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STORIA 2007
LE RAGIONI DEL REVISIONISMO STORICO CONTRO LA
MENZOGNA OLOCAUSTICA
un piccolo “bignami” introduttivo
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INDICE
1) PREMESSA
2) LA VERITA' E LA "TEORIA DELLA STORIA"
3) POPOLAZIONE ED EMIGRAZIONE
4) LE CAMERE A GAS
5) AUSCHWITZ
6) AUSCHWITZ: LE CAMERE A GAS
7) AUSCHWITZ: I FORNI CREMATORI
8) TREBLINKA
9) BELZEC
10) MAJDANEK
11) LA RISIERA DI SAN SABBA
12) I CAMPI DELL'OVEST
13) LE TESTIMONIANZE
14) I DOCUMENTI DELLA CROCE ROSSA
15) LA "SOLUZIONE FINALE"
16) I PROCESSI
17) PERCHE' SEI MILIONI?
18) CONCLUSIONE
19) BIBLIOGRAFIA REVISIONISTA
20) NOTE
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PREMESSA
Scopo di quest'opera è introdurre alla tematica del revisionismo storico
olocaustico da un punto di vista che sia nettamente contrapposto a quello
degli storici e dei giornalisti di regime.
Coloro i quali dovessero per la prima volta imbattersi nella possibilità di
confrontarsi con l'altra campana, quella cioè che si contrappone alla storia
impostaci come "vera" dal regime, non perdano occasione di confrontarsi con
essa, qualunque sia il credo politico o religioso al quale appartengono.
Il revisionismo è essenzialmente un metodo di ricerca storica, la normale
metodologia storiografica applicata da tutti gli storici a tutte le epoche
della storia.
Il revisionismo non ha colore politico: il caposcuola riconosciuto di questa
corrente storiografica è un socialista francese, Paul Rassinier, ex
combattente nella "resistenza" francese e detentore di decorazioni e
medaglie per l'attività antinazista svolta durante l'occupazione tedesca
della Francia.
Moltissimi sostenitori del revisionismo in Francia sono uomini di sinistra:
infatti la principale casa editrice che pubblica scritti revisionisti è la
sinistrorsa "Vieille Taupe".
Il professor Faurisson è un radical-libertario, il revisionista svedese
Ditlieb Felderer è un testimone di Geova. Uno dei migliori revisionisti
americani è il giovane ebreo David Cole. Anche in Italia esistono
revisionisti dell'area della sinistra comunista, come Cesare Saletta.
La differenza fondamentale tra la metodologia storiografica sterminazionista(1)
e quella revisionista risiede in questo fatto: la prima ha eletto a
principio una pressoché assoluta acriticità nei confronti delle fonti, in
particolare delle testimonianze oculari, da essa ingenuamente o
maliziosamente accettate aprioristicamente come veritiere, come se non
esistesse affatto il problema delle false testimonianze.
La seconda, invece, respinge ogni forma di dogmatismo storiografico ed
affronta tale problema sottoponendo a critica tutte le fonti e utilizzando
le armi della scienza e del confronto incrociato delle testimonianze e dei
fatti.
In particolar modo, ciò che il revisionismo contesta fermamente è
l'arbitraria interpretazione dei documenti forniti dalla storia ufficiale
col pretesto che essi sarebbero redatti in una sorta di linguaggio
cifrato(2).
Per quanto concerne le testimonianze dei "sopravvissuti", gli storici di
regime accettano come vera qualunque testimonianza avvalori l'olocausto
degli ebrei e l'esistenza delle camere a gas; rinunciano continuamente, ed
in perfetta malafede, al principio fondamentale di qualunque storiografia
seria: la critica delle fonti; questo ben sapendo che tali testimonianze non
resisterebbero a una normale critica storica.
Quale esempio di assoluta acriticità degli storici sterminazionisti verso i
cosiddetti "documenti", basti ricordare che, a Norimberga, i sovietici
presentarono come documento d'accusa i risultati dei lavori della
commissione di inchiesta che aveva indagato sul massacro di Katyn, la quale
aveva accertato, sulla base di più di cento testimoni, di perizie
medico-legali e di documenti ed elementi di prova, che l'eccidio era stato
perpetrato dai tedeschi. Ora è assodato che la responsabilità dell'eccidio
di Katyn è dei russi, e questo anche per gli storici ufficiali.
La falsificazione dei documenti non può tuttavia sortire grandi effetti
propagandistici, per far ciò occorrono i filmati... con essi è molto facile
suggestionare, anche chi scrive inizialmente subì, e pesantemente, tale
suggestione, essendo, come tutti, spettatore in assoluta buona fede.
Ma pochissimi sanno che i documentari girati dagli Alleati nei campi di
concentramento furono montati da un esperto di films dell'orrore: Alfred
Hitchcock, chiamato, per la bisogna, espressamente da Hollywood.
Ancor più pochi sanno che le scene del documentario relative ad Auschwitz
furono girate dai Sovietici nel gennaio 1945, e che, a questo proposito, un
comunicato dell'agenzia Ansa-Reuter precisa: "Si vedono scene fatte qualche
settimana dopo la liberazione. Le autorità sovietiche fecero ripetere le
scene dell'arrivo, per i cineoperatori: stavolta i liberati corrono felici
verso le uscite per abbracciare i russi".
Nessuno dice che ad Auschwitz, come in altri campi, nell'aprile 1945
infuriava una terribile epidemia di tifo petecchiale, che fu provocata sia
dal sovraffollamento sia dal tragico deterioramento delle condizioni
igieniche, sanitarie ed alimentari dei campi, a cui contribuirono non poco i
bombardamenti terroristici degli Alleati. Ciò è tanto vero che nell'agosto
1945 nella sola Berlino morivano 4.000 tedeschi al giorno.
Le cose vere negate, anche contro ogni evidenza, le falsità costantemente
propagate con ogni mezzo di comunicazione di massa; ed allora, cosa fare per
restaurare la verità? La lettura e la diffusione di questo testo può
indubbiamente giovare.
LA VERITA' E LA "TEORIA DELLA STORIA"
Partendo dalla consapevolezza che certe verità sono scomode, e non potranno
che generare l'odio di chi le ha sempre negate, riteniamo che sia
impossibile per noi chiudere gli occhi dinnanzi a tali falsità, soprattutto
se queste menzogne hanno il fine di obbligare i popoli sconfitti d'Europa a
rimanere inchiodati in posizione di vassallaggio materiale, psicologico e
morale nei confronti dei "liberatori" che ancora oggi mantengono ingenti
forze militari nei loro territori.
L' "Olocausto", con i suoi "sei milioni" e le sue camere a gas sempre pronte
a comparire e ad essere agitate dalle varie organizzazioni paladine e
depositarie della "Verità Suprema" (Anti-defamation League, Lega
Internazionale contro il Razzismo e l'Antisemitismo, ecc.) sono e restano la
principale arma di ricatto morale che gli "Stati Uniti d'Israele (3)"
detengono.
Le suddette organizzazioni "antirazziste", agendo in collaborazione con le
voci del potere (giornali, televisioni, case cinematografiche ecc.) e con i
suoi bracci armati (polizie, eserciti d'occupazione), impongono la menzogna
olocaustica come verità indiscutibile, pena la reclusione, in base a ciò che
Burckhart chiamò: "teoria della storia". Egli affermò che l'assunzione alla
base di detta teoria può essere espressa in questi termini "La storia è
quello che un'epoca ritiene utile giudicare di un'altra.".
Ogni commento appare superfluo.
Vi è però da obiettare che, se certamente l'ermeneutica, ovvero la critica e
l'interpretazione della storia, può essere opinabile, le verità oggettive
sulle quali tale critica si basa devono avere per forza "fondamenta" meno
"ballerine", cioè meno "opinabili", meno "interpretabili".
Da un fatto certo si può partire per esprimere un giudizio quanto mai vario,
ma il fatto deve pur sempre essere certo.
Purtroppo per chi ci comanda, si dà il caso che la chimica, la fisica,
l'ingegneria ed altre dottrine scientifiche (ovvero scienze "esatte", e
quindi non passibili di essere "utili" e "giudicabili") inconfutabilmente
dimostrano che l'olocausto è una leggenda assolutamente priva di qualsiasi
fondamento.
In altri termini è possibile dimostrare scientificamente, ovvero
oggettivamente, che mai detto evento mai s'è verificato. E ciò al di la ed
al di sopra di qualsiasi giudizio storico sul nazismo, sulla seconda guerra
mondiale e sull'attuale status delle forze in campo in Europa.
Gli storici di regime ci presentano il "Grande Olocausto" come un delitto
contro l'umanità. Ebbene, se di delitto si tratta, esaminiamone, proprio
come in un delitto, le armi, i documenti, i luoghi, le maniere di far
sparire i corpi, le testimonianze, le prove, così come farebbe un buon
investigatore. Ovviamente, con la testa sgombra da "utili (pre)giudizi", e
basandoci sempre e solo su dati scientifici, oltre che sulla versione dei
fatti dataci dagli storici ufficiali, che tanto piacciono a chi ci governa.
POPOLAZIONE ED EMIGRAZIONE
Non si posseggono statistiche precise e particolareggiate della popolazione
ebraica per i vari paesi, ma, da quanto ci è dato sapere da statistiche
attendibili, neanche una piccola parte dei sei milioni di ebrei fu oggetto
di sterminio.
Innanzitutto, il numero di 6 milioni non può reggere se si considera la
popolazione ebraica europea.
Secondo la Chambers Enzyclopaedia, gli ebrei che vivevano in Europa prima
della guerra erano 6.500.000. Questo significa che sarebbero stati tutti
uccisi.
Ma, secondo il giornale svizzero Baseler Nachrichten, che utilizza materiale
statistico di fonte ebraica, stabilisce chiaramente che tra il 1933 e il
1945, 1.500.000 ebrei erano emigrati in Inghilterra, Portogallo, Australia,
Svezia, Palestina e USA.
Oltre agli ebrei tedeschi, più di 400.000,secondo i dati del Congresso
Ebraico Mondiale, anche gli ebrei dell'Austria emigrarono (siamo sull'ordine
di 220.000).
Come conferma l'Istituto per l'Emigrazione Ebraica di Praga, più di 260.000
ebrei partirono dalla Cecoslovacchia a partire dal marzo 1939.
Dalla Polonia ne erano emigrati, fino a prima della guerra, circa 500.000.
Facendo i conti, gli ebrei partiti da altri paesi europei ammontavano a
circa 120.000. L'esodo ebraico ridusse la popolazione ebraica europea a
circa 5.000.000 di unità.
Si tenga poi conto degli ebrei fuggiti in URSS e che quindi erano fuori
portata dell'esercito tedesco. Si può affermare che, complessivamente,
abbiamo 1.550.000 ebrei in Unione Sovietica.
Con questo, la popolazione ebraica europea si riduce a circa 3.500.000, a
cui vanno sottratti gli ebrei dei paesi neutrali o alleati.
Secondo il World Almanac del 1942, il numero degli ebrei in Svezia,
Portogallo, Turchia, Svizzera, Irlanda, Inghilterra, Gibilterra e Svizzera
era di 413.128.
Si afferma che il grosso degli ebrei sterminati era di nazionalità polacca
(circa tre dei supposti sei milioni).
Si tratta di un errore grave. Nello stabilire l'effettivo numero di ebrei
polacchi sotto il controllo del Reich, ci può essere d'aiuto lo scrittore
Reitlinger, col suo testo "La soluzione finale".
Infatti ci informa, a pagina 52, che, secondo il censimento del 1931, in
Polonia vivevano 2.732.600 ebrei.
Ma lui stesso ammette che più di 1.170.000 di essi si trovava nella zona
orientale occupata poi dai russi nel 1939 e di questi ne fu evacuato circa
un milione negli Urali e in Siberia dopo l'attacco tedesco alla Russia.
Ricordando i 500.000 emigrati di prima, togliendo anche i 250.000 ebrei
fuggiti dalla Polonia occupata dai tedeschi (secondo il giornalista Raymond
Arthur Davies), e tenendo anche conto dell'incremento demografico, otteniamo
circa 1.100.000 ebrei polacchi sotto la dominazione tedesca(4).
Nel suo libro "The Dissolution of Eastern European Jewry"(IHR, Costa Mesa,
1983), l'americano Walter Sanning afferma, citando materiale di fonte
ebraica, che nel "Governatorato Generale" non risiedevano più di 800.000
ebrei.
A questi si aggiungano i 360.000 ebrei rimasti in Germania, Austria,
Boemia-Moravia e Slovacchia. Dei 320.000 ebrei francesi, il pubblico
accusatore di parte francese al processo di Norimberga dichiarò che 120.000
di essi erano stati evacuati.
Aggiungendo gli ebrei olandesi, 140.000, belgi, 40.000, italiani, 50.000,
jugoslavi, 55.000, ungheresi, 386.000 e rumeni, 725.000, otteniamo in
complesso una cifra che non si discosta dai 3.000.000 di ebrei che si
trovavano in paesi sotto controllo del Reich.
Per quello che riguarda gli ebrei russi, il giornalista ebreo David
Bergelson(5) afferma sul giornale ebraico Ainikeit di Mosca, 5 dicembre
1942, che l'80 % degli ebrei russi era stato evacuato in Oriente prima
dell'arrivo dei tedeschi(6).
Ciò significa che, sotto il controllo tedesco, non vivevano neppure la metà
dei pretesi sei milioni.
Tenendo conto dei dati del Jewish Joint Distribution Committee, il numero di
ebrei viventi dopo il cosiddetto Olocausto era di 1.559.600, il che
significa che il numero di ebrei deceduti durante la guerra non potrebbe
essere più di un milione e mezzo.
Questo solo se riteniamo esatto il numero di ebrei dato dal Jewish Joint
Distribution Committee, ma le richieste di risarcimento avanzate da ebrei
sopravvissuti ammontano a più del doppio.
Secondo le statistiche del Welt Almanach del 1938, sarebbero vissuti nel
mondo 16.588.256 ebrei.
Dopo la guerra, il New York Times del 25 febbraio 1948 scriveva che il
numero di ebrei nel mondo è da valutare secondo una cifra oscillante tra
15.600.000 e 18.700.000.
Questi dati dimostrano che gli ebrei morti durante la guerra non possono
essere stati più di qualche migliaio: 15.500.000 meno i supposti 6.000.000
fanno 9.000.000.
Significherebbe, secondo il New York Times, che gli ebrei in tutto il mondo
avrebbero avuto 7.000.000 di nascite in 10 anni, ivi compresi gli anni di
guerra in cui le famiglie ebree furono disperse, separate e dovettero vivere
in condizioni poco favorevoli alla procreazione. 7.000.000 di nascite che
avrebbero quasi raddoppiato il loro numero, il che è impossibile e ridicolo.
D'altronde, dopo il 1945 giunsero illegalmente in Palestina, provenienti
dall'Europa, bastimenti carichi di ebrei, provocando notevoli difficoltà al
governo britannico(7).
Come si può vedere, non si può certo parlare di milioni di ebrei uccisi. Ma
di milioni, anzi di miliardi si può parlare solo facendo riferimento ai
marchi che annualmente la Germania versa nelle tasche degli Israeliti
miracolosamente redivivi, i quali, avidi e corrucciati, rispuntano da tutte
le parti.
LE CAMERE A GAS
Per quello che concerne le camere a gas, cominceremo il nostro discorso
esaminando il tipo di gas. Si tratta dello Zyklon-B, a base di acido
cianidrico.
L'acido cianidrico è stato utilizzato già da prima della Prima Guerra
Mondiale per combattere topi e insetti dannosi.
E' quindi utilizzato abitualmente per impedire la diffusione di epidemie di
tifo e peste su battelli ed edifici. E' classificato, secondo le normative
CEE, come sostanza tossica e infiammabile. L'inalazione di forti quantità è
letale in brevissimo tempo. Se viene inalato in piccole quantità causa mal
di testa, vertigini, nausea e vomito.
Può essere assimilato anche per contatto con la pelle. Per riscaldamento o
per azione di catalizzatori può esplodere, ed è quindi conservato in
presenza di stabilizzanti.
Risulta instabile al contatto con l'acqua e, mescolato con aria diventa una
potente miscela esplosiva.
Il suo odore è caratteristico, di mandorle amare, non spiacevole. Riesce ad
uccidere tutti gli animali superiori e gli insetti, ma non i batteri: questo
significa che non è un disinfettante.
Spesso è prodotto quando viene bruciata la cellulosa, costituendo un
possibile pericolo in caso di incendio.
Gli effetti tossici sono: nausea, malessere diffuso, respirazione
accelerata, svenimenti, coma, morte per arresto dell'ossidazione del
metabolismo. La persona che lo maneggia deve indossare una tuta antichimica
che copra tutto il corpo: di solito le maschere antigas non sono molto
efficaci, ma per lo più può essere utilizzata, per brevi periodi di
esposizione, una maschera con filtro di tipo "J", considerata la più
"severa" di tutte. La ditta tedesca che sovrintese alla fabbricazione e alla
distribuzione dello Zyklon-B fu la DEGESCH di Francoforte.
Veniva quindi distribuito assorbito su un supporto poroso come polpa di
legno o terra di diatomee, confezionato in pasticche e sigillato
ermeticamente in scatole di latta.
Le pasticche vengono sparse sul pavimento dell'area da fumigare. Questa è
l'unica maniera per spargere efficacemente il gas: è quindi un falso il
racconto secondo il quale il gas fosse immesso dai fori dei pomi delle
docce, tecnica di gasazione assurda inventata dai testimoni (cosiddetti
oculari) più sprovveduti che non avevano la minima idea di cosa fosse lo
Zyklon-B. Il procedimento di diffusione richiede da 24 a 48 ore.
Dopo la fumigazione, la ventilazione avviene in un minimo di 10 ore. Se
l'ambiente non ha finestre, il tempo necessario si allunga notevolmente. Nel
caso di un edificio, dovrebbe essere in mattoni ed essere ricoperto
all'interno e all'esterno di catrame o asfalto.
Le porte e le finestre devono essere sigillate con tela gommata ed
impermeabilizzate con un buon sigillante, come il catrame o il neoprene al
fine di prevenire filtrazioni e rendere le superfici porose impermeabili
all'impregnazione da parte del gas.
Il controllo dell'aria dopo la ventilazione è effettuato mediante un test
chimico costituito da un foglio di carta rivelatore imbevuto di una miscela
di acetato di rame e benzene e che diventa azzurro in presenza di acido
cianidrico.
Per quel che riguarda l'uso in camere a gas per esecuzioni, è poco
raccomandabile.
Infatti la progettazione di una camera a gas per esecuzioni implica
l'attento esame di molti problemi che, se trascurati, potrebbero causare la
morte o lesioni a testimoni e operatori.
Lo Zyklon-B è poco pratico per il tempo che comporta la rimozione del gas
dal supporto inerte.
Inoltre, c'è sempre il rischio di esplosione: è necessario, infatti,
l'impiego di aria riscaldata per evitare che il gas condensi, e la presenza
di un riscaldatore può causare una detonazione.
Tutti i contatti elettrici e gli interruttori devono essere ridotti al
minimo indispensabile, devono essere a prova d'esplosione e ubicati fuori
dalla camera.
Per questo, infatti, nelle camere a gas usate negli Stati Uniti, si
preferisce utilizzare il metodo di produrre il gas nella stessa camera al
momento della esecuzione: viene infatti riempito un recipiente in ceramica
di acido solforico mediante una leva.
Quindi vengono immessi nel recipiente 25 grammi di cianuro di sodio,
sufficienti per produrre una concentrazione di 3000-3200 ppm, rapidamente
mortale.
Dato che il gas è più leggero dell'aria, viene utilizzato un dispositivo di
espulsione nella parte superiore della camera.
Una tubatura di almeno 13 metri provvede a disperdere il gas all'esterno
senza causare danni.
E' sempre necessario un sistema elettrico di chiusura che impedisca
l'apertura della porta prima che la camera sia in condizioni di sicurezza.
Inoltre, fuori dalla camera, dove si trovano i testimoni e il personale, si
trovano allarmi sonori e un sistema di immissione ed estrazione dell'aria.
E' sempre installato anche un dispositivo per bloccare l'esecuzione al fine
di proteggere i testimoni e permettere di evacuare la camera in caso di
pericolo.
Deve essere sempre presente personale medico qualificato con a portata di
mano apparati di respirazione d'emergenza e attrezzature mediche contro
avvelenamenti da acido cianidrico.
La camera a gas deve essere infine lavata con ammoniaca, così come il
cadavere.
Una possibile soluzione agli inconvenienti dell'uso dello Zyklon-B avrebbe
potuto essere quella di riscaldare il gas all'esterno della camera e far
circolare la miscela di gas e aria attraverso una tubatura per poi
introdurre tale miscela nella camera, come fu fatto per gli apparecchi di
disinfestazione della DEGESCH, ma ciò potrebbe causare un rischio maggiore e
situazioni poco prevedibili per gli operatori.
D'altronde l'apparato di disinfestazione della DEGESCH fu progettato per
l'utilizzo all'aria aperta, in un'area ben ventilata e alla presenza di
personale qualificato.
Molti stati americani hanno usato e usano tuttora il gas come mezzo di
esecuzione, ma, a causa dei pericoli inerenti all'uso del gas e del costoso
mantenimento dell'attrezzatura, oltre che della produzione dello stesso gas,
è in atto la tendenza a sostituire la camera a gas con l'iniezione letale.
AUSCHWITZ
Iniziamo con Auschwitz: era logico che i creatori del mito delle camere a
gas facessero di Auschwitz il centro della loro propaganda.
Era infatti il campo più importante, aveva registrato, per epidemie di tifo,
elevati tassi di mortalità, e aveva inoltre in dotazione dei crematori.
Inoltre, Birkenau faceva da campo di transito per gli ebrei trasferiti
all'Est.
Quindi, non si potevano avere di certo condizioni più favorevoli per la
nascita di un mito.
Auschwitz fu occupata dai sovietici il 27 gennaio 1945. Dopo l'occupazione,
il campo venne chiuso.
Successivamente, solo alcuni osservatori occidentali (scelti con cura) vi
furono ammessi, fino a che non fu aperto il museo di Auschwitz.
Finita la guerra, gli inglesi diedero la caccia a Rudolf Höss(8), che doveva
diventare il testimone chiave del più grande crimine di tutti i tempi. Höss
si era nascosto e viveva sotto il nome di Franz Lang in una fattoria nello
Schleswig-Holstein. Truppe britanniche lo scoprirono l'11 marzo 1946.
Il resoconto dell'arresto e dell'interrogatorio di Höss si può trovare in un
libro di Rupert Butler "Legions of Death" (Hamlyn Paperbacks, 1983). Tale
libro è di ispirazione ferocemente antinazista. L'autore afferma di aver
fatto ricerche presso l' "Imperial War Museum" di Londra, la "Wiener Library"
e altri istituti altrettanto prestigiosi. All'inizio di tale testo, l'autore
esprime la propria gratitudine a Bernard Clarke "che catturò Rudolf Höss, il
comandante di Auschwitz".
Ora, in questo libro viene apertamente e tranquillamente dichiarato che il
prigioniero Rudolf Höss venne torturato in maniera veramente selvaggia.
Né Bernard Clarke né Butler provano alcun rimorso per il fatto di aver
estorto "confessioni" tramite tortura. Cosa ancor più interessante, non si
rendono conto dell'importanza di tale rivelazione.
Affermano che Höss è stato catturato l'11 marzo 1946 e che ci sono voluti
tre giorni di tortura per ottenere "una dichiarazione coerente", non capendo
che la cosiddetta "dichiarazione coerente" non fu altro che la confessione,
veramente folle, firmata dalla loro vittima ansante il 14 o il 15 marzo 1946
alle due e mezza del mattino.
L'11 marzo 1946 il sergente ebreo-britannico Clarke e altri cinque
specialisti del servizio segreto di informazioni, in uniforme britannica,
per la maggior parte di alta statura, entrarono in casa della signora Höss e
dei suoi figli. I sei uomini, sono tutti "esperti nelle tecniche più
sofisticate di interrogatori prolungati e spietati" (pag. 235).
Clarke si mise a urlare: "Se non ci dice dov'è suo marito, noi la
consegneremo ai Russi che la metteranno davanti al plotone di esecuzione e
suo figlio andrà in Siberia".
La signora Höss crolla e rivela l'ubicazione della fattoria dove si nasconde
suo marito e il nome falso: Franz Lang.
Bernard Clarke rivela: "Una intimidazione appropriata esercitata sul figlio
e sulla figlia produsse informazioni identiche".
Il sergente ebreo e gli altri cinque partono alla caccia e sorprendono Höss
in piena notte.
"Höss lanciò un grido alla semplice vista della uniformi britanniche. Clarke
urlò: "Il tuo nome?"
Ogni volta che la risposta era 'Franz Lang', Clarke colpiva con un pugno la
faccia del prigioniero. Al quarto colpo Höss crollò e ammise chi
fosse.[...].
Il prigioniero fu tirato via dalla sua cuccetta e gli fu strappato il
pigiama. Poi fu trascinato nudo verso uno dei tavoli di macellazione(9) e là
Clarke credette che colpi e urla non avrebbero avuto fine.
Alla fine, l'ufficiale di sanità intervenne con insistenza presso il
capitano: 'Dica loro di smettere, altrimenti riporterà un cadavere'.
Si gettò su Höss una coperta ed egli fu trascinato verso l'automobile di
Clarke, dove quest'ultimo gli versò in gola un bicchierone di whisky. Poiché
Höss allora tentava di dormire, Clarke gli cacciò il suo bastone di comando
sotto le palpebre e gli ordinò in tedesco: 'Tieni aperti i tuoi occhi di
maiale, specie di porco!'.[...]
La squadra fu di ritorno a Heide verso le tre del mattino, la neve
continuava a turbinare ma a Höss fu strappata la coperta ed egli fu dovette
attraversare completamente nudo il cortile della prigione fino alla sua
cella.
E' così che Clarke rivela "Ci sono voluti tre giorni per ottenere (da Höss)
una dichiarazione coerente". Tale dichiarazione fu ottenuta con i metodi che
sappiamo ed è quella che diventerà la prima confessione di Höss, la
confessione fondamentale registrata col numero di classificazione NO-1210.
Lo storico Martin Broszat, nel suo libro "Kommandant in Auschwitz"
(Herausgegeben von Martin Broszat, München 1981) riporta il resoconto fatto
a Höss del primo interrogatorio da parte degli inquirenti inglesi. "Il primo
interrogatorio si concluse con una confessione, dati gli argomenti più che
persuasivi usati contro di me. Non so cosa contenga la deposizione, sebbene
l'abbia firmata. Ma l'alcool e la frusta furono troppo, anche per me." (pag.
158-159).
Ciò significa che la prima deposizione di Höss è stata redatta dagli
inquirenti inglesi che lo interrogarono: egli l'ha solo firmata, sotto
l'effetto della frusta e dell'alcool, senza neanche leggerla(10) !
Ora, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi: infatti, gli accusatori
hanno fatto più di una sessantina tra evidenti falsi e contraddizioni.
Basta infatti confrontare tra loro i documenti NO-1210 (11) (deposizione di
Höss del 14 marzo 1946), PS-3868 (dichiarazione giurata di Höss del 5 aprile
1946) e ciò che si trova nel libro "Comandante ad Auschwitz" (Torino 1985).
Si può citare qualcuno di questi sbagli (tra i più eclatanti); egli infatti:
- Afferma (PS-3868) che i campi di sterminio di Belzec e Treblinka
esistevano già nel giugno 1941, mentre questi campi entrarono in funzione
rispettivamente il 17 marzo e il 23 luglio 1942.
- Afferma (NO-1210) dell'esistenza di un campo di Wolzec presso Lublino,
campo che non è mai esistito.
- Afferma (PS-3868) di aver fatto un sopralluogo a Treblinka per studiarvi
le tecniche di sterminio mediante Zyklon-B, al fine di applicarle anche ad
Auschwitz. Ciò significa che tale visita sarebbe avvenuta anteriormente al 3
settembre 1941, data della prima (presunta) gassazione sperimentale
effettuata ad Auschwitz. Peccato che, come si è detto, Treblinka entrò in
funzione solo il 23 luglio 1942.
- Afferma (NO-1210) che tutti i crematori di Birkenau furono terminati nel
1942, mentre in realtà sono stati terminati, nell'ordine:
1) Crematorio IV: 22 marzo 1943
2) Crematorio II: 31 marzo 1943
3) Crematorio V: 4 aprile 1943
4) Crematorio III: 25 giugno 1943.
Tra l'altro è egli stesso che afferma, in "Comandante ad Auschwitz", che "i
grandi crematori I e II [secondo la numerazione di Höss, in realtà II e III,
in quanto il crematorio I si trova in Auschwitz I, e non a Birkenau] furono
costruiti nell'inverno 1942-43, ed entrarono in funzione nella primavera del
1943". Ne consegue una palese contraddizione.
Preferiamo fermarci qui, rimandando, per una trattazione completa di questo
argomento, all'ottimo libro di Carlo Mattogno "Auschwitz: le Confessioni di
Höss'" (edizioni La Sfinge).
E' interessante notare che le autorità filosovietiche del Museo di Auschwitz
hanno preteso, fino al 1990, che 4 milioni di persone fossero state
assassinate in questo campo.
Di colpo, senza fornire spiegazioni, si sono recentemente ridotte queste
cifre a "poco più di un milione", riconoscendo così, implicitamente, che ci
si era ingannati per mezzo secolo. Ma la nuova cifra non è provata più di
quanto fosse la vecchia.
Secondo il ricercatore Carlo Mattogno, la cifra dei decessi di questo campo
sarebbe intorno a 170.000 unità, il 50% ebrei.
Ora, come detto, è stato affermato, da parte sovietica, che solo in questo
lager sarebbero stati uccisi ben quattro dei sei milioni di ebrei; tutto
questo nello stesso momento in cui si cercava di far ricadere sui Tedeschi
la responsabilità dell'eccidio di Katyn...
E' ammesso che gran parte di queste informazioni provengono dall'Europa
Orientale(12).
I presunti eccidi di massa in grande stile avrebbero avuto luogo ad
Auschwitz tra il marzo 1942 e l'ottobre 1944. Per uccidere in 32 mesi solo
la metà dei supposti sei milioni, cioè tre milioni di ebrei, i Tedeschi
avrebbero dovuto eliminare 94.000 persone al mese, cioè 3.350 al giorno 24
ore su 24 e sbarazzarsi dei cadaveri (analizzeremo questi dati più avanti).
Queste cifre sono state superate da Reitlinger, che sostiene che Auschwitz
era attrezzato per poter annientare quotidianamente non meno di 6.000
persone.
Ciò significherebbe, calcolando tutti i giorni fino all'ottobre 1944, una
cifra complessiva di più di 5.000.000.
Ma simili valutazioni impallidiscono se confrontate con le fantasticherie di
una Olga Lengyel ("Five Chimmeys", Londra 1959). L'autrice sostiene di
essere una ex internata di Auschwitz e assicura che questo lager poteva
cremare non meno di "720 uomini all'ora"; cioè "17.280 al giorno". Aggiunge
che ogni giorno 8.000 persone venivano bruciate in "fosse della morte", e
che, pertanto "dovevano essere rimossi, quotidianamente, più di 24.000
cadaveri, in cifra tonda" (pag. 80-81).
Tutto ciò significherebbe più di 8.500.000 vittime all'anno. Ad Auschwitz
sarebbero stati liquidati, dal marzo 1942 all'ottobre 1944, più di
21.000.000 di persone. Sei milioni in più di tutta la popolazione ebraica
mondiale.
E' infine istruttivo osservare i dati ufficiali, secondo diverse fonti, sui
decessi di Auschwitz:
________________________________________
DATA...................FONTE........................................................
DECESSI
31/12/1945 .................Centro d'indagine francese sui crimini di guerra
..................8.000.000
20.04.1978 ..................Le Monde
(Parigi)...........................................................
5.000.000
23.01.1995 ..................Die
Welt..........................................................................
5.000.000
01.10.1946...................IMT Tribunale di Norimberga, Documento
008-URSS..... 4.000.000
24.11.1989...................Procuratore Majorowsly,
Wuppertal................................. 4.000.000
26.07.1990...................Allgemeine Jüdische
Wochenzeitung.................................. 4.000.000
08.10.1993....................ZDF................................................................................
4.000.000
25.01.1995....................Wetzlater Neue
Zeitung.................................................... 4.000.000
01.10.1946.................... IMT Tribunale di Norimberga, Documento
3868-PS........3.000.000
01.01.1995.....................Damals (rivista storica
tedesca).........................................3.000.000
25.07.1990.....................Hamburger
Abendblatt......................................................2.000.000
27.01.1995.....................Die
Welt..........................................................................
2.000.000
11.06.1992.....................Allgemeine Jüdische
Wochenzeitung..................................1.500.000
23.01.1995.....................Die
Welt...........................................................................1.500.000
01.09.1989.....................Le Monde
(Parigi).............................................................1.433.000
02.02.1995.....................Bunte (periodico illustrato
tedesco)................................... 1.400.000
22.01.1995.....................Welt am
Sonntag..............................................................
1.200.000
21.12.1994..................... IfZ (Istituto di Storia Contemporanea,
Monaco)............... 1.000.000
31.12.1989........Pressac, "Auschwitz: technique and operation of the gas
chambers" ....928.000
27.09.1993......................Die
Welt.............................................................................
800.000
31.12.1994......................Focus..................................................................................700.000
31.12.1994..................... Pressac, "Le macchine dello
sterminio".................................470.000
06.01.1990..................... Frankfurter
Rundschau.......................................................... 74.000
________________________________________
Ma questa specie di gioco con milioni di morti sembra che non preoccupi gli
scribacchini del regime, che ogni giorno pontificano sullo sterminio degli
ebrei.
AUSCHWITZ: LE CAMERE A GAS
Per quello che riguarda le camere a gas naziste in Auschwitz, si sa che i
lavori iniziarono in un periodo imprecisato verso la fine del 1941 e
sarebbero state utilizzate fino alla loro presa da parte degli alleati,
avvenuta nel 1944. I nazisti avrebbero cominciato con una prima gasazione in
un edificio di Auschwitz I, a cui seguirono due casolari di contadini
appositamente modificati a Birkenau, conosciuti come Bunker I e II o Casa
Rossa e Casa Bianca, e infine i Krema II, III, IV e V a Bikenau.
Tali installazioni per esecuzioni furono ubicate in campi di concentramento
costruiti in aree industrializzate, dove gli internati costituivano la
manodopera nelle fabbriche che producevano materiale bellico.
Le presunte installazioni per esecuzioni in Auschwitz I sussistono in un
aspetto che si sostiene essere originario.
In Birkenau i Crematori II, III, IV, V sono crollati e demoliti. Il Bunker I
non esiste più ed il II è adibito a casa privata.
L'ispezione dell'ingegner Leuchter nei crematori I, II, III, IV e V ha
chiarito che tali edifici erano degli obitori e, al tempo stesso, dei
crematori.
Se dovevano servire come camere a gas per esecuzioni, si sarebbe trattato,
infatti, di progetti di estrema rozzezza e pericolosità.
Non ci sono predisposizioni per le guarnizioni delle porte, delle finestre e
degli sfiatatoi; la struttura non è coperta con catrame o altro sigillante
che servirebbe a impedire la filtrazione e l'assorbimento del gas.
I crematori adiacenti costituiscono un potenziale pericolo di esplosione. I
mattoni esposti e porosi, oltre agli intonaci, tratterrebbero il gas e
renderebbero gli edifici pericolosi per anni. Il crematorio I è addirittura
ubicato accanto all'ospedale delle SS in Auschwitz ed ha nei pavimenti
drenaggi collegati con il principale canale di scolo e, da questo, alle
fognature, il che avrebbe consentito l'accesso del gas a tutti gli edifici
del complesso(13)
Non c'erano sistemi di estrazione per ventilare il gas dopo l'uso e non
c'erano riscaldatori o altri meccanismi per diffondere il gas, né per la sua
introduzione, né per la sua evaporazione.
Si potrebbe supporre che lo Zyklon-B fosse introdotto dagli sfiatatoi del
tetto o delle finestre, ma ciò non avrebbe permesso la distribuzione
uniforme delle pasticche.
Le installazioni sono umide e non riscaldate: questo fatto è di notevole
importanza, in quanto l'umidità e lo Zyklon-B sono incompatibili tra loro.
Le camere sono troppo anguste perché possano fisicamente aver contenuto
tutte le persone che si è preteso contenessero; tutte le porte si aprono
verso l'interno, ciò che avrebbe impedito, successivamente, la rimozione dei
corpi.
Con le camere riempite di gente fino al massimo della capienza, non ci
sarebbe stata circolazione di gas all'interno del locale.
Se il gas avesse riempito la camera per un tempo prolungato, le persone che
avessero gettato lo Zyklon-B dagli sfiatatoi sul tetto e verificato la
morte, sarebbero morte anch'esse per l'esposizione al gas.
Il sistema di illuminazione è tutt'altro che a prova di esplosioni. Ora,
supponendo un'area di 0,83 m² per persona, al fine di permettere la
circolazione del gas (il che sarebbe uno spazio già troppo ridotto) un
massimo di 94 persone avrebbe potuto trovarsi ogni volta nel locale.
E' stato dichiarato, tuttavia, che quel locale poteva contenere più di 600
persone. In questo edificio non esiste la minima prova che esistesse un
sistema di ventilazione o di sfogo dei gas. L'unico sistema di ventilazione
consisteva in quattro aperture quadrate nel tetto, che evacuavano i gas a
meno di un metro da esso. In tal modo era inevitabile che il gas giungesse
in vicinanza dell'ospedale delle SS sito al lato opposto della strada.
L'edificio non era sigillato per evitare perdite, e nessuna porta possedeva
guarnizioni per evitare che il gas raggiungesse il crematorio.
Non esisteva, dunque, nessuna maniera di introdurre efficacemente lo
Zyklon-B. Non esisteva nessun sistema di distribuzione del gas.
In conclusione, usare tale locale per effettuare gasazioni sarebbe stato
letteralmente un suicidio, in quanto le conseguenze di tale uso sarebbero
potute essere solo due: una esplosione, se il gas avesse raggiunto il vicino
forno crematorio, od una "semplice" fuga di gas che avrebbero, in entrambi i
casi, provocato una strage.
In presenza di un ventilatore, ci sarebbero volute più di 20 ore. E' da
dubitare che, senza un ventilatore, il gas avrebbe potuto dissiparsi in una
settimana, e questo contraddice il preteso uso della camera a gas per varie
gasazioni al giorno.
Anche i crematori II e III non rispondono ai requisiti: non c'è un sistema
di circolazione del gas, né alcun sistema di riscaldamento, né sigillante
dentro e fuori.
Nessuna porta negli obitori del crematorio II. Tutte le colonne sono
massicce e piene, e non esiste quindi, nessuna possibilità di introduzione
di Zyklon-B attraverso colonne forate, come affermano certe relazioni.
Non esiste nessuna possibilità di spargere efficacemente lo Zyklon-B; a meno
di credere che le SS avrebbero pregato gentilmente le vittime di portare i
barattoli nella camera e di aprirli dopo la chiusura della porta...
Le aperture del tetto non hanno guarnizioni. La costruzione è in mattoni,
malta cementizia e calcestruzzo.
Anche in questo caso, l'uso di tali installazioni come camere a gas
provocherebbe la morte di chi le facesse funzionare e una esplosione qualora
il gas raggiungesse il crematorio.
Le camere dei crematori II e III hanno un'area complessiva di 232 m².
Utilizzando l'approssimazione di 0,83 m² per persona, otteniamo 278 persone
(a settimana, ovviamente).
I crematori IV e V sono stati demoliti e poi ricostruiti, ma non è stato
rinvenuto alcun sigillante nelle fondamenta.
Secondo i racconti, lo Zyklon-B sarebbe stato gettato all'interno da
aperture alle pareti.
In base a tale grottesca ricostruzione dei fatti, ci sarebbe stata una SS
equilibrista che, con la maschera sul viso, sarebbe salita su di una scala e
avrebbe aperto con una mano la finestra, mentre con l'altra avrebbe gettato
lo Zyklon-B.
Inoltre avrebbe dovuto gentilmente pregare che le vittime non lo spingessero
indietro o che non lo afferrassero e lo tirassero dentro, cosa
possibilissima in quanto la finestra era a 1,70 m dal pavimento della
supposta camera a gas.
La costruzione era in mattoni e intonaco con pavimento in calcestruzzo. La
presunta camera a gas del crematorio IV era di 127,73 m² e, secondo i
criteri già esposti, avrebbe potuto gasare, se fosse stata funzionante, 209
persone alla settimana.
Per quel che riguarda la camera a gas del crematorio V, era di 476 m², e
avrebbe potuto accogliere tutt'al più 570 persone, con le stesse modalità
esposte per le altre camere.
Stando al documento L-022 del Tribunale Militare Internazionale, 1.765.000
persone sarebbero state gassate a Birkenau tra l'aprile 1942 e l'aprile
1944.
Facendo i conti secondo ciò che è stato fin qui esposto, avrebbero potuto
essere gassate, se le camere a gas avessero funzionato al di fuori di ogni
logica, approssimativamente 106.000 persone.
Qualcos'altro c'è da dire sui Bunker I e II, detti anche "Casa rossa" e
"Casa bianca".
Queste erano delle case coloniche polacche, e si sa molto poco circa di
esse: di queste non rimane altro che la traccia delle fondamenta incluse nel
perimetro del campo vicino al confine nord-ovest di Birkenwald.
Addirittura negli anni Settanta le autorità del museo di Auschwitz avevano
smesso di parlarne ed il sito non era né segnalato né visitato. Anche gli
storici di regime non ne hanno parlato né ne parlano tuttora.
Al loro proposito, non si hanno che testimonianze vaghe e contraddittorie.
Solo lo sterminazionista Pressac(14) ne vuole parlare, non riuscendo a
dimostrare nulla di concreto.
Lui stesso afferma, infatti, che il Bunker I era privo di apparecchi di
ventilazione, il che la dice lunga sulla possibilità che fosse una camera a
gas. Per quel che riguarda il Bunker II, i dati forniti da Pressac, sulla
base delle carte conservate a Mosca, concernono l'uso della camera come
dispositivo per lo spidocchiamento: non esiste nulla di criminale nei piani
di costruzione, e vi partecipavano anche imprese civili.
Infine sono state effettuate dall'ingegner Leuchter delle analisi su
campioni prelevati sulla muratura delle pretese camere a gas.
Scopo di tali analisi è la verifica della presenza di cianuri. I campioni
furono prelevati nelle stesse condizioni di freddo, oscurità ed umidità.
Solo i crematori IV e V differiscono nel fatto che ricevevano luce solare, e
questa luce può accelerare la distruzione del cianuro non ricombinato.
Il cianuro, infatti, si combina con il ferro contenuto nella malta
cementizia e nei mattoni sotto forma di ossido.
A tale riguardo va detto che l'ossido di ferro viene comunemente aggiunto
all'impasto dei mattoni per abbassare il punto di fusione e abbattere così i
costi di fabbricazione.
Tra l'altro l'ossido di ferro è anche responsabile del tipico color ruggine
dei mattoni.
Il ferro, quindi, reagisce col cianuro anche in quantità esigue dando luogo
al ferrocianuro ferrico, o pigmento blu di Prussia, sostanza di un bel
colore azzurro molto intenso.
Questo è un composto molto stabile, ed il test che sfrutta tale reazione è
molto conosciuto dai chimici per la sua sensibilità.
Ora, l'analisi chimica ha fatto registrare un contenuto di 1.050 mg/kg di
cianuri per il campione di riferimento (prelevato nell'installazione di
disinfestazione di Birkenau) e un contenuto massimo di 7,9 mg/kg per le
presunte camere a gas omicide.
Le piccolissime quantità rilevate indicano che in qualche momento quelle
installazioni furono disinfestate con Zyklon-B, così come lo erano tutti gli
edifici e le costruzioni in quelle installazioni.
Ci si sarebbe dovuto aspettare il rinvenimento di una quantità più elevata
di cianuro nei campioni presi nelle presunte camere a gas (ciò per la
maggior quantità di gas ivi presumibilmente usata) o tutt'al più
paragonabile.
Dato che siamo in presenza di dati contrari, non resta che aggiungere anche
questa alle altre prove riguardo alla infondatezza dell'esistenza delle
camere a gas.
L'unica obiezione fatta a questo riguardo è quella dello sterminazionista
George Wellers: egli infatti afferma che le vittime avrebbero assorbito nei
loro polmoni la maggior parte del gas tossico.
Affermazione peregrina e facilmente smontabile con qualche semplice calcolo:
infatti un uomo adulto di70 kg in buona salute può introdurre nei polmoni
circa 500 centimetri cubici di aria.
Con una inspirazione forzata può arrivare a 2.500 centimetri cubici, secondo
l'Enciclopedia Rizzoli Larousse, volume XII pagina 625, voce Respirazione.
Con una semplice equazione si può calcolare la massa di questa quantità
d'aria; essa oscilla sui 3 grammi, a una temperatura variabile tra 0 e 25
gradi; si può vedere a pagina 655 del volume I dell'Enciclopedia Rizzoli
Larousse, voce Aria.
Stando a ciò che è scritto nel manuale "Noxioures gases" di Henderson e
Hoggard, edizioni Reinhold, è sufficiente una concentrazione di Zyklon-B
pari a 3.000 parti per milione per determinare una morte pressoché
istantanea.
Si ottiene che, nei 3 grammi di aria ispirati, si trovino all'incirca 0,009
grammi di acido cianidrico: basta prendere le 3000 parti per milione,
moltiplicarle per 1.000.000 e moltiplicare il risultato per i tre grammi.
Quindi è sufficiente, per uccidere un uomo robusto e in piena salute,
l'inalazione di circa 9 milligrammi di composto; ovvero 0,009 grammi.
Ora, ad esempio, lo storico sterminazionista Pressac parla di una presunta
gasazione di 2000 persone nei crematori II e III avvenuta utilizzando 6 kg
di Zyklon-B.
2000 persone possono quindi aver consumato 18 g di acido cianidrico, ossia
lo 0,003 %. Rimane a disposizione il 99,997 %: un quantitativo più che
sufficiente.
Tutti i testimoni cosiddetti oculari affermano, infine, che i cadaveri
avevano uno strano colore. Prendiamo, per brevità, le testimonianze dei
testimoni oculari della presunta prima gasazione: i testimoni Banach, Kurant
e Weber parlano di cadaveri bluastri.
Il testimone Halgas di cadaveri verdi, il testimone Wolny di cadaveri blu,
il testimone Kula di cadaveri di colore verdognolo, il testimone Kielar di
cadaveri blu, quasi viola-nero.
Secondo le testimonianze (cosiddette) oculari avremmo di fronte dei cadaveri
di individui morti per intossicazione da acido cianidrico di un colore che
varia dal blu al nero.
Peccato che sull'Enciclopedia della Chimica, Edizioni Scientifiche Uses voce
Cianidrico, Acido; volume III, pagina 386 sia scritto testualmente(15):
"Comunque venga assorbito, l'HCN agisce bloccando l'enzima cellulare
citocromossidasi, indispensabile alla cellula per utilizzare l'ossigeno.
Impedendo a detto enzima il suo ruolo nell'ossidazione della catena dei
citocromi, l'HCN si comporta come un reale veleno protoplasmatico. Pertanto
il sangue del paziente resta con un carico di ossigeno inutilizzato e il
colore della cute diventa rosso per eccesso di ossigeno nel sangue
circolante".
Adesso ci verranno a dire che nei campi di concentramento nazisti si
diventava anche daltonici!
AUSCHWITZ: I FORNI CREMATORI
Esamineremo ora la maniera di sbarazzarsi dei cadaveri: i forni crematori.
Precisamente, quelli che avrebbero compiuto la maggior parte del cosiddetto
"piano di sterminio": i forni di Auschwitz-Birkenau.
Da ciò che sappiamo in base ai testi sterminazionisti, il crematorio I di
Auschwitz aveva in dotazione 3 forni a 2 muffole(16); i crematori II e III
di Birkenau disponevano di 5 forni a 3 muffole; quelli IV e V di Birkenau di
2 forni ciascuno per un totale di 16 muffole.
Iniziamo con l'analizzare il consumo dei forni: l'esperimento più rilevante
per quel che riguarda la conoscenza della quantità di coke in un forno a
gasogeno è senz'altro quello dell'ing. Richard Kessler il 5 gennaio 1927 nel
forno del crematorio di Dessau.
I risultati evidenziarono un consumo medio di 29,5 kg di coke, più la bara,
per ciascuno degli 8 cadaveri cremati uno dopo l'altro. Con il forno già
caldo il consumo di coke scese a 23 kg più bara.
Una bara media di 40 kg produce una quantità di calore pari a quella di
circa 15 kg di coke, cosicché una cremazione senza bara richiede
praticamente l'uso di 38 kg di coke. Il forno a 2 muffole di Gusen, nel
1941, richiese 30,5 kg di coke per cadavere (attestato da documenti
dell'archivio del museo di Mauthausen), e, secondo l'ing. Heepke, il consumo
teorico di un forno a 2 muffole per un cadavere di un adulto normale è di
22,7 kg, da portare a 27,8 per un cadavere emaciato di un adulto (ciò perché
la carne, bruciando, aumenta la "materia comburente").
Quindi, secondo i dati sperimentali, per un forno a 2 muffole, dovremmo
essere sui 30,5 kg per cadavere emaciato e 25 per un cadavere normale.
Per un forno a 3 muffole si procede con una riduzione di 1/3 della quantità
di coke necessaria per un forno a 2 muffole (in quanto viene sfruttata
l'aria preriscaldata delle muffole laterali): si ottiene 20,3 kg per
cadavere emaciato e 16,7 per cadavere normale.
Per il forno a 8 muffole si attua un riduzione pari a 1/2: quindi 15,25 kg
per un cadavere emaciato e 12,5 per un cadavere normale.
Per fare ora un paio di esempi, si sappia che, secondo i documenti
dell'Archivio nazionale del museo di Auschwitz, dall'1 marzo al 25 ottobre
1943 ai crematori di Auschwitz-Birkenau sono state fornite 641,5 t di coke.
In questo periodo il numero di detenuti morti per morte naturale fu di
27.300, mentre quello dei gasati (presunti) fu di 118.300. In tutto 145.600;
ora, per i detenuti morti di morte naturale risulta una disponibilità media
di 23,5 kg di coke, valore accettabile entro la norma.
Se invece si contano i presunti gassati più i detenuti morti di morte
naturale, risulta una disponibilità di 4,4 kg.
Se noi ammettiamo, per i 27.300 detenuti morti di morte naturale, il consumo
minimo teorico, otteniamo un valore di 537 t. Rimangono così 104,5 t per i
118.300 gasati: 0,9 kg di coke per cadavere(!).
Secondo Pressac (Tecnique and operation of the gas chambers, p. 227),
dall'aprile all'ottobre 1943 i crematori di Birkenau bruciarono
165.000-215.000 cadaveri con 497 t di coke (circa 2,6 kg di coke per
cadavere).
Non basta: nei memoriali di Höss (Comandante ad Auschwitz, ed. Einaudi, p.
180) è affermato che i crematori IV e V potevano incenerire 1500 cadaveri al
giorno (consumo di 1,8 Kg di coke per cadavere). Con questo, si può ben
capire con quanta obbiettività gli storici di regime edificano le loro
"verità".
Il forno di Gusen riuscì a resistere a 3.200 cremazioni, dopo di che si fu
costretti a smantellarlo e sostituire la muratura refrattaria.
La durata media di una muffola si aggira, quindi, sulle 1.600 cremazioni.
Ammettiamo che le muffole di Auschwitz fossero più resistenti del normale e
che siano state spinte sino al limite estremo di 3.000 cremazioni.
Secondo Pressac, i crematori II e III di Auschwitz-Birkenau avrebbero
incenerito complessivamente 750.000 cadaveri (400.000 nel crematorio II e
350.000 nel crematorio III: sarebbero quindi i più potenti tra i cinque
forni di Auschwitz-Birkenau).
Utilizzandoli, come si è detto, fino all'inverosimile limite di 3.000
cremazioni, si giunge a circa 156.000 cadaveri.
La cremazione dei cadaveri di cui sopra, quindi, avrebbe richiesto la
sostituzione completa delle murature refrattarie di tutte le muffole almeno
quattro-cinque volte. Questo significa dalle 250 alle 300 (se non più)
tonnellate di materiale refrattario solo per i crematori II e III.
Tuttavia, negli archivi dell'amministrazione del campo, lasciati intatti
dalle SS di Auschwitz e che Pressac ha esaminato integralmente, non esiste
traccia di questi enormi lavori.
Un'altra leggenda quella dei forni funzionanti 24 ore su 24 è una evidente
assurdità.
Infatti i forni a gasogeno riscaldati con coke richiedono una sosta
quotidiana per la pulizia delle griglie dei focolari, in quanto le scorie
del coke (che, fondendosi, si incollano) impediscono il passaggio dell'aria
primaria di combustione attraverso le fessure della griglia, causando un
cattivo funzionamento del forno.
Da una lettera della ditta Kori all'SS-Sturmbannführer Lenzer(17) si desume
che la durata di impiego dei forni crematori per i campi di concentramento
era di 20, al massimo 21 ore.
Quindi, assumendo una produzione di 30-36 cadaveri ogni 10 ore(18), la
produzione di un forno a due muffole, in 21 ore di attività, sarebbe di
(30*21/10=) 63 cadaveri, fino a un massimo di (36*21/10=) 76 cadaveri.
Per 3 forni, quindi, si ottiene (63*3=)189 e (76*3=)228 cadaveri al giorno
(in condizioni, si badi bene, estreme) e non certo di 250 cadaveri al
giorno, come afferma Pressac per il crematorio I(p. 49 e 80).
Se a ciò si aggiunge il dato che in pratica i forni funzionano alla
temperatura di 800-850 ºC, e che, tra due cremazioni, prima di aprire la
porta della muffola e introdurre un nuovo corpo occorre chiudere le valvole
di immissione dell'aria per poter progressivamente ridurre la temperatura
fino a un livello che permetta di realizzare le necessarie operazioni,
vedremo che bisogna già ridurre notevolmente il numero di cremati.
Aggiungiamo ancora il fatto che gli ostacoli tecnici impediscono di
procedere ininterrottamente a cremazioni senza provocare gravi
deterioramenti e che, di tanto in tanto, bisogna fermarsi e lasciare che
l'installazione si raffreddi: otterremo che la stessa muffola potrà
provvedere a 6 o 8 incinerazioni al massimo.
Fermiamo la nostra attenzione ancora sui crematori II e III di Birkenau:
Pressac afferma che i forni Topf a 3 muffole modello Buchenwald riscaldati
con coke istallati in tali crematori avevano un rendimento superiore di un
terzo rispetto ai forni a 2 muffole.
Prendiamo per buono tale risultato: otteniamo (36*21/10=)75,6; moltiplicando
per 3/2 abbiamo 113,4 cadaveri al giorno.
Così la produzione di 5 forni sarebbe di (113,4*5=) 567; 567+1/3*567=756
cadaveri al giorno.
Potrebbe ora essere interessante sapere come dei forni predisposti a
incenerire 756 cadaveri al giorno (siamo già su valori molto fuori dalla
realtà...) riuscissero a smaltire le presunte 1.800-3.000 vittime al giorno
della presunta camera a gas annessa.
Per incenerire una tale quantità di cadaveri in una giornata sarebbero
occorse la bellezza di 75 muffole invece delle 15 esistenti.
Queste, d'altro canto avrebbero impiegato cinque giorni per smaltire il
lavoro, creando un gravissimo ostacolo al "processo di sterminio".
Ciò significa che tali installazioni non erano costruite per fini criminali.
Passando ai crematori IV e V, Pressac dice che avevano in dotazione camere a
gas in grado di produrre 2.400 cadaveri al giorno.
Basandoci sui dati del forno di Gusen (che riuscì a incenerire, in
condizioni estreme, 26 cadaveri per ogni muffola in un giorno), otteniamo
per 8 muffole a disposizione di ciascuno dei crematori IV e V, una cifra che
si aggira sui 200 cremati al giorno (Pressac ne conterebbe, secondo chissà
quale calcolo, 768).
Ne risulta che, per cremare 2.400 corpi, i crematori IV e V avrebbero dovuto
operare per (2.400/(200*2)=)6 giorni.
In realtà, tenendo conto del tipo di forni, i 2.400 corpi avrebbero dovuto
attendere certamente più di 12 giorni per essere cremati.
A Majdanek, invece, un Krematorium sparì del tutto, mentre un secondo
Krematorium fu ricostruito, ad eccezione dei forni.
Basti sapere questo: l'ispezione oculare del mucchio di ceneri conservate
per ricordo a Majdanek permette di scoprire una cenere di uno strano colore
beige. Gli autentici resti umani lasciano una cenere di colore grigio perla.
Si può quindi intuire facilmente che quel che c'è nel monumento
commemorativo di Majdanek è... sabbia.
Si può obiettare che i cadaveri venissero inceneriti a gruppi di tre, come
afferma il sedicente testimone Tauber: niente di più assurdo.
Il regime di griglia (overossia la quantità di coke bruciata in un’ora sulla
griglia del focolare) è progettato per la cremazione di un cadavere per
volta in ogni muffola, e sarebbe stato insufficiente a mantenere una
temperatura di 600 ºC (inferiore a quella di combustione degli idrocarburi
pesanti che si sviluppano durante la gassificazione di un cadavere: almeno
700 ºC) persino nell’ipotesi di una cremazione di due cadaveri in una
muffola.
Per far comprendere appieno che tipo di testimone sia Tauber, basti sapere
che per incenerire un corpo in un moderno forno a gas a conduzione
elettronica sono necessari almeno 60 minuti (40 se si utilizza il tiraggio
forzato): Tauber affermò di aver assistito a cremazioni di 5-7 minuti.
Non è il solo: il cosiddetto testimone “oculare” Rudolf Vrba, personaggio
apparso persino nel film “Shoah”, ha fornito una descrizione dei crematori
II e III di Birkenau completamente inventata.Ha parlato infatti di 9 forni a
4 muffole disposti intorno al camino, mentre, come si è già detto, i forni
erano 5, a 3 muffole e disposti l’uno accanto all’altro.
Sempre il nostro Pressac ha affermato l’esistenza di fosse e pozzi di
cremazione. Per quel riguarda le fosse, il procedimento indicato dai
testimoni oculari portati da Pressac è impossibile per mancanza di ossigeno
nella parte inferiore della fossa: l’intero strato inferiore sarebbe rimasto
perfettamente integro.
Poi tanto le fosse quanto i pozzi sarebbero difficilmente utilizzabili: i
terreni su cui sorge Auschwitz-Birkenau sono paludosi e intrisi d’acqua.
Non solo, ma il testimone oculare Miklos Nyiszli afferma, nel libro “Medico
ad Auschwitz”, conosciuto in Italia anche col titolo “Sopravvissuto a
Mengele”, che sul ciglio delle fosse, ogni 5 metri, c’era un soldato SS che
sparava alla nuca le vittime ebree che poi venivano gettate nella fossa di
cremazione.
Ora, lo strato superficiale delle svariate tonnellate di legna necessarie
per l’operazione avrebbe prodotto una temperatura tale da carbonizzare in
poco tempo chiunque si fosse trovato sul ciglio della fossa.
Rimane da menzionare la storia dei testimoni oculari (riportata da Pressac a
pag. 91) che vedono fiamme uscire dai camini II e III di Birkenau. Anche la
nostra Giuliana Tedeschi afferma nel suo libro “C’è un punto della terra...
Una donna nel lager di Birkenau” che sul camino del crematorio II c’era
un’alta fiamma che “non cessava di ardere, giorno e notte”(pag 69).
Sono menzogne: infatti eventuali gas usciti dalle muffole incombusti, o
sarebbero bruciati nei condotti del fumo (se vi era la temperatura di
accensione sufficiente e l’aria di combustione necessaria), e sarebbero
quindi usciti combusti (soprattutto come azoto e anidride carbonica) oppure
sarebbero usciti appunto incombusti, sotto forma di fumo.
TREBLINKA
Il secondo campo di sterminio per numero di vittime, secondo gli
sterminazionisti, fu Treblinka, situato a 80 km ad est di Varsavia.
Anche laggiù non è rimasta traccia delle vittime (800.000 allo stato attuale
delle ricerche storiche ufficiali, mentre nel 1946 si parlava di tre
milioni).
Dopo la repressione del ghetto di Varsavia nella primavera del 1943, una
gran parte degli ebrei catturati fu inviata, tramite Treblinka, in altri
ghetti o in campi di lavoro. Quindi la sua funzione era di campo di
transito, come Sobibor e Belzec.
Stando al libro di Adalbert Rückerl sui “campi di sterminio”, c’erano in
tutto a Treblinka da 35 a 40 SS. Verrebbe da chiedersi come facevano una
quarantina di uomini a sorvegliare parecchie migliaia di ebrei.
Infatti erano aiutati da 500 a 1.000 lavoratori ebrei, muniti di fruste e
consapevoli che, prima o poi, sarebbero stati gassati.
Quindi, invece di usare le loro fruste su di una sparuta quarantina di SS,
preferivano aiutare le suddette SS a massacrare ogni giorno fino a 10.000
loro correligionari!
Non solo, ma l’accusato Suchomel ha affermato, nel corso del processo di
Treblinka a Düssendorf, che anche le vittime erano ben disposte a farsi
gassare, infatti: “Entravano nelle camere a gas nudi e in buon ordine”
(Frankfurter Allgemeine Zeitung, 2 aprile 1965).
A questo punto risulta istruttivo esaminare la voluminosa documentazione su
Treblinka, documentazione riunita nell’agosto 1992 dalla Polish Historical
Society; da questa risulta che:
- La propaganda degli alleati affermante lo sterminio cominciò dopo la
costruzione del campo di Treblinka II nel luglio 1942 (il campo di lavoro di
Treblinka I era stato aperto fin dal 1941 a 3 km da questo).I metodi di
uccisione più vari e fantasiosi apparvero nella propaganda durante la guerra
e anche dopo: accanto ai massacri col gas di scappamento dei motori diesel;
si parlava di gassazione con Zyklon-B, trattamento con vapori ustionanti,
asfissia nella camera di decompressione, elettroesecuzione, fucilazione,
mitragliamento.
- I presunti massacri col gas di scappamento erano materialmente
impossibili: la Society riporta, per esempio, che nel 1988, a Washington, un
treno funzionante con motore diesel rimase bloccato in un tunnel che si
riempì subito di fumi. Trascorsero più di 40 minuti prima che i soccorsi
potessero liberare i 420 passeggeri. Nessuno subì danni di sorta.
- Treblinka II si trovava a 240 m da un’importante linea ferroviaria, a 270
m da una grande strada e a 800 m dal villaggio più vicino. Non si sarebbe
potuto nascondere il massacro per più di una settimana. Ora, il governo
polacco in esilio, nell’aprile 1944, situava il “campo di sterminio” ben 40
km più a nord, nel cuore di una zona boscosa, in un luogo chiamato
“Treblinka III”, ma, in un secondo tempo, preferì... rinunciare a questa
versione.
- Ex detenuti di Treblinka hanno disegnato del campo una quarantina di
piante che si contraddicono tra di loro; fra l’altro, in maniera anche molto
grossolana: le “camere a gas” ogni volta sono situate in un posto diverso.
- I cadaveri sarebbero stati sepolti in fosse comuni. Ora, il campo di
Treblinka (come anche Auschwitz) è stato fotografato più volte dagli aerei
di ricognizione alleati. Le foto mostrano solo uno scavo di 66 metri per 5
(e di 3 metri di profondità, come risulta dalle fotografie realizzate nel
1944 da una commissione ebreo-polacca), che avrebbe potuto contenere al
massimo 4.000 cadaveri. Tenendo conto che le condizioni del campo erano
spesso drammatiche (grazie ai bombardamenti terroristici degli alleati), la
cifra di 4.000 morti rientra nel dominio del possibile.
In ogni caso, di tutti questi morti non ne è stata trovata traccia nella
suddetta fossa.
Per comprendere appieno le “testimonianze” su cui ci si basa per ciò che
riguarda il “campo di sterminio” di Treblinka, è importante ricordare le
memorie di Franz Stangl, ex comandante di Treblinka, condannato
all’ergastolo nel dicembre del 1970. Tali memorie sono state pubblicate dal
Daily Telegraph Magazine di Londra, l’8 ottobre 1971, e dovrebbero avere
origine in una serie di interviste rilasciate in prigione da Stangl. Alcuni
giorni dopo l’intervista, manco a dirlo, Stangl morì.
Queste presunte “memorie” sono forse la cosa più strana e bizzarra che mai
sia stata pubblicata.
Per chiarire le idee, è interessante la descrizione della prima visita di
Stangl a Treblinka. Al suo arrivo alla stazione ferroviaria avrebbe visto
“migliaia di cadaveri” buttati sui binari, “centinaia, anzi, migliaia di
cadaveri dappertutto, ormai in stato di decomposizione”. E “in stazione
c’era un treno pieno di Ebrei, alcuni morti, altri ancora in vita...
Sembrava che fosse lì già da alcuni giorni”. Il resoconto raggiunge il colmo
dell’assurdità, quando Stangl, scendendo dalla carrozza, “affonda fino al
ginocchio in un mare di denaro: non sapevo dove dirigermi, dove andare.
Affondavo in un mare di banconote, monete, pietre preziose, gioielli e
vestiti. Erano tutti sparsi per terra.”
Il quadro riceve il magistrale tocco finale “da prostitute di Varsavia, che,
completamente ubriache, ballavano, cantavano, facevano musica” dall’altra
parte del filo spinato.
Per una mente sana tutto questo, “l’affondare fino al ginocchio” in
banconote e gioielli, tra migliaia di cadaveri putrefatti e prostitute
scatenate, richiederebbe il più alto grado di sconsideratezza, e sarebbe, in
un contesto meno fantasioso di quello dei “sei milioni”, da considerarsi
come un folle delirio.
Risulta istruttivo finire di parlare su Treblinka riportando ciò che è stato
scritto nel libro “Shoah” (edizioni Fayard, 1985). Va detto che è proprio da
questo libro che è stato tratto il film di Claude Lanzmann “Shoah” (ben 9
ore e mezzo di proiezione ipercommovente), considerato dallo
sterminazionista Pierre Vidal-Naquet “un grandioso film storico” e “una
grande opera storica”.
Si può ammirare il dialogo, a pagina 143, tenuto tra Lanzmann e il
parrucchiere di Treblinka Abraham Bomba.
- Lanzmann: E la camera a gas?
- Bomba: Non era grande, era 4 metri per 4 circa [...] all’improvviso giunge
un Kapó: “Parrucchiere, dovete fare in modo che tutte le donne che entrano
qui credano di andare semplicemente a tagliarsi i capelli, fare una doccia e
che in seguito usciranno.” Ma noi sappiamo già che non si esce da questo
luogo.
- Lanzmann: E subito esse arrivavano?
- Bomba: Sì, esse entravano.
- Lanzmann: Come erano?
- Bomba: Erano svestite, tutte nude, senza abiti, senza niente [...].
- Lanzmann: C’erano degli specchi?
- Bomba: No, niente specchi, dei banchi, niente sedie, solamente dei banchi
e sedici o diciassette parrucchieri... [...]
- Lanzmann: Quante donne trattavate in una infornata?
- Bomba: In una infornata... circa... da sessanta a settanta donne.
- Lanzmann: E in seguito si chiudevano le porte?
- Bomba: No, quando si era finito con il primo gruppo entrava il seguente
[...].
Dunque noi abbiamo, in una camera di 4 metri per 4, la bellezza di 16 o 17
parrucchieri, 60 o 70 donne nude e dei banchi!
Certo, da “una grande opera storica” di tale portata, ci saremmo aspettati
qualcosa che, almeno, non offendesse la nostra intelligenza.
Ma forse questo significava chiedere troppo.
BELZEC
Secondo la storiografia sterminazionista, il campo di Belzec si colloca al
terzo posto per importanza tra i campi di sterminio. Secondo gli storici di
regime, in esso furono “gasati” 600.000 ebrei.
Belzec fu aperto nel marzo 1942 e serviva da campo di transito per gli ebrei
diretti in Russia.
Subito dopo l’apertura del campo corsero voci sui massacri che ivi sarebbero
stati compiuti.
Ciò che ci viene raccontato dalla propaganda sterminazionista è un insieme
quanto mai variegato di versioni dei fatti. Tali versioni dei fatti hanno
ben otto varianti, spesso in stridente contraddizione fra loro.
Prima variante: gli ebrei erano spinti in una baracca dove si dovevano
tenere in piedi su di una placca metallica attraverso la quale si faceva
passare corrente elettrica mortale (così riferisce il giornale del governo
polacco in esilio Polish Fortnightly Review nel dicembre 1942).
Seconda variante: gli ebrei venivano fucilati, e quelli che non lo erano
venivano gassati o sterminati mediante l’uso della corrente elettrica
(dichiarazione fatta dal comitato d’informazione interalleato il 19 dicembre
1942).
Terza variante: gli ebrei erano uccisi dal calore dentro un forno elettrico,
secondo la testimonianza di Abraham Silberschein (Die Judenausrottung in
Polen. Ginevra, agosto 1944).
Quarta variante: descritta da Stefan Szende, dottore in filosofia, nel libro
“Der letzte Jude aus Polen” (Europa-Verlag Zurich/New York, 1945).
Vi si afferma che gli ebrei venivano spogliati di ogni avere e condotti a
migliaia alla volta in sale metalliche che venivano riempite in parte di
acqua. Dopodiché veniva fatta passare corrente elettrica ad alta tensione.
Quindi il pavimento di metallo si alzava dall’acqua sollevando i cadaveri,
si metteva in funzione una linea elettrica che trasformava la placca in bara
crematoria finché tutti i cadaveri non erano ridotti in cenere.
Quinta variante: gli ebrei venivano fulminati nelle docce elettriche e poi
trasformati in sapone. Questa versione viene fornita da Simon Wiesenthal
(Der neue Weg, Vienna, nº 19-20, 1946): le persone, in gruppi di 500,
entravano in bagni con il pavimento di metallo su cui veniva fatta passare
una corrente a 5.000 volt, mentre le docce spruzzavano acqua.
Le vittime non venivano cremate mediante resistenze scaldate al calor
bianco, come afferma Stefan Szende; i carnefici ne facevano sapone con la
marca RIF “Rein Jüdisches Fett”, “puro grasso ebreo” (in realtà la sigla RIF
significa “Reichsstelle für industrielle Fettversorgung”, ovvero “Servizio
di approvvigionamento industriale di materie grasse del Reich”).
Sesta variante: gli ebrei venivano assassinati mediante la calce viva.
Questa variante è descritta dal polacco, non ebreo, Jan Karski, autore del
libro “Story of a secret State” (1944, Houghton Miffling, Boston, The
Riverside Press, Cambridge, pubblicato poi in francese nel 1948 col titolo
“Mon témoignage devant le monde”, edizioni S.E.L.F., Parigi).
Settima variante: gli ebrei venivano sterminati per mezzo dello Zyklon B che
era introdotto nei locali delle docce grazie ad un sistema di tubi. Fu per
questa versione che decise di propendere un tribunale tedesco nel 1965, ai
tempi del processo di Belzec, versione seguita anche da Adalbert Rückerl,
ex-direttore dell’Ufficio Centrale di Ludwigsburg incaricato
dell’informazione sui “criminali nazisti”, nel suo libro
“Nationalsozialistische Vernichtungslager im Spiegel Deutscher
Strafprozesse” (Deutscher Taschenbuchverlag, 1977).
Il tribunale e il signor Rückerl precisano che in capo a qualche settimana
si è poi passato ai gas di scappamento.
Ciò significa che... è stata necessaria qualche settimana perché le SS si
accorgessero che le pasticche di Zyklon-B non passavano per i tubi!
Ottava variante: gli ebrei venivano uccisi dai gas di scappamento dei motori
Diesel. Questa variante si trova nel Rapporto Gerstein, rapporto che passa,
con la “confessione” di Höss, come la prova più importante dell’Olocausto.
L’ufficiale delle SS del Servizio di Sanità Kurt Gerstein si arrese alle
truppe della Prima Armata Francese che occupavano il Württemberg nell’aprile
1945 e, prima del suo suicidio in prigione, avvenuto, (manco a dirlo...) nel
luglio dello stesso anno, avrebbe reso la sua confessione. O, meglio, le sue
sei confessioni, come il francese Henri Rocques ha ampiamente dimostrato;
sei confessioni che, tra l’altro, divergono considerevolmente tra loro.
Secondo quanto affermato nelle sei deposizioni, Gerstein visitò Belzec e
Treblinka nell’agosto 1942.
A suo dire, circa 25.000.000 di persone furono gassate[!!!]. Stando a ciò
che dice, da 700 a 800 persone si ammucchiavano in una camera a gas di 25
metri quadrati (da 28 a 32 persone a metro quadro, quindi). Per ragioni non
ancora chiare, gli storici di regime preferiscono il Rapporto Gerstein alle
altre varianti. (Fra l’altro i gas di scappamento dei motori Diesel
contengono una percentuale modesta di ossido di carbonio: un motore a
benzina sarebbe stato uno strumento di produzione di ossido di carbonio
molto più efficiente di un motore Diesel).
Se avessero voluto gassare migliaia (o milioni) di persone sul serio, i
tedeschi non avrebbero usato un motore, ma avrebbero utilizzato uno dei loro
gas tossici di produzione industriale.
Siamo quindi di fronte a una contraddizione evidente: il genio tecnico che
si attribuisce ai tedeschi e che doveva loro permettere di sterminare
milioni di persone senza lasciare la minima traccia è incompatibile con la
stupidità di cui avrebbero dato prova, scegliendo, tra le tante armi di
sterminio, la meno efficace.
Quali altre prove abbiamo dell'assassinio di 600.000 persone a Belzec?
Un'ispezione sul sito del vecchio campo di Belzec non è di alcun aiuto
perché non vi si trova che un prato, e niente altro.
Non troviamo un solo documento al riguardo: gli sterminazionisti rispondono
che i nazisti avrebbero trasmesso oralmente gli ordini per gli sterminii.
Non si sono trovate fosse comuni: gli sterminazionisti rispondono che i
nazisti avrebbero bruciato i cadaveri.
Anche i resti delle 600.000 vittime sono però spariti. Gli sterminazionisti
rispondono che i nazisti avrebbero disperso le ceneri. Non dicono niente
circa le ossa: pochi sanno infatti che le ossa ed i denti non bruciano che
parzialmente nei forni crematori, e quindi, per essere fatti sparire
dovevano essere macinati.
I morti di Belzec non sono stati registrati da nessuna parte.
Non ci sono più testimoni oculari sopravvissuti. Uno solo dei 600.000 ebrei
deportati a Belzec, un certo Rudolf Reder, è sopravvissuto nel campo, ma è
deceduto negli anni Sessanta.
Ciò significa che non abbiamo nessuna prova dei 600.000 assassinati a
Belzec.
MAJDANEK
Anche Majdanek ebbe le sue camere a gas, e anch'esse erano inadatte.
Esiste lì un crematorio ricostruito, con annessa presunta camera a gas. Le
uniche parti dell'edificio che esistevano prima della ricostruzione erano i
forni.
Si pretende che l'edificio sia stato ricostruito secondo progetti che sono,
però, irreperibili. L'edificio è troppo umido per avervi potuto utilizzare
efficacemente Zyklon-B. Inoltre, la costruzione in calcestruzzo è
radicalmente differente dagli altri edifici del complesso. L'installazione
del secondo edificio di Majdanek è differente; la parte anteriore possiede
una camera a gas.
Tale camera possiede due sfiatatoi sul tetto che avevano la funzione di
ventilarla dopo l'operazione di disinfestazione.
Ha infatti il dispositivo per la circolazione dell'aria, ma manca di
ciminiera per ventilare il gas estratto.E' pertanto impossibile utilizzare
il locale come camera a gas per esecuzioni.
Nella parte posteriore dell'edificio si trovano le presunte camere a gas
sperimentali, tre (ma una di esse è chiusa e sigillata).
Questi locali possiedono tubazioni per il preteso uso di monossido di
carbonio, ma sarebbero state utilizzate anche per gasazioni con Zyklon-B.
Una delle due camere dovrebbe avere una ventilazione attraverso il tetto,
ma, a quanto appare, nessuna apertura lo ha mai attraversato.
Le porte non hanno guarnizioni e non sono progettate per essere chiuse
ermeticamente. La superficie è di 74,87 m² e avrebbe potuto contenere al
massimo 90 persone.
Ancora una volta, il tempo di ventilazione sarebbe stato di una settimana.
L'altra camera ha un sistema di circolazione per introdurre aria calda nella
camera: tale sistema di circolazione è progettato e costruito in maniera
approssimativa, in quanto l'immissione e l'estrazione del gas sono troppo
vicine per potersi effettuare correttamente.
Nulla è previsto per la ventilazione e non esiste nemmeno un condotto di
camino.
Delle due camere, una non fu quindi mai terminata e non poté dunque mai
essere utilizzata.
Non esiste traccia di sigillante su mattoni, stucco e intonaco.
In ogni caso, la prima camera ha una superficie di 44,9 m², mentre la
seconda di 19,4 m².
Tutte e due avrebbero potuto contenere al massimo 78 persone.
E' da notare che queste camere sono circondate su tre lati da corridoi in
calcestruzzo, incassati a un livello più basso.
Quindi le filtrazioni del gas si sarebbero potute accumulare nelle fosse ed
il gas riparato dal vento, non avrebbe potuto dissiparsi.
Questo fa sì che tali installazioni siano inadatte all'uso di acido
cianidrico, come si pretenderebbe, e l'uso potrebbe rendere l'edificio
pericoloso per chiunque.
Il monossido di carbonio, d'altro canto, è poco consigliabile per
esecuzioni, dato che il tempo necessario per la morte è troppo lungo, a
volte anche 30 minuti.
Anche l'uso del biossido di carbonio è poco redditizio, in quanto è ancora
meno efficace del monossido.
I gas sarebbero stati prodotti con un motore Diesel.
In ogni caso, in una camera occupata al massimo della sua capienza, nello
spazio di 0,83 m² o meno per persona (l'area minima per permettere la
circolazione del gas intorno ad esse), gli occupanti dovrebbero morire
soffocati dalla loro stessa respirazione.
Quindi molto tempo prima di quando il gas possa avere effetto.
Perciò il solo fatto di rinchiudere persone da giustiziare in uno spazio
così ristretto, renderebbe superfluo l'uso di monossido e biossido di
carbonio.
E' interessante notare che la stessa propaganda sterminazionista non è stata
in grado di definire il numero di camere a gas a Majdanek: infatti secondo
una celebre lettera dell'ebreo Martin Broszat, pubblicata il 19 agosto 1960
dal Die Zeit, a Majdanek non ci sarebbe stata alcuna camera a gas.
Secondo la Deutsche Volkzeitung del 22 luglio 1976, invece, ce ne sarebbero
state ben sette, mentre, secondo la sentenza del processo di Majdanek a
Düssendolf, ce ne sarebbero state "almeno tre".
Secondo il rapporto della commissione sovieto-polacca del 1944, 18.000
persone furono gassate a Majdanek il 3 novembre 1943 al suono di un valzer
di Strauss.
Quando l'impossibilità tecnica di questa asserzione è divenuta troppo
evidente, si è mutato il massacro col gas in massacro mediante fucilazione.
LA RISIERA DI SAN SABBA
Anche l'Italia avrebbe i suoi campi di concentramento e di sterminio:
piccoli, certo, ma, secondo la storiografia sterminazionista, funzionanti.
Il testo sterminazionista più conosciuto su questo argomento è quello di
Ferruccio Folken "La Risiera di San Sabba".
Vediamo, con l'aiuto dell'ottimo testo "La risiera di San Sabba: un falso
grossolano" di Carlo Mattogno che cosa fu il campo di sterminio nostrano,
con annessi e connessi, vale a dire cameretta a gas e forno.
Basta poco per smontare questa ennesima menzogna.
Infatti nessuno dei testimoni cosiddetti oculari ha affermato di aver visto
la camera a gas, tranne Paolo Sereni, che vi accenna poco e per sentito
dire.
Ma il testimone Schiffner dice che nella stanza in cui venivano uccisi gli
ebrei, stanza denominata "Garage", non c'erano impianti a gas e che,
probabilmente, si procedeva mediante impiccagione.
Quindi venivano effettuate gasazioni in stanze dove non c'erano impianti per
il gas e dove, secondo la testimonianza di Wachsberger, la porta rimaneva
aperta per l'intero pomeriggio nei giorni in cui si procedeva agli stermini.
L'assurdità di una camera a gas operante a porta aperta si commenta da sola!
Per quel che riguarda il forno crematorio, la confusione di Folken è
inenarrabile: infatti afferma che il forno era interrato e che, secondo
l'architetto Boico, era lungo 20 metri x 15. Sarebbero quindi 300 m².
Ma dalla piantina in scala della risiera presentata fuori testo dal Folken,
risulta che il forno crematorio misurava 10,5 x 9,5 metri; ovvero 99,75 m².
Risulta poi evidente a chiunque l'utilità di piazzare un crematorio sotto
terra...
I soli dati pseudoscientifici forniti da Folken si fermano qui: il resto
sono solo raccontini e pettegolezzi.
Questo è tutto ciò che hanno in pugno gli sterminazionisti nostrani:
decisamente troppo poco per rappresentare una prova italiana dell'Olocausto,
e troppo poco per poter dimenticare le foibe istriane in cui furono
sterminati, e sul serio, migliaia di Italiani dalle truppe comuniste
Jugoslave (con l'appoggio e la benedizione di tanti comunisti nostrani).
I CAMPI DELL'OVEST
Nei primi anni del dopoguerra si dava per scontato che pressoché tutti i
campi di concentramento fossero dotati di una o più camere a gas.
Ora, neanche gli stessi storici sterminazionisti dubitano più del fatto che
nei territori occidentali non vi siano state camere a gas.
Ciò è dovuto alla estrema strampalatezza e alla troppo evidente non
veridicità delle fonti: per capire ciò su cui ci si dovrebbe basare per
provare l'esistenza delle camere a gas occidentali, basta dare un'occhiata
alla inverosimile rivelazione di Franz Ziereis, comandante di Mauthausen.
Costui, infatti, "confessò" sul letto di morte(19) (come sempre...) la cosa
assurda che era avvenuta al castello di Hartheim, non lontano da Linz: tra
uno e un milione e mezzo di persone erano state gassate nel castello!
"Un impianto di gassazione camuffato da sala da doccia fu costruito al campo
di Mauthausen per ordine del Dottor Kresbach, Hauptsturmführer SS [...]. Il
Gruppenführer Glücks ha dato l'ordine di far passare i miseri prigionieri
per pazzi e farli assassinare in una grande installazione a gas. Da uno a un
milione e mezzo di persone circa sono state assassinate. Questo luogo si
chiama Hartheime e si trova a 10 chilometri da Linz in direzione di Passau"
(Simon Wiesenthal, "KZ Mauthausen", Ibis-Verlag, 1949, pag. 7-8).
Qual è, allora, la verità sulle cosiddette camere a gas occidentali? Stephen
F. Pinter, che lavorò per sei anni, dopo la guerra, come consulente legale
per il ministero della guerra degli Stati Uniti per le truppe di occupazione
in Austria e Germania, fece la seguente dichiarazione nel diffuso giornale
cattolico "Our Sunday Visitor" (L'osservatore della Domenica) del 14/6/59.
"Sono stato per 17 mesi, dopo la guerra, come avvocato del 'Ministero della
Guerra' degli Stati Uniti, e posso confermare che a Dachau non esisteva
alcuna camera a gas. Quello che veniva mostrato e indicato come camera a gas
ai visitatori era un forno crematorio (e lo sbaglio non era certo
involontario). Anche negli altri campi di concentramento in Germania non
c'erano camere a gas.
A noi venne raccontato che ad Auschwitz esisteva una camera a gas, ma poiché
si trovava nella zona di occupazione sovietica, non ci fu permesso di
svolgere alcuna inchiesta." .
Il totale del numero degli internati morti a Dachau è un esempio tipico di
esagerazioni che vennero poi gradualmente corrette. Nel 1946, il segretario
di stato del Governo Bavarese, Philip Auerbach, quello stesso Auerbach che
venne in seguito riconosciuto colpevole di essersi appropriato di somme di
denaro che egli aveva reclamate a titolo di indennizzo in nome di ebrei mai
esistiti, scoprì a Dachau, nel 1946, una lapide, su cui era scritto: "
Questo territorio deve essere ricordato come il luogo dove furono cremate
238.000 persone".
Da allora questa cifra è stata costantemente ridotta e attualmente si è
giunti a una cifra oscillante tra 20.000 e 25.000 decessi, dovuti
principalmente al tifo e alla fame.
Il fatto che alcune migliaia di prigionieri morirono negli ultimi, caotici,
mesi della guerra ci porta a chiederci come essi vissero durante la guerra.
Le condizioni di vita dei prigionieri sono state descritte in modo distorto
e falso nei rapporti e nei diari forniti dai prigionieri stessi.
Il rapporto della Croce Rossa, che sarà esaminato più avanti, dimostra,
però, che durante tutta la guerra, i campi erano bene amministrati. Gli
internati che vi erano detenuti ricevevano, in qualità di forza lavoro,
negli anni tra il 1943 e il 1944, non meno di 2.750 calorie: il doppio di
quanto riceveva il cittadino medio tedesco dopo la guerra nella Germania
occupata dagli alleati. Gli internati erano sotto costante controllo medico
e quelli gravemente ammalati venivano portati all'ospedale del campo.
Tutti gli internati, a differenza di quanto accadeva nei campi di
concentramento sovietici, potevano ricevere pacchi contenenti alimenti,
indumenti e medicinali da parte dell'Ufficio Assistenza della Croce Rossa.
L'ufficio del procuratore di Stato conduceva accurate indagini nei casi di
prigionieri arrestati per attività criminali. Gli innocenti venivano
rilasciati; coloro che venivano considerati colpevoli, così come i deportati
accusati di crimini più gravi all'interno del campo, venivano processati da
una corte militare e giustiziati.
Nell'archivio di Coblenza si trova una direttiva di Himmler del gennaio
1943, che riguarda appunto queste esecuzioni: in essa si ricorda che "non
sono permesse brutalità". Occasionalmente ci furono episodi di brutalità, ma
essi furono subito stroncati dal giudice delle SS Konrad Morgen dell'Ufficio
di Polizia Criminale del Reich, il cui compito era quello di indagare sulle
irregolarità nei campi di concentramento.
L'ordine che regnava nei campi di concentramento tedeschi si deteriorò
rapidamente durante gli ultimi, terribili mesi di guerra, nel 1945.
Il rapporto della Croce Rossa dichiara che i massicci bombardamenti a
tappeto degli Alleati distrussero il sistema di informazioni e di
comunicazioni del Reich. I rifornimenti di viveri non poterono più
raggiungere i campi di concentramento, e la fame provocò vittime in numero
sempre maggiore, così tra gli internati dei campi, come tra la popolazione
civile.
Questa terribile situazione fu peggiorata dal sovraffollamento dei campi e
dalle epidemie di tifo. Il sovraffollamento era causato dallo sgombero dei
campi dell'Est, come Auschwitz, quando i prigionieri furono trasportati
verso Occidente a causa dell'avanzata sovietica. Colonne di uomini
arrivarono così in altri campi tedeschi, come Bergen-Belsen, che già
versavano in notevoli difficoltà.
Senza dubbio simili condizioni provocarono migliaia di decessi, così si
spiegano le fotografie di esseri umani ischeletriti e di mucchi di cadaveri
che i propagandisti pubblicano e ripubblicano sotto il titolo di "vittime
della feroce persecuzione nazista".
E' interessante la lettura della testimonianza del dr. Russel Barton,
caposezione e consulente psichiatrico del Severalls Hospital - Essex,
pubblicata nella Purnell's History of the Second World War (vol. 7, n. 15),
il quale, dopo la guerra, trascorse un periodo di tempo nel campo di Bergen
Belsen, come studente di medicina.
"Ufficiali medici tedeschi mi raccontarono che il trasporto di viveri era
diventato sempre più difficile. Sulle strade ogni mezzo di trasporto veniva
mitragliato e bombardato..."
"Le cause principali [della mortalità] a Bergen-Belsen alla fine della
guerra furono: malattie, sovraffollamento causato dall'arrivo di internati
dei "Lager" dell'Est, mancanza di disciplina e poco rispetto dei regolamenti
all'interno delle baracche, scarso rifornimenti di viveri, acqua e
medicinali."
La mancanza di disciplina provocò delle vere e proprie sommosse durante la
distribuzione dei viveri: gli Inglesi dovettero usare le mitragliatrici e i
carri armati per riportare l'ordine nel campo.
Non soltanto situazioni del genere furono sfruttate a scopi vergognosamente
propagandistici, ma è stato fatto uso anche di vere e proprie
falsificazioni.
Un caso interessante è stato scoperto dal giornale inglese Catholic Herald,
il 29 ottobre 1948. A Kassel, dove ogni tedesco adulto fu costretto ad
assistere a un film sugli "orrori" di Buchenwald, un medico di Gottinga
riconobbe se stesso sullo schermo, mentre osservava le vittime. Dopo un
momento di sbalordimento, si rese conto di avere visto un documentario,
girato dai Tedeschi a Dresda, dopo il terribile attacco del 13 febbraio
1945: in quell'occasione il medico aveva prestato il suo aiuto.
Dopo l'attacco aereo su Dresda, che provocò parecchie centinaia di migliaia
di vittime, vennero raccolti i corpi in mucchi di 400-500 cadaveri, la cui
cremazione durò alcune settimane. Queste erano le immagini che egli aveva
riconosciuto e che gli erano state presentate come testimonianze degli
orrori di Buchenwald.
Da tutto ciò che è stato finora esposto, risulta chiarissimo che, nonostante
la convinzione dell'esistenza di camere a gas nei campi dell'Ovest sia
ancora largamente diffusa nel pubblico, non vi è più nessuno storico serio
che creda a gassazioni nel castello di Hartheim o nei campi di Ravensbrück,
Buchenwald o Dachau, e ciò da decenni. Inoltre, si può anche comprendere il
vero motivo dei decessi.
Vale la pena esaminare, a questo punto, la lettera indirizzata a Die Zeit il
19 agosto 1960 dallo sterminazionista Martin Broszat, allora collaboratore
dell'Istituto di Storia Contemporanea di Monaco e destinato a diventarne
direttore. Questa lettera ha suonato a morto per tutte le camere a gas
occidentali: "Né a Dachau, né a Bergen-Belsen, né a Buchenwald ebrei o altri
detenuti sono stati gassati. [...]L'annientamento massiccio degli ebrei con
il gas cominciò nel 1941/42 ed ebbe luogo unicamente in rari punti scelti
per questo scopo e provvisti di installazioni tecniche adeguate, soprattutto
in territorio polacco occupato (ma da nessuna parte nell'ex Reich); ad
Auschwitz-Birkenau, a Sobibor, a Treblinka, Chelmno e Belzec." [Si noti la
mancanza di Majdanek].
Detto in poche e scarne parole, Broszat ammetteva che tutto quanto era stato
detto dal 1945 sulle camere a gas del Reich Germanico era menzogna (per
"Reich Germanico" s'intende il territorio della Germania nelle sue frontiere
del 1937).
D'altronde, né in questa lettera, né in altre opere, Broszat ha prodotto la
minima prova del perché, ad esempio, le dichiarazioni dei testimoni relative
alle presunte gassazioni di Auschwitz e degli altri campi orientali
dovessero essere più degne di fede di quelle che si riferivano alle
gassazioni negate di Dachau e Buchenwald.
Fin dal 1948 una commissione di inchiesta americana diretta dai giudici
Simpson e Van Roden aveva constatato che le confessioni sulle camere a gas
del Reich Germanico erano state ottenute con la tortura: percosse, testicoli
lesionati, denti rotti, ecc. Moltissomi fra gli accusati sono stati
assassinati, "suicidati" o "giustiziati" subito dopo queste confessioni
estorte (The Progressive, febbraio 1949, pag. 21-22).
LE TESTIMONIANZE
Al fine di inquadrare definitivamente l'obiettività dei presunti testimoni
oculari, sono state qui esaminate alcune tra le più famose testimonianze
(testimonianze che non riguardano direttamente i dati tecnici su camere a
gas o forni crematori, su cui, ormai, sappiamo quanto basta).
E' impossibile qui effettuare una trattazione completa di tutte le
asserzioni discutibili, ma non si può fare a meno di mettere in luce alcune
tra le più eclatanti assurdità.
Tutti conoscono, almeno per sentito dire, "Se questo è un uomo" di Primo
Levi.
L'esame dei fatti vissuti dal Levi, così come lui li descrive, ci consente
di mettere in dubbio parecchie delle affermazioni fatte circa la volontà
sterminatrice dei tedeschi.
Come mai il Levi, partigiano ebreo, debole e maldestro, è riuscito a
sfuggire alle famigerate selezioni e ad essere inviato in infermeria per due
volte, la seconda volta quando i russi stavano ormai avanzando verso
Cracovia?
Che sia debole e maldestro è detto da lui stesso quando afferma di essere
uno di quegli ebrei italiani, tutti dottori, "che non sanno lavorare e si
lasciano rubare il pane e prendono schiaffi dalla mattina alla sera...
perfino gli ebrei polacchi li disprezzano perché non sanno parlare yiddish".
Ma parliamo dei liberatori: infatti il 18 gennaio 1945, sotto l'incalzare
dell'armata russa, che aveva già occupato Cracovia, a 50 km ad est di
Auschwitz, le SS avevano abbandonato il campo, in fretta ma ordinatamente,
dopo aver fatto distribuire l'ultimo rancio quotidiano. All'alba del 21 la
fuga dei tedeschi dai pressi del campo era ormai terminata e anche i civili
polacchi erano scomparsi. Era logico che le sofferenze fossero finite.
Invece no!
I prigionieri, che sotto la direzione delle SS avevano il rancio assicurato,
il medico e la possibilità di farsi ricoverare in infermeria, vedevano
passare l'amministrazione del campo ai comitati clandestini diretti dai
famigerati triangoli verdi, ovvero i criminali comuni, e dai triangoli
rossi, ossia i prigionieri politici (erano così chiamati dal triangolo di
stoffa cucito sulle loro giacche), i quali non effettuarono alcuna
distribuzione del rancio, facendo così morire deliberatamente di fame, di
freddo e di stenti parecchie centinaia di prigionieri.
I liberatori invece si facevano attendere: malgrado già dal 22 avessero
occupato la vicina cittadina di Auschwitz, e fossero ben sicuri della fuga
dei soldati tedeschi, non fecero nulla per alleviare le sofferenze dei
prigionieri; sofferenze delle quali sicuramente i partigiani polacchi li
avevano informati.
La riprova di ciò è nelle parole del Levi, quando ci vuol descrivere un
orrore, a suo dire, compiuto dai tedeschi. Infatti afferma che alcune SS,
disperse, ma armate, erano penetrate nel campo ed avevano ucciso, stando a
quel che è scritto, "metodicamente, con un colpo alla nuca", tutti i 18
francesi che si erano stabiliti nel refettorio delle SS, "allineando poi i
corpi contorti sulla neve della strada".
Ora, in una zona ormai occupata dalle truppe nemiche, se tedeschi sbandati
ed armati avessero incontrato i francesi, li avrebbero al massimo posti in
fuga, probabilmente senza sparare, per evitare di richiamare l'attenzione di
pattuglie nemiche. Non avendo quindi nessun motivo per ucciderli
sistematicamente, ed ancor meno di sistemarli sulla strada, pronti per le
fotografie dei liberatori, perdendo del tempo prezioso per la propria
salvezza.
Inoltre, se i corpi erano, come racconta, contorti, evidentemente erano
stati trasportati ed allineati solo dopo che era sopravvenuta la rigidità
cadaverica, ovvero il "rigor mortis", perché se fossero stati trascinati
subito dopo l'uccisione sarebbero stati distesi, e non contorti.
L'unica spiegazione è che i francesi siano incappati in una pattuglia di
militari russi o, più probabilmente, di partigiani polacchi.
Incongruenze analoghe se ne possono trovare fra gli scritti di Giuliana
Tedeschi.
Nel già citato libro "C'è un punto della terra... Una donna nel lager di
Birkenau" l'autrice racconta, a pagina 56, che le detenute ebree greche con
le quali ha lavorato dal maggio all'ottobre 1944 e provenienti da Salonicco
erano state deportate tre anni prima. In realtà il primo convoglio di ebrei
deportati da Salonicco giunse ad Auschwitz un anno prima, esattamente il 20
marzo 1943.
E che dire, infine, dello splendido artificio letterario di pagina 133? Qui
si racconta, di un albero di abete, in questi termini: "la natura ne ebbe
compassione e il giorno dopo, il giorno dell'epifania, lo rivestì di neve."
L'episodio si riferisce al 6 gennaio 1945, ed è senz'altro molto commovente:
peccato che il campo di Birkenau fosse coperto di neve già dal 21 dicembre
1944, come risulta da due fotografie aeree americane.
Vale la pena esaminare un ultimo e illuminante caso: riguarda una
testimonianza fatta al processo contro Ernst Zündel, colpevole di aver
pubblicato alcuni testi revisionisti.
L'esperto dell'accusa fu Raul Hilberg, un professore americano di origine
ebraica.
Dal controinterrogatorio venne fuori che l'esimio professore era stato ad
Auschwitz un solo giorno, in occasione di una cerimonia; in tutta la sua
vita non aveva mai visto una camera a gas, né nella sua condizione
originaria, né ridotta in rovine.
Dovette ammettere che gli Alleati, dopo il 1945, non avevano proceduto a
nessuna sperimentazione dell'arma del crimine che concludesse l'esistenza di
una camera a gas omicida. Nessun rapporto d'autopsia aveva evidenziato
l'assassinio di un detenuto per avvelenamento da gas. Dovette infine
ammettere che non esisteva nessuna traccia del cosiddetto "ordine di
sterminio" dato dalla cancelleria tedesca.
Pregato dalla difesa di spiegare come i tedeschi, sprovvisti di ogni piano,
avessero potuto condurre a termine una gigantesca impresa come quella dello
sterminio di milioni di ebrei, egli rispose che c'era stato, nelle varie
istanze naziste, "un'incredibile armonia di spiriti, un consenso nella
divinazione telepatica in seno a una vasta burocrazia"(!!!).
Ogni commento appare superfluo.
I DOCUMENTI DELLA CROCE ROSSA
A questo punto, è anche ragionevole iniziare a farsi una domanda: è mai
possibile che i tedeschi, in un momento particolarmente critico della
guerra, impegnassero immense risorse per trasportare milioni di ebrei da una
parte all'altra dell'Europa?
E' verosimile che, quando la Germania combatteva una guerra disperata su due
fronti, lottando per la sopravvivenza, siano stati trasportati per
chilometri e chilometri milioni di ebrei, per condurli in presunti e
dispendiosi macelli?
Diciamoci la verità; trasportare i celeberrimi 6 milioni (più innumerevoli
altri prigionieri di varie nazionalità) nei campi di concentramento avrebbe
significato la paralisi pressoché totale delle forniture militari (uomini,
armi, munizioni, carburante, viveri) in un momento, come abbiamo già detto,
in cui l'esercito tedesco conduceva una lotta a morte contro nemici potenti
e pericolosi.
Bisogna, a questo punto, anche porsi altre domande: è possibile che i
tedeschi abbiano ucciso e cremato milioni di persone, se lamentavano la
scarsità di mano d'opera e impiegavano tutti i prigionieri nell'industria
bellica? Si sarebbe potuto mantenere segreta una operazione di trasporto e
sterminio di tali proporzioni?
Queste sono le domande che dovrebbe porsi una intelligenza critica, la quale
scoprirebbe che non solo la documentazione statistica, che abbiamo fornito,
ma anche i problemi di trasporto e approvvigionamento rendono impossibile
continuare a sostenere la menzogna dei 6 milioni.
Ma atteniamoci ad alcuni fatti: nel 1945 la propaganda alleata sosteneva che
tutti i campi di concentramento esistenti in Germania erano "campi di
sterminio". Ma osservatori coscienziosi tra le truppe di occupazione inglesi
ammisero che molti internati erano morti, durante gli ultimi mesi di guerra,
per malattie o per fame, ma che non erano state trovate tracce di "camere a
gas". Per questo motivo i campi di concentramento orientali, nella zona di
occupazione sovietica, come Auschwitz, vennero in primo piano e furono
considerati il centro dello sterminio (sebbene a nessuno, all'epoca, fosse
permesso di visitarli).
Per quel che riguarda la questione ebraica e le condizioni di vita nei campi
di concentramento tedeschi, esiste un "Rapporto del comitato internazionale
della Croce Rossa sulla sua attività nella Seconda Guerra Mondiale"(in 3
volumi, Ginevra 1948).
Gli autori, sotto la direzione di Frederic Siordet, dichiarano
nell'introduzione che il rapporto si propone, nelle tradizioni della Croce
Rossa, di mantenere la più stretta neutralità politica.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, richiamandosi alla Convenzione
di Ginevra del 1929, ottenne di poter visitare i prigionieri civili,
internati dalle autorità tedesche in Europa Occidentale.
Il suddetto Rapporto, d'altronde, riferisce che in un primo tempo i Tedeschi
si rifiutarono di affidare alla Croce Rossa la sorveglianza di persone
detenute per motivi di sicurezza, ma che, a partire dall'agosto 1942, fu
permessa al Comitato di distribuire nei campi di concentramento della
Germania pacchi di viveri, e dal febbraio 1943 l'autorizzazione fu estesa a
tutti i campi e a tutte le prigioni (vol. III, pag. 78). Il comitato
allacciò presto rapporti con tutti i comandanti dei campi e condusse un
programma di aiuti che funzionò egregiamente fino al 1945, così come viene
dimostrato dalle migliaia di lettere di ringraziamento inviate da parte di
internati ebrei.
Il Rapporto accerta che "quotidianamente venivano preparati fino a 9000
pacchi. Dall'autunno 1943 al maggio 1945 furono spediti complessivamente ai
vari campi di concentramento 1.112.000 pacchi, per un peso di 4500
tonnellate" (vol. III, pag. 80). Oltre ai viveri, gli internati ricevevano
indumenti e medicinali. "Pacchi venivano spediti a Dachau, a Buchenwald,
Sargenhausen, Sachsenhausen, Oranienburg, Flossenburg, Landsberg am Lech,
Flöha, Ravensbrück, Hamburg-Neuengamme, Mauthausen, Theresienstadt,
Auschwitz, Bergen-Belsen, ai campi di concentramento vicino a Vienna, in
Germania centrale e meridionale. I destinatari principali erano Belgi,
Olandesi, Francesi, Greci, Italiani, Norvegesi, Polacchi, Ebrei apolidi."
(vol. III, pag. 83).
Nel corso della guerra "il Comitato fu in condizione di spedire e
distribuire aiuti per un valore di 20 milioni di franchi svizzeri, raccolti
in tutto il mondo da organizzazioni assistenziali ebraiche, soprattutto
dalla Amerikan Joint Distribution Committee di New York" (vol.I, pag 644).
La Croce Rossa ebbe a lamentarsi per le difficoltà che incontrava nella sua
azione, non per colpa dei Tedeschi, ma del blocco dell'Europa voluto dagli
alleati.
Il Comitato ebbe anche parole di lode per il regime di Jon Antonescu, il
capo fascista della Romania, dove gli fu possibile estendere il proprio
aiuto a 183.000 ebrei rumeni, fino al tempo dell'occupazione sovietica.
Allora l'aiuto cessò, e la Croce Rossa si lamentò amaramente di non essere
mai riuscita "a mandare qualcosa in Russia" (vol. II, pag. 62). Lo stesso
destino toccò a molti campi di concentramento in Germania, dopo la
"liberazione" da parte dei russi.
Gli sforzi effettuati dalla Croce Rossa per spedire degli aiuti agli
internati rimasti ad Auschwitz sotto i sovietici non ebbero successo.
Uno degli aspetti più interessanti del "Rapporto della Croce Rossa", è che
esso mette in chiaro le diverse cause dei decessi avvenuti nei campi di
concentramento verso la fine della guerra. Il rapporto dice: "La situazione
caotica in Germania, durante gli ultimi mesi di guerra, quando i campi di
concentramento non ricevevano più rifornimento di viveri, provocò un numero
sempre crescente di vittime.
Il governo tedesco, allarmato da questa situazione, informò infine la Croce
Rossa, il 1 febbraio 1945... Nel marzo dello stesso anno, colloqui tra il
presidente del "Comitato Internazionale della Croce Rossa" ed il Generale
delle SS Kaltenbrunner diedero risultati concreti. Operazioni di soccorso
poterono essere avviate immediatamente dal Comitato stesso, e fu permesso
che in ogni campo di concentramento rimanesse un delegato della Croce
Rossa." (vol. III, pag. 83).
Sicuramente le autorità tedesche facevano ogni sforzo possibile per
migliorare la situazione. La Croce Rossa rivela anche che i rifornimenti di
viveri dovettero essere interrotti a causa degli attacchi aerei degli
alleati contro la rete dei trasporti tedeschi, e che, nell'interesse degli
ebrei internati, protestò contro "la barbara guerra aerea degli alleati". Il
2 ottobre 1944 il Comitato della Croce Rossa Internazionale mise in guardia
il Ministero degli Esteri tedesco contro l'imminente crollo del sistema dei
trasporti tedesco e dichiarò che una carestia si sarebbe resa inevitabile
per tutta la popolazione della Germania.
Se si esamina questo ampio rapporto, in 3 volumi, si constata che manca
completamente qualsiasi prova che esistesse, nei campi concentramento
dell'Europa occupata dalle Potenze dell'Asse, una politica di sterminio.
In nessuna delle 1600 pagine del rapporto si trova un accenno alle camere a
gas. Si ammette che ebrei, come anche prigionieri di altre nazionalità,
soffrirono privazioni e furono trattati con rigore, ma il completo silenzio
sull'argomento di un genocidio programmato è una confutazione della menzogna
dei "sei milioni".
Alla Croce Rossa, come pure ai rappresentanti del Vaticano, con i quali essa
collaborò, non fu possibile unirsi al coro di accuse al genocidio come è
oggi di moda.
Non basta: si sente dire da più parti che le esecuzioni di massa avevano
luogo in camere a gas camuffate da docce. Il rapporto fa ampia giustizia di
queste accuse: "Vennero ispezionate dai delegati non solo i lavatoi, ma
anche i bagni e le docce. Spesso si interveniva per migliorare le
installazioni, ripararle o ingrandirle"(vol. III, pag. 594).
Il terzo volume del Rapporto (terzo capitolo) tratta "degli aiuti che
vennero dati alla parte ebraica dalla popolazione civile".
Ciò significa chiaramente che una notevole parte della popolazione ebraica
europea continuò, seppur con limitazioni, a far parte della popolazione
civile.
Un esempio è dato dalla Slovacchia, dove era responsabile l'assistente di
Eichmann, Dieter Wisliceny, dove gran parte della minoranza ebraica aveva il
permesso di rimanere nel paese. Gli ebrei in Slovacchia vissero
tranquillamente fino all'agosto del 1944, quando scoppiò la rivolta contro
le truppe tedesche.
Bisogna ammettere anche che la legge del 15 maggio 1942 aveva determinato
l'internamento di migliaia di ebrei, ma furono tenuti in campi di
concentramento dove le condizioni di vita erano abbastanza buone e dove era
loro permesso di lavorare dietro compenso.
Dal Rapporto si evince infine che non solo gran parte dei tre milioni di
ebrei viventi in Europa ha potuto evitare l'internamento, ma anche che
l'emigrazione ebraica continuò per tutta la durata della guerra attraverso
la Romania, l'Ungheria e la Turchia.
Infatti viene riferito: "Fino al marzo del 1945 gli ebrei potevano lasciare
l'Ungheria, se erano in possesso di un visto per la Palestina"(vol. I, pag.
648).
LA "SOLUZIONE FINALE"
Non esiste un solo documento che permetta di provare in maniera
inconfutabile che i Tedeschi progettassero o pensassero di attuare il
presunto sterminio degli ebrei. Lo sterminazionista Leon Poliakov è
costretto a scrivere che "le tre o quattro persone, che erano principalmente
coinvolte nel piano della eliminazione totale, sono morte, e che non si è
conservato alcun documento in proposito"(20).
Questa situazione offre notevoli vantaggi; naturalmente sia il progetto sia
le "tre o quattro persone" sono affermazioni nebulose, che non è possibile
provare.
I documenti di cui disponiamo non fanno mai riferimento a eliminazioni, e
pertanto autori come Reitlinger e Poliakov ricorrono sempre alla comoda
giustificazione che tali ordini venivano impartiti "a voce".
Mancando prove documentate, si congettura che il progetto di sterminare gli
ebrei sia nato nel 1941, contemporaneamente all'attacco alla Russia: la
prima fase sarebbe stata l'eliminazione degli ebrei sovietici.
Il resto del piano, così viene supposto, dovrebbe aver avuto inizio nel
marzo del 1942, con la deportazione degli ebrei orientali nei lager del
Governatorato Generale di Polonia, quali i giganteschi insediamenti
industriali di Auschwitz.
Poliakov e Reitlinger almanaccano di "ordini orali" impartiti in incontri
segreti tra Hitler e Himmler, aggiungendo che nessuno doveva essere presente
a questi colloqui e che non fu redatto alcuno scritto.
E' superfluo ricordare ancora una volta che non esiste neanche il più
piccolo indizio che simili insoliti incontri siano avvenuti.
William Shirer, nel suo libro "Ascesa e caduta del Terzo Reich", (opera
nell'insieme stravagante e poco seria), di eventuali prove documentate non
fa parola. Dichiara soltanto (e forse senza neanche tanta convinzione), che
il supposto ordine di eliminare gli ebrei "non fu mai posto per iscritto da
Hitler, in quanto non ne venne trovata copia alcuna. Esso fu verosimilmente
trasmesso a voce a Göring, Himmler e Heydrich, che a loro volta provvidero a
inoltrarlo..."(pag. 1148).
I particolari tecnici dell'eliminazione degli ebrei sarebbero stati fissati
in una conferenza al Gross-Wannsee (Berlino), il 20 gennaio 1942. A tale
conferenza, presieduta da Heydrich, sarebbero stati presenti funzionari di
tutti i ministeri tedeschi.
Reitlinger e Poliakov considerarono il processo verbale di questa conferenza
come la loro carta vincente, in quanto esso dimostrerebbe l'esistenza di un
piano di sterminio. Ma la verità è che un tale piano di sterminio non viene
menzionato in nessun punto del processo verbale. Heydrich disse solo di aver
ricevuto da Göring l'incarico di regolare la soluzione della questione
ebraica.
Dopo aver constatato che gli sviluppi bellici avevano reso irrealizzabile la
progettata emigrazione ebraica in Madagascar(21) , proseguì: "Il programma
che prevedeva l'emigrazione è stato ora sostituito da un'altra possibile
soluzione: l'evacuazione degli ebrei nei territori dell'Est in conformità
con l'autorizzazione precedente del Führer".
Qui, aggiunse, deve essere impiegata la loro mano d'opera.
Ora si pretende di dare a questa dichiarazione un senso oscuro e sinistro, e
far nascere il sospetto che gli ebrei dovessero essere portati in Oriente
per esservi sterminati.
Il professor Paul Rassinier, un francese deportato a Buchenwald, afferma che
"il processo verbale vuol dire solo ciò che in esso è scritto, ossia il
concentramento degli ebrei per utilizzare questa mano d'opera nei ghetti
orientali del Governatorato Generale di Polonia. Lì avrebbero dovuto
aspettare la fine della guerra e la ripresa dei colloqui internazionali che
avrebbero deciso del loro futuro."
Ciò nonostante, molti autori continuano a insistere che Heydrich avrebbe
usato l'espressione "impiego della mano d'opera nei territori dell'Est" per
indicare un riferimento all'eliminazione fisica, ma non ci spiegano perché
non dovremmo credere che "impiego di mano d'opera" significhi realmente
"impiego di mano d'opera".
La completa mancanza di prove documentate che comprovino l'esistenza di un
piano di sterminio ha favorito l'abitudine di stravolgere il significato di
documenti che ci sono giunti. Per esempio, un documento che parla di
"evacuazione" non riguarda l'"evacuazione", ma, sarebbe un modo artificioso
per intendere lo sterminio.
In questo modo, come abbiamo potuto vedere, le parole non vengono più intese
per quello che significano.
I Tedeschi, quando si trattava di stendere un rapporto erano meticolosissimi
al punto che tenevano conto fin dei più piccoli particolari; ma tra tutte le
migliaia di carte e documenti delle SS, della Gestapo, gli atti del
"Reichssicherheitsshauptamt", gli atti del Quartier Generale di Himmler e
gli ordini personali di Hitler, non si è trovato un solo ordine riguardante
lo sterminio degli ebrei o di chi per essi.
Del pari infruttuosi sono stati i tentativi di trovare "velate allusioni" al
genocidio in discorso come quello che Himmler tenne a Posen nel 1943 ai suoi
SS-Obergruppenführer (Generali delle SS).
Anzi, il 20 gennaio 1943 l'SS-Brigadeführer Glücks provvide a trasmettere ai
comandanti dei campi di concentramento un ordine dello stesso Himmler del 28
dicembre 1942, concernente l'abbassamento con ogni mezzo della mortalità dei
campi, ritenendoli "personalmente responsabili dell'esaurimento di ogni
possibilità di conservare la forza fisica dei detenuti".
Conclusione: non esiste nessuna prova... ma, come sempre, solo illazioni.
I PROCESSI
Non essendoci prove dell'Olocausto (niente cadaveri, niente documenti,
niente armi del crimine), i tribunali che dopo la guerra furono incaricati
dai vincitori (e successivamente dai governi tedeschi) di scovare le prove
del genocidio, si trovarono di fronte alla contraddizione di dover giudicare
di un presunto crimine perpetrato su milioni di persone senza che del
delitto ci fosse la benché minima traccia.
Questo è stato lo scopo di Norimberga: quello di configurare una strage che
sarebbe stata di dimensioni uniche nella storia e di attribuirla in
qualsiasi modo ai tedeschi.
Certo, gli alleati non hanno di certo indietreggiato, nell'occasione,
dinanzi alle torture fisiche (il caso Höss parla chiaro, e i casi simili non
si contano), ma in genere hanno usato una tattica più sottile.
Il ragionamento era pressapoco questo: dato che l'Olocausto era un fatto
stabilito, allora gli accusatori possono dare prova di una grande
disinvoltura quanto alla colpevolezza individuale di tale o talaltro
accusato.
E' stato così possibile, per molti nazisti di secondo piano, riversare
qualsiasi colpa su superiori morti o scomparsi.
L'articolo 19 dello statuto del tribunale militare internazionale, sorto
dall'accordo di Londra (firmato l'8 agosto 1945), e base del processo di
Norimberga, prevedeva che: "Il tribunale non sarà tenuto alle regole
tecniche relative all'amministrazione delle prove [...]". Ciò significa, in
maniera molto chiara, che tale tribunale poteva ammettere qualsiasi
"documento" giudicasse aver valore di prova, senza assicurarsi
dell'autenticità dello stesso; forgiare a volontà corpi di reato e rigettare
le prove a discarico, tutto ciò senza alcuna motivazione.
Inoltre l'articolo 21 dello statuto stabiliva che "Il tribunale non esigerà
che sia presentata prova di fatti di pubblica notorietà, ma li darà per
acquisiti [...]". Dato che era lo stesso tribunale a decidere cosa fosse "un
fatto di pubblica notorietà", ne risulta che la colpevolezza degli accusati
era stabilita per principio, in quanto l'Olocausto, secondo il suddetto
tribunale era "un fatto di pubblica notorietà".
Solo chi ha potuto leggere i documenti di Norimberga può rendersi conto del
carattere strampalato delle accuse fatte: basterà qui darne un esempio per
tutte. Secondo le accuse sovietiche, i tedeschi hanno sterminato nel campo
di concentramento di Sachsenhausen non meno di 840.000 prigionieri di guerra
russi procedendo in questa maniera:
"Nel piccolo locale c'era un'apertura di circa 50 cm. I prigionieri di
guerra si dovevano mettere con la testa all'altezza del buco ed un tiratore
che si trovava dietro gli sparava. Ma questo dispositivo era in pratica
insufficiente, poiché, spesso, il tiratore non colpiva il prigioniero. In
capo a otto giorni si creò un nuovo dispositivo. Il prigioniero era
piazzato, come prima, presso la parete; poi si faceva scendere lentamente
una piastra di ferro sulla sua testa. Il prigioniero di guerra aveva
l'impressione che si volesse misurare la sua altezza. C'era nella piastra di
ferro un chiodo e affondava nella nuca del prigioniero. Questi crollava
morto sul pavimento. La piastra di ferro era azionata per mezzo di una leva
a pedale che si trovava in un angolo di questo locale." (Processo dei grandi
criminali di guerra davanti al tribunale militare internazionale.
Norimberga, 14 novembre 1945-1 ottobre 1946, volume VII, pagine 416-417).
Secondo l'accusa, i cadaveri di questi 840.000 prigionieri di guerra
sarebbero poi stati carbonizzati in quattro crematori mobili montati sul
rimorchio di un camion.
Ora, né l'ammazzatoio a pedale, né i crematori mobili in grado di incenerire
210.000 cadaveri in tempo record, né gli innumerevoli altri prodigi tecnici
descritti a Norimberga sono stati presentati al tribunale come corpo del
reato. L'assenza del cosiddetto "corpus delicti" è stata controbilanciata
dalle dichiarazioni scritte di testimoni che deponevano sotto giuramento.
Purtroppo Norimberga non è stata l'unico caso: ancora oggi si indicono
processi (condotti in maniera estremamente vergognosa) da parte della stessa
Repubblica Federale Tedesca (e non solo).
Il semplice fatto che una perizia sull'arma del crimine, cioè sulle camere a
gas, non sia stata reclamata in alcuno di questi processi, mostra che essi
non sono stati condotti secondo i principi di uno Stato di diritto. Una tale
perizia avrebbe rivelato l'impossibilità tecnica della gassazione di massa e
la leggenda dell'Olocausto sarebbe crollata.
Le sole prove a carico erano e sono le testimonianze: gli ex deportati che
incriminavano gli accusati per odio o per oro non avevano niente da temere.
Nessun testimone è mai stato perseguito per falsa testimonianza in un
processo a "criminali di guerra" tedeschi.
La discussione sui "crimini" verteva unicamente sulla colpa individuale
dell'accusato. Se questi osava contestare l'esistenza delle camere a gas e
lo sterminio degli ebrei, si metteva in una situazione totalmente disperata
e la sua "insistenza" lo esponeva a una pena particolarmente severa.
Gli accusati sceglievano quasi sempre, d'accordo con gli avvocati, la
tattica di non contestare l'esistenza delle camere a gas. Essi negavano solo
la loro personale partecipazione alle gassazioni, oppure, quando le
testimonianze erano particolarmente pervicaci, sostenevano di aver agito
dietro ordini superiori.
Coloro che accettavano di cooperare potevano sperare in pene particolarmente
lievi: questo rende conto del fatto che non si voleva giudicare un crimine
(ripetiamo, presunto), ma si volevano indire una serie di processi a scopo
politico.
Al processo di Belzec, nel 1965, l'unico accusato, Josef Oberhauser, è stato
ritenuto responsabile di aver partecipato all'eliminazione di 300.000
persone, ma se ne è uscito con una pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione.
Motivo di questa clemenza: al momento del dibattito Oberhauser ha rifiutato
qualsiasi dichiarazione. Il significato di ciò è chiaro: l'imputato non
contestava l'accusa, quindi la giustizia della Repubblica Federale Tedesca
poteva affermare ancora una volta che i colpevoli non avevano mai negato i
massacri.
Al processo per Auschwitz, a Francoforte, l'accusato Robert Mulka, giudicato
colpevole di gravi crudeltà, è stato condannato a 14 anni di prigione, pena
criticata perché giudicata troppo moderata.
Quattro mesi più tardi veniva liberato per "ragioni di salute": aveva
ammesso l'esistenza delle camere a gas.
Coloro che hanno agito diversamente non hanno avuto scampo. Kurt Franz,
imputato al processo di Treblinka, è stato in prigione dal 1959 al 1993
perché non ha cessato di contestare l'immagine di Treblinka come campo di
sterminio. Il suo co-accusato, Suchomel, secondo il quale gli ebrei
entravano nelle camere a gas nudi e in buon ordine, non ha scontato che
quattro anni.
Un giudice che mettesse in dubbio l'Olocausto o le camere a gas si
esporrebbe alla rovina irrimediabile della propria carriera. Anche gli
avvocati difensori non hanno mai messo in dubbio l'esistenza delle camere a
gas, ma solamente la partecipazione al crimine dei loro clienti.
E' in questo modo che hanno fatto e fanno tutt'ora giustizia in Germania e
negli altri paesi satelliti degli Stati Uniti.
PERCHE' SEI MILIONI
Possiamo anche chiederci, a questo punto, da dove è uscita la leggenda dei
mitici "6 milioni". Possiamo dire con estrema sicurezza che tale numero è
stato inventato molto prima dell'ascesa al potere del nazismo.
Infatti, nel Congresso Sionista del 1911 (quindi ben 22 anni prima
dell'ascesa al potere di Hitler) fu fatta una interessantissima
dichiarazione da parte di Max Nordau(22).
Egli si scagliò contro i rappresentanti ebreo-tedeschi, rei di essere
contrari al ritorno in Israele del popolo ebraico, e di essersi vantati,
quindi, del loro grado di integrazione in Germania.
Le sue "profetiche parole" furono esattamente le seguenti: "Questi governi
così solleciti del diritto, così nobilmente e industriosamente attivi nel
preparare la pace universale, stanno preparando la completa annichilazione
di sei milioni di persone".
Vogliamo ricordare che il numero di sei milioni non può essere messo in
dubbio senza rischio: in Francia il 14 luglio 1990 è stata approvata una
legge (legge Fabius), che infligge una pesante pena a chiunque metta in
dubbio il numero di sei milioni.
La legge corrispettiva, qui in Italia, è la legge Mancino
CONCLUSIONE
Dopo aver trattato questi argomenti, ci sentiamo in obbligo di rispondere ad
un'ultima domanda che potrebbe sorgere in coloro che leggono: tutto ciò
giova solo agli Alleati?
Certamente no:
1) Giova ai dirigenti tedeschi: nessun uomo di potere in Germania, partendo
dai cancellieri che si sono avvicendati nel tempo, fino all'ultimo
borgomastro, ha mai potuto o voluto mettere in dubbio la "verità suprema"
dell'Olocausto.
Se i dirigenti tedeschi avessero messo in dubbio l'Olocausto o rinunciato ad
istituire "processi ai criminali di guerra", la stampa americana e mondiale,
quasi tutta sotto controllo sionista, avrebbe reagito con un fuoco continuo
di attacchi antitedeschi (basti ricordare le traversie a cui fu soggetto
Kurt Waldheim, calunniato per anni dai sionisti per crimini di guerra
puramente inventati).
L'intenzione della Repubblica Federale Tedesca è chiara: grazie a questi
processi si ottengono due vantaggi tangibili.
Il primo è quello di dare ampia prova di ortodossia democratica al mondo e
di apparire un alleato modello agli occhi degli Stati Uniti d'Israele. Il
secondo, non meno importante del primo, di giustificare le storture del
sistema liberal democratico, introdotto dai carri armati USA Facendo
apparire il regime nazista come una criminale combriccola di bruti.
Sostanzialmente il governo coloniale tedesco vuole inviare una sorta di
messaggio subliminale alle sue masse subalterne che suono più o meno così:
"non lamentatevi della democrazia "made in USA" per lo spaccio in ogni
angolo di strada, per la corruzione dilagante, per la depravazione dei
costumi sessuali (che hanno ridotto le nascite al lumicino), per
l'individualismo più sfrenato e per la perdita di ogni identità culturale...
Quando in Germania comandavano i tedeschi, le cose andavano ben peggio...".
Tutta la campagna antinazista è stata orchestrata in maniera perfetta, al
fine di "educare" in particolar modo le giovani generazioni. A questo fine
si fanno assistere ai processi masse di scolaretti, in maniera tale da
cancellare in essi ogni traccia di spirito nazionale, di amor proprio e di
devozione nei confronti del proprio popolo.
2) Giova per occultare gli orrendi crimini e le brigantesche imprese di Gran
Bretagna, Stati Uniti, Francia, ed Unione Sovietica; crimini commessi sulla
pelle dei tedeschi, degli italiani, e dei giapponesi. (Ad esempio il popolo
tedesco avrebbe potuto chiedere per quale motivo Dresda, città che si sapeva
essere priva di obbiettivi militari e piena solo di profughi, fu ridotta a
un braciere, con 300.000 morti carbonizzati; perché più di un milione di
tedeschi morirono nei campi di concentramento anglo-americani; perché
milioni, milioni autentici, di tedeschi della Prussia, della Slesia, dei
paesi baltici, sono scomparsi senza lasciare traccia).
3) Giova alla Polonia, che può consolidare definitivamente i suoi confini
occidentali, la famosa linea Oder-Neiss, e perché può lucrare su Auschwitz e
sugli altri campi, trasformati in varie Gardaland dell'orrore a uso e
consumo di curiosi turisti in vena di emozioni forti.
5) In ultimo, ma non per ultimo, giova allo stato-pirata di israele, che può
così occupare una terra sulla quale non può vantare nessun diritto, e nella
quale può perpetrare qualsiasi crimine; in quanto le vittime delle
vittime... sono sempre un po' meno vittime... terra strappata ai legittimi
abitanti con la forza delle armi pagate con le decine di miliardi di marchi
ottenuti a titolo di riparazione dalla Germania(23).
Il Grande Olocausto rappresenta una delle più importanti colonne su cui
poggia la potenza di quell'immenso impero ebraico-statunitense chiamato
Occidente.
E' stato qui dimostrato che tale colonna, dall'apparenza così gagliarda, è
in realtà estremamente fragile ed inconsistente.
Basterà farla crollare e si può esser sicuri che l'impero degli Stati Uniti
d'israele entrerà in crisi, quantomeno in crisi di legittimità.
Siamo consci del fatto che l'impresa è tutt'altro che facile. I revisionisti
non possiedono certo i mezzi di cui dispone la propaganda: non abbiamo studi
cinematografici(24), non abbiamo televisioni, non abbiamo radio...ci si
sente, scusate la retorica, come un granello di sabbia.
Ma siamo