fu il padre di Gunther F., di Rochlitz, arre­stato nella sua abitazione la sera del 9 gennaio 1946, le cui tracce si persero nel campo, senza che fosse mai stato comunicato ai familiari né il decesso né un trasferimento ad altri campi; la sua unica colpa: essere stato redattore del Peniger Tageblatt, il quotidiano di Penig.

Alla vita del campo sopravvisse invece la sedicenne Inga P di Forst in Lusazia, arrestata il 4 luglio 1945 per «attività Werwolf» con l'accusa di avere versato dalla finestra del tè bollente su alcuni ufficiali sovietici, provocandone la morte. Giunta a Mühlberg dopo essere transitata per Ketschendorf e Jamlitz, fu liberata il 20 agosto 1948 (il padre, sopravvissuto a Ketschendorf, era nel frattempo morto a Jamlitz).

Una delle testimonianze più toccanti delle condizioni di vita in questo campo è quella di Gertrud Waldschütz, Frauenschaftsleiterin, dirigente dell'Associazione delle Donne nazionalsocialiste. Strappata ai figli di quattro, sei e quattordici anni (un quarto figlio prestava servizio in marina, il marito era caduto combattendo nel Volkssturm), dopo avere peregrinato per diversi campi era giunta a Mühlberg: «Qui mi presi cura dei malati di tubercolosi, nella baracca dei malati più gravi. Stavo volentieri con "i miei giovani". Giacevano là ragazzi di età dai quattordici ai vent'anni, la "primavera della nazione", e si andavano spegnendo per fame. La TBC aveva preso per primi i più grandi, ma ora vi stavano soggiacendo anche tenere, esili figure ancora fanciulli, sospettati per lo più di avere fatto parte del Werwolf. A Jamlitz ave­vamo un ragazzo di dodici anni il quale [prima di essere arrestato] si era costruito in un bosco una capannuccia che ostentava orgogliosa la scritta “Werwolf”. Il suo gioco infantile e sciocco non era stato chiaramente creduto ed era stato imprigionato. Ancora lo vedo - un puntino che a tratti scompariva - avanzare all'appello sul vasto piazzale; ancora risento l'aspro sarcasmo del medico del campo, un vero antifascista: "Piccolo Fritz, terrore della gloriosa Armata Rossa, davanti a te trema l'Europa". Il piccolo Fritz, che fu deportato in Russia, è ora divenuto certamente un giovane russo, vestito dai russi e ben nutrito. Ma molti adolescenti che non avevano avuto la fortuna di avvicinarsi ad un qualche posto dove trovare da mangiare furono sopraffatti dalla tisi, se pure la dissenteria o il tifo non li avevano già portati via. I farmaci mancavano quasi del tutto e soprattutto mancava un'alimentazione più sostanziosa [...] Il comportamento di questi giovani malati incurabili - studenti liceali, alunni delle elementari, apprendisti, e non tutti capi della Hitleijugend - ci impres­sionò grandemente. Giacevano e sedevano senza fare rumore; i più in forze si davano volentieri da fare, lavoravano a maglia usando i vecchi indumenti di lana dei morti o intagliavano con primitivi strumenti piccoli oggetti di legno o di osso. Libri non ce ne erano, così rimaneva solo da raccontare. Quelli che li assistevano, per lo più anziani padri di famiglia, taluni dotati di un senso dell'humour particolarmente felice, tiravano fuori dalla loro memoria tutto ciò che un tempo avevano imparato, letto e vissuto, poiché i giovani non dispone­vano ancora di una grande miniera di ricordi... una miniera che anche noi abbiamo imparato ad apprezzare per la prima volta in prigionia».

Ma la solidarietà che traspare dalle parole di Gertrud Waldschütz non s'accese in taluni casi, soprattutto nei campi e nelle situazioni più disperanti. Come conferma Kurt Noack: «Avevamo appena ancora un minimo sentimento di gruppo, poiché in quella situazione senza via d'uscita ognuno pensava a se stesso». Dopo la fame e l'apatia dovuta alle malattie, e prima dell'assoluta assenza di contatti col mondo esterno, un aspetto della tattica disumanizzante dei sovietici era la noia, l'inattività forzata voluta dalle autorità, il puro e sem­plice vegetare senza far niente, privati di orologi, specchi, immagini, fotogra­fie, matite, penne e carta per scrivere, costretti a non parlare di argomenti poli­tici o a non commentare la vita dei campi. «Il principio del lavoro forzato fu sostituito dal principio dell'inattività forzata», scrive Karl Wilhelm Fricke, autore di Politik und Justiz in der DDR. «La cosa più terribile» - continua Noack, l'ex giovane Pimpf - «era essere condannati a far nulla. La giornata diventava lunga, senza fine. Penso ancora che una simile pena sia peggiore che il venire assegnati a una squadra di lavoro. In questo caso si può parlare tutto il giorno coi compagni di sventura. Solo parlare. Fa piacere parlare di tutti i problemi possibili. Alla peggio c'erano i discorsi che vertevano sul mangiare. L'argomento numero uno era questo».

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Il giugno 1945 vide anche l'istituzione del campo di Oppeln. Tutti gli imprigionati del circondario passarono per questo campo.

Da esso furono presto tolti i prigionieri della disciolta Werhrmacht e della polizia che fossero in grado di lavorare, i quali furono trasferiti in uno Speziallager a Bolko presso Oppein, dal quale campo partirono numerose tra­dotte per l'URSS. Complessivamente, passarono dietro il filo spinato 1400 persone. Come tutti gli altri campi sovietici sul suolo «polacco» venne chiuso nell'inverno, quando venne ufficialmente consegnato alla nuova Amministrazione di Varsavia, che continuò ad utilizzarlo per proseguire la politica di espulsione dei tedeschi e «pulizia etnica» (almeno 1255 risultano tali campi di sterminio). Quali risultati comportasse la «gestione» polacca lo possiamo dedurre per confronto dai dati del campo di Lamsdorf: degli 8000 internati in questo campo persero la vita in 6488 (tra i quali 628 bambini), per­cossi, affamati, fucilati e persino sepolti vivi.

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Nel campo di Posen, istituito dall'Armata Rossa nel sobborgo di Sankt Lazarus già nell'aprile 1945 e rimasto in funzione fino al dicembre, regnò per nove mesi la brutalità del colonnello Orlov. Dopo i prigionieri di guerra vi giunsero numerosi i trasportati dai sovraffollati campi di Ketschendorf e Schwiebus, per cui Posen giunse in breve a contare 7000 internati. Un piccolo numero, soprattutto donne, fu rilasciato nell'agosto. Nel settembre ebbe inizio l'evacuazione: 1000 uomini a Jamlitz e 2000 a Landsberg. Nell'ottobre venne­ro deportati in URSS 3000 internati, tra i quali 2000 Ostarbeiter («lavoratori dei paesi del'Est»), soprattutto russi, che avevano volontariamente affiancato lo sforzo bellico tedesco, e vecchi combattenti di Vlasov. Erano «rimpatrianti» che si difesero con le unghie e coi denti, tentando disperatamente di opporsi all'annuncio di una morte certa e mostrando quanto poco avessero a cuore la «patria» sovietica. Molti si uccisero quando vennero a conoscenza del «rimpa­trio». Il 31 dicembre il campo venne chiuso. Ammontano a 2000, o a «oltre 1000», i deceduti.

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Dal campo di Schwiebus è nota praticamente soltanto l'ubicazione. Parte degli internati furono smistati a Posen nell'estate 1945. Venne chiuso prima dell'inverno.

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Quando 1'8 settembre 1945 i primi prigionieri fecero il loro ingresso nel campo di Torgau sull'Elba - la cittadina che il 25 aprile aveva visto il primo abbraccio fraterno tra Occidentali e Sovietici, congiuntisi sull'Europa distrutta - non immaginavano che cosa li aspettasse.

A Fort Zinna, antica prigione militare, furono rinchiuse fino al gennaio 1946, in ambienti affollatissimi e malsani, 7000 persone. Nel giugno vi giunse anche il räschen,bsedicenne Manfred F. di Gro arrestato il 5 novembre prece dente per appartenenza alla Hitlerjugend e la consueta «attività Werwolf», condannato a morte (poi graziato con venticinque anni di carcere) alla fine di gennaio da un tribunale sovietico di Potsdam. Nel luglio 1200 condannati ven­nero trasferiti a Sachsenhausen. Nel maggio-giugno gli internati avevano peraltro cominciato ad essere trasferiti dal forte alla vicina caserma Seydlitz, dopo che un trasporto di 4000 prigionieri era partito per l'URSS. Il numero degli internati alla Seydlitz salì presto a dismisura (seimila), sicché anche il nuovo luogo di detenzione non potè contenerli tutti. Dal dicembre 1946 al gennaio 1947 ottomila detenuti delle due prigioni furono trasferiti a Mühlberg e Buchenwald. Un contingente di 135 internati rimase indietro per seppellire gli ultimi morti, nel febbraio-marzo, mascherando le fosse comuni, e raggiun­se Mühlberg il 24 marzo. Quanto a Manfred, nell'inverno 1947-48 fu trasferi­to a Bautzen con altri mille compagni di sventura; vi sopravvisse fino alla liberazione nell'aprile 1951.

A Bautzen fu trasferito .bnell'aprile 1947 anche il diciannovenne Benno Prie Nella primavera di due anni prima aveva preso parte, inquadrato in una regolare unità dell'esercito, all'estrema resistenza opposta ai sovietici intorno a Görlitz. Catturato il 27 aprile, gli era riuscita la fuga e il rientro presso la famiglia a Bützow nel Meclemburgo. Qui era stato arrestato il 5 maggio 1946; portato a Güstrow, aveva «soggiornato» in un carcere della MVD per quattro mesi, al termine dei quali era stato condannato a dieci anni di campo di lavoro per una inesistente attività Werwolf. Trasferito a Torgau il 24 novembre, nel febbraio era stato portato a Brest Litovsk in attesa del «grande balzo» in Siberia, ma nell'aprile era stato fatto rientrare in Germania, precisamente a Bautzen, dove era rimasto fino all'agosto 1948. I successivi soggiorni erano stati il campo di Sachsenhausen e, alla sua chiusura, il penitenziario di Waldheim. La liberazione sarebbe avvenuta il 13 gennaio 1954.

Il numero complessivo dei transitati per Torgau nel corso dell'esistenza dei due settori del campo, è stimato a 12.000. I morti, a 2000 (a 600 secondo altre stime). I tribunali sovietici giunsero a Fort Zinna per la prima volta all'inizio del 1950. Qui si trovavano ancora 4000 prigionieri, che in due ripre­se, il 27 e il 30 gennaio, vennero trasferiti a Torgau-città e presi in consegna dalla Volkspolizei.

Nell'istituto di pena di Torgau si distinse per crudeltà, nel corso di quell'anno, il comandante del carcere, maresciallo capo Gustav Werner, der Eiserne Gustav, «il Gustavo di Ferro». Già detenuto in campo di concentra mento nazionalsocialista in quanto criminale comune, costui, guardia campe­stre nel 1947 e Volkspolizist nel 1948, aveva bastonato a Neundorf alcuni gio­vani nel corso di un controllo di documenti. Trasferito per punizione a Torgau, si distinse ben presto quale capo di un gruppo di sadici poliziotti. Il 15 giugno il prigioniero politico Horst Göllnitz di Bautzen, classe 1894, già maggiore della Wehrmacht, fu da lui percosso in modo tale da riportare la frattura della base cranica e la morte. Egualmente, tre giorni dopo fu bastonato Hermann Priester, insegnante di Rostock, che riportò la frattura di un femore. Poiché non poteva reggersi in piedi, l'aguzzino lo trattò da simulatore e riprese a per­cuoterlo, fratturandogli in aggiunta il bacino. Pochi giorni dopo lo sventurato decedeva per le lesioni. Ancora da Werner, alla fine dell'anno, fu condotto a morte per percosse - calci e colpi di sfollagente - Otto Gebhardt, che aveva osato sottrarre dalla cucina tre o quattro patate. Trasferito in infermeria dopo l'aggressione, Gebhardt decedette tra atroci sofferenze qualche giorno dopo.

Fort Zinna rimase in funzione come Strafvollzuganstalt, istituto di pena, per detenuti politici fino agli ultimi mesi di esistenza della DDR.

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A Tost presso -Strelitz, Alta Slesia,bGro furono rinchiusi, dall'aprile al 27 novembre 1945, 4500 prigionieri (uomini e donne) nella locale casa di cura psichiatrica, giunti in due riprese da Breslavia e Bautzen. Nell'agosto 1945 vi furono trasferiti anche 300 Volksdeutsche dalla Polonia e dalla Cecoslovacchia. Donde precisamente vennero deportati non si sa tuttora, poi­ché nessuno di essi riapparve più in qualsiasi luogo.

Dopo la chiusura del campo (diretto per i nove mesi della sua esistenza dal colonnello Pylajev), gli ultimi 1000 detenuti raggiunsero Graudenz, men­tre altri 700, i più infermi, vennero rilasciati. A Tost, dove passarono comples sivamente 7000 persone, la cifra dei decessi fu la più alta tra tutti i campi, avvicinandosi al cinquanta per cento. Non meno di 3000 cadaveri furono sepolti in una cava di ghiaia, a un chilometro dal campo.

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L'ultimo dei grandi campi conosciuti è Weesow, presso Werneuchen, nel Brandenburgo. Colà, in sei fattorie del villaggio, 1'NKVD istituì il primo KZ già nel maggio 1945, subito dopo l'ingresso delle truppe sovietiche. Vi venne ro raccolti, da Berlino-Hohenschönhausen, quei prigionieri che poco dopo sarebbero stati trasferiti con autocarri, per ferrovia o a marce forzate, nei campi di concentramento di Francoforte sull'Oder, Landsberg, Fünfeichen e Sachsenhausen. Quando il campo fu chiuso, già il 16 agosto, gli ultimi 200 prigionieri furono messi in marcia verso Sachsenhausen. Gli uomini che non potevano proseguire per lo sfinimento furono abbattuti con un colpo di pistola alla nuca. Nei boschi circostanti furono seppelliti 1500 cadaveri, opera dei cento giorni di funzionamento del campo, che era stato «visitato» da 9-10.000 sventurati.

Un ultimo campo di transito che concerne, per quanto tangenzialmente, l'argomento del presente saggio fu quello di Auschwitz, campo di raccolta per centinaia di migliaia di tedeschi deportati in Unione Sovietica. Già il 28-29 maggio 1945 partirono da esso per Karaganda, Kazakistan, 1200 prigionieri di guerra e 800 civili; pochi giorni dopo altri 1800 militari e 200 civili vennero caricati in carri bestiame per Prokopovesk, Siberia occidentale. Seguono, in soli quattro mesi: 12 giugno (Kujbisev, Siberia, 2000 e 1150), pochi giorni dopo (Kiselevsk-Bajdaevka, Siberia, 1800 e 200), 16 giugno (Kemerovo, Siberia, 1800 e 200), 11 luglio (Stalinogorsk, 2700 e 150), 17 luglio (Sambor, 2000 e 500), 18 luglio (Beslan-Mozdok, Caucaso, 800 e 200), 30 luglio (Murmansk, 2000 e 400), 11 settembre (Vysnij Volocek, 1200 e 900; dei 2100 ne morirono 600 durante il viaggio), fine settembre (Molotovo, Transcaucasia, 1000 e 100). La storia continuò poi tragicamente, ospitando nelle ex olo­baracche anche ungheresi, cechi, rumeni e polacchi anticomunisti, fino al 23 giugno 1947.

Fino al 14 gennaio 1950 i campi furono amministrati dai sovietici, venen­do, dopo la fondazione della DDR il 7 ottobre 1949, via via presi in carico dalle nuove autorità, che rimasero peraltro sotto la tutela di una «Commissione Sovietica di Controllo in Germania». Tutti i campi erano stati sottoposti ad un ferreo regime di sorveglianza, cosicché praticamente nulle erano state le fughe - anche perché pressoché nulli erano stati i tentativi di evasione, dato lo stato di prostrazione in cui gli internati, uomini e donne, venivano tenuti.

Nella massima parte i luoghi di detenzione sovietici svolsero la funzione di veri e propri campi di sterminio, anche se di sterminio «dolce», lavorando sulla base di quel «principio di autoannientamento» caldeggiato dal maggiore sovietico citato. La pena di morte fu abolita anche nella Zona con decreto del Presidium del Soviet Supremo il 26 maggio 1947, ma reintrodotta, per i soli crimini politici, il 12 gennaio 1950; l'ultima condanna capitale fu pronunciata da un Tribunale Militare Sovietico contro un cittadino della DDR nel settem­bre 1954, l'ultima sentenza a detenzione nel settembre 1955. I detenuti mori­rono massimamente per fame, malattie (polmonite, dissenteria, tifo, tubercolo­si, flemmoni, erisipela, setticemie, deperimento con distrofia, etc.) e per gli stenti patiti nei trasferimenti da un campo all'altro. Solo in piccola parte ven­nero direttamente assassinati o «giustiziati» - ad esclusione di quei 20.000 che nei campi neppure arrivarono e giunsero a morte in fase «istruttoria».

Non tutti vennero sottoposti a processo da parte dei Tribunali Militari Sovietici; una percentuale che possiamo valutare sul trenta-quaranta per cento fu trasferita direttamente nei campi, senza giudizio. Nessuna documentazione processuale è comunque finora nota. Poiché al momento del trasferimento dei detenuti all'amministrazione della DDR non vennero trasmessi i relativi fasci­coli, è verosimile che essi siano stati distrutti, così come non risulta si siano tenuti i registri nominativi dei trasferimenti né dei deceduti. Difficilmente in ogni caso, a meno dell'apertura degli archivi più custoditi - quelli tenuti dal KGB, erede dell'NKVD-MVD - potremo mai ricostruire con la puntualità e il rigore metodologico necessari ad ogni indagine storica, le sofferenze di centi­naia di migliaia di uomini e donne nel cuore storico, geopolitico e spirituale dell'Europa.

Nota è invece, sulla base di un dettagliato rapporto del 1° ottobre 1949 - pochi mesi prima della chiusura dei campi rimanenti di Bautzen, Buchenwald e Sachsenhausen - la consistenza degli internati e dei detenuti, sia nei campi che nella quarantina di prigioni principali. I prigionieri (internati e condannati dai TMS), per la massima parte nazionalsocialisti ma anche veri o supposti oppositori del regime comunista, assommavano nei tre campi a 29.610: 9260 a Bautzen, 9460 a Buchenwald (637 donne) e 10.890 a Sachsenhausen (almeno 1200 donne). I ristretti in altri luoghi (penitenziari, carceri preventive, ospedali di detenzione, campi di lavoro, campi minori d'internamento, istituti di pena e case di correzione giovanili raffigurate nella seconda cartina) erano 14.824, dei quali 2696 donne. Nel campo di Heidekrug, ad esempio, su 3500 detenuti (politici per il novanta per cento) i condannati all'ergastolo erano 1000 e 1700 quelli ad una pena da venticinque a dieci anni. In totale, ancora detenute risul­tavano quindi 45.000 persone. Se a queste si aggiungono i detenuti in altre pri­gioni dell'MVD (Berlino-Lichtenberg, Halle/«Roter Ochse», Magdeburgo-­Sudenburg, Dresda, Chemnitz, Potsdam, Schwerin) e quelli in attesa di giudi­zio da parte delle autorità della DDR, la cifra può essere fatta salire a 50.000 tra uomini e donne imprigionati all'aprirsi del 1950, per la quasi totalità nazio­nalsocialisti.

Uno spaccato delle condizioni di vita dei detenuti ci è offerto da un rap­porto stilato dall'Oberrat della Volkspolizei Gustav Schulz (soprannominato «Hundeschulz», «cane di un Schulz»), concernente sette istituti di pena, Strafvollzuganstalte (StVA) nell'agosto 1950, da poco passati sotto la giurisdi­zione della DDR.

1) A Bautzen, ove sono presenti, quale personale sanitario, un medico della polizia, sei infermieri e quattro medici detenuti; sui 4400 prigionieri ben 1200 sono affetti da TBC chiusa e 440 da TBC aperta.

2) A Waldheim (nessun medico, nessuna latrina, uso di bugliolo, rasati i capelli le donne, «nelle celle regna un puzzo insostenibile») i numeri portano, rispettivamente, 2000, 300 e 300.

3) Ad Hoheneck, prigione esclusivamente femminile nella quale sono alloggiate anche 55 detenute in celle costruite per 15, regna la sifilide: risulta­no contagiate cinquanta donne, già violentate dai sovietici. Al luglio 1950 sono segnalati trenta parti, «padri» in massima parte militari sovietici. Su 1400 prigioniere, 80 presentano TBC chiusa e 20 una forma aperta.

feldb4) Ad Unterma (nessun medico della polizia, due infermieri e tre medici detenuti, nessuna latrina, bugliolo) i numeri sono 1500, 400 e 200.

5) A Torgau (nessun medico, quattro infermieri) sono detenute 4000 per­sone: 500 presentano TBC chiusa, 300 TBC aperta.

6) I numeri per Brandenburg, il primo penitenziario ad essere stato passa­to alla DDR il 16 giugno -1949 (presenti un medico della polizia e tre infermie­ri), sono 3500 (il penitenziario è progettato per 1500), 400 e 200.

7) A Luckau, infine, ove è presente un medico detenuto coadiuvato da due infermieri, si usa unicamente il bugliolo e manca l'acqua per lavarsi. La prigione, costruita per 490 prigionieri, ne contiene 1200, dei quali risultano affetti da TBC, rispettivamente, in 225 e 75.

Le sette carceri visitate dall'Oberrat Schulz racchiudono 17.600 detenuti;4600 di loro, vale a dire il ventisei per cento, sono affetti da tubercolosi. Il rapporto annota poi una generale carenza di farmaci, soprattutto analgesici ed oppiacei, il che comporta, per gran parte dei malati - rilievi di Schulz - un'agonia dolorosa. Gli interventi chirurgici, anche quelli d'urgenza, non pos­sono essere eseguiti negli ospedali civili. Nel solo mese di luglio Waldheim conta oltre cento morti, che vengono seppelliti in fossa comune. Le notifiche dei decessi vengono fatte ai parenti in minima parte; quelle delle malattie, quasi per niente. I farmaci inviati dai parenti non vengono distribuiti, ma per la massima parte rispediti al mittente. In risposta a tali rilievi pressoché nulla fu fatto dalla autorità della Volkspolizei onde alleviare lo stato di cose. La ven­detta dei Liberatori doveva compiere il suo corso.

A tale vendetta rispondono le emozioni della nazionalsocialista Suse von Hoerner in una poesia intitolata «Noi» e composta durante la lunga, dolorosa prigionia, nata dalla fedeltà alla sua Weltanschauung, alla fede nella Nazione:

 

Noi ci pieghiamo

alla nostra coscienza e a Dio,

non all'aberrante violenza degli altri.

Non questioniamo

dell'ingiustizia degli altri popoli,

la loro coscienza li possa giudicare.

Soffriamo invece

dell'ingiustizia del nostro essere

e ne siamo trascinati, come l'ape al trifoglio,

frutti maturi del sapere e del mutamento.

Di questo ai saggi del nostro popolo

siamo debitori, al Divino e a noi stessi.

 

Il numero complessivo dei civili nazionalsocialisti imprigionati dai Tribunali Militari Sovietici fu, come detto, di 160.000. Ad essi vanno aggiunti quegli altri 20.000 arrestati o scomparsi per opera di altri gruppi sovietici o tedesco-comunisti, soprattutto nei primi due mesi dopo la resa, dei quali è ancora più arduo ricostruire il tormentato cammino di sofferenza e di morte.

Dei 180.000 risultano sicuramente deceduti (cifre di minima valutazione che non tiene conto dei decessi, seguiti dopo il rilascio, di tutte quelle persone troppo deboli o malate per sopravvivere, né dei decessi avvenuti tra i quaran tamila civili deportati nell'URSS e che si devono fare ammontare a percentua­li elevatissime, né dei decessi tra gli internati presi a carico dalla DDR a parti­re dagli ultimi mesi del 1949) i 20.000 liquidati nel corso della carcerazione preventiva, e gli 86.000 lasciati morire nei campi, vale a dire 106.000 tra uomini e donne, e cioè il 55 per cento degli arrestati.

Tali cifre, con qualche estrapolazione più che legittima, possono essere fatte peraltro prudentemente salire, tenendo conto dei rilievi testé formulati sugli ulteriori decessi, almeno di un altro quindici per cento (ricordiamo come i detenuti affetti da TBC all'agosto 1950 fossero, secondo il rapporto Schulz, il ventisei per cento e come il luglio 1950 avesse visto, solo a Waldheim, oltre cento morti).

A prescindere dall'enorme carico di sofferenza fisica e spirituale abbattu­tosi anche sui sopravvissuti e tenendoci fermi unicamente al dato dei decessi, possiamo quindi valutare che la repressione sovietica e tedesco-comunista abbia pesato, sui 180.000 civili nazionalsocialisti della Zona di Occupazione Sovietica, nella misura del 70 per cento, vale a dire quasi 140.000 deceduti - sette persone su dieci.

Il tutto, su una popolazione stimata di una ventina di milioni di persone. Per avere un quadro ancora più espressivo delle proporzioni di tale repressio­ne, ricordiamo che nel paese europeo dove massima infuriò l'epurazione anti fascista, la Francia, si contano a 105.000 gli assassinati, su una popolazione di quaranta milioni di anime. Nell'Italia della RSI la repressione «liberatoria» infuriò invece su poco più di venti milioni di persone, con l'eliminazione fisi­ca di 50.000 di esse. Sia in Francia che in Italia, per compiere fino in fondo un corretto confronto con la Zona di Occupazione Sovietica, sono comprese nelle cifre dei caduti consistenti aliquote di militari o comunque di militanti armati di partito.

Per quanto concerne la Germania (gli stessi rilievi restano validi per gli italiani della RSI e per il composito mondo «collaborazionista» francese) si tratta, in ogni caso, di cifre spaventose, che pongono idealmente questi civili, che passarono per l'orribile esperienza della vendetta dei vincitori, al fianco dei tre milioni e mezzo di connazionali caduti con le armi in pugno contro la barbarie dei Liberatori. Li pongono al fianco degli undici milioni di prigionieri di guerra, due e mezzo dei quali deceduti dietro il filo spinato (quasi un milio­ne nei campi americani e francesi dopo la resa). Li pongono al fianco dei set­tecentomila civili sventrati, schiacciati, asfissiati, mitragliati, polverizzati, arsi vivi, disidratati, carbonizzati, volatilizzati dal terrorismo dei bombardamenti strategici anglo-americani (senza contare i deceduti tra gli ottocentomila feriti a seguito dei medesimi bombardamenti). Li pongono al fianco dei due milioni e mezzo di profughi scomparsi fra le sofferenze più atroci nel corso della fuga dall'Est e dell'espulsione di sedici milioni di connazionali dai territori coltivati e fecondati dal sudore e dal sangue loro e dei loro avi. Li pongono al fianco dei duecentocinquantamila Volksdeutsche assassinati in tutti i Balcani.

Sei delle diciassette località dove sorgevano i maggiori campi di concen­tramento si trovano oggi in territorio soggetto alla dominazione polacca. Undici sono situati sul territorio di quella DDR assorbita nel novembre 1990 dalla Repubblica Federale, il secondo dei tronconi in cui il Reich nazionalso­cialista - in cui la Germania - è stato frantumato. Il recupero delle altre terre perse, si trovino sotto dominazione straniera (russa, polacca, ceca, francese, belga, slovena) o siano costituite in entità statali (Austria e Lussemburgo) è oggi al di là di ogni previsione, illusione o discorso.

Sotto il suolo dell'ex DDR e dell'intera Europa giacciono, in mostruose fosse comuni, centinaia di migliaia, milioni di cadaveri che attendono ricordo e giustizia. Se i 4500 cadaveri di Katyn sono stati esumati nel corso di tre lun ghi mesi da otto grandi fosse, da quante migliaia di fosse e in quanti decenni dovranno essere esumate le testimonianze - dal grande pubblico sempre igno­rate, dai mass media sempre taciute - dell'estrema resistenza europea contro l'annientamento dello spirito umano?

Il campo di Mühlberg ospitò anche un gruppo particolare di tedeschi. Questa è, in breve la loro storia.

Quando le truppe americane il 2 luglio 1945 abbandonarono Lipsia, che avevano occupato fin da metà aprile, per cederla secondo i patti all'Armata Rossa, le truppe sovietiche dilagarono per la città. Uno dei loro compiti fu l'arresto dei trentanove giudici del Tribunale del Reich. La polizia segreta irruppe di notte nelle loro abitazioni, che vennero saccheggiate, li trasse dai letti e li deportò nel campo di Mühlberg, mentre le loro famiglie venivano, let­teralmente, gettate sulla strada.

Quei giudici non erano mai stati membri del Volksgerichtshof, il Tribunale del Popolo istituito nel 1934 dal governo del Reich per giudicare gli avversari del nazionalsocialismo (la Commissione Alleata di Controllo, per inciso, lo sciolse il 20 ottobre 1945; il suo ultimo presidente, il dottor Georg Thierack, si suicidò il 26 ottobre 1946 a Bad Nenndorf, prigioniero dei britannici, dopo brutali interrogatori che avevano sollevato proteste perfino in Inghilterra e portato, nella primavera 1948, all'incriminazione dei responsabili militari del campo), bensì magistrati del Reich in servizio da anni, alcuni da decenni, cioè fin dalla repubblica di Weimar, né si erano mai interessati di processi politici.

Uno dei trentanove, che avrebbe poi fatto parte dei quattro sopravvissuti, aveva denunciato i colleghi. Provvisto di un Persilschein ottenuto dall'NKVD - il certificato che dichiarava che un ex «nazista» non era stato un militante attivo della NSDAP, ma un iscritto senza responsabilità di rilievo - egli fu lasciato a piede libero.

Gli altri trentotto, rinchiusi a Mühlberg, furono maltrattati in modo tale che trentaquattro perirono in poche settimane per cause «ignote». I sopravvis­suti furono trasferiti a Buchenwald e là, in occasione dei processi di Waldheim, condannati a 25 anni di reclusione. Uno morì dopo la sentenza, i tre rimasti furono rimessi in libertà dopo quindici anni.

Il decesso dei trentaquattro nel corso della carcerazione preventiva non fu mai chiarito. Nessuno si arrischiò a muovere le acque. Neppure, e tantomeno, oggi.

A dire il vero ci fu uno strascico della vicenda, che vale come esempio per ricordare queste trentacinque vittime della brutalità comunista, assassinate una seconda volta dall'indifferenza del Libero Occidente. Il 24 ottobre 1957 fu scoperta una lapide commemorativa nella nuova Corte di Giustizia Federale di Karlsruhe. L'allora presidente della Corte Hermann Weinkauff tenne un discorso che la stampa del Libero Occidente si guardò bene dal pubblicare: «Dopo il crollo del 1945 il Tribunale di Lipsia e la Procura del Reich vennero in un primo tempo occupati da truppe americane. Quando due mesi più tardi si ritirarono, subentrarono loro le truppe russe. Dopo alcune settimane trentacinque membri del Tribunale e della Procura del Reich vennero improvvisamente arrestati nello stesso giorno dalla polizia segreta sovietica e trasferiti dapprima in una prigione, indi nel campo di concentramento di Mühlberg sull'Elba. Tra gli arrestati si trovavano, a mo' di esempio, la maggior parte dei non iscritti al Partito tra i membri del Tribunale e diversi noti ed ardenti avversari del regi­me nazionalsocialista. Perché questi uomini giunsero a morte così rapidamen­te? Dispensatemi dal narrare i ripugnanti particolari del loro trattamento. In breve, diciamo che essi furono maltrattati in modo atroce, costretti a lavori tali che quelli di loro che non possedevano particolari riserve di energia materiali e spirituali dovettero soccombere a quel tremendo regime di vita. Dovevano soccombere, e soccombettero. La colpa maggiore grava sul comandante comunista tedesco del campo, il quale, spinto da odio infernale contro il Tribunale del Reich, aveva proclamato in continuazione, apertamente, che tutti i giudici del Reich avrebbero dovuto morire. Una parola ancora sulle consorti di questi martiri. Mai fu data notizia di dove si trovassero i loro cari, che sape­vano del tutto innocenti, mentre essi giacevano invece sepolti da tempo in un qualche campo, in modo infame. Perché ricordiamo oggi queste cose? Perché scopriamo nel Tribunale Federale questa semplice lapide che deve conservare vivo il ricordo delle vittime di un regime assassino? Perché anche per una sola volta devono tornare a vincere la verità e il diritto, sia pure solo nel cuore degli uomini! Proprio ai cultori del diritto, nel riconoscimento di questa fede, si addice pensare alle vittime innocenti e ai martiri dell'ingiustizia che, rappre­sentandoci, hanno sofferto per tutti noi, onorare la loro memoria, inchinarci con venerazione davanti al loro destino. Soprattutto alla Corte di Giustizia e alla Procura Federali si addice il farlo, poiché la Corte Federale ha l'onore di essere il prosecutore della Corte di Giustizia del Reich e perché la Procura Federale ha l'onore di essere il successore della Procura del Reich».

L'uomo che si espresse in tal modo era un noto antifascista, autore di opere come "Il diritto alla resistenza". Fu il primo, e rimase l'unico, che tentò di rompere il muro di silenzio eretto intorno ai campi di annientamento comu nisti. Tutte le altre autorità della Repubblica Federale non si occuparono mai del destino di questi, e di altre centinaia di migliaia di morti. Quelle opere che furono pubblicate dal governo di Bonn su tali crimini sono ancor oggi sotto chiave, lontane da indiscrete curiosità e da inopportuni ricercatori del vero. Solo nel caso dei giudici di Lipsia, e per poco, venne infranto il muro del silenzio.

Terminiamo con due liriche composte da Heinrich George nei mesi prece­denti la morte.

 

Libertà l'avverti soltanto

quando sei prigioniero,

l'ami santamente

solo quando gli ardenti pensieri,

un tempo preda del mondo,

si legano a questo pezzetto di terra,

avvinti al passo eguale del prigioniero.

Eviti allora la soglia della coscienza

e ti abbandoni al sogno.

Così nella quiete ho dormito

i mattini della mia prigionia

e solo m'ha destato

la mite frescura della sera.

Ho guardato

il cielo stellato sul mio capo,

che nessuna inferriata può nascondere,

avvertito l'Infinito nel Finito

portato dal soffio dell'Eterno

così libero non sono stato mai!

 

Ma la nostalgia e il rispetto del Cosmo - così come la sacralità della Vita - si possono inverare unicamente nell'amore per il proprio Popolo, nella con­tinuità generazionale della Nazione, nella Terra dei Padri.

 

Se un giorno tornerò libero

io mi chiedo, come sarà?

Affondo nella Tua terra,

profonde, mia Patria, le mani.

Solo, vado per le strade,

silente come in sogno;

n