STORIA 2007

 

INDEDITO

 

ASSALTO AL PONTE MOBILE DI TARANTO

 

Vi sono storie che rischiano, con la morte dei protagonisti, di andare completamente perse e di non essere mai più raccontate ed è proprio di una di queste che si vuole qui narrare.

Per raccontarla bisogna andare per ordine, iniziando dal dire come fui io stesso a venirne a conoscenza.

Da bambino mi venne raccontato, da persone sulla cui credibilità ora come allora non avevo dubbi, di un loro parente che, nel corso della seconda guerra mondiale, aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana. Quest’ultimo, essendo un paracadutista, era stato lanciato, nel sud Italia invaso dagli angloamericani, per effettuare una missione di sabotaggio.

Spesso ritornavo sull’argomento con coloro i quali mi avevano raccontato l’episodio, nella speranza di acquisire qualche nuovo tassello per completare il puzzle dell’intera vicenda storica. Mi resi ben presto conto che gli stessi parenti del paracadutista in questione, i quali pur avevano seguito la vicenda molto da vicino, avevano su alcuni punti le idee poco chiare o, quanto meno, non erano in grado di chiarirle a me che le avevo , all’epoca, ancora più nebulose di loro. Costoro, all’inizio del loro racconto, premettevano sempre che l’interprete dei fatti aveva iniziato la sua carriera militare come marinaio della Regia Marina, ebbene, io non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile che un marinaio fosse poi diventato paracadutista. Con il passare del tempo e con l’aumentare della mia passione per gli studi storici, venni a conoscenza di un reparto della Regia Marina costituito da paracadutisti e nuotatori guastatori, inquadrati nel Reggimento S. Marco della Fanteria di Marina. Vista la premessa costituita dal fascino esercitato su di me dalla storia alla quale ho fatto accenno, sarà facile al lettore capire come fu che mi appassionai prepotentemente all’argomento. Per entrare nel vivo della particolare vicenda, è indispensabile tracciare al lettore, seppur brevemente, la storia di questo reparto della Regia Marina che, ben stranamente, non gode della fama che più giustamente meriterebbe.

 

I NUOTATORI PARACADUTISTI

In vista della preparazione all’Operazione C3, ovvero il progettato sbarco sull’isola di Malta la Regia Marina predispone reparti di nuotatori e paracadutisti sabotatori che hanno il compito di attaccare, giungendo dal mare o dal cielo, le infrastrutture portuali dell’isola, le installazioni difensive costiere e il naviglio nemico alla fonda.

Il primo reparto a nascere è il battaglione “N”, lettera dell’alfabeto che è l’iniziale di “nuotatori”. Il reparto ha sede a Villa Letizia, presso Livorno. Si prevede che i nuotatori vengano trasportati in prossimità dell’isola da un mezzo avvicinatore ( sommergibile o mas) e il loro compito primario, dopo essere stati avvicinati, è quello di nuotare fino agli obiettivi assegnati e di minarli con cariche esplosive subacquee magnetiche o fissabili meccanicamente agli scafi nemici.

Oltre alle cariche di sabotaggio la dotazione di questi uomini prevede: bussola, apparecchio per la respirazione subacquea, cinghia in gomma con anelli per l’aggancio della dotazione di esplosivi contenuta in custodie impermeabili, pinne per mani e piedi e un battellino gonfiabile, detto tacchino, che può essere per quattro operatori, oppure del tipo a materassino, capace quest’ultimo di tenere a galla un solo “N”. Il vestiario comprende una muta con pantalone e camisaccio a mezza manica in gomma che viene indossata sopra un maglione di lana antiassideramento.

L’addestramento è micidiale in quanto tende a portare gli uomini ai limiti delle loro possibilità fisiche e morali. Sono previste prove di sbarco, uso degli esplosivi e soprattutto lunghe ed estenuanti nuotate. L’addestramento al nuoto, oltre che dalla fatica, viene reso ancor più impossibile dal fatto che il materiale di vestiario non è quanto di meglio si possa desiderare. Infatti, la muta in dotazione lascia filtrare l’acqua e dopo poco il maglione indossato sotto diviene zuppo. Ottime si dimostrano, invece, le pinne che, all’epoca, costituiscono una vera e propria dotazione segreta della Regia Marina ma che, dopo qualche anno, sarà copiata anche dagli inglesi. Parimenti di buona qualità si dimostrano gli ordigni esplosivi a disposizione per attaccare le navi che sono chiamati in gergo “mignatte” o “cimici ”. Questi aderiscono alla carena a mezzo di una ventosa, contengono una carica esplosiva di circa 2 kg ed hanno una spoletta ad orologeria. Oltre alle mignatte, la Regia Marina impiegherà anche i “bauletti esplosivi” che sono di maggiori dimensioni delle “cimici”, e quindi portano una carica di maggior potenza e vengono applicati dal guastatore subacqueo con due morse all’aletta di rollio della nave.

Successivamente al reparto di nuotatori verrà costituito il battaglione “P” , ovvero i Paracadutisti della Regia Marina, i cui uomini, addestrati alla Scuola di Paracadutismo di Tarquinia, troveranno alloggio in una colonia marina della Gioventù Italiana del Littorio a Porto Clementino, località distante da Tarquinia circa due chilometri.

Lo scopo dei Paracadutisti di Marina non è solo quello di effettuare attacchi alle installazioni e alle difese portuali nemiche ma costoro hanno tra i propri obiettivi anche i bacini idrici, le dighe, le centrali elettriche, le chiuse, i ponti ed, inoltre, se ne prevede l’impiego per la costituzione di teste di ponte.

I primi ad arrivare alla Scuola di Tarquinia, nell’ottobre ’41, sono una ventina tra marinai e sottufficiali comandati dal Ten. M. Bisanti. Il numero dei primi arrivati è piuttosto modesto in quanto nell’intendimento di Supermarina ci sarebbe di costituire un’unica compagnia di Paracadutisti. Solo in seguito, a fronte dell’elevato numero di domande per accedere al reparto, l’organico sarà portato a quello di un battaglione che viene messo al comando del tenente di Vascello Giulio Cesare Conti. Se Conti è il comandante, è da dire che il vero motore del reparto è invece il vice comandante che ne è anche il comandate operativo, ovvero il capitano del Genio Navale Nino Buttazzoni.

Gli uomini hanno un equipaggiamento piuttosto ricco. Oltre all’elmetto con paranaso, stivaletti di lancio, ginocchiere, guanti di lancio, pistola, pugnale bombe a mano, vari tipi di esplosivo, micce e detonatori, si deve considerare che, come arma lunga, viene dato in dotazione il MAB della Beretta mod 38A., dotato di più caricatori che vengono custoditi in un corpetto a gilè denominato “samurai”.

L’addestramento dei Paracadutisti, alla pari di quello dei Nuotatori, è ostico in quanto sono previsti lanci a terra, diurni e notturni, ma soprattutto lanci in acqua. La durezza della preparazione è dettata dal fatto che bisogna preparare uomini che siano in grado, una volta arrivati in acqua, di liberarsi del paracadute, gonfiare il “tacchino”, montare su questo e raggiungere la riva. Una volta a terra, si è appena all’inizio dell’opera. Necessita raggiungere a piedi l’obiettivo, che può distare anche decine di chilometri dalla costa, e una volta eseguito il sabotaggio, c’è da fare rifare a piedi il percorso a ritroso sino alla costa per attendere il sottomarino o il MAS che dovranno riportarli a casa. Gli “N” ed i “P” confluiscono nel Reggimento. San Marco che è gerarchicamente dipendente da GENERALMAS che, comandata dall’ammiraglio Aimone di Savoia Aosta, ha alle dipendenze anche la X° MAS e le Motosiluranti. Nel marzo del 1942, unità del “San Marco”, quale prova generale dell’efficacia operativa raggiunta, effettuano una articolata esercitazione a fuoco alla presenza del generale Ramke.

 

Come il lettore ben sa l’Operazione C3 non verrà mai effettuata e gli splendidi reparti di cui si tratta, seguendo una criminale logica tutta italiana, saranno impiegati come ordinaria fanteria. Tale pazzesco impiego non sarà un fatto isolato, divenendo, invece, una triste costante per tutti i reparti di paracadutisti preparati in Italia in quegli anni. Basta pensare all’impiego fatto, nella depressione di El Quattara, della Divisione Folgore che verrà decimata ad El Alamein, come pure ai Paracadutisti Libici utilizzati come retroguardia nella prima ritirata libica ed in quest’occasione annientati, come pure al primo Battaglione Carabinieri Paracadutisti che nella seconda ritirata libica andrà incontro all’identica sorte spettata ai Paracadutisti Libici.

 

Annullata l’operazione su Malta, nel novembre 1942, I paracadutisti di Marina e gli uomini del battaglione Nuotatori, verranno impiegati come truppa presidiaria a Tolone, in seguito all’occupazione italiana di parte del sud della Francia e della Corsica.

Alla base di Tolone, con tre treni provenienti da Livorno, giungeranno quindi, oltre a altri reparti, anche il battaglione Paracadutisti del S. Marco costituito circa da 500 uomini ed il reparto Nuotatori Guastatori composto da circa 300 elementi.

I battaglioni Paracadutisti e Nuotatori del S. Marco saranno poi ritirati dalla Provenza nel febbraio 1943 e ridestinati in Italia.

 

Grazie a Dio, la gerarchia si renderà conto che l’impiego in operazioni di presidio avvilisce l’animo di soldati così speciali e, all’inizio del 1943, le due specialità, “N” e ”P”, verranno fuse in modo tale da poter impiegare squadre miste, comandate da un ufficiale e composte 13/15 uomini che provengono sia dai Nuotatori che dai Paracadutisti. Purtroppo, benché l’idea sia buona giungerà piuttosto in ritardo e le squadre, così composte, troveranno impiego per modeste operazioni di sabotaggio nel Nord Africa oramai completamente in mano agli anglo americani. In vista di un oramai certo sbarco sulla penisola, saranno destinate alcune squadre di NP in Sardegna e in Sicilia. Queste hanno il compito di svolgere attività antiparacadutista ma, soprattutto, a sbarco avvenuto devono farsi sorpassare dal nemico avanzante per poi effettuare azioni di disturbo attaccandolo alle spalle. In queste azioni gli NP dovrebbero rifornirsi in depositi occultati precedentemente predisposti. Mentre le squadre di NP stanziate in Sardegna non entreranno in azione, differentemente, quelle predisposte in Sicilia effettueranno attacchi ai convogli angloamericani sbarcati sull’isola.

Sorpresi dall’8 settembre ’43 gli NP seguiranno strade diverse. Quelli dislocati in Sardegna si porteranno a Napoli ove verranno riorganizzati in un reparto della Regia Marina, chiamato Mariassalto ed impiegato per missioni di ricognizione oltre le linee e di sabotaggio. La maggior parte degli uomini, invece, si trasferirà a La Spezia, arruolandosi nella Decima Flottiglia Mas Repubblicana di Junio Valerio Borghese. In seno alla Decima il 27.10.43, verrà formato un Battaglione N.P. che, a partire da dicembre 1943 si trasferirà al lido di Iesolo accasermandosi in una ex colonia della G.I.L. In quest’ultima destinazione verrà effettuata una intensa attività addestrativa e, dal gennaio al maggio ’44, le reclute del battaglione seguiranno i corsi per ottenere i tutti i brevetti N.E.S.G.A.P., sigla che sta per Nuotatori Esploratori Sabotatori Arditi Paracadutisti. Atteso che il conseguimento del brevetto N.E.S.G.A.P. prevede l’abilitazione a tutte le specialità, i lanci col paracadute saranno effettuati sull’aeroporto di Tradate (VA), mentre l’addestramento a terra circa l’uso degli esplosivi e sulle tecniche di sbarco verrà fatto sulla spiaggia di Iesolo, lungo il corso del basso Piave, al ponte della Grisolera e al porto di Cortellazzo.

Anche il Bataglione NP della Decima, dopo aver avuto una formazione di tipo ultra specialistica, seguendo il pazzesco principio al quale si è fatto sopra cenno, sarà utilizzato come un comune reparto di fanteria di Marina, venendo impiegato in rastrellamenti nell’alto Piemonte, alla frontiera nord orientale per contenere l’avanzata del IX Corpus di Tito e, nel marzo del 1945, sul fiume Senio, speso in quest’ultimo settore nell’impossibile tentativo di contenere l’avanzata angloamericana.

 

IL VEGA ED I SUOI UOMINI

Il lettore mi perdonerà questa ampia premessa, ma la si è ritenuta necessaria al fine di illustrare la nascita di un reparto altrimenti poco conosciuto ed in seno al quale andrà a nascere e a svolgersi la missione alla quale si è fatto cenno all’inizio.  

Per fortuna, non tutti gli uomini del Battaglione NP della Decima Mas trovano impiego quale comune fanteria di Marina ma un’aliquota di questi, formata soprattutto dai veterani del reparto, confluisce nel Battaglione Vega che è al comando del T.V. Rossi ed è accasermato presso il Golf Club di Villa D’Este a Montorfano (Como). Il “Vega” ha come compito ufficiale quello di deposito del Battaglione NP ma ciò, in realtà, fa da copertura alla vera attività del reparto che è quella di impiegare, a partire dall’inizio del 1944, singoli operatori o squadre di NP, composte da 10/12 uomini, in attività informative e di sabotaggio nei territori italiani invasi dagli angloamericani. Il fatto che in tali attività il personale possa operare, oltre che in uniforme anche in borghese, aumenta i rischi per gli operatori i quali sanno bene che, se catturati in borghese, è loro riservata la pena destinata alle spie: la fucilazione.

Un gruppo di NP del Vega, composto da una sessantina di uomini, articolati in sei squadre e al comando del Ten. di Vasc. Rodolfo Ceccacci, viene destinato, quale sua prima base operativa a Capena, un paese vicino Roma tra la Flaminia e la Salaria. A Capena il gruppo, che verrà indicato poi come “Gruppo Ceccacci”, trova alloggio in un ex sanatorio dell’INPS.

Il “Ceccacci” ha come ufficiale di collegamento un ufficiale degli Alpenjager, gli alpini tedeschi, il quale peraltro parla correttamente italiano. La funzione dell’ufficiale di collegamento germanico è indispensabile in quanto il fronte è tenuto esclusivamente da tedeschi e ogni eventuale azione degli NP deve essere necessariamente concordata con il comando tedesco che deve creare le condizioni all’attraversamento del fronte.

 

LA PRIMA MISSIONE AL SUD

Giunge quindi il momento di entrare in azione e il comandante Ceccacci si rende immediatamente conto dell’importanza di questa prima operazione oltre le linee. Non si può e non si deve assolutamente fallire, anche perché bisogna riacquistare la fiducia dei tedeschi che si è persa in seguito ai fatti dell’8 settembre. Decide che a partecipare a questa prima operazione sarà lui stesso e che si farà accompagnare dall’allievo ufficiale Aldo Bertucci il quale, pur essendo il più giovane del gruppo, ha il pregio di aver passato l’infanzia in Inghilterra e conosce a perfezione la lingua di quelli che troveranno nel retrofronte avversario.

Ai primi di febbraio ’44 Ceccaci e Bertucci vengono accompagnati dai tedeschi in prossimità della linea del fronte, nei presi di Pennadipiedimonte, un paesino della Maiella a 600 metri sul livello del mare. Prima di affrontare la missione, che ha come meta la cittadina di Vasto, i due concordano cosa raccontare in caso di cattura, ricevono una congrua dotazione di Am Lire ed un fazzoletto capace di farli identificare dai tedeschi, al ritorno, come propri agenti inviati operativi dietro le linee nemiche. Il fazzoletto consegnato è marcato con inchiostro simpatico e, se fatto reagire con la cenere, rivela una sigla identificativa e con questa l’identità dell’agente inviato in missione. Iniziato il percorso di infiltrazione in un paesaggio completamente coperto dalla neve, i due seguono il corso del fiume Avella per ritrovarsi poi alla confluenza del fiume Verde che guadano, giungendo bagnati fradici sull’altra riva. Come detto la loro meta è Vasto ed una volta qui giunti il loro compito è quello di incontrare un informatore. E’ stabilito che il contatto avvenga dopo che i due abbiano disegnato su di un muro in piazza del Duomo un uomo dalla cui bocca esce un fumetto con la parola “MAX”. Sul muro di fronte apparirà un analogo fumetto a fianco del quale si farà trovare il loro uomo.

Ceccaci e Bertucci, in realtà, al loro contato di Vasto non arriveranno mai. Dopo aver guadato il fiume entreranno in una casa sulla riva opposta raccontando al proprietario di essere fuggiti dai tedeschi e chiedendogli di essere alloggiati per qualche ora..Il loro ospite, dopo averli fatti entrare si allontanerà con una scusa per fare ritorno dopo poco accompagnato dagli inglesi che arresteranno entrambi.

Mentre vengono accompagnati dai britannici, gli N.P. pensano bene di disfarsi del fazzoletto identificativo e delle AM LIRE la cui provenienza, avendo loro dichiarato di provenire dal nord Italia occupato, non saprebbero come giustificare. I due, in un primo momento, vengono ristretti a Casoli dove sono interrogati e da qui, il giorno dopo, trasferiti in un campo di concentramento inglese ubicato nei pressi di Vasto, dove sono sottoposti ad ulteriori interrogatori. 

Dopo qualche tempo saranno caricati su di un carro ferroviario e trasferiti a Grumo Appula, vicino Bari, dove esiste un campo di concentramento destinato ai civili o presunti tali la cui identità è in fase di accertamento. In quest’ultimo campo avranno la ventura di incontrare il sotto capo Brambilla, anch’egli N.P. della Decima ma appartenente ad un gruppo diverso dal Ceccacci e catturato nel corso di una missione informativa nel porto di Napoli. Nel campo di Grumo opera personale della sicurezza britannica esperto nel trattare i presumibili infiltrati dal nord. Si tratta degli uomini della Field Security Service che usano sia le minacce che le lusinghe per indurre Ceccacci e Bertucci a parlare. Benché gli inglesi le provino tutte, perfino di metterli l’uno contro l’altro promettendogli la libertà in caso si decidessero a denunciare il compagno, i due NP non si tradiscono e gli inglesi saranno costretti a liberarli. Differente sarà, invece, la sorte sotto capo Brambilla che il 24 giugno 1944, a Nisida (NA) verrà fucilato in quanto identificato come agente della R.S.I. infiltrato al sud. Al momento della fucilazione Brambilla, che è un campione di pugilato, ha solo 27 ani, essendo nato a Milano l’11 dicembre 1946.

Una volta liberati, Ceccacci e Bertucci decidono, per far perdere le loro tracce ma anche per ricevere qualche aiuto, di andare a Brindisi dove è stata trasferita l’Accademia Navale. All’Accademia presta servizio il fratello di Ceccacci che è anch’egli un ufficiale di Marina ma che ha optato per la Marina del Sud, anziché per quella Repubblicana del Nord. Certamente questi non negherà loro un aiuto.

Giunti all’Accademia, avranno l’amara sorpresa di scoprire che il Ceccacci fratello è stato trasferito a Taranto per essere imbarcato ed è necessario, quindi, per i due dirigersi verso Taranto. Arrivati alla base navale pugliese, mentre si aggirano per la città, incontrano, per caso, l’attendente dell’ufficiale medico del Battaglione N.P.. Quest’ultimo, dopo l’8 settembre, ha scelto, alla pari del fratello di Rodolfo Ceccacci, la via del Sud. L’ufficiale medico in questione è un uomo eccezionale, ancora oggi ricordato da chi lo ha conosciuto con infinita stima ed affetto ed è un grande amico di Ceccacci. Possono quindi chiedere ospitalità proprio a lui  in quanto sono certi che non gli sarà negata. Effettivamente, si ritroveranno ospiti a casa di quest’ultimo per lungo tempo. La particolarità di questa ospitalità è che il loro ospite è ben conscio del pericolo che corre tenendoli in casa in quanto i due NP, in rispetto della vecchia amicizia, lo mettono al corrente di quali siano i motivi che li hanno portati a Taranto. Ceccacci e Bertucci si rendono ben presto conto di essere una ben strana coppia di agenti segreti. Infatti, nell’ambiente della Marina e soprattutto in quello dei Nuotatori Paracadutisti del Sud si sparge la voce della loro presenza in città cosa che dà l’avvio ad una serie di visite presso l’abitazione dove sono alloggiati.

A questo punto il lettore mi permetterà una breve digressione: spesso mi sono chiesto se l’arrivo di Bertucci e Ceccacci a Taranto sia proprio casuale, oppure non sia stato preordinato sin dall’inizio della missione. E’ noto che la Decima Repubblicana, al fine di tutelare l’italianità delle regioni nord-orientali, sulle quali puntano le mire di Tito, avrà ampi contatti con la Regia Marina del Sud. Molti sono gli autori che fanno riferimento al cosi detto “Piano De Courten”, cioè il progetto di uno sbarco a Trieste ed in Istria del Reggimento San Marco del sud che dovrebbe unirsi alle forze della Decima di borghese e ai partigiani della Osoppo per contrastare le forze armate titine che intendono occupare l’Italia Nord Orientale per far sì che al termine della guerra queste regioni siano, gioco forza, assegnate alla Jugoslavia. Di ufficiale sul “Piano De Courten” si sa ben poco in quanto dagli archivi nessun documento è mai uscito in proposito ma, come detto, numerosi sono gli autori che ne fanno riferimento e d uno di questi è Sergio Nesi. Quest’ultimo, nel suo volume “Decima Flottiglia Nostra”, edito da Mursia nel 1997, riferisce degli emissari della Regia Marina inviati al Nord per prendere contatti con il Comando Decima Mas. Tra questi vi sono il pittore Baccarini che, insieme ad un radiotelegrafista, viene sbarcato in Alto Adriatico da un sommergibile, il maggiore medico della Regia Marina Potzolu, il Tenente di Vascello Zanardi, il Capitano del Genio Navale Marceglia l’ingegnere Giorgis. In particolare, Nesi trattando di uno di questi, ovvero il Tenente Medico del Regio Esercito Cino Boccazzi, detto Piave, scrive  “Preso prigioniero da un reparto della ‘Decima’ in Venezia Giulia, ha dichiarato di essere stato lanciato con il paracadute, quale ufficiale di collegamento tra il gen. Messe e la Brigata “Osoppo”. E’ stato tenuto ospite, per tre mesi al Comando della Divisione “Decima”, con il compito, da lui accettato, di collaborare al tentato coordinamento di azione fra la “Decima” e la brigata “Osoppo”, in funzione antislava a difesa dei confini orientali”. Se la Regia Marina manda emissari al nord è facile intuire che anche la Decima Mas ne invii in direzione opposta e allora perché mai Ceccacci e Bertucci non potrebbero essere tra questi?

Sull’argomento, peraltro, Guido Bonvicini nel suo volume Decima Marinai, Decima Comandante!, La fanteria di Marina 1943/1945, edito da Mursia, Milano, 1988 scrive (cfr. pag.225) “,Marceglia...fu accompagnato a Milano dove lo aspettava Borghese. De Courten lo aveva inviato per prendere gli ultimi accordi sul progetto.....,e per il quale il Comando X° aveva redatto un piano esecutivo inviato a De Courten durante la missione a sud del T.V. Ceccacci”.

Non sono in grado di asserire che l’arrivo dei due a Taranto non sia casuale ma di tre cose sono certe:

la prima è che ancora oggi gli NP superstiti delle azioni speciali al Sud sono reticenti sulle azioni alle quali hanno partecipato;

la seconda è che Taranto sarà l’obiettivo di molti operatori dei servizi speciali inviati al sud. Per esempio il noto Giorgio Pisanò, nella sua seconda missione nell’Italia occupata, avrà Taranto come meta e su Taranto sarà pure paracadutato, nella prima quindicina del settembre 1943, tale  Croce Eduardo il quale, come poi narrerà ai lettori di Storia del XX Secolo (cfr. nr. 31 anno 1997), deve assolvere alla missione di procurarsi informazioni militari, effettuare sabotaggi e prendere contatto con un ufficiale della Marina del sud per consegnargli un messaggio racchiuso in un pacchetto di sigarette americane;

la terza cosa certa è che i due NP, nel loro periodo a Taranto, intrecciano tutta una serie di contatti con ambienti civili e militari, contatti che vengono tenuti in prima persona da Bertuci in quanto il Ceccaci è troppo noto, negli ambienti della Marina, per poter circolare impunemente per le vie di Taranto.

Per quanto riguarda i contatti presi, vi sarà un gruppo di civili che chiederà, ottenendolo, un incontro con i due, e anche questo giova a far capire quanto sia “segreta” la presenza dei due agenti “segreti” in città. Al convegno, che si svolge in uno studio dentistico, partecipa solo Bertucci che, giunto al luogo dell’incontro, vi trova alcuni civili e militari che vedono a loro capo proprio il dentista titolare dello studio. Si tratta, in buona sostanza, di un gruppo di italiani che per contrastare in qualche modo la presenza angloamericana intendono organizzare una “resistenza” contro le truppe occupanti alleate (evidentemente c’è qualcuno che non li considera “liberatori”), soprattutto attuando azioni di sabotaggio. Costoro hanno già un obiettivo da attaccare e si tratta del ponte mobile di Taranto. Bloccarlo chiuso, danneggiandolo, significa imprigionare all’interno del mar piccolo tutte le navi che vi si trovano, realizzando così un risultato con riflessi militari e psicologici di rilevante portata. Purtroppo, il gruppo di “resistenti” tarantini, pur disponendo di esplosivi, non comprende al suo interno artificieri capaci di utilizzarli e vorrebbe che dal territorio della R.S.I. fossero inviati degli esperti di esplosivi per effettuare l’azione.

E’ interessante rappresentare al lettore che il gruppo di Taranto non sarà l’unico nel sud Italia invaso ad organizzarsi o a tentare di organizzarsi per resistere a quegli eserciti che si considerano invasori e non certo liberatori. Per chi volesse saperne di più sui movimenti di resistenza fascisti e patriottici nel sud Italia invaso, consiglio di leggere l’ottimo, ma purtroppo di difficile reperimento: Mezzogiorno e Fascismo clandestino 1943 –1945, scritto da Fatica Francesco ed edito da ISSES - Istituto di Studi Storici e Sociali, Napoli, 1998. In merito al gruppo di Taranto capeggiato dal dentista, infine, è da ricordare che sia Bruno Spampanato che Francesco Fatica, trattando dei movimenti clandestini che operano nella Puglia occupata, fanno riferimento ad un gruppo operante a Taranto del quale fa parte un odontotecnico di nome Sciatrì, anche se è probabile che il nome corretto sia Chatry.

Ceccaci e Bertucci concorderanno, con il dentista tarantino e con i suoi, un codice radio ed una frase chiave da far precedere a tutte le comunicazioni che avverranno in seguito. Il codice da usarsi viene individuato nell’impiego di un dizionario di italiano della casa editrice Zanichelli di Firenze nella sua edizione del 1941, scelta fatta solo perché il volume è presente nella biblioteca del dentista.

Finalmente, dopo tre mesi passati in territorio occupato, i due NP, alla fine di aprile del 1944, si decideranno a fare rientro al Nord. Per la strada del ritorno decideranno di non attraversare di nuovo le linee via terra, ma di doppiarle sul mare facendosi traghettare da alcuni pescatori napoletani, dietro compenso di una cospicua somma raccolta tra i loro colleghi ufficiali di Taranto. I marittimi napoletani li imbarcheranno a Torre Caveta, a nord di Napoli, per poi sbarcarli al largo di Gaeta, località ancora in mano ai tedeschi.

 

L’ASSALTO AL PONTE

La storia fin qui raccontata il lettore potrebbe facilmente riscontrarla nell’interessante volume di Aldo Bertucci dal titolo: Guerra  Segreta oltre le linee, I “Nuotatori Paracadutisti” del Gruppo Ceccacci (1943 – 1945), edito da Mursia nel 1995. Quindi, il racconto fin qui fatto è stato ampiamente dato alle stampe da uno dei due protagonisti

Quello che invece pochi sanno, ed è questa una di quelle storie che rischiano di andare “completamente perse e di non essere mai più raccontate”, alle quali ho fatto riferimento all’inizio di questo mio articolo e che, una volta che Bertucci e Ceccaci saranno rientrati alcuni NP verranno paracadutati su Taranto per sabotare il ponte girevole che collega la parte vecchia della città con quella nuova. Si tratta di un obiettivo piuttosto appetibile in considerazione del fatto che l’apertura dello stesso ponte consente al naviglio di maggiore tonnellaggio di passare dal Mar Grande al Mar Piccolo, permettendogli così entrare nell’arsenale di Taranto. Sabotare il meccanismo di apertura/chiusura fermandolo in posizione chiusa significherebbe bloccare tutte le navi di una certa importanza militare all’interno del Mar Piccolo impedendone l’uscita in mare. Oltre al risultato bellico, bisogna poi considerare quello psicologico che si otterrebbe sul nemico, colpendolo alle spalle, a migliaia di chilometri dalle prime linee, proprio lì dove meno se lo aspetta, e costringendolo perciò a vivere sempre in allarme anche nel retrofronte non proprio immediato.

Il lettore deve intendere che, in considerazione della mole del manufatto  in questione il sabotaggio dello stesso necessita, indiscutibilmente, di guastatori specializzati. Il ponte, infatti si presenta come un’opera di una certa importanza essendo lungo 89 metri, largo 6,70 metri e con una luce di 12,10 metri. Quale curiosità, giova rammentare che chi ha la ventura di vedere oggi il ponte in questione non vede lo stesso ponte di cui stiamo parlando che, costruito nello stabilimento Cottrau di Napoli e inaugurato nel maggio 1887 verrà poi demolito nel 1957 e sostituito con quello odierno, costruito su progetto delle Officine di Savigliano (TO).ed inaugurato nel 1958.

Ebbene, ritornando alla nostra storia, una volta rientrati al comando Decima, Ceccaci e Bertucci riferiranno dei loro contatti al sud e del codice da utilizzare deciso con il gruppo di Taranto. Il vocabolario per poter interloquire cripticamente con il dentista tarantino e i suoi compagni sarà difficile da reperire ma, alla fine, una copia sarà acquistata presso la stessa casa editrice a Firenze. Concordato via radio l’arrivo a Taranto dei sabotatori richiesti, il colpo contro il ponte sarà tentato nel giugno 1944.

Dei sabotatori che hanno come obiettivo il ponte girevole farà parte quel paracadutista di cui ho detto all’inizio ma del quale non riferirò il nome per motivi di opportunità. Al lettore basterà sapere che, oltre ad aver raccolto dalla sua voce la narrazione dei fatti, ho provveduto ad eseguire riscontri con fonti di vario genere, facendomi rilasciare anche dichiarazioni verbali e per iscritto dai familiari che lo andarono successivamente a trovare in prigionia e da altri che lo conobbero.

Il nostro N.P. dopo l’8 settembre 1943, dopo essersi nascosto per un certo periodo nelle campagne attorno Tarquinia, si porta al Nord dove si arruola nella Decima Flottiglia mas. Viene destinato al Btg. NP e, trattandosi di un veterano del reparto, è assegnato al Btg. Vega, venendo trasferito alla base di Capena del gruppo Ceccacci all’inizio del 1944.

Nella seconda metà di giugno, dopo un volo notturno fatto radente il mare a bordo di un bombardiere veloce tedesco, verrà paracadutato, assieme ad un ufficiale del suo reparto, in prossimità di Taranto. I due paracadutisti vengono lanciati in borghese e con l’esplosivo per effettuare il sabotaggio al ponte mobile, ben celato in alcuni barattoli metallici di pesche sciroppate. Una volta atterrati i due però non porteranno a termine l’azione e non si è in grado di spiegare la motivazione del mancato sabotaggio anche se si può però avanzare una interessante ipotesi.

E’ bene premettere che il ponte, stante il perdurante stato di guerra, in esecuzione di una disposizione del Comando Marina di Taranto è costantemente aperto, questo sia per consentire più rapidi movimenti alle unità da guerra,  sia per inficiare eventuali tentativi di sabotaggio o l’offesa aerea da parte di bombardieri. Tale misura precauzionale, peraltro, è stata presa anche durante il conflitto mondiale precedente.

Fatta questa premessa è facile capire che per bloccare il ponte in posizione chiusa i due guastatori devono, per forza di cose, prima obbligare i militari italiani di guardia a chiuderlo e poi far saltare i congegni di movimento. L’azione quindi prevede l’assalto al corpo di guardia e sicuramente l’uso delle armi contro gli uomini che ne fanno parte, cosa che potrebbe causare la morte di altri italiani.

L’ineluttabilità dell’assalto al corpo di guardia costituirà per i due NP, a mio avviso, una difficoltà insormontabile. A tal proposito, un amico del nostro paracadutista, che mi ha rilasciato una dichiarazione in merito ai fatti di sua conoscenza ha affermato: “Ci incontrammo e parlammo a lungo e mi giurò che mai avrebbe condotto a termine l’azione affidatagli dal suo comando (un attentato a Taranto per sabotaggio). Mi narrò di essere stato denunciato da un infiltrato del suo reparto; aggiunse che mai si sarebbe macchiato dell’attentato che avrebbe potuto arrecare danno a persone e specie agli italiani”

Il Nuotatore Paracadutista, protagonista del nostro racconto, avendo rinunciato al sabotaggio, con mezzi di fortuna farà ritorno al suo paese nativo in provincia di Salerno, dove si nasconderà grazie all’aiuto di un suo cugino. Passeranno poche settimane e, nel paese di provincia, arriveranno due poliziotti inglesi della F.S.S. i quali, grazie al fatto che in un piccolo paese si conoscono tutti, rintracceranno senza difficoltà e arresteranno il paracadutista e il cugino suo ospite. Quest’ultimo se la caverà con un breve soggiorno nel carcere di Salerno dove verrà affidato agli interrogatori di un sergente inglese che sfogherà su di lui, interrogandolo, tutta le sue capacità pugilistiche.

Il nuotatore paracadutista, invece, dopo un breve periodo passato nelle carceri di Salerno, verrà trasferito a quelle di Bari ove sarà interrogato, a sua volta, da un capitano inglese della F.S.S.. Dalle carceri di Bari farà poi visita a tutti i campi di prigionia destinati ai civili o a coloro i quali sono stati catturati in abito civile dietro le linee angloamericane. Da Bari sarà trasferito al campo di Grumo Appula, di cui abbiamo già parlato, da qui al campo di concentramento della Certosa di Padula ed infine all’R. Civilian Internee Camp di Collescipoli (Terni), che più che un campo di concentramento è un girone dell’inferno in quanto gran parte dei detenuti lì ristretta è gente che, gravemente sospettata di spionaggio, rischia la fucilazione e quindi, anche quando si incontra qualcuno che si conosce si fa finta di ignorarlo perché anche un saluto alla persona sbagliata può portare direttamente al plotone di esecuzione.

Nel corso della detenzione il Nuotatore Paracadutista continuerà testardamente a sostenere la tesi di essere sì un militare della Decima Mas inviato in missione oltre le linee, ma di aver accettato la missione e di essersi lanciato solo per poter far ritorno a casa, come ha poi fatto. Tesi, quest’ultima, peraltro, adottata da tutti gli agenti speciali della Republica Sociale in caso di cattura dietro le linee nell’Italia occupata.

Scoprirà, come sopra preannunciato, di essere stato tradito da un infiltrato nel suo reparto, presumibilmente dal suo stesso compagno di lancio. Quest’ultimo però, dopo averlo tradito, lo salverà dalla fucilazione perché sosterrà la sua tesi affermando che è vero quanto da lui affermato e cioè che si è lanciato al Sud solamente per disertare e tornarsene a casa.

Negli anni ho a lungo e infruttuosamente tentato di rintracciare il compagno di lancio del nostro paracadutista, sia per avere maggiori dettagli sull’operazione di Taranto, sia per tentare di conoscere da quest’ultimo i nomi dei delatori e i meccanismi della delazione. Alla fine mi sono però convinto che si sia trattato di tradimento, dell’opera di un doppiogiochista o, anche, della debolezza di uno che, beccato dai servizi segreti alleati, non è stato capace di sopportare minacce morali e fisiche, alla fine poco o nulla conta. Che la delazione, in questo caso, sia avvenuta oppure no, ha scarsissima importanza. Infatti, nel 1945, quando alla fine della guerra gli NP della Decima si ritireranno a Venezia e qui verranno raggiunti dal Btg. S. Marco del Sud, potranno constatare come gli alleati posseggano gli elenchi, completi di foto, di tutti gli appartenenti al loro battaglione .

Inoltre, nel 1944 i servizi segreti alleati saranno in possesso degli elenchi dettagliati degli agenti speciali della R.S.I.. Tali elenchi saranno acquisiti dagli angloamericani in quanto, nel settembre 1944, una missione dell’O.S.S., denominata ”Missione Fausto”, operante nell’entroterra ligure, prenderà prigioniero un alto ufficiale tedesco catturando anche il carteggio che reca con se. Da tale carteggio, oltre ad importantissime notizie di carattere militare, si individueranno anche molti degli agenti operanti oltre le linee, nonché i nuovi codici identificativi ed i metodi di riconoscimento di questi ultimi.

Un’ulteriore serie di nomi degli agenti speciali sarà poi acquisita dagli Alleati grazie ad un vero e proprio tradimento. Scrive in proposito Arena (cfr. Arena, Paracadutisti, Ermanno Albertelli Editore, Parma, 1996, pag. 254;): “Altri elenchi di informatori e le loro dislocazioni vennero forniti dall’O.Gr.Fu. Wolff durante gli incontri di Berna con gli Alleati (Operazione Sunrise) ed in tal modo furono neutralizzate poco prima della fine le reti informative nel Sud Italia”. Lo stesso Giorgio Pisanò, catturato nel corso della sua seconda missione, avrà modo di leggere il suo nome su di una rubrica intestata “Enemy Agents” e nella sua opera “Storia della Guerra civile in Italia “, trattando dello stesso argomento, confermerà  la tesi di Arena: Gli Angloamericani vennero in possesso degli elenchi di tutti gli appartenenti ai servizi ‘speciali’ fascisti: nomi veri, nomi di copertura, fotografie, indicazioni di ogni genere. Questo colossale tradimento, perpetrato da uomini delle SS in Italia, già da tempo in contatto con gli Alleati, permise a questi ultimi di catturare, nel volgere di poche settimane centinaia di “agenti speciali”.

Ritornando al nostro N.P., rinchiuso al campo di Collescipoli a Terni, una volta che avrà evitato la fucilazione, sarà rilasciato, profondamente debilitato nel fisico, solo nell’anno 1946, facendo finalmente ritorno a casa. Porterà impressa nell’anima, per tutta la vita, questa sua avventura.

Ho voluto raccontare brevemente la storia dei Nuotatori paracadutisti e, in particolar modo, quest’avventura non solo perché non se ne perda la memoria ma anche per ribellarmi ad un falso stereotipo del soldato italiano buono più a fuggire che a combattere. Nel corso delle mie ricerche ho avuto modo di incontrare molti superstiti del reparto. Mi hanno dato l’impressione di trattarsi di gente che al momento della prova hanno fatto del dovere una specie di religione. In particolare, ascoltando le motivazioni di coloro i quali dopo l’8 settembre hanno scelto di non tornare a casa ma di continuare a combattere per la Regia Marina o per la Marina Republicana ho avuto la sensazione di persone con una grande contezza di se, non come singoli individui ma come portatori di un sentimento del dovere che li ha posti nella necessità di fare quello che hanno fatto. Prima che morisse, ebbi un contato epistolare con uno degli istruttori del Btg. NP, tale Remo Tonin, il quale, tra l’altro, mi scrisse : “Politica: neanche un grammo! Amor di Patria Tonnellate.

Certo che, visto il tutto a distanza di 55 e più anni , viene proprio da dire la frase classica: - che te l’ha fatto fare  - , ma allora avevo 23 anni e ancora adesso sono convinto di non aver sbagliato scelta”.

L’intero apparato bellico italiano, per tutto il conflitto supplirà alle manchevolezze della produzione industriale, con il senso del dovere e lo slancio eroico dei singoli militari. Gli N.P. saranno tra coloro i quali, non avendo né tecnologia ne produzione industriale da spendere nella guerra spenderanno se stessi in uno slancio eroico senza pari.

 

Daniele Lembo

 

16/03/2007


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