STORIA 2007

 

LA DECIMA MAS E IL BANDITO GIULIANO.
STORIA DI UNA LEGGENDA CHE RISCHIA DI DIVENTARE STORIA.


Gli equivoci sui rapporti tra la Decima e la banda Giuliano, in guerra e nel dopoguerra

LA DECIMA E IL BTG. VEGA


La Decima Flottiglia Mas nacque come reparto speciale della Regia Marina con il compito di operare alle spalle del nemico, portando i propri addestratissimi sabotatori fino ai porti nemici. Erano questi i nuotatori d’assalto, i piloti dei motoscafi esplosivi e i piloti dei siluri a lenta corsa, (i siluri erano meglio conosciuti come “Maiali”) che avevano come obiettivo quello di sabotare il naviglio nemico alla fonda o in navigazione.
Dopo l’8 settembre ‘43, Junio Valerio Borghese, alla Spezia, stipulò un vero e proprio trattato di alleanza con i tedeschi. Mentre Borghese voleva continuare a combattere avendo mano libera, i germanici volevano appropriarsi del know how, ovvero del corredo di conoscenze tecnico scientifico, in possesso della Decima nel campo della lotta subacquea.
Il Principe Borghese avrebbe poi armato poche e modeste unità navali, continuato ad addestrare sabotatori subacquei, ma soprattutto avrebbe trasformato la Decima in una Divisione di fanteria di Marina: la Divisione Decima.
Tra i reparti armati da Borghese vi fu il battaglione Nuotatori Paracadutisti, meglio conosciuto come Battaglione N.P.. Originariamente il Battaglione doveva servire a compiti di sabotaggio, tant’è che a tutti gli appartenenti furono fatti seguire i corsi N.E.S.G.A.P. – Nuotatore Esploratore Sabotatore Guastatore Ardito Paracadutista. In realtà, poi, seguendo un’infausta usanza tutta italiana queste costosissime truppe (addestrare ai corsi NESGAP era molto oneroso) furono impiegate in ordinari compiti di fanteria.
Il Battaglione N.P. ebbe, in un secondo tempo, una strutturazione organica dicotomica. In quanto, dal battaglione principale, che come detto voleva essere un battaglione di sabotatori incursori e fu invece impiegato come ordinaria fanteria, si articolò il Battaglione Vega. Il Vega aveva un compito di copertura che era quello di essere il “Deposito” del Battaglione principale, ovvero doveva di fornire i complementi, le sostituzioni di uomini, al reparto di N.P.
Effettivamente, gli uomini del Vega erano specialisti in azioni di guerra non ortodossa, sabotaggi, spionaggio ed “operazioni sorpasso” nei territori italiani invasi.
Cosa era un’Operazione sorpasso?
In breve, il Vega lasciava uomini perfettamente equipaggiati nei territori dei quali si prevedeva l’occupazione. Una volta che quei territori fossero caduti nelle mani degli Angloamericani, sarebbero state eseguite azioni di attacco alle spalle del nemico con rapide puntate del tipo “mordi e fuggi”. Gli uomini del Vega potevano anche attraversare le linee per portarsi nei territori occupati e svolgere missioni informative, di sabotaggio e di appoggio e supporto a gruppi di patrioti ivi esistenti.
Negli anni seguenti al dopoguerra, sull’operato del Vega sono nati una serie di veri e propri miti. C’è stato, per esempio, chi ha voluto vedere nel Vega l’inizio dell’Organizzazione Gladio.

Alcuni autori, nel tempo, hanno invece sostenuto la fantasiosa tesi che vorrebbe la Decima Mas Repubblicana di Valerio Borghese in contatto e, quindi, in collaborazione con il bandito Giuliano e la sua banda.
Tale tesi, è stata ripresa negli ultimi anni, con eccezionale vigore, dallo studioso siciliano Giuseppe Casarrubea, autore, tra l’altro, del volume Storia Segreta della Sicilia.
Secondo lo studioso siciliano vi sarebbero stati, non solo in guerra, ma anche e soprattutto nel dopoguerra dei proficui rapporti di collaborazione tra la Decima Flottiglia Mas Repubblicana e la banda Giuliano.

Chi è tenacemente assertore del fatto che connubio vi sia stato basa la sua convinzione partendo dall’invio, durante la guerra, di squadre di informatori/sabotatori del Battaglione Vega, in Campania e nella Sicilia occupate.
Alcune squadre del Vega passarono effettivamente le linee comandate in missioni di sabotaggio, informative e talune con il compito di prendere contatto con gli elementi locali capaci di opporre una resistenza agli angloamericani. In Campania venne inviata la squadra del ten. Gallitto che contattò gli uomini della rete di resistenza fascista, meglio conosciuta come “Rete Pignatelli”, mentre, secondo il Casarrubea, in Sicilia furono mandati gli uomini della squadra del sottotenente Anassagora Serri.
Leggendo “Storia Segreta della Sicilia” si arriva alla conclusione che la Decima, tramite gli uomini del Vega, non solo contattò e sostenne (con armi, istruttori militari ecc.) la banda Giuliano ma, addirittura, Giuliano e i suoi sarebbero stati in organico alle Forze Armate della Repubblica Sociale. Tale ultima ipotesi, in realtà, viene soltanto ventilata, ma viene ventilata in maniera talmente convinta da divenire verità in mano all’autore. Finita la guerra, Giuliano e gli uomini del Battaglione Vega, infine, sarebbero poi passati al servizio degli americani e impiegati nella strategia del terrore per tenere buoni contadini e comunisti (Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia - Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra - Bompiani, Milano, 2005 pag. 24), strategia che avrebbe avuto il suo culmine nella strage di Portella delle Ginestre, alla quale avrebbero preso parte sia la mafia che gli uomini della Decima, risultando i veri esecutori di quel delitto.
In realtà, tali ardite conclusioni sembrano poggiare più su minuziose elaborazioni di chi le sostiene che su solidi fatti. L’autore, in alcuni mi sembra che equivochi, mentre altre volte dimostra di non conoscere fatti e aspetti militari, non solo della Decima Flottiglia Mas ma dello stesso Regio Esercito.
Per esempio, il Casarrubea, tra l’altro, scrive: “Una attenzione particolare meritano, in ultimo, le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 – 1945. Figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5, il moschetto automatico Beretta mod. 38, cal. 9, il moschetto mod 1891/38 cal.6,5. Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda Giuliano a Portella della Ginestra, durante la strage vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal 6.5 e il moschetto mod. 1891/38 cal. 6,5. Il moschetto automatico Breda mod. 38 cal. 9 è invece utilizzato – come meglio vedremo avanti – da Salvatore Ferrero…(…)…E’ infine da rilevare che tra le armi in dotazione dei commandos della Decima troviamo anche la bomba a mano SRCM mod. 35, lo stesso tipo di bomba utilizzato per gli assalti alle camere del lavoro di Palermo. Probabilmente, queste armi erano largamente diffuse in quell’epoca, ma sta di fatto che esiste una perfetta corrispondenza tra quelle usate dalla banda Giuliano e le altre provenienti dal clandestinismo fascista e della Decima in particolare”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, pag. 79 /80)
L’affermazione dimostra una scarsa conoscenza della realtà militare italiana di quegli anni in quanto tutte le armi citate non erano “Probabilmente, largamente diffuse in quell’epoca” ma erano effettivamente largamente diffuse perché erano le armi in comune dotazione a tutte le Forze Armate italiane. Insomma, quelle armi, in quel periodo, erano alla portata di tutti e non solo della Decima o del clandestinismo fascista. Il fucile 91 in particolare, era un arma comunissima e, a discapito dei suoi detrattori, debbo dire anche molto precisa e affidabile. Si pensi che sarebbe stata poi impiegata per assassinare Kennedy e spero che qualcuno non arrivi a sostenere che anche Kennedy sia stato ammazzato dagli N.P. della Decima.
Differente sarebbe stato se Giuliano avesse usato ad armi come il mitra F.N.A. modello B – 1943 o il mitra modello T.Z. 45. Entrambi i mitra erano armi piuttosto rare perché costruiti in quantità molto limitate nel territorio della Repubblica Sociale Italiana. Quale curiosità è da riferire che dette armi sono state usate dalle Brigate Rosse per il sequestro Moro e, seguendo la stessa logica dell’autore siciliano, si potrebbe arrivare a sostenere la bella tesi che anche le B.R. erano uomini della Decima o in contatto con la Decima.

GIULIANO AGENTE SPECIALE DELLA DECIMA?
L’ipotesi che vorrebbe la Decima in rapporto d’affari con la banda Giuliano nasce dalla consultazione degli atti relativi agli interrogatori degli agenti del Vega operanti in Sicilia e catturati dagli Alleati.
Per quanto mi consta, in tali documenti relativi agli interrogatori, gli agenti del Vega catturati fanno solo riferimento all’esistenza di una banda agli ordini di Giuliano ed operante in Sicilia. Nel verbale di interrogatorio di Pasquale Sideri, uno degli N.P. catturati dagli angloamericani, si può leggere: ”I fratelli CONSOLE (due n.p. del Vega n.d.a.) dissero al SIDARI che c’era una banda armata, guidata da un certo GIULIANI in Sicilia. Che questa banda era ben armata e contava tra i suoi uomini alcune centinaia di disertori tedeschi. Essi anche dissero che la popolazione aveva una buona opinione di questa banda e gli dava ogni possibile assistenza. I due fratelli CONSOLE inoltre dissero al SIDARI che subito dopo natale MAGISTRELLI e CONSOLE Giovanni sarebbero andati al nord per fare rapporto al comando della X Flottiglia MAS circa la banda GIULIANI.
Il SIDARI intuì che i tre (MAGISTRELLI e i due CONSOLE) erano in missione.
Il SIDARI, temendo che avrebbero rapportato su al nord che egli e TARRONI avevano finanziato uno spettacolo di varietà, non disse ai fratelli CONSOLE che egli e TARRONI erano in missione.
Il SIDARI asserisce che egli non chiese ai fratelli CONSOLE, nè essi diedero volontariamente informazioni, se erano o meno in contatto con la banda GIULIANI.”( Cfr. N.A.R.A.RG. 226, S. 174, b, 26, F. 181, Sidari Pasquale.).

Casarrubea, invece, afferma che non è infondata l’ipotesi che Salvatore Giuliano si sia addirittura trasferito al nord per arruolarsi nella Decima ed essere addestrato come agente speciale, dopodiché sarebbe ritornato in Sicilia dove avrebbe operato con la sua banda.

UNA NECESSARIA PRECISAZIONE
Occorre, a questo punto, fare una precisazione: verso la fine del 1944/inizio del ’45 due uomini del “Gruppo Ceccacci”, un gruppo di sabotatori/informatori destinati ad operare dietro le linee nell’Italia invasa, gruppo che sarebbe poi confluito nel Battaglione Vega, passarono le linee in missione e arrivarono fino a Taranto I due, che erano Aldo Bertucci e Rodolfo Ceccacci (cfr. Aldo Bertucci, Guerra segreta oltre le linee, Mursia), avrebbero poi fatto rientro al nord imbarcandosi, a fine aprile ’44, nei pressi di Napoli su una barca da pescatori e avrebbero superato il fronte via mare, sbarcando nei territori a nord della linea dei combattimenti. Ad imbarcarsi con loro vi sarebbero stati altri due uomini, il comandante Scarelli e un non meglio identificato quarto uomo, un Sottocapo di Marina.
Secondo il ricercatore siciliano su quella barca vi sarebbe stato anche il bandito Salvatore Giuliano. A sostegno di ciò si fa riferimento ad un documento segreto, datato 3 novembre 1944, redatto dal colonnello Hill Dillon del C.I.C., il controspionaggio dell'esercito statunitense nell'Italia liberata, nel quale si legge che: "[…] Il seguente nominativo corrisponde a quello di un agente nemico. Al momento, riteniamo si trovi nel territorio dell'Italia liberata (Napoli o Taranto): Giuliani, secondo capo. Reparto: sommozzatori. Era di stanza a Taranto nei ranghi della Decima Flottiglia Mas. Si è poi recato a Napoli e, nell'aprile 1944, ha fatto ritorno in territorio nemico (nel territorio della R.S.I., n.d.a.) assieme a Ceccacci […]. Età: 28 anni. Statura: 1 metro e 65 centimetri. Capelli: scuri. Occhi: neri. Fisico: robusto. […].(Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, pag. 177/178, il documento in riferimento e conservato al N.A.R.A. rg 226, s. 174, B.114, F. 869 agenti nemici ).
Quindi, il quarto uomo imbarcatosi a Napoli con Ceccacci, Bertucci e Scarelli sarebbe stato il secondo capo Giuliani.

Casarrubea, pur con le “dovute cautele”, sostiene quindi l’ipotesi che Giuliano (il bandito), in fuga dalla Sicilia dopo aver assassinato il carabiniere Mancino nelle campagne di Montelepre il 2 settembre 1943, abbia trovato rifugio in Calabria e di qui si sia portato a Taranto e si sia arruolato agli ordini del capitano Kelly dell’O.s.s., nei ranghi del corpo "Nuotatori - Sommozzatori". Da Taranto, incontrati Ceccacci e Bertucci, si sia imbarcato con loro a Napoli per raggiungere il Nord. Dopo un periodo passato nel territorio della R.S.I. sia poi rientrato al sud. Scrive infatti: “non è infondata l’ipotesi che il bandito, di ritorno dalle zone di combattimento attorno alla linea Gustav, abbia avuto il mandato di fondare una banda legata alla rete sotterranea che passava dal principe Pignatelli agli uomini della decima Flottiglia Mas e faceva capo, quindi, agli uomini più in vista della R.S.I.. In virtù dell’incontro con Ceccacci, le sorti del bandito cambiarono: da povero che spara a un carabiniere per difendere il suo sacco di farina sequestratogli ad un posto di blocco egli diventa capo di una banda tutta singolare. I suoi membri hanno la coscienza politica dei militi organizzati nelle fila di Ceccacci o Buttazzoni”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia…, Cit. pag. 178/180)
E’ bene evidenziare subito come l’età indicata dal colonnello Hill Dillon (28 anni) certamente non corrisponde con quella del bandito all’epoca. Normalmente, per identificare una persona occorre un nome, un cognome, una località e la data di nascita, ma all’autore in questione, per avanzare l’ipotesi che l’uomo imbarcatosi a Napoli con Ceccacci e Bertucci e il bandito Giuliano, siano la stessa persona, basta il cognome, anche se questo è leggermente difforme (Giuliano/Giuliani).
In merito, è da evidenziare come sia Aldo Bertucci, nel suo libro, che Hill Dillon indichino il Giuliani imbarcatosi a Napoli per raggiungere il nord come un secondo capo. Se non ne è certo il nome e il cognome, almeno ne è sicuro il grado. Mi sembra impossibile che il contadino Salvatore Giuliano, che si da alla latitanza dopo aver ammazzato un carabiniere il 2 settembre 1943, alla fine di aprile del 1944, dopo poco più di sei mesi, si sia già arruolato nella Regia Marina cobelligerante del Sud ed abbia già raggiunto il grado di secondo capo e la qualifica di sommozzatore.
Ma alla veloce carriera del bandito Giuliano Casarrubea da una spiegazione e scrive: “non stupisce, quindi, che Hill Dillon, nell’accennare ai rapporti di Giuliani consideri il primo un “secondo capo” e gli attribuisca la qualifica di “sommozzatore”. Era questo un passaggio obbligato per inserire il nuovo milite in posti di responsabilità della Decima e quindi tra le scelte strategiche della R.S.I.”( Cfr. Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, Cit. pag. 179/180)
La frase sopra citata mi da tanto l’impressione che si equivochi sul grado. Un secondo corrisponde a un sottufficiale di Marina ed è il grado equivalente a quello di sergente maggiore nell’esercito e mi come possa influire un modesto sottufficiale nelle “le scelte strategiche della R.S.I.”.


I NEMICI DEI MIEI NEMICI…
È da evidenziare che, in linea di principio, non è assolutamente ardito o addirittura da pazzi, pensare che la Decima Repubblicana, e in particolare il Battaglione Vega, potesse avere interesse a contattare Giuliano e la sua banda per le proprie attività dietro le linee nei territori occupati.
Le Forze Armate Repubblicane, grazie ai contatti con Giuliano e i suoi si sarebbero potute giovare di una valida alleanza, ottima per creare una quinta colonna alle spalle degli angloamericani.
Si badi bene, non affermo che ciò sia avvenuto, ma intendo dire che, qualora lo fosse, sarebbe stato perfettamente lecito, nella misura in cui in guerra tutto è lecito e vale il principio secondo il quale “i nemici dei miei nemici sono miei amici” .
In parole povere: se sono in guerra e so che alle spalle del mio nemico lavora una banda di mignotte sifilitiche, ebbene, ho tutto l’interesse ad arruolare le allegre signorine affinché “impestino” le truppe avversarie. La cosa potrebbe essere considerata immorale, ma chi ha mai detto che la guerra sia una cosa morale
Di contro Giuliano, in cerca di una legittimazione politico ideologica, poteva avere interesse a contattare la Decima. Salvatore Giuliano che era un latitante, ha sempre tentato di affermare la leggenda che egli non fosse un delinquente comune ma un uomo spinto dalle ingiustizie patite a fare quello che aveva fatto. In una situazione come quella della Sicilia dell’epoca, il confine tra la figura del delinquente e quella del patriota poteva essere labile e il bandito ha sempre provato ad acquisire agli occhi del popolo una fisionomia idealistica che giustificasse le sue gesta. Il contatto con le Forze Armate fasciste avrebbe potuto fornirgli questo alibi morale, trasformandolo da delinquente in combattente per la libertà della Patria invasa.
Quindi, la Decima poteva avere interesse a contattare Giuliano e quest’ultimo poteva ricambiare tale interesse, ma di qui ad affermare che quell’alleanza effettivamente ci fu, ce ne corre.

Come già detto prima, chi vorrebbe la X° Mas in contatto con il Bandito Giuliano o addirittura Giuliano arruolato tra gli uomini della Decima, fonda le sue tesi principalmente su documenti sortiti dagli archivi americani del NARA e relativi agli interrogatori degli agenti degli N.P/Vega, catturati in Sud Italia dai servizi segreti Angloamericani.
Circa l’affidabilità di quegli interrogatori, è da chiarire che gli uomini del Vega, una volta catturati dietro le linee nemiche mentivano fino allo spasimo e, anche quando decidevano di ammettere qualche responsabilità, continuavano comunque a mentire. Per loro, dire tutta la verità significava finire diritti alla fucilazione. Dai documenti relativi ai loro interrogatori, anche se i fatti narrati rispondessero al vero, si potrebbe evincere che gli agenti Vega in Sicilia dimostrarono un qualche interesse cognitivo, non dimentichiamoci che quegli uomini avevano anche compiti solo informativi, verso una banda armata che sicuramente poteva dare del filo da torcere agli angloamericani.
Insomma, da tali documenti si evince solamente che una squadra del Vega operò in Sicilia e che gli uomini di questa squadra si interessarono, e forse segnalarono al loro comando, dell’esistenza della banda Giuliano in Sicilia.
Nulla però dimostra che ci furono reali contati tra gli uomini del Vega e quelli di Giuliano e, soprattutto, nulla dimostra che, qualora vi fossero stati tali contatti, questi portarono ad accordi tra la Decima e Giuliano
Qualora gli uomini del Vega avessero avuto contatti con Giuliano e i suoi non lo troverei, come già detto, immorale, ma gli studi storici si basano su fonti documentali, testimonianze e fatti concreti e non mi sembra che sia stato rinvenuto un solo documento o una testimonianza dai quali si evinca con sicurezza che vi siano stati certi e proficui contatti tra la Decima e Giuliano.

UN FATTO CHE TAGLIA LA TESTA AL TORO
In tutta questa storia c’è poi un fatto che, a mio avviso, taglia la testa al toro: che Giuliano avesse intenzione di contattare le Forze Armate Repubblicane non è una mia illazione ma un solido fatto.
Nel mio volume La Resistenza Fascista ho riportato la testimonianza di Antonio de Pascale, ripresa dal suo memoriale che metto a disposizione degli studiosi, il quale riferisce di come il bandito Giuliano inviò a Napoli suoi emissari che contattarono la Rete Pignatelli per proporre un’alleanza con un’offerta di collaborazione e sostegno economico.
Riporto, di seguito, il relativo brano tratto da La resistenza fascista:
“Con la cattura del principe verrà meno ai suoi uomini la disponibilità delle sue finanze personali che, fino a quel momento, il Pignatelli ha messo a disposizione della causa, sebbene anche queste incomincino a venirgli meno. “La mancanza di fondi- scriverà il Pignatelli - ci fu presto contraria. Il sacrificio personale di mia moglie e mio non poteva sopperire che in minima parte al sempre crescente fabbisogno, specie per il blocco della nostra industria di legnami requisita dagli inglesi”
Gli aiuti economici promessi dalla R.S.I. alla principessa Pignatelli non arriveranno mai, o meglio, saranno spediti ma non giungeranno mai a Napoli.”
“La possibilità di ottenere cospicui finanziamenti si presenterà per gli uomini dell’organizzazione fascista da una fonte quanto mai inaspettata. Una proposta di finanziamento arriverà addirittura dal bandito siciliano Giuliano che invia a Napoli suoi emissari per contattare la centrale della Rete Pignatelli.: “vi fu ancora tra me e Ioele - racconterà l’Arch. de Pascale nel suo memoriale – una situazione che influì sui nostri rapporti. Ioele chiedeva insistentemente che io incontrassi degli emissari del bandito siciliano Salvatore Giuliano che si trovavano a Napoli: mi volevano comunicare una certa disponibilità del loro capo ad appoggiare la nostra causa e, anche se occorreva, con aiuto in denaro. Gli dissi che non intendevo fare certo sgarbo a queste persone, ma non potevamo essere fiancheggiati da un movimento palesemente fuorilegge e separatista. A certi principi morali e ideali non potevamo venire meno.
Alcuni giorni dopo Rosario Ioele si presentò al mio studio accompagnato da due persone. …(…)… Egli mi presentò costoro, che mostravano modi cortesi e civili, Iole mi disse che i “signori volevano conoscermi personalmente” e volevano avere una risposta su quanto lui aveva precedentemente proposto. Non esitai a dire, col dovuto garbo, che li ringraziavo della loro offerta e solidarietà ma non potevo accettarla per ragioni inerenti ai principi della nostra organizzazione. Costoro, i verità, furono corretti più di quanto io potessi aspettarmi. Aggiunsero che la persona che loro rappresentavano, in caso di necessità o di nostro ripensamento, si sarebbe mostrato sempre disponibile ad aiutarci. Ioele non gradì la mia presa di posizione, come io non gradii la sua ingerenza nel mio campo d’azione. Sentivo d’aver fatto bene: la mia non era una presa di posizione contro salvatore Giuliano, ma era il rispetto a un principio morale e organizzativo: gli angloamericani per conquistare la Sicilia si erano serviti del fecciume della malavita e della camorra, cosa che noi detestammo e commentammo in modo decisamente negativo. Non potevamo usare noi la loro stessa arma, anche se Giuliano all’epoca era considerato solo un fuorilegge e, da un certo ambiente di propaganda giornalistica, era commentato sotto una luce in certo qual modo romantica”
“Il tentativo di avvicinamento al fascismo clandestino fatto da Salvatore Giuliano è chiaro. Egli sa che la rete Pignatelli ha ramificazioni anche in Sicilia e cerca nuove alleanze per il suo movimento che non è solo una semplice attività delinquenziale, come qualcuno ha voluto farla passare.”

Quindi, Giuliano tentò di contattare il clandestinismo fascista al sud, ma se Giuliano aveva il contatto degli uomini della Decima in Sicilia, o meglio, se Giuliano era addirittura un uomo della Decima perché doveva mandare i suoi uomini a Napoli a contattare la Rete Pignatelli nella figura di De Pascale?

LA DECIMA A PORTELLA DELLE GINESTRE
Chi vorrebbe la X° Mas in contatto con il Bandito Giuliano o addirittura Giuliano arruolato tra gli uomini della Decima, arriva a sostenere che tale collaborazione sia continuata anche nel dopoguerra e giunge ad affermare che gli uomini della Decima siano stati presenti a Portella delle Ginestre e abbiano sparato sulla folla adunata per festeggiare il 1° maggio.
Chi afferma ciò fa ancora una volta della Decima la “famigerata Decima Mas”, trasformando un reparto militare in una banda di delinquenti. A chi gioca al massacro, massacrando chi allora ventenne o poco più, decise di arruolarsi a difesa di quello che riteneva essere l’onore d’Italia, non mi resta che rispondere riportando quanto ha scritto il prestigioso Antonio Carioti in un suo articolo dal titolo “Portella la X° Mas non c’era” apparso sul Corriere della Sera del 7 Maggio 2007: “Questa versione dei fatti (la tesi che vorrebbe uomini del Vega presente a Portela delle Ginestre n.d.a. ) incontra ora una smentita proveniente da un’istituzione non certo sospettabile di indulgenza verso il neofascismo. Si tratta della Fondazione Di Vittorio, che per il sessantesimo anniversario dell’eccidio, compiuto in Sicilia contro contadini inermi e le loro famiglie il 1° maggio 1947, non solo ha riproposto gli interventi sulla vicenda del dirigente comunista Girolamo Li Causi nel volume “Portella della Ginestra. La ricerca della verità” , ma ha raccolto le testimonianze filmate dei superstiti, curate dal regista Odino Artioli. Tra queste si trovano i racconti di due cugini, Vincenti di Noto e Francesco Di Giuseppe, i quali al momento della strage si trovavano sul cozzo del Dxuhait, da dove avrebbero sparato, secondo Casarrubea, sicari neofascisti. Entrambi dichiarano che sul posto c’erano soltanto loro e che di là nessuno aprì il fuoco sulla folla inerme.
Ciò ovviamente non smentisce la matrice politica della strage, senza dubbio voluta da ambienti reazionari e mafiosi legati al blocco agrario, ma solleva ulteriori dubbi sulla possibilità di ricondurla a un piano eversivo nazionale di matrice neofascista.
DANIELE LEMBO
L’autore può essere contattato al seguente indirizzo: danielelembo@email.it

Per chi volesse saperne di più consiglio di leggere:
1. Daniele Lembo, La resistenza Fascista – fascisti e agenti speciali dietro le linee –La Rete Pignatelli e la resistenza fascista nell’Italia invasa dagli angloamericani (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2004), euro 25 ;
2. Daniele Lembo, La guerra nel dopoguerra in Italia- le operazioni di Stay Behind della X° Mas (EDIZIONI MARO – Copiano PV – 2007),euro 25;
3. Daniele Lembo “Xà MAS”, monografia edita dalla Delta Editrice di Parma - Borgo Regale, 21 43100 (tel 0521 287883 fax 0521 237546 email: deltaed@iol.it ), euro 6,8.


16/07/2007


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