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STORIA 2008
IL GIGANTE BUONO DEL FASCISMO
Nel ventennio fascista ritorna prepotente nell’immaginario collettivo italiano il mito dell’eroe. La società fascista ha bisogno di eroi, ovvero di persone comuni che si trasformano in veri e propri miti e leggende viventi da emulare. Il regime sa bene che dare al popolo delle figure da riferimento da imitare è un ottimo sistema per indurre l’uomo di ogni giorno a migliorarsi continuamente, nonché un valido incentivo a quel sentimento di orgoglio patrio su quale il regime fascista gioca una delle sue carte più importanti. Il mito da raggiungere è quindi uno sprone per tutti gli italiani e, nello stesso tempo, un buon pilastro sul quale fondare il ritorno della grandezza imperiale sui “fatali colli di Roma”. L’eroe per il fascismo non è solamente quell’individuo che si afferma come tale compiendo imprese belliche che necessitino di inusitato coraggio e nel corso delle quale getta “l’anima oltre l’ostacolo”, ma è in generale qualunque italiano che sia tale da imporsi, per requisiti di forza, intelligenza, carattere o altro, all’ammirata attenzione dell’Italia e del mondo. L’eroe è quindi quell’Italiano che, perché ”santo, poeta, eroe, navigatore o trasvolatore ” sia capace di far intendere al mondo intero, ma soprattutto agli italiani, i quali sembrano i più restii ad intenderlo, che l’Italia è la patria di un grande popolo.
Sono questi gli anni in cui, anche in campo sportivo si cercano spasmodicamente sempre nuove affermazioni. Per esempio, in campo aeronautico vi è uno sforzo continuo teso alla conquista del primato aeronautico, tant’è che il motto della Regia Aeronautica in questi anni sembra essere “citius, altius, fortius” , ovvero ”più lontano, più alto, più forte”. Nel campo dello sport, una delle figure che sicuramente entusiasmerà l’Italia di quegli anni è la gigantesca figura di un pugile. Si tratta di Primo Carnera che il 26 giugno 1933, battendo in sei riprese per K.O. Jack Sharkey a New York, conquista il titolo di campione del mondo dei pesi massimi di pugilato. Carnera, dopo aver raggiunto l’importante risultato sportivo, sembra subito ben intenzionato a calarsi in quel ruolo di “campione della razza italica” del quale abbiamo detto e per il quale il regime fascista lo impiegherà come veicolo di propaganda. Dopo la vittoria, ad un cronista del “Corriere della Sera” che va ad intervistarlo dichiara: “Offro questa vittoria al mondo sportivo italiano, giubilante e orgoglioso di aver mantenuto la promessa fatta al duce”. Carnera è un italiano a 360 gradi ed è fiero di esserlo. Quando è un pugile già affermato, benchè si trovi in America e potrebbe restarvi per sempre, non esita a rientrare in Italia per svolgere il servizio militare. D'altronde egli non è l’unico a mantenere “la promessa fatta al duce”. Infatti, mentre nel 1932 gli atleti italiani si sono comportati molto bene alle Olimpiadi di Los Angeles, nel 1934 l’Italia vincerà i campionati del mondo in Francia.
Ma chi è Primo Carnera, da dove viene quest’uomo?
E’ un friulano che nasce a Sequals, ad una quarantina di chilometri da Udine, il 26 ottobre 1906. Sin dal momento in cui viene al mondo sembra destinato a stupire per le sue dimensioni fisiche. Alla nascita pesa infatti quasi dieci kg. e se avesse le corna e muggisse potrebbe facilmente essere scambiato per un vitello. È invece un bambino destinato a divenire un uomo che stupirà il mondo intero. Le sue dimensioni fisiche, nel corso della crescita, si mantengono ben oltre la media. A dodici anni è alto un metro ed ottantatrè centimetri ma è destinato ancora a crescere. Alla fine sarà alto 2,05, peserà 124 kg. e porterà scarpe taglia 52. E’ così grosso che un giorno in America, come scarpe, gli faranno provare due custodie per violino.
A quattordici anni, il ragazzo che vorrebbe fare il falegname-carpentiere decide di trasferirsi presso di uno zio in Francia, vicino Le Mans. Una volta oltralpe, forte della sua enorme possanza fisica, tenta qualche incontro pugilistico, purtroppo senza fortuna, tanto che si decide a mettere da parte per il momento il mondo della boxe e a entrare a lavorare in un circo dove, con il nome di Jean il terribile o Juan lo spagnolo, si esibisce in dimostrazioni di forza, alzando incudini, piegando sbarre di ferro. La sua specialità è quella di sfidare avversari provenienti dal pubblico i quali, allettati dalla possibilità di vincere una forte cifra qualora riescano a metterlo al tappeto, vi finiscono invece regolarmente loro. Il circo, infatti lo pubblicizza come “Giovani l’espagnol, le champion qui jamais a ètè batu”.
La vita del circo non è fatta però per il gigantesco italiano il quale, dopo qualche anno, ritorna a fare il falegname, anche perché i guadagni circensi non devono essere dei migliori, visto che dopo qualche tempo finisce in ospedale per inedia e viene rimesso a posto a “suon di bisteche”. Inizia così a frequentare la palestra di Paul Journée il quale è un ex campione dei pesi massimi o lo inizia ai segreti del pugilato. Benché Journée sia un buon insegnante si rende anche conto subito che al mastodontico italiano manca un requisito fondamentale per essere un buon boxeur. A Primo, che è stato dotato dalla natura di una forza fisica spaventosa, manca la cattiveria. “E’ forte ma non sarà mai cattivo” dirà di lui il suo primo maestro.
Dopo qualche tempo viene notato da Lèon See, un giornalista che è anche un importante Manager di boxe. Quest’ultimo, inizialmente restio a prenderlo nella propria scuderia, alla fine si deciderà e sarà lui a lanciarlo nel mondo della “nobile arte”, facendogli da manager. Benchè non sia “cattivo”, la forza dell’uomo è smisurata, non conosce avversarti capaci di fermarla e non tarda ad affermarsi in tutta Europa. Nel 1928 a Milano mette al tappeto un altro gigantesco pugile di colore. Si tratta di Efanio Islas che va giù facilmente, troppo facilmente, tanto da far sorgere il dubbio a qualcuno che l’incontro sia truccato. Il mondo del pugilato è un mondo dove manager di pochi scrupoli spesso ordiscono alle spalle dei loro “protetti” trame oscure e da molti autori è affermato che il manager di Carnera, almeno all’inizio della sua carriera ”senza che carnera ne sappia nulla sceglie con cura i pugili con i quali farlo incontrare: i meno forti, quelli sulla via del declino, gli ex campioni disposti a farsi comprare “ (cfr Denis Mack Smith – L’Italia del 20° Secolo – Rizzoli ). Il dubbio, feroce, in seguito nascerà per molti altri incontri del friulano ma da qui a dire che tutti gli incontri vinti da Primo Carnera siano stati falsati è una vera e propria bestemmia.
Lèon See, dopo aver ben speso il suo pupillo in Europa, nel settembre 1929 pensa che sia giunto il momento di tentare l'avventura americana portando il suo ragazzo a combattere oltreoceano dove riesce ad organizzargli parecchi incontri. D'altronde, il pugile italiano, per la sua sola presenza fisica, è destinato a dare spettacolo e gli americani accorrono a frotte a vedere questo gigante che ben presto battezzano con soprannomi che vanno dal beffardo, quale “the gorgonzola tower” (la torre di gorgonzola), all’ammirato quale “l’alpe che cammina”.
Anche in America l’italiano combatte e vince, anzi stravince se si tiene conto del fatto che in nove mesi del 1930 su 24 incontri sostenuti ne vince 23 di cui 19 per K.O.. L’unico a riuscire a spuntarla con lui è un tale Jim Maloney che però l’anno seguente, nel 1931, verrà a sua volta battuto da Carnera.
L’America, paese nel quale la boxe è uno sport importante, non tarda ad impazzire per quest’uomo sul quale appena un anno primo nessuno avrebbe scommesso un dollaro. Gli americani anzi, non solo pagano per assistere ai suoi incontri ma sono disposti a pagare anche per assistere ai suoi allenamenti dove il biglietto viene portato da 25 centesimi a 50 centesimi di dollaro.
L’importanza dell’uomo è oramai tale che si verifica una sorta di incidente internazionale che lo vede al centro. Sembra che durante la sua permanenza in Francia abbia richiesto la cittadinanza francese. Adesso che è famoso la Francia è pronta a concedergliela e gli arriva una richiesta del consolato francese di presentarsi all’addetto militare presso il consolato americano per svolgere il sevizio di leva in Francia. Dovrà intervenire Mussolini in persona per dirimere la faccenda e “riprendersi” a viva forza tra le glorie nazionali l’italianissimo primo Carnera.
Il primo anno di attività americana è destinato a chiudersi alla grande per il boxeur italiano, anche se questa chiusura avviene non in America ma in Europa dove, a Barcellona, sconfigge il pugile Basco Paulino Uzcudum. E’ questo il primo grande, importante incontro che l’italiano sostiene e vince in quanto nei precedenti il suo manager si sempre ben guardato dal non bruciare il suo pupillo mettendogli contro avversari troppo forti. Il match con Paulino Uzcudum ha caratteristiche tali che merita di essere raccontato. Paulino rappresenta per gli spagnoli un mito e il 30 novembre 1930, data dell’incontro, ha 32 anni. L’esperienza dello spagnolo è sicuramente maggiore di quella dell’italiano il quale, essendosi affacciato relativamente da poco al mondo della boxe ha ancora molto da sgrezzare nella sua figura professionale di pugile. Carnera, dalla sua parte è forte, oltre che della forza erculea di cui si è detto, anche dei suoi 24 anni. Gli spagnoli non voglio assolutamente che il loro campione perda e le provano proprio tutte. Tra l’altro, a Carnera viene fornito un paio di guantoni molto più piccoli della sua misura, malgrado i quali l’italiano decide lo stesso di combattere, anche per non scontentare gli 80.000 spettatori che hanno già pagato il biglietto. I guantoni sono così piccoli che il boxeur, non potendo proprio chiudere le sue manone, è costretto a tirare schiaffi più che pugni. Malgrado tutto e benché lo spagnolo incassi per tutte le quindici riprese, alla fine vincerà ai punti. La vittoria su Uzcudum lo consacra nella classifica di coloro i quali possono aspirare al titolo di campione del mondo. È questo un risultato raggiunto in brevissimo tempo e a dispetto di coloro i quali di fronte a questo gigante, fortissimo ma lento nei movimenti e privo di una buona tecnica pugilistica, meno di un anno primo, avevano pronosticato una serie di sconcertanti sconfitte, vedendolo solo come un fenomeno da baraccone.
La stessa stampa nazionale è stata tutt’altro che tenera ed incoraggiante nei confronti di quello che, subito dopo la vittoria su Uzducum, diventerà uno dei beniamini degli italiani. La vittoria contro lo spagnolo è un trionfo e in Italia, al ritorno, gli vengono tributati onori che forse mai il modesto friulano avrebbe pensato di ricevere. A Roma si affaccia anche dal famoso balcone di piazza Venezia ma da solo in quanto sembra che il duce non voglia apparirvi vicino per non confrontarsi con la sua gigantesca figura. Lo steso Starace si fa ritrarre in fotografia con lui ma badando bene a salire su di una sedia nascosta dietro la scrivania. Il Ministero della Cultura popolare, o meglio il Minculpop come è chiamato all’epoca, invia veline a tutti i giornali, organizzando una grandiosa campagna stampa per magnificare il nuovo eroe del fascismo. Uno dei tanti giornali italiani scriverà: “contemplare oggi il colosso Primo Carnera , il gladiatore dalle cifre somatiche che da sole incutono spavento: è il più gran formato di bellezza plastica , è una meraviglia di congegno muscolare, è tutto snellezza e agilità. E’ un lottatore della razza degli arcangeli lottatori.”
Al combattimento di Barcellona seguirà una serie di combattimenti in America ed in Europa dove, a Londra, subirà una cocente sconfitta da parte di Larry Gains, un pugile piuttosto anziano.
Nel 1932 Carnera si affranca da Lèon See, il manager che lo ha “protetto” fino ad allora, per passare al manager italiano Luigi Soresi. La parola “protetto” è messa giustamente tra virgolette in quanto il See, oltre ad essere stato un personaggio probabilmente equivoco, è stato abilissimo a sottrarre la maggior parte dei guadagni al giovanissimo italiano lasciandolo povero come lo aveva trovato. Soresi non sarà meno abile del suo predecessore ad arricchirsi alle spalle del pugile.
Giungiamo così al 1933, anno in cui il gigante italiano, come si è detto all’inizio, conquista il titolo di campione del mondo. Il combattimento in difesa del titolo mondiale, successivo a quello del 1933, avverrà a Roma a Piazza di Siena. Lo sfidante quel Paulino Uzcudum che sconfitto a Barcellona lo sarà a Roma per una seconda volta. I settantamila presenti all’incontro saranno in delirio e tale delirio farà da degna cornice al trionfo del gigante italiano. Sarà il suo ultimo grande trionfo. Dopo il combattimento a Piazza di Siena, sarà sconfitto dallo statunitense Max Baer, perdendo il titolo. Dopo poco pensa di riconquistare la palma di campione ed il suo manager gli organizza un incontro preliminare con un giovane di colore. L’avversario è certamente una promessa ma la giovane età, ha circa vent’anni, e quindi l’inesperienza lascia facilmente presumere che l’oramai esperto Carnera possa avere facilmente ragione di lui. Il ragazzo negro, invece, massacrerà quella montagna umana che è il pugile italiano. Primo Carnera ha incontrato sulla sua strada Joe Louis che, nel corso della sua carriera, non le suonerà solo a lui ma anche a molti altri.
Da questo momento in poi il friulano verrà completamente dimenticato dalla stampa italiana ma non dal pubblico che lo accoglierà dopo qualche anno in un’altra veste, completamente differente a quella del pugile. Dopo alcuni altri incontro di minor tono, nel 1938 si ritira dalla boxe, si sposa con una ragazza jugoslava e prende parte ad una fortunata tournée teatrale con Renato Rascel, nel corso della quale si rende conto che l’affetto con il quale è accolto dal pubblico è immutato da quello dei tempi d’oro. Il periodo della seconda guerra mondiale non sarà molto felice per il nostro titano che, anzi, alla fine del conflitto, rischierà anche di essere fucilato per il suo appoggio al regime. Si pensi che all’incontro in piazza di Siena contro Paulino Uzducum si è presentato in camicia nera e alla fine ha donato la borsa al Partito Fascista. Se la guerra sarà difficile il dopoguerra gli si presenterà ancora prolifico di maggiori asperità, motivo per il quale deciderà di rientrare in America. Di nuovo negli Stati Uniti, non potendo rientrare nel mondo della boxe, avrà qualche parte in qualche film e raccoglierà una discreta fortuna come lottatore di Catch, ricevendo da questa lotta tutta americana le soddisfazioni economiche che la boxe non gli ha dato, dandole invece ai suoi manager.
Purtroppo, colpito da una grave malattia rientrerà in Italia nel 1967 per morire nella terra che lo ha visto nascere. Al momento della sua morte, avvenuta a Sequals, avrà solo 58 anni.
CONCLUSIONI
Quello che il titolo definisce “il gigante buono del fascismo” è oggi onorato da una fondazione, la “Primo Carnera Foundation” che è stata voluta dai figli del campione, Giovanna e Umberto. La Fondazione, che è senza scopo di lucro, si prefigge lo scopo di assegnare borse di studio a ragazzi bisognosi e dare loro l'opportunità di partecipare a programmi culturali di scambio tra Italia e gli stati Uniti. Inoltre, Primo Carnera è stato ricordato anche dall'Istituto della Enciclopedia Treccani. La sua cui biografia è tra quelle pubblicate nel XX volume del Dizionario Biografico degli Italiani ed è stata trattata da giornalisti ed esperti di boxe tra i quali Giorgio Tosatti, Natale Rea, Giovanni Branchini, Gianni Minà, Roberto Fazi, Gianni Grisolia, Nino Benvenuti, Franco Dominici.
Si è voluto ricordare al lettore la storia di Primo, che purtroppo in questa sede non è possibile rammentare in tutte le sue variegate sue sfumature, non tanto per trattare del gigante fisico e sportivo ma quanto per porre all’attenzione di chi legge l’enorme carica umana e di bontà che sprigiona quest’uomo il quale al suo apparire somiglia più all’orco delle favole che al gigante buono delle fiabe.
Sarà amato da pubblico italiano contemporaneo come pochi sportivi dell’epoca e sarà tanto apprezzato dal pubblico quanto, all’inizio della carriera, denigrato dalla stampa nazionale ed estera. La ragione di quest’amore è da ricercarsi nel fatto che l’animo semplice della gente di strada intuisce che, oltre il fisico da gigante, c’è l’animo di un uomo mite ma coraggioso. Egli è forte di un coraggio che gli consente di affrontare il ring e l’avversario benché tutto voglia fuorché fare del male all’uomo che ha di fronte. Scriverà Giorgio Gandola sul Giornale (12.11.2000) : “di fronte a Carnera c’è il tedesco Ernie Schaaf detto - la tigre del mare – per i suoi trascorsi da mozzo sulle baleniere. Come ricorda Riccardo Signorelli nel libro diavoli e pugni : il marinaio sembrava in balia delle onde, finché sul 13° round si lasciò cadere su di un colpo che sembrava una piuma: Il pubblico pensò all’imbroglio, Carnera venne dichiarato vincitore, ma trascorse la notte all’ospedale davanti alla camera di Schaaf in coma”. In questa frase di Gandola si può dire ci sia tutto Carnera: un uomo che con un pugno ”che sembrava una piuma” è in grado di atterrare l’avversario, che è capace di sopportare la cattiveria di un pubblico che non crede nella sua forza erculea e nello stesso tempo di passare la notte all’ospedale per avere notizie di quell’uomo che ha dovuto picchiare ma che ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Dopo tre giorni d’ospedale Schaaf morirà lasciando il gigante buono nella disperazione. Fortunatamente per lui dopo poco tempo la verità verrà a gala: Schaaf non è morto per i pugni di Carnera ma è deceduto a causa delle lesioni riportate un anno prima durante un incontro con Max Baer. Scrive il citato Denis Mack smith: “ Ernie Schaaf…era un pugile finito che non avrebbe più dovuto salire sul ring : qualcuno ce l’ha mandato per far spettacolo e consentire a Carnera di contendere il titolo al detentore Jack Sharkey.”
La Boxe è anche questo, un mondo di lupi dove pochi sciacalli sono disposti a tutto pur di guadagnare ma Primo Carnera non è né lupo ne sciacallo. Lui non poteva sapere delle condizioni del suo avversario.
Volendo dare un giudizio del nostro campione si può dire che Carnera è una specie di mostro ma non perché ha un fisico che supera tutti i canoni previsti da madre natura. Egli è una creatura mitica e perciò “mostro” perché nello stesso essere coesistono un fisico eccezionale ed forza erculea che sia accompagnano ad una eccezionale bontà che è pari solo alla sua ingenuità. Oltre tutto ha anche una certa simpatica ironia. Dopo aver cenato a Londra con il principe di Galles, alla domanda del suo Manager se è rimasto impressionato dall’incontro con il principe risponderà: “perché? Al massimo sarà un peso welter”
Eletto dal fascismo a rappresentante della ”pura razza italiana” lo sarà a pieno titolo perché “è forte man non sarà mai cattivo”. Alla forza esteriore dei muscoli accompagna quella interiore dell’uomo buono dal sorriso disarmante.
28/04/2008