|
|
STORIA 2007
La caduta di Pantelleria
La roccaforte “inespugnabile” che non si rivelò tale
Di DANIELE LEMBO
Negli anni del secondo conflitto mondiale Pantelleria viene considerata in
Italia come una roccaforte inespugnabile. Alla prova dei fatti l’isola cadrà
facilmente nelle mani del nemico, dando origine ad un episodio militare che
ancora oggi fa discutere. L’operazione “Cavatappi” (Corkscrew), ovvero
l’operazione contro l’isola, viene programmata dagli angloamericani nel
corso della Conferenza di Casablanca che si tiene dal 14 al 26 gennaio ’43.
Pantelleria è vista come il “tappo” di ingresso in Italia che è considerata
“il ventre molle dell’Asse” in quanto Churchill è certo che basterà portare
la guerra in casa agli italiani per si causare la caduta del regime
fascista. L’isola siciliana è presidiata da una guarnigione di 11.617
italiani al comando dell’ammiraglio Gino Pavesi. A questi si aggiungono 200
tedeschi addetti ad una stazione radar. Gli angloamericani decidono di
impiegare nell’operazione la 1° Divisione britannica, appoggiata da oltre
1.000 aeroplani ed il 14 maggio ’43 danno inizio al blocco navale, mentre il
18 cominciano con i bombardamenti dal cielo. Nei giorni successivi
continuano i bombardamenti aerei ed il 31 maggio inizia a bombardare dal
mare anche la flotta nemica. La reazione dell’isola contro le incursioni
aereeè affidata alla sola artiglieria antiaerea anche perché i caccia Macchi
ed i Fiat, già dalla metà di maggio, si sono trasferiti in Sicilia ed ai
primi di giugno sono presenti sull’isola solo quattro Macchi 202. Dal 6
all’11 giugno, inizia la seconda fase del bombardamento alleato e in questi
5 giorni vengono sganciate 5.324 tonnellate di bombe. Arriva così la
giornata dell’11 data in cui, dopo una nottata di stressanti bombardamenti,
viene alzata la bandiera bianca. Alle 12,5 dell’11 è giunto il permesso del
Duce alla capitolazione ma è da evidenziare che questo è stato accordato a
fronte di una richiesta di assenso alla resa avanzata dal comando dell’isola
motivata, tra l’altro, dalla mancanza d’acqua e dal fatto che il “trasporto
feriti non è effettuabile”. In merito al cedimento della difesa dell’isola
ci sono da fare alcune considerazioni. Al momento dell’attacco la Marina
Italiana ha disponibili tre corazzate, Roma, Littorio e Vittorio Veneto, sei
incrociatori, numerose altre unità minori e quarantotto sommergibili.
Ebbene, nessuna di queste unità interverrà a contrastare le navi nemiche e
sullo scenario dell’invasione dell’isola appariranno solo pochi MAS (al 10
giugno tutte le forze della flottiglia di Sicilia si riducevano a due
motosiluranti ed a un mas in condizioni di uscire). Differente sarà
l’atteggiamento della Regia Aeronautica che nella prima decade di giugno
farà volare a difesa del presidio italiano 323 velivoli italiani. In merito
ai bombardamenti dell’isola, questi sono eccezionalmente cruenti ma per
quanto un bombardamento possa essere terribile, è da dire che l’uso
dell’artiglieria o dell’aviazione da bombardamento serve solo da
preparazione alla successiva azione della fanteria. Scriverà l’ammiraglio
Cunningham nel dopoguerra “è necessario ricordare che qualsiasi operazione
anfibia non è altro che il prologo, in circostanze particolari, di una
battaglia essenzialmente terrestre. Il compito della Marina e dell’Aviazione
è di stabilire una o più basi sull’isola nemica, da cui si deve sviluppare
la battaglia terrestre per la conquista dell’obiettivo principale”.
A Pantelleria ai bombardamenti, seguirà un’operazione anfibia che non verrà
contrastata con una battaglia terrestre, eppure l’orografia dell’isola
consentirebbe un’agevole difesa. I soli bombardamenti causarono tra i
militari 36 morti e 103 feriti, quasi tutte camicie nere della Milmart, le
vittime civili ammontano invece a 5 ,orti e 6 feriti ebbene, benché le
vittime siano molto modeste, come detto, basteranno i solo bombardamenti a
causare la caduta dell’isola. E’ sconcertante constatare come a Malta sono
stati eseguiti ripetuti bombardamenti eppure i Maltesi non hanno alzato
bandiera bianca. Resterà lapidario quanto scriverà il Capo di Stato
Maggiore, Amm. Riccardi in una sua relazione, nella quale dopo aver tentato
di dare una giustificazione alla caduta dell’isola dirà “ma iniziatosi
l’attacco finale risolutivo quanto le provviste di acqua non erano
completamente esaurite, si può pensare che il Presidio, o buona parte di
esso, avrebbe potuto trovare la forza di compiere almeno un gesto di
resistenza con le armi alla mano contro il nemico sbarcato”. Fortunatamente,
nella successiva relazione indirizzata al Capo di Stato Maggiore Britannico,
si potrà leggere: “nel corso dell’operazione per la conquista dell’isola le
truppe alleate hanno avuto un solo ferito: un soldato morso da un cane”.
Sarà solo grazie a questo coraggioso animale se in futuro nessuno potrà dire
che Pantelleria “non è stata difesa nemmeno da un cane”. Secondo alcuni
autori, tra i quali Emilio Canevari, la resa di Pantelleria sarà dovuta a
tradimenti ma, a parere mio, il crollo di Pantelleria è morale prima che
militare. La resa evidenzia un chiaro segno di una volontà di combattere che
è oramai venuta meno e che preannuncia un prossimo 25 luglio che si profila
oramai ineluttabile all’orizzonte.
15/04/2007