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STORIA 2008
COME MORÌ ALDO BORMIDA, UNO DEI PRIMI ITALIANI CADUTI NELLE OPERAZIONI CONTRO LE TRUPPE ANGLOAMERICANE SBARCATE A ANZIO/NETTUNO
LO SBARCO DI ANZIO
Gli
anglo americani nella loro avanzata lungo la penisola italiana, nel
novembre 1943, vengono fermati per lunghi mesi dalla “Gustav”. Si tratta
di una serie di opere fortificate che si dispiegano, per 120 km, da
Minturno, a sud di Gaeta, fino alla costa Adriatica, a sud di San
Vito/Ortona. Il vero punto focale della Gustav è Montecassino, una
montagna (516 s.l.m.) che si trova alla confluenza della valle del fiume
Rapido con la valle del fiume Liri e costituisce, per gli alleati che
avanzano dal sud, il catenaccio che chiude l’accesso alla piana pontina
e quindi a Roma. Il Monte è stato trasformato dai tedeschi in una
fortezza naturale, realizzando postazioni per mitragliatrici e cannoni e
campi minati. L’attacco a Montecassino viene sferrato il 17 gennaio ’44,
dando l’avvio alla prima di quelle che saranno le “quattro battaglie per
Montecassino” e, nel corso delle quali, l’USAAF raderà al suolo l’antico
monastero che è in cima alla montagna. Gli Anglo americani, bloccati per
mesi dalla Gustav, progettano uno sbarco alle terga della linea
fortificata, da effettuarsi sulle
coste di Anzio e Nettuno, cittadine che all’epoca sono unite nell’unico
comune di Nettunia. Lo sbarco sul litorale, quindi, viene deciso a causa
di una intollerabile situazione di stasi sulla Gustav e si cerca,
con quest’operazione, che prenderà il nome di “Operazione Shingle”, di
tagliare i rifornimenti in uomini e
materiali alle spalle dei tedeschi che combattono a Montecassino.
La preparazione alla “Shingle”
ha inizio il 17 gennaio ’44
con violenti bombardamenti sulla
costa. Solo nella notte del 22 gennaio 1944, alle 2.00 del
mattino, gli anglo americani, supportati da un nutrito fuoco dal mare e
da sessanta squadroni aerei fanno sbarcare, mediante 241 mezzi da
sbarco, il 6° Corpo d’Armata, comandato dal Ten. Gen. John P. Lucas. Le
località prescelte per lo sbarco sono distinte in tre settori chiamati :
“Peter Beach”, “X Ray Beach” “Ranger Beach”. Questi vanno da Lavinio a
Torre San Lorenzo, dalle spiagge di levante di Anzio a Torre Astura e
dal porto di Anzio alla riviera di levante. Nelle prime ventiquattro ore
vengono messi a terra 36.034 uomini e 3.000 veicoli di vario tipo.
L’afflusso di uomini e mezzi sembra inarrestabile, e il 29 gennaio i
soldati sbarcati saranno 70.000 con 500 cannoni, 250 carri armati e
altri 5000 veicoli. I tedeschi, che hanno trasferito la quasi totalità
delle loro truppe sulla Gustav, non hanno nulla da opporre allo sbarco.
Racconterà uno dei soldati americani: “dopo aver messo piede a terra
entrammo correndo e sparando in una pineta. Dopo un po’ ci accorgemmo
che sparavamo contro il nulla perché non c’era nessuno. Correndo saremmo
potuti arrivare fino a Roma ”
Gli angloamericani del gen. Lucas invece di sfruttare la sorpresa ed
avanzare, si fermano sulla costa, cosa che al comando germanico da la
possibilità di reagire alla situazione. Nell’immediatezza dello
sbarco il gen. Kesselring, per tamponare la falla e creare un velo di
truppe, ordina il trasferimento in zona di alcuni reparti della 4°
Divisione paracadutisti, della Divisione Herman Goering, della 3° Panzer
Grenadier e della 71° Divisione di fanteria.. Successivamente, l’alto
comando tedesco attua il piano Richard, che prevede il trasferimento sul
fronte di Anzio di riserve che affluiscono dal Nord Italia, dalla
Francia, e dai Balcani. Gli anglo americani, che avrebbero voluto con la
“Shingle” risolvere il blocco di Montecassino, finiscono invece ad
impantanarsi.. Sono fermi sulla costa pontina, non riescono ad avanzare
e, ad ogni piè sospinto, sembra che i tedeschi siano sul punto di
ributtarli a mare. Il commento di Churchill, sulla situazione venutasi a
creare, sarà a dir poco caustico: “ avevo sperato – dirà lo
statista inglese - di lanciare sulla spiaggia di Anzio un gatto
selvatico, mentre invece ci troviamo sulla riva con una balena arenata.”
Il comando alleato, per risolvere il problema rimuoverà il gen. Lucas,
sostituendolo con il generale Truscott. Rommel, al posto di Lucas, con
gli stessi uomini e con gli stessi carri armati, non incontrando
resistenza, dopo due giorni sarebbe già arrivato a Roma. Il nuovo
comandante alleato il 23 maggio darà l’avvio avvio all’operazione
“Buffalo” che ha come obiettivo Cisterna di Latina. L’attacco viene
spinto sul tratto di fronte che va dal canale Mussolini fino a Carano.
Lo strapotere alleato è inarrestabile e il 25 maggio la cittadina
pontina, che è ridotta ad un cumulo di macerie, viene presa. La
battaglia per Cisterna si rivela un nodo cruciale nella strategia
alleata. Infatti, la conquista di questa piccola città laziale
consentirà al 6° Corpo d’Armata di riunirsi alle avanguardie americane
del 2° Corpo d’Armata che, reduci da Montecassino, stanno
sopraggiungendo da Terracina. Al lettore gioverà sapere che i
paracadutisti tedeschi hanno lasciato le rovine dell’abbazia di
Montecassino solo nella notte tra il 17 e il 18 maggio. Il 4 di giugno
gli anglo americani entreranno a Roma., dove verranno accolti da una
folla festosa che acclamerà i liberatori.
I REPARTI DELLA R.S.I. SUL FRONTE DI ANZIO
E’ da evidenziare però che non tutti gli italiani saranno lieti di essere liberati dagli alleati. Purtroppo, nella memoria storica delle popolazioni della Pianura Pontina le operazioni militari che seguirono allo sbarco, sono ricordate come un titanico scontro tra tedeschi ed americani, dimenticando della partecipazione di soldati di altre nazionalità che prenderanno parte ai combattimenti. Tra i militari dimenticati, non solo dalla memoria storica, ma purtroppo anche dalla storiografia ufficiale, vi sono quelle unità militari formate da italiani che combatteranno sul fronte in argomento.
Agli scontri sul litorale pontino parteciperanno, infatti, i primi reparti organici delle Forze Armate della Republica Sociale Italiana. Si avvicenderanno, tra il gennaio e il giugno 1944, migliaia di militari della R.S.I. e, in quella che andrà sotto il nome di “battaglia per Roma”, saranno impegnati: il Battaglione di fanteria di Marina “Barbarigo”, il Gruppo di artiglieria di Marina “San Giorgio” e i motoscafi d’assalto i MAS della X° Flottiglia MAS. Inoltre, il Reggimento Arditi Paracadutisti “Folgore”; (1° Btg. “Folgore”, 2° Btg. “Nembo” 3° Btg. “Azzurro”), il Battaglione di formazione paracadutisti “Nembo”, il Gruppo Aerosiluranti “Carlo Emanuele Buscaglia” poi denominato Faggioni”, il 2° Battaglione Legionario SS, il 1° Battaglione Esplorante Legionario SS “Debica” e numerosi altri reparti minori.
Secondo molte fonti, i militari della R.S.I., appartenenti ai reparti logistici e a quelli combattenti, che si avvicenderanno sul fronte di Anzio Nettuno dal gennaio al giugno 44, saranno circa 10.000. Di questi italiani ben 576 resteranno sul suolo della pianura pontina, mentre altri 765 saranno i feriti.
I ragazzi, della Decima MAS, della Folgore, della Nembo, del Battaglione Degli Oddi, dell’Aviazione Nazionale Repubblicana, dei Granatieri di Sardegna lanceranno il loro cuore oltre l’ostacolo nelle lande della terra pontina, una volta paludosa, non perché spinti da un ideale politico ma perché mossi da un più alto ideale. Il più delle volte saranno solo dei giovani che offriranno la propria giovinezza nella difesa della Patria invasa. In ragione del motto “foss’anche la mia, purché la Patria viva”, non esitarono ad arruolarsi volontari per difendere il suolo della propria terra dal nemico.
Purtroppo, questi ragazzi, nel dopoguerra, sono stati spesso maltrattati, non solo dalla storiografia ma anche dalla Repubblica Italiana. Si pensi che lo Stato Italiano ha trovato a Nettuno e Pomezia la terra per i cimiteri militari americano e tedesco, mentre invece per gli italiani morti nella difesa del suolo pontino non vi sono stati cimiteri di guerra ma solo una tomba privata al Verano. Solo nel 1993 l’Associazione X° MAS ha costruito, a proprie spese, un sacrario privato. Il sacrario voluto dall’Associazione X°, meglio conosciuto con il nome di “Campo della Memoria”, si trova a Nettuno, alle spalle del Cimitero Americano, in via dei Frati. In sostanza è una zona recintata da un muretto, ove a terra è basata un’enorme X, il numero della 10° (X) Legione. In testa alla X vi è un lavello sacrale. Solo all’inizio dell’estate del 2000, dopo anni di inutili e frustranti tentativi, l’Associazione è riuscita a traslare all’interno del lavello sacrale esistente al Campo della Memoria i resti di alcuni caduti. La cosa è stata possibile però solo dopo una formale cessione gratuita del Campo stesso ad Onor Caduti del Ministero della Difesa, cessione questa che ha trasformato il sacrario privato in un Cimitero Militare.
Dal Borgo Podgora il 24 gennaio, dopo lo sbarco americano ad Anzio, ci trasferimmo alla Strada Della Croce, presso una famiglia di cloni che conoscevamo. Il nostro ampio cortile della casa nel Borgo era stato occupato, dopo due giorni dallo sbarco, dai mezzi corazzati della Divisione tedesca giunti dal Brennero.
Dalla finestra della casa del colono, il giorno 30 gennaio, vidi giungere in strada due camions di soldati che scesero, completarono l’armamento, e si prepararono ad andare contro il nemico. Gli americani erano sull’argine opposto del Canale Musolini, distante circa 150 metri dalla nostra casa dove si era insediato un giovane ufficiale tedesco di origine altoatesina e da dove avvenivano sparatorie tra le due forze. I militari italiani, che poi seppi erano giovanissimi volontari del Politecnico di Torino, si lanciarono contro il nemico e cominciarono a salire l’argine del Canale dalla nostra parte: dai ricordi lontani mi sembra fossero circa quaranta. Gli americani, che erano appostati sull’argine opposto a 30/40 metri, li fecero arrivare alla sommità e inesorabilmente li falciarono con le armi.
Il ricordo si ferma alla visione dei poveri ragazzi che cadevano, poi il terrore, la pena e la disperazione mi fecero nascondere nell’angolo più riparato della casa. Dalla casa non uscivamo tranne che per qualche istante poiché l’ufficiale tedesco che era con noi consigliava me e il bambino dei coloni di farci vedere al pozzo a pompare l’acqua con la speranza che vedendo dei civili gli americani potessero risparmiare la distruzione della casa. Noi, dopo qualche giorno, fummo costretti a fuggire a piedi dietro suggerimento dell’ufficiale tedesco che telefonò alle proprie forze di non sparare sperando così in una tregua che avvenne.
Il ricordo dell’immolazione dei nostri ragazzi riprende dopo la guerra (tornammo solo dopo circa due anni a Latina) con la testimonianza della famiglia Piva, proprietaria del terreno dov’era avvenuto il massacro. Ho saputo che un solo ragazzo era superstite, dopo l’attacco si era rifugiato nella casa dei Piva che ospitarono anche un soldato tedesco ferito.
Il ragazzo andò via quando poté e il giorno dopo la nostra fuga anche i Piva dovettero abbandonare la loro casa lasciando il soldato tedesco ferito nel sottoscala con alcune vettovaglie e nei campi i cadaveri martorizzati che rendevano l’aria irrespirabile. Tornarono dopo qualche mese nella loro terra dove non poterono rimanere poiché tutto era minato;
Un incendio spontaneo di sterpaglie aveva ridotto i corpi a resti ossei. Nel mese di giugno o luglio gli americani intervennero e riempirono alcuni sacchi bianchi con i resti ridotti ad ossa e nulla era riconoscibile degli esseri umani. Dopo un periodo di tempo il superstite tornò sul luogo e ricordò il punto dove era caduto il giovane Bormida;
Ecco perché lì e sorta la stele a ricordo di Bormida e dove, fino a qualche anno fa, veniva qualche familiare a fare visita; ora non si presenta alcuna persone sono i Piva che custodiscono il ricordo.
I resti dei ragazzi dovrebbero essere in un cimitero di Lavinia o Pomezia con la dicitura “Caduti ignoti”.
Questo è il mio ricordo di bambino, ma affinchè i fatti narrati siano più chiari ho approntato una cartina approssimativa di quella zona di guerra.”
La Storia, quella con la ”S” maiuscola, la si fa anche grazie ai ricordi di un bambino che oggi è un signore di una certa età, e dobbiamo essere grati a questo signore che ci ha dato l’occasione di ricordare uno di quei ragazzi che, educati al mito dell’amor di Patria, quando la Patria chiamò non si fecero indietro.
Ho voluto raccontare la storia di Bormida, per rendere omaggio a chi come lui fece la scelta di non stare alla finestra a guardare. Lo spazio angusto concesso da un periodico non avrebbe mai consentito di trattare di tutti i reparti presenti su quel fronte e di tutti i caduti che questi ebbero, ma sono dell’avviso che è stato sufficiente ricordarne uno per ricordarli tutti.
Daniele Lembo
28/04/2008