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STORIA 2007
Delitto Matteotti. Parla il figlio: “Dietro la
morte di mio padre c’era il Re”
FU UNO SPORCO AFFARE DI PETROLIO
“L’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma
affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere” dice il
figlio del deputato socialista. “Sotto c’era uno scandalo di petrolio e la
longa manus della corona. La verità verrà presto a galla”.
Intervista di MARCELLO STAGLIENO- da Storia Verità
Ciò che sembra più degno d’attenzione del libro di memorie di Matteo
Matteotti (Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia, edito da
Rusconi) è l’ultimo capitolo. Capitolo che, sulla base di nuovi elementi
(ricollegabili a cose che vennero scritte nel 1924 e in anni successivi),
sembra aprire inquietanti interrogativi sull’assassinio di Giacomo
Matteotti. Questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel
delitto? Il Re era implicato in quello “scandalo dei petroli” (l’affare
Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da
Matteotti, manovrò per assassinarlo?
In proposito, l’ultimo capitolo del libro è reticente: si limita a collegare
(sempre naturalmente sul piano dell’ipotesi) l’uccisione di Giacomo
Matteotti allo scandalo Sinclair. Invito Matteo Matteotti ad essere più
esplicito.
“Procediamo con ordine. Un pomeriggio del marzo 1978, m’incontro qui in
Roma”, dice Matteo Matteotti, “con un anziano mutilato di guerra venuto
apposta da Firenze, Antonio Piron. Da lui ricevo un documento, trovato in
aperta campagna a Reggello presso Firenze, dentro un tubo di stufa. Si
tratta del testo autografo (i periti l’hanno definito assolutamente
autentico e come tale l’ho riprodotto nell’appendice del libro su carta
intestata “Camera dei deputati” e a firma Giacomo Matteotti) d’un articolo
comparso – anonimo – sulla rivista “Echi e Commenti” del 5 giugno 1924, ma
in edicola due giorni dopo. L’articolo contiene riferimenti, brevissimi, a
due scandali: bische e petroli”.
D. Parliamo dei petroli?
R. Sì, lasciamo stare le bische, il cui decreto regolamentare era stato
approvato da poco alla Camera. Il riferimento ai petroli è assai più
interessante. Riguarda il regio decreto legge n. 677, in data 4 maggio 1924,
nel quale l’articolo primo afferma: “E’ approvata e resa esecutiva la
convenzione stipulata nella forma di atto pubblico, numero di repertorio
285, in data 29 aprile 1924, fra il ministero dell’economia nazionale e la
Sinclair Exploration Company”. Le firme sono quattro: Vittorio Emanuele,
Corbino, De Stefani, Ciano. Ma io ritengo che, da tener d’occhio, sia
proprio Vittorio Emanuele…
D. Sia più esplicito.
R. Nel 1924, dopo l’uccisione di mio padre, i giornali – ma non soltanto
quelli – parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da
Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare ad un
dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che
riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.
D. Suo padre, aveva realmente con sé quel dossier?
R. Non ne ho le prove materiali. Però uno storico serio come Renzo De Felice
afferma che le insistenti voci di un delitto affaristico “non possono essere
lasciate cadere a priori” (Mussolini il fascista – La conquista del potere
1921-1925. Einaudi 1966, p. 626 n.d.a.). Ed esistono due documenti, sempre
citati da De Felice: 1) un rapporto “riservatissimo” di polizia per De Bono,
nel quale si afferma che Turati sarebbe stato in possesso di copia dei
documenti sulla Sinclair che aveva mio padre e dove si precisa che Filippo
Filippelli del Corriere Italiano aveva contribuito all’uccisione per rendere
un servizio all’onorevole Aldo Finzi e al fascismo; 2) un rapporto
dell’ambasciata tedesca a Roma inviato a Berlino (10 settembre 1924) che
parla di quei tali documenti pervenuti nelle mani di mio padre.
D. E dove sarebbero finiti, quei documenti?
R. Forse nelle mani del Re. In appendice al mio libro intendevo aggiungere a
puro titolo d’ipotesi come del resto faccio ora parlandone, tre articoli. Ma
l’editore mi sconsigliò. Il primo era stato pubblicato su Stampa Sera il 2
gennaio 1978. Era a firma di Giancarlo Fusco, una cara persona purtroppo
scomparsa che aveva fama di spararle grosse. Però nessuno s’è mai sognato di
smentire le affermazioni gravissime di quel suo articolo. In sintesi, eccole:
nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia duca d’Aosta, scriveva Fusco,
raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in
Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla loggia The
Unicorn and the Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio
della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura
BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio
Emanuele III, dal 1921, era entrato nel register degli azionisti senza
sborsare nemmeno una lira; dalla seconda risultava l’impegno del Re a
mantenere il più possibile ignorati (coverei) i giacimenti nel Fezzan
tripolino e in altre zone del retroterra libico.
D. E il secondo e il terzo articolo?
R. Al tempo Ancora riguardo al primo (per restare sul piano di
quest’avventurosa ipotesi, un po’ piduista avanti-lettera), esso potrebbe
spiegare anche come sia “passato” così rapidamente quel decreto-legge,
citato da me poco fa, sullo sfruttamento da parte della Sinclair del
petrolio reperibile nel sottosuolo italiano, in Emilia e in Sicilia. Un
decreto-legge che non diventò mai esecutivo: una commissione, appositamente
per valutare quell’accordo Italia-Sinclair, il 3 dicembre 1924, lo bocciò.
Ma torniamo al giugno 1924.
D. Parliamo di Vittorio Emanuele III?
R. Sempre sul piano dell’ipotesi. Ai primi di giugno a De Bono si sarebbe
presentato un informatore, un certo Thirshwalder, con una notizia preziosa:
Matteotti aveva un dossier non solo sui brogli elettorali fascisti nel ’24,
ma anche sulle collusioni tra il re e la Sinclair. De Bono (forse saltando
Finzi, sottosegretario agli interni) interpellò il fido Filippelli che a sua
volta chiese ad Amerigo Dumini di organizzare la “spedizione” contro
Matteotti. Mussolini ne venne al corrente solo due giorni dopo anche se
all’indomani del discorso dello stesso Matteotti aveva esclamato: “Che cosa
fa la Ceka, che cosa fa Domuni!...”e Dumini agì, probabilmente ignorando chi
davvero lo muoveva.
D. Benito Mussolini non aveva alcun interesse a fare uccidere suo padre…
R. Mussolini voleva – fin dal 1922, subito dopo la marcia su Roma –
riavvicinarsi ai socialisti. Il 7 giugno 1924, quando già il delitto era in
piena fase di progettazione, pronunciò un discorso che era un appello alla
collaborazione rivolto proprio ai socialisti. Per questo l’attacco fattogli
da mio padre pochi giorni prima fece infuriare il duce: è un fatto
innegabile. Ma è altrettanto vero che quel 7 giugno Mussolini pensava –
nonostante mio padre – di poter avere i socialriformisti, D’Aragona e forse
Turati, al governo. Ci sono in proposito due testimonianze: quella di Giunta
e quella di Carlo Silvestri. Anzi a quest’ultimo, come risultava da una sua
deposizione al processo Matteotti rifatto nel 1947, fu proprio Mussolini in
persona a dichiararlo, aggiungendo che Matteotti era stato vittima di loschi
interessi. No, il duce non aveva alcun interesse a farlo uccidere: si
sarebbe alienato per sempre la possibilità di un’alleanza con i suoi vecchi
compagni., che non finì mai di rimpiangere…Del resto, per citare De Felice,
possiamo leggere nel suo saggio che “l’azione contro Matteotti non fu
realizzata a caldo, come, per esempio, era stata quella contro Misuri. Tutti
gli elementi emersi in occasione dei tre procedimenti connessi al delitto
(…) provano che la preparazione del delitto cominciò il 31 maggio,
all’indomani del discorso di Matteotti alla Camera. E’ possibile”, si chiede
De Felice, “pensare che, se anche Mussolini avesse impartito l’ordine, in
undici giorni la collera non gli sarebbe sbollita e non si sarebbe reso
conto di un simile atto?”. Lo stesso Pietro Nenni, nel 1929, affermò che
quello era stato un delitto affaristico. Mio padre, aggiungo io, venne
assassinato in modo precipitoso…
D. E cioè?
R. Dumini e gli altri della Ceka fascista non avevano con sé neppure una
pala; erano su un’auto del Corriere taliano di Filippo Filippelli, che era
l’uomo di Aldo Finzi. Ma anche a non voler sospettare di Finzi, sono indubbi
i legami di Filippelli con De Bono…L’azione, comunque, fu precipitosa. La
tesi del delitto preterintenzionale non mi convince: ad assassinare mio
padre fu, con una lima, Amleto Poveruomo. Con la certezza di farla franca:
all’auto la polizia risalì solo per caso. Il delitto comunque fu compiuto
subito dopo la pubblicazione di quel tale articolo di Giacomo Matteotti su
Echi e Commenti.
D. Con quali obiettivi?
R. Continuando nella nostra ipotesi, gli uomini della Ceka erano convinti
d’agire in nome di Mussolini; in realtà allontanavano la possibilità d’un
governo con i socialisti, possibilità che doveva spaventare molto la corona
e la borghesia industriale italiana; dall’altra parte davano soddisfazione
al fascismo più intransigente, quello farinacciano; e, infine, sottraendo
quei tali documenti – supposto che esistessero, ed io ci credo – salvavano
(ma senza saperlo: l’unico al corrente era De Bono) la corona dalla faccenda
Sinclair. E’ quanto si legge anche in un articolo pubblicato dall’Avanti!
Nel gennaio 1978, pochi giorni dopo quello di Fusco. Anche esso avrebbe
dovuto trovare spazio nell’Appendice, assieme ad una lunga lettera di
Giorgio Spini (riprodotta a pag. 58n.d.r.), indirizzata alla Stampa nel
1978. Questa lettera spiega che genere di farabutto fosse Sinclair. Ma chi
voglia maggiori dettagli sulla vicenda, anzi su quello sporco affare in cui
erano coinvolti ministri come Mario Corbino e De Stefani, assieme
all’onorevole Jung, all’ambasciatore Castani e a moltri altri, legga con
attenzione il capitolo che alla Sinclair e al delitto Matteotti ha dedicato
Matteo Pizzigallo nell’eccellente saggio pubblicato nel 1981 da Giuffrè col
titolo Alle origini della politica petrolifera italiana 1920-1925. Per parte
mia, sono convinto che altri importanti documenti, ad avvalorare l’ipotesi
del delitto affaristico con la longa manus della corona, verranno presto
alla luce
Il re, una compagnia petrolifera e i giacimenti in Libia
QUEL PATTO SEGRETO CON SINCLAIR
Per chiarire meglio alcuni retroscena del delitto Matteotti, legati alla
cosiddetta “pista del petrolio”, pubblichiamo il testo integrale di una
lettera che lo storicoGiorgio Spini inviò nel 1978 a “La Stampa” di Torino,
in risposta ad un articolo di Giancarlo Fusco sul “caso” Matteotti. La
lettera non venne mai pubblicata dal quotidiano torinese.
Sulla Stampa dello scorso 2 gennaio (1978, n.d.r.) Giancarlo Fusco ha
rivelato le confidenze intorno al delitto Matteotti fatte da Aimone di
Savoia ad un gruppo di suoi ufficiali nell’autunno del 1942. Secondo queste
confidenze, Matteotti era entrato in possesso di documenti i quali provavano
che Vittorio Emanuele III aveva fatto un losco patto con una compagnia
petrolifera straniera: “La potentissima Sinclair Oil, affiliata alla Anglo
Persian Oil, la futura British Petroleum”. La Sinclair aveva fatto entrare
il re tra i suoi azionisti gratuitamente: in cambio il sovrano si era
impegnato ad esercitare la propria autorità per impedire che venissero
sfruttati i giacimenti petroliferi in Libia.
Dopo il discorso di Matteotti alla Camera del 30 maggio 1924, in cui il
deputato socialista aveva denunciato i crimini commessi dai fascisti durante
le elezioni di quell’anno, Mussolini aveva ordinato alla banda Dumini di
aggredirlo: però avrebbe dovuto trattarsi di una delle solite manganellature
soltanto. Invece, giusto allora, Emilio De Bono venne a sapere, in qualità
di capo della polizia, che Matteotti era in possesso di questi documenti
compromettenti per il re e che li portava sempre con sé in una borsa. De
Bono volò da Vittorio Emanuele III a raccontargli la cosa e i due si
accordarono sulla necessità di sopprimere addirittura Matteotti, anziché
bastonarlo soltanto, e di asportare dalla sua borsa i famigerati documenti.
L’8 giugno 1924 De Bono convinse Dumini ad eseguire tutto ciò, mediante una
somma di denaro, e due giorni dopo Matteotti fu rapito ed assassinato. Né si
sentì più parlare dei documenti riguardanti il patto fra il re e la Sinclair.
Giancarlo Fusco conclude il suo articolo dicendo di non sapere fino a che
punto questo racconto del Duca di Aosta possa essere un’alternativa
attendibile alla versione “storica” dei fatti. Neppure io lo so: e non
pretendo di aggiungere altre rivelazioni a quella di Fusco. Ma posso almeno
indicare chi era il petroliere Sinclair perché lo sa chiunque abbia letto un
manuale di storia americana. Era uno dei protagonisti del leggendario affare
del Tea Pot Dome, cioè uno dei più clamorosi scandali dell’America del primo
novecento.
Nel 1921, il segretario agli Interni dell’amministrazione repubblicana
Harding, Albert G. Fall, concesse con procedura del tutto irregolare alla
Mammoth Oil Co., di cui era presidente H. F. Sinclair e ad altre compagnie,
lo sfruttamento di alcuni giacimenti petroliferi, tra cui uno nel Wyoming
chiamato Tea Pot Dome, che invece avrebbero dovuto restare a disposizione
della marina americana per eventuali esigenze belliche. La cosa si riseppe e
venne usata dai democratici per montare una clamorosa campagna contro
l’amministrazione Herding. Fall fu processato sotto l’accusa di essersi
fatto corrompere e finì in galera. Altre complicate vertenze giudiziarie
seguirono, fra cui un processo per corruzione nel 1928 contro Sinclair, da
cui il petroliere uscì assolto benché la stampa sostenesse a gran voce la
sua colpevolezza.
L’affare Sinclair ed i suoi strascichi giudiziari si chiusero infine nel
1932, ma restano ancora oggi proverbiali in America come esempio di losca
connessione tra affaristi e politicanti. Dunque, laddove Aimone di Savoia
parlava della Sinclair come di una compagnia inglese connessa con l’Anglo
Persian Oil, si trattava in realtà di un magnate americano del petrolio già
avvezzo a combinarne delle belle con personaggi politicamente altolocati.
Forse è inesatto altresì che si trattasse di impedire lo sfruttamento dei
giacimenti petroliferi in Libia. Come vedremo fra un momento, H. F. Sinclair
voleva ottenere l’esclusiva per la ricerca del petrolio sul territorio
stesso dell’Italia a favore della Standard Oil. Fusco ne è stato il primo –
per quanto almeno ne so – a fare il nome di Vittorio Emanuele III in
connessione con quello di Sinclair. Ma già al tempo dell’affare Matteotti
qualcosa trapelò di questo intrigo, sia pure senza che si parlasse mai di
sua maestà il re.
A quel tempo, infatti, una parte della stampa, cioè quella filofascista,
mise in circolazione la voce che Matteotti era stato ucciso non già per
colpa di Mussolini, ma per impedirgli di rivelare gli affari sporchi in cui
erano coinvolti Finzi, Filippelli e la banda che ruotava intorno al Corriere
Italiano. E fra l’altro fu detto che costoro erano stati pagati da H. F.
Sinclair per ottenere quella esclusiva alla Standard Oil delle ricerche
petrolifere in Italia, cui sopra si è accennato.
Fra gli altri nomi che vennero fatti, v’era quello dell’Onorevole Guido Jung.
Jung era stato in America nel 1922, come esperto finanziario dell’ambasciata
italiana a Washington: poteva dunque avere conosciuto Sinclair colà. Nel
1924 era stato eletto deputato nel “listone” fascista; e fu poi denunciato
durante l’affare Matteotti, come complice dell’intrallazzo Sinclair. Può
essere interessante ricordare che per l’appunto un periodico filo-fascista
di New York, Il Carroccio, diretto dall’italo-americano De Biase, fu
particolarmente violento nell’accusare Jung e la Sinclair di essere i veri
colpevoli dell’uccisione del leader socialista. Tuttavia Jung superò questo
incidente senza danni: tanto è vero che fece poi una bellissima carriera,
prima come sperto del governo fascista in varie trattative con banche degli
Stati Uniti e poi come ministro delle Finanze.
La stampa antifascista respinse le dicerie sull’affare Sinclair
considerandole come un’espediente per deviare l’attenzione dell’opinione
pubblica dalle responsabilità di Mussolini e dalla reale natura politica del
delitto. Anche gli storici che si sono occupati dell’affare Matteotti sono
stati indotti da ciò a trascurare questo episodio.
Solo Giuseppe Rossigni, nel suo libro Il delitto Matteotti tra il Viminale e
l’Aventino, ne dice qualcosa. Anche egli, però, come Aimone di Savoia,
mostra di non sapere chi fosse con precisione Sinclair. Questo atteggiamento
si spiega bene col fatto che nessuno, fino all’articolo di Fusco sulla
Stampa, aveva mai subdorato che lo stesso Vittorio Emanuele III potesse
avere tenuto il sacco a Sinclair. Ma dopo l’articolo di Fusco, viene da
chiedersi se la stampa filo-fascista, tirando fuori il nome di Sinclair, non
lo facesse proprio per minacciare il re di vuotare il sacco, qualora sua
maestà non avesse sostenuto fino in fondo Mussolini.
Un altro nome che venne fuori in connessione con l’affare Sinclair fu quello
di un giornalista avvezzo ad avere mano in ogni specie di pasticci: Filippo
Naldi. Oltre ad essere stato il direttore del Resto del Carlino, Naldi era
stato uno dei padrini del mussoliniano Popolo d’Italia. Al tempo dell’affare
Matteotti stava continuando a fare intrallazzi giornalistici: aveva fondato
un giornale – Il Tempo – ed aveva comprato da Filippelli il pacchetto di
azioni del Corriere Italiano. Fu detto anche che aveva altresì lavorato per
conto di Sinclair onde chiudere la bocca ai giornalisti sull’affare
dell’esclusiva delle ricerche petrolifere a favore della Standard Oil. Come
si sa fu accusato di avere celato il famoso memoriale Filippelli e fu
arrestato per questo. Ma fu presto liberato e sparì dalla circolazione.
L’affare Sinclair venne investigato durante l’istruttoria giudiziaria
sull’assassinio di Matteotti, ma senza risultati. Il giudice istruttore
giunse alla conclusione che la concessione petrolifera era nell’interesse di
un gruppo finanziario antagonistico a quello del Corriere Italiano. E tutto
cadde nell’oblio.
Vorrei però aggiungere un curioso codicillo a questa storia. Nell’autunno
1943, quando Vittorio Emanuele III scappò a Brindisi insieme con Badoglio,
ricomparve al suo fianco Filippo Naldi, in veste di Ninfa Egeria politica. E
chi ha voglia di avere ulteriori particolari, può trovarli nel libro del
compianto Agostino Degli Espinosa, Il Regno del Sud. Il re e Badoglio erano
nei guai perché avevano bisogno di mostrare agli Alleati di avere un qualche
supporto politico, laddove i partiti del c.l.n. rifiutavano di avere a che
fare con loro. Avevano inoltre bisogno di mettere insieme un governo
purchessia, avendo lasciato a Roma i loro ministri al momento della fuga.
Naldi li cavò da queste difficoltà, mettendo insieme un finto partito,
formato di avanzi del vecchio trasformismo meridionale, sotto il nome di
Partito Democratico Liberale, ed aiutandoli a formare su tale base un
ministero.
Questo ministero “liberal-democratico” era composto di personaggi talmente
oscuri che non si osò dare loro il titolo di ministri; e quindi ebbero solo
quello di sotto-segretari. Ma uno almeno di loro aveva un nome ben noto:
Guido Jung. In quanto ebreo era stato cacciato dal governo nel 1938 e quindi
poté tornare a galla nella seducente veste di vittima del fascismo.
Non so se Naldi e Jung abbiano avuto altri rapporti con petrolieri dopo
l’affare Matteotti. Ignoro altresì in che modo essi abbiano potuto
ricomparire a fianco di Vittorio Emanuele III dopo l’8 settembre. So però
che a quel tempo, nell’Italia meridionale, non si muoveva una foglia senza
il permesso degli alleati. Non mi meraviglierei se in qualche archivio
britannico od americano esistesse una pratica “top secret” intitolata a
loro.
Come Fusco, sono anch’io ben lontano dall’affermare che la vera causa del
delitto Matteotti vada cercata in questo pasticcio maleodorante di petrolio.
Penso però che si debba riconoscere a Fusco ed alla Stampa il merito di
avere ricordato agli storici una pista finora trascurata, sulla quale
varrebbe invece la pena di fare qualche altra ricerca.
Giorgio Spini
Il delitto Matteotti e la pista economico-finanziaria
Il caso è ancora aperto
Fino a che punto è credibile la “pista del petrolio” come movente del
delitto Matteotti? Lo abbiamo chiesto ad uno storico e a un giornalista,
autori di due libri che affrontano questo tema in modo diverso. Uno è
Giuseppe Rossigni, autore di Il delitto Matteotti fra il Viminale e
l’Aventino (un saggio fondamentale edito nel 1966 da Il Mulino) e l’altro è
Franco Scalzo, autore di Matteotti, L’altra verità (editore Savelli). Queste
le loro opinioni:
Se da un lato non penso di trarne conclusioni diverse dal passato sulle
responsabilità dirette di Mussolini nell’evento del giugno 1924, non ho
elementi nuovi per modificare la valutazione che detti del ruolo svolto
dall’ambiente affaristico del fascismo.
Il cosiddetto momento affaristico del governo Mussolini, per comune
ammissione dei testimoni (alcuni dei quali, quando completai la mia ricerca,
erano ancora vivi, ne parlai con Cesarino Rossi), pare debba essere
ricondotto all’interno del gruppo Finzi, interessato alla vicenda
petrolifera. Si parlò infatti di una attenzione tutta particolare di
Filippelli e di Naldi che di quel gruppo erano l’ala più intraprendente. In
una nota della direzione generale della PS, del 14 giugno, si leggono una
serie di informazioni tratte da un colloquio con un non meglio precisata
“personalità liberale”. Di sicuro si può dire che Naldi organizzò il
silenzio giornalistico sull’affare Sinclair che, invece, fu approfondito nei
suoi possibili risvolti giudiziari durante il processo di Chieti.
Matteo Matteotti cita (facendo riferimento allo storico De Felice) un primo
documento “riservatissimo” diretto a De Bono senza data: tale documento, che
anch’io avevo citato nel mio volume, porta la data del 14 giugno e se ne
ricava una sola notizia: che Turati fosse la persona in grado di possedere
una parte della documentazione, di cui disponeva Matteotti in merito alla
Sinclair. Gli studiosi sono informati del viaggio a Londra di Matteotti:
invece, non ho mai saputo alcunché della scrittura privata che consentirebbe
di liberare Vittorio Emanuele III, socio della Anglo-Persian-Oil e quindi
interessato alla scomparsa di certi documenti. Questa responsabilità diretta
del re potrà consolidarsi solo se una ricognizione negli archivi inglesi
darà dei frutti, che al presente non sono in grado di prevedere:
bisognerebbe bene capire perché la Sinclair aveva difficoltà ad agire sul
mercato italiano, questa Sinclair che, in fondo, era “una staffetta
indipendente” nella lotta tra le compagnie petrolifere.
Le indicazioni di Giancarlo Fusco, le lettere di Giorgio Spini ed il saggio
di Pizzigallo sulla politica petrolifera tendono ad approfondire questa
controversa interpretazione, ma non ci forniscono una risposta definitiva.
Per cui resta ancora in piedi l’interpretazione storiografica corrente che,
per ragioni diverse, i fascisti e gli antifascisti ortodossi accreditano: il
movente politico e null’altro.
Giuseppe Rossigni
Intrigo internazionale
Un’altra tesi che va contro la storiografia ufficiale
D. Nel suo libro Matteotti, l’altra verità lei sostiene una tesi totalmente
opposta a quella della storiografia ufficiale. Qual è, in sostanza, questa
diversa verità?
R. Lo svolgimento della vicenda passa attraverso due nodi fondamentali.
L’origine del delitto (più affaristica che politica) ed i mandanti della
Ceka che con la soppressione di Matteotti si prefiggono un duplice
obiettivo:eliminare un testimone scomodo e costringere Mussolini a gettare
la spugna. L’operazione riesce solo a metà, come tutti sanno.
D. Com’è arrivato a questa conclusione clamorosa?Come ha impostato la sua
tesi?
R. Semplicemente, servendomi delle tessere di cui sono entrato in possesso
nel corso della mia ricerca e poi sistemandole secondo un ordine che non
fosse condizionato e dominato da posizioni preconcette. Alla base di questo
complesso gioco ad incastro ci sono stati, comunque, due interrogativi.
Primo: che interesse poteva avere Mussolini a macchiare la propria
reputazione con un delitto infame dopo appena due mesi dall’apoteosi
elettorale del Pnf? Secondo: perché proprio Matteotti, quando tutti i
partiti dell’opposizione avevano manifestato il sospetto che il successo dei
fascisti fosse dipeso, almeno in parte, da brogli e dalla violenza
squadristica? Una volta preso atto della legittimità di tali domande, la
distanza dalle risposte si accorcia sensibilmente, e la si può riempire
soltanto ricorrendo a materiale di prima mano. Immune cioè sia dalla
propaganda che dalle distorsioni ideologiche. Ma in questo spazio si è,
appunto, inserita la lunga sequenza di documenti che provano diverse cose:
che Matteotti fu ucciso per impedire che facesse rivelazioni. Rivelazioni
sul coinvolgimento di alcuni ambienti (legati alla Banca Commerciale) in
certi loschi affari riguardanti i petroli, il gioco d’azzardo ed il traffico
d’armi; che gli ispiratori e gli esecutori del delitto erano già da diverso
tempo in rotta di collisione coi vertici del Pnf, sebbene si fossero
infiltrati nell’entourage di Mussolini; che l’immobilismo statuario
dell’Aventino era un atteggiamento indotto dalla paura delle opposizioni di
dover rendere conto al Pese degli appoggi forniti, da dietro le quinte,
all’ala revisionista del partito fascista, che è poi quella nel cui seno
matura la decisione di fare fuori Matteotti; che i processi del ’25 e del
’47 sono stati poco meno o poco più che delle orribili farse…
D. Parrebbe di capire che il delitto Matteotti non era compiuto da, ma
contro Mussolini…
R. Proprio così. Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del
crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha
finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma e che dopo avergli dato il
potere minaccia di riprenderselo per trasferirlo a gente più maneggevole se
lui non si rassegna a fungere da parafulmine e da capro espiatorio. E’ una
partita difficile, giocare sul filo del bluff, che finisce in pareggio.
Mussolini resta al suo posto, ma deve rinunciare al progetto di disfarsi di
certe regole, di certi condizionamenti. Li subisce fino a Salò dove vuota il
sacco col giornalista Silvestri, ma è troppo tardi, ormai, per ristabilire
la verità. Le forze alle quali avevano fatto capo gli istigatori della Ceka
sopravvivono al 25 luglio, come sopravvivranno, più tardi, alla caduta del
regime monarchico. Nel ’47, in riferimento al caso Matteotti la situazione
non è molto dissimile da quella del ’25, e questo spiega il carattere
aleatorio del processo conclusivo di Roma: un atto dovuto, un rito.
D. Che differenza c’è fra la sua tesi e quella avanzata da Matteo Matteotti?
R. Lui esclude che la massoneria abbia avuto un ruolo nel predisporre il
piano dell’11 giugno, e non so da che tragga questo convincimento, visto che
tutti gli indiziati del delitto (da Naldi a De Bono, a Dumini, a Bazi, a
Rossi, a Finzi) erano iscritti, a vario titolo, alla setta. Lui afferma che
è il mandante di Mussolini, ed io no. Lui dice che il duce copriva le
responsabilità della corona ed io trovo strano che Mussolini a Salò non
abbia colto l’opportunità per convogliare in questa direzione almeno una
parte delle colpe che si era addossato fino alla giubilazione del luglio
’43. Lui insiste sulla Sinclair (mentre risulta dai documenti della
compagnia petrolifera americana con cui avevano brigato i manutengoli della
“Commerciale”) che era la Standard Oil, e che tale società era anche
fortemente interessata al business delle bische.
D. Perché, secondo lei, per tanto tempo a nessuno o quasi è venuto in mente
di indagare più a fondo su questo capitolo di storia?
R. Sono incline a ritenere che una certa classe politica e certi settori
della cultura italiana preferiscano soprassedere. La demonizzazione acritica
del fascismo ha fatto leva soprattutto sul falso scenario del delitto
Matteotti: ora tornare indietro con la moviola, ritrattare, ricredersi
costituisce una fatica improba per chi, a mio giudizio, si è immesso, più o
meno in buona fede, sulla direttrice sbagliata.
g.b.
01/04/2007