|
|
STORIA 2007
Mussolini e la Spada dell'Islam
In uno scritto sull'”espansionismo islamico” pubblicato su un periodico del
cattolicesimo integralista abbiamo letto quanto segue: "Una menzione a parte
merita la moschea di Roma, la cui prima richiesta di edificazione pervenne a
Mussolini dallo Scià di Persia di allora. Si ama ripetere la risposta di
Mussolini per cui sarebbe bastata l'autorizzazione a costruire una chiesa
alla Mecca e il permesso sarebbe stato tosto accordato, ma una celebre foto
di Mussolini che lo ritrae mentre brandisce la spada dell'Islam getta molta
acqua su questa leggenda. Sembra invece che il personaggio non si fosse
punto opposto all'edificazione di una moschea a Roma e che solo il deciso
intervento di Pio XII, rimasto 'costernato' alla notizia, avesse fatto
naufragare simili velleità". L'informazione, desunta da un articolo del
Turkish Daily News del 25 ottobre 2000 (che viene citato in nota), concorda
in sostanza con quanto ci ebbe a dire nel 1978 un funzionario del Centro
Islamico Culturale d'Italia, il principe afghano Hassan Amanullahi: il Duce
gli avrebbe dichiarato che l'idea di erigere una moschea a Roma lo trovava
entusiasta, ma la presenza del potere clericale rappresentava un ostacolo
insormontabile. (Il principe Amanullahi contrapponeva la posizione
filoislamica di Mussolini a quella di Almirante, che a quell'epoca si era
dichiarato contrario all'edificazione della Moschea di Monte Antenne, perché
riteneva che sarebbe diventata un covo di “estremisti palestinesi”).
Secondo Franco Cardini, prefatore di uno studio di Enrico Galoppini sui
rapporti del Fascismo con l’Islam, l'interesse di Mussolini per l'Islam
potrebbe avere "le sue più lontane ed autentiche radici nelle celebri pagine
di elogio dell'Islam vergate da Nietzsche" (1). L'ipotesi di Cardini ci
richiama alla memoria una lettera dello stesso Mussolini in cui è attestato
il simultaneo interesse dello scrivente per Nietzsche e per l'Islam.
Nell'aprile del 1913 infatti il direttore dell'Avanti! rispondeva a un
invito della scrittrice anarchica Leda Rafanelli dicendole che tra breve le
avrebbe fatto visita e che insieme avrebbero letto "Nietzsche e il Corano"
(2). Leda Rafanelli (Pistoia 1880 – Genova 1971), come ricorda anche Renzo
De Felice, era "una scrittrice libertaria seguace della religione musulmana"
(3), la quale si era convertita all'Islam durante una permanenza in Egitto,
più o meno nello stesso periodo in cui operava al Cairo un altro ex
anarchico entrato a sua volta in Islam: quell'Enrico Insabato che diventerà
consulente del governo fascista per le questioni islamiche. Fu dunque la
Rafanelli, a quanto risulta dalle lettere di Mussolini pubblicate da
quest'ultima dopo la guerra, la prima fonte informata e attendibile da cui
Mussolini attinse le sue conoscenze in fatto di Islam. Un'altra donna, ben
più autorevole della Rafanelli, vent'anni più tardi parlerà anch'essa
dell'Islam con Mussolini. Sarà la "Sceriffa di Massaua", Haleuia el-Morgani,
discendente dell'Imam Alì e maestra (shaykha) di una confraternita
iniziatica dell'Islam, la Tarîqa katmiyya. Dopo essere stata ricevuta dal
Duce assieme ad altri dignitari musulmani, la "Sceriffa di Massaua",
autorità islamica di primo piano dell'Africa Orientale, dichiarerà
pubblicamente: "Da quando Allah ha voluto che il Duce assumesse la
protezione e la difesa dell'Islam, anche la Tarîqa ha assunto importanza
maggiore nel quadro della vita religiosa dell'Impero. Nessuno è stato con la
mia religione e con me così nobilmente largo di ogni aiuto quanto il Duce.
Egli si è detto lieto e fortunato di conoscere in me la Sharîfa discendente
del Profeta Muhammad, che Allah lo benedica e lo conservi. Il Duce è nel
cuore dei Musulmani di tutto il mondo perché è giusto, coraggioso, deciso e
perché difende la loro fede".
Fin dagli esordi della sua politica estera, il governo fascista aveva
manifestato l'intento di stabilire o di sviluppare le relazioni dell'Italia
coi paesi musulmani, e non solo con quelli dell'area mediterranea e
dell'Africa orientale. Già nell'ottobre del 1923 il Duce volle inviare in
Afghanistan una missione politico-scientifica guidata da Gastone Tanzi e
Luigi Piperno (4), la quale avrebbe dovuto studiare un piano di assistenza
e, al contempo, cercare di attrarre nell'orbita fascista l'emiro riformatore
Amânullâh, restio a rivolgersi agli ingombranti vicini britannici e
sovietici.
Tuttavia, fino al 1930 il governo fascista non fu in grado di svolgere una
"politica islamica" pienamente autonoma, per la semplice ragione che la
politica estera di Roma nei confronti dei paesi musulmani dipendeva
dall'andamento dei rapporti dell'Italia con la Gran Bretagna. Inoltre la
"riconquista" della Libia, in corso in quegli anni, rendeva difficile un
approccio politico dell'Italia nei confronti del mondo musulmano. Infine,
l'influenza degli ambienti conservatori soffocava quelle tendenze ad una
politica estera rivoluzionaria che erano vive presso gli elementi fascisti
più dinamici.
Fu tra il 1930 e il 1936 che la politica islamica dell'Italia assunse un
profilo più autonomo e un carattere più attivo. Nel 1930 fu inaugurata a
Bari la Fiera del Levante. Nel 1933 e nel 1934 furono organizzati a Roma,
sotto il patrocinio dei GUF, due convegni degli studenti asiatici. Nel
maggio del 1934 Radio Bari cominciò a trasmettere in lingua araba. Il 18
marzo del 1934 Mussolini aveva detto: "Gli obiettivi storici dell'Italia
hanno due nomi: Asia ed Africa. Sud ed Oriente sono i punti cardine che
devono suscitare la volontà e l'interesse degli Italiani (...) Questi nostri
obiettivi hanno la loro giustificazione nella geografia e nella storia. Di
tutte le grandi potenze occidentali d'Europa, la più vicina all'Africa e
all'Asia è l'Italia. Nessuno fraintenda la portata di questo compito
secolare che io assegno a questa e alle generazioni italiane di domani. Non
si tratta di conquiste territoriali, e questo sia inteso da tutti, vicini e
lontani, ma di un'espansione naturale, che deve condurre alla collaborazione
fra l'Italia e le nazioni dell'Oriente mediato e immediato (...) L'Italia
può far questo. Il suo posto nel Mediterraneo, mare che sta riprendendo la
sua funzione storica di collegamento fra l'Oriente e l'Occidente, le dà
questo diritto e le impone questo dovere. Non intendiamo rivendicare
monopoli o privilegi, ma chiediamo e vogliamo ottenere che gli arrivati, i
soddisfatti, i conservatori, non si industrino a bloccare da ogni parte
l'espansione spirituale, politica, economica dell'Italia fascista". Nel
contesto di questa nuova politica estera si inserisce la creazione, nel
giugno 1935 al Cairo, dell'Agenzia d'Egitto e d'Oriente, la quale, oltre ad
avere le ordinarie funzioni di un'agenzia di stampa, svolgeva attività di
penetrazione nel mondo dell'informazione araba, sovvenzionando giornali e
giornalisti. Anche la nascita dell'Istituto per l'Oriente "si inserisce nel
dibattito che attraversò quei settori dell'intellettualità nazionale
interessata alle questioni orientali o più precisamente coloniali" (5).
La fase successiva della politica islamica del Fascismo si apre nel 1937,
l'anno in cui Mussolini in Libia entra nelle moschee, rende omaggio alla
tomba del mugiàhid Sidi Rafa, impugna la Spada dell'Islam (6), riceve gli
elogi delle autorità islamiche (7) e nel discorso di Piazza del Castello
proclama da parte sua: "L'Italia fascista intende assicurare alle
popolazioni musulmane della Libia e dell'Etiopia la pace, la giustizia, il
benessere, il rispetto alle leggi del Profeta e vuole inoltre dimostrare la
sua simpatia all'Islam ed ai Musulmani del mondo intero". Tuttavia ancora in
questa fase, stando a De Felice, "negli intenti di Mussolini e di Ciano la
carta araba" continuava ad essere considerata "moneta di scambio nel caso
che si fosse aperto un varco per un'effettiva trattativa per un accordo
generale mediterraneo tra Roma e Londra; tanto è vero che, sull'onda delle
speranze suscitate dalla conclusione degli 'accordi di Pasqua', Roma bloccò
immediatamente gli aiuti ai movimenti antibritannici mediorientali e moderò
il tono delle trasmissioni di radio Bari" (8).
Dopo l'entrata in guerra, la politica islamica dell'Italia assumerà nella
strategia mussoliniana "un valore permanente e non meramente strumentale"
(9), caratterizzandosi e localizzandosi essenzialmente in relazione al Medio
Oriente, poiché nel Nordafrica la condotta italiana sarà sempre, nonostante
le migliori intenzioni del Fascismo, quella che Hitler ha deprecato nel suo
testamento politico nei termini seguenti: "L'alleato italiano (...) ci ha
impedito di condurre una politica rivoluzionaria nell'Africa del Nord (...)
perché i nostri amici islamici d'un tratto hanno visto in noi i complici,
volontari o involontari, dei loro oppressori" (10).
E' dunque nel corso degli anni trenta che il rapporto tra il Fascismo e
l'Islam si consolida notevolmente. La pubblicistica fascista di quegli anni
ci mostra infatti tutta una serie di prese di posizione che vanno dal
filoislamismo pragmatico e determinato da ragioni geopolitiche fino
all'affermazione di una affinità dottrinale tra Fascismo e Islam. A tale
proposito, accanto ad alcuni fatti isolati ma significativi, quali la
comparsa di un libro in cui Gustavo Pesenti (ex comandante del contingente
italiano in Palestina) assegna all'Italia una funzione mediterranea di
"potenza islamica"(11), vanno segnalati soprattutto i numerosi e continui
interventi della Vita Italiana (diretta da Giovanni Preziosi) a favore di
una stretta solidarietà tra Fascismo e Islam. Sulla rivista di Preziosi,
Giovanni Tucci rilancia la formula di Essad Bey, secondo cui "il Fascismo
può, in un certo senso, essere chiamato l'Islam del secolo ventesimo" (12),
e aggiunge: "l'offerta della Spada dell'Islam al Duce è il documento più
probatorio che l'Islam vede nel Fascismo un qualcosa d'assomigliante, un
certo punto conclusivo con le proprie vedute. (...) Il Fascismo ha orientato
la propria politica verso un indirizzo di sana e vigile consapevolezza,
rispettando e tutelando credenze, tradizioni, usi, costumi. (...) Saggia
politica che a poco a poco ha conquistato la simpatia e l'attenzione di
tutto il mondo islamico (...) L'Islam s'indirizza verso la luce di Roma
convinto come è della potenza e della saggezza della nuova Italia fascista
per un desiderio dell'anima, riconoscente della grande comprensione che è il
rispetto delle leggi del Profeta, della tradizione degli avi" (13). Con
Fascismo e Islamismo, pubblicato a Tripoli di Libia nel 1938, Gino Cerbella
ripropone la stessa tesi. E nel settembre del 1938, nel messaggio da lui
rivolto all' "Internazionale fascista" di Erfurt, il presidente dei CAUR
Eugenio Coselschi si richiamava tra l'altro alla "saggezza del Corano" in
opposizione alle "nefaste dottrine che propongono l'assoggettamento di tutte
le nazioni e di tutte le razze alla tirannia di un'unica razza sottomessa
alle prescrizioni del Talmud"(14). Si fanno insomma sempre più frequenti,
nel corso degli anni trenta, i richiami ad una "costruttiva collaborazione
fra due inestimabili forze spirituali quali il Fascismo e l'Islamismo" (15).
Tra quanti, sul versante italiano, operarono concretamente ai fini di tale
collaborazione, ricordiamo qui soprattutto due personaggi: Enrico Insabato e
Carlo Arturo Enderle. Il primo era stato direttore della rivista italo-araba
Il Convito - An-Nâdî, uscita al Cairo dal 1904 al 1907, sulla quale erano
apparsi scritti ispirati dallo shaykh Abd er-Rahmân Illaysh al-Kabîr (16),
l'iniziatore di René Guénon al Sufismo. Fedele alla sua vocazione di
mediatore tra l'Italia e il mondo musulmano, il dr. Enrico Insabato
proseguirà anche negli anni della guerra mondiale il tentativo di allacciare
il Fascismo all'Islam. Nell'aprile del 1940, un suo articolo sul n. 1 della
rivista Albania si conclude con queste parole: "L'Islam albanese (...) va
pertanto considerato nel suo giusto valore, oggi che l'Italia (...) ha
saputo, col fascino della titanica figura di Benito Mussolini, inspirare in
tutti i seguaci del Profeta Illetterato fiducia, speranza ed aspettazione".
Una sua opera, pubblicata a Roma l'anno seguente, reca questo titolo
significativo: L'Islam vivente nel nuovo ordine mondiale.
Il prof. Carlo Arturo Enderle (Alì Ibn Giafar) era nato a Roma nel 1892 da
genitori romeni e musulmani. Libero docente in psichiatria alla Regia
Università di Roma, consulente neurologo dell'ONB, ex ufficiale medico, "fu
uno dei più efficienti contatti segreti italiani che operarono con gli
esponenti del nazionalismo arabo e del mondo islamico" (17). I rapporti del
governo fascista con i nazionalisti siro-palestinesi Shekib Arslan e Ihsân
al-Giabri, col segretario generale del Congresso panislamico Sayyid Ziyâ
ed-Dîn Tabatabai e col Mufti di Gerusalemme Hâj Amîn al-Hussaynî erano stati
curati inizialmente dal prof. Enderle e da un suo stretto collaboratore, il
musulmano indiano Iqbal Shedai.
Le prese di posizioni filoislamiche degli intellettuali fascisti furono
ampiamente ricambiate da parte musulmana. Il maggior poeta dell'India
musulmana e padre spirituale del Pakistan, Muhammad Iqbal (1877-1938), che
nel 1932, prima di presiedere il Congresso Musulmano di Gerusalemme, era
stato ricevuto dal Duce e aveva tenuto un discorso all'Accademia d'Italia,
vede nel Fascismo una forza in lotta contro gli stessi nemici dell'Islam e
dedica una poesia a Benito Mussolini, che "ha messo a nudo senza pietà i
segreti della politica europea". Parlando della rigenerazione dell'Italia
all'insegna del Fascio littorio, nel 1935 Iqbal dice: "La nazione erede di
Roma, vecchia di antiche forme, si è rinnovata ed è rinata, giovane. Nello
spirito dell'Islam vibra oggi la medesima ansia". Nel 1938 canta la
definitiva sconfitta del materialismo classista "entro le mura antiche della
grande Roma" e celebra la ricomparsa dell'Impero: "Alla stirpe di Cesare è
riapparso il sogno imperiale di Cesare".
Ma la più autorevole presa di posizione a favore di un'azione solidale
dell'Islam e del Fascismo fu quella costantemente espressa dal Gran Muftì di
Gerusalemme, Hâj Amîn al-Hussaynî. La celebre fotografia che lo ritrae in
visita al "Covo" di Via Paolo da Cannobio, il 17 aprile 1942, è emblematica
di un'attività culminata con la proclamazione del gihàd e con la
costituzione di divisioni militari musulmane che combatterono a fianco
dell'Italia e della Germania (18).
Claudio Mutti
http://www.centrostudilaruna.it/mussolinielaspadadellislam.html
NOTE
1. F. Cardini, Introduzione a: E. Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni
all’insegna del Veltro, Parma 2001, p. 5. Sulla presenza dell’Islam
nell’opera di Nietzsche, cfr. C. Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna
del Veltro, Parma 1998, pp. 43-66.
2. L. Ravanelli, Una donna e Mussolini, Rizzoli, Milano 1946, p. 24.
3. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Einaudi, Torino
1965, p. 136 nota.
4. La missione fallì a causa di uno scandalo suscitato dall'ing. Piperno, il
quale cercò di sedurre una donna afghana. Piperno fu ucciso da un paio di
fucilate mentre si trovava sul terrazzo della legazione italiana di Kabul,
mentre sul gruppo degli italiani si riversò l'indignazione popolare.
5. M. Giro, L'Istituto per l'Oriente dalla fondazione alla seconda guerra
mondiale, in “Storia contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986, p. 1139.
6. Alle domande che alcuni si sono poste circa la sorte della Spada
dell'Islam donata a Mussolini, la risposta è stata data da Donna Rachele in
un'intervista pubblicata postuma tre anni fa: la Spada dell'Islam, che il
Duce conservava in una teca di vetro alla Rocca delle Caminate, fu
democraticamente rubata durante l'assenza dei Mussolini, quando la Rocca
venne devastata dagli antifascisti. "Hanno portato via tutto (...) perfino
la culla di Romano" (L. Romersa, Benito e Rachele Mussolini nella tragedia,
in “Storia Verità”, a. III, n. 17, sett.-ott. 1994, pp. 2-8).
7. Il Cadi di Apollonia tenne questo discorso: "Sia lodato Iddio, Che ha
infuso il segreto del genio negli uomini di Sua elezione, affinché in loro
si manifesti la Sua grandezza, superiore ad ogni concezione umana, e
affinché attraverso questa manifestazione si possa arrivare a glorificare la
Divinità. O Duce, la tua fama ha raggiunto tutto e tutti e le tue virtù
vengono cantate dai vicini e dai lontani. La tua visita al sepolcro di
questo Compagno del Profeta, su di lui benedizione e pace, verso cui sono
protesi in atto di venerazione i cuori di tutti i Musulmani, raddoppia la
nostra gratitudine per te e ci rivela un altro lato della tua grandezza,
quella cioè che ti congiunge con gli spiriti dei grandi di tutte le epoche.
Al Grande Creatore che ti ha rivelato il segreto di guidare l'Italia sul
cammino della potenza e della gloria e che ti ha ispirato i sentimenti di
affetto e di bene verso i Musulmani, nonché il rispetto delle loro
tradizioni religiose, rivolgiamo le nostre preghiere nell'umile
raccoglimento di chi sente tutta la Sua potenza e fervidamente crede nella
Sua infinita misericordia, perché ti protegga, ti conservi e ti conceda di
spiegare sul mondo intero lo stendardo della pace e dell'amicizia". E il
Cadi di Bengasi: "Benvenuto, o Duce, in questa città fedele e in questo
antico tempio. I Musulmani di questo paese, che hanno seguito con profonda
ammirazione le tappe del cammino trionfale percorso dall'Italia fascista
sotto la tua guida e che hanno servito ai tuoi ordini con lealtà e con
devozione, ti sono sinceramente grati per questa fausta visita che conferma
la tua simpatia verso i Libici e il rispetto per la loro religione. Mi sento
veramente fiero di rinnovarti a nome di tutti, sulla soglia di questo sacro
luogo, la promessa assoluta di fedeltà, invocando il Signore Onnipotente e
Generoso perché ti assista nel guidare l'Italia sulla via di una sempre
maggiore grandezza. Egli ti conceda di vedere realizzata la tua volontà di
portare il paese ad un livello superiore in tutti i campi, sì da offrire al
mondo l'esempio di quanto l'Italia può fare per il bene dei popoli che essa
accoglie nel suo grembo sotto il segno del Littorio, simbolo di giustizia e
di umanità".
8. R. De Felice, Il Fascismo e l'Oriente. Arabi, ebrei e indiani nella
politica di Mussolini, Il Mulino, Bologna 1988, p. 21.
9. R. De Felice, Op. cit., ibidem.
10. Le testament politique de Hitler, a cura di H.R. Trevor-Roper, Paris
1959, p. 61. Cfr. C. Mutti, Il nazismo e l'Islam, Barbarossa, Saluzzo 1986 e
S. Fabei, La politica maghrebina del Terzo Reich, Edizioni all’insegna del
Veltro, Parma 1988.
11. G. Pesenti, In Palestina e in Siria durante e dopo la Grande Guerra,
Milano 1932, p. 12.
12. Essad Bey, Maometto, Firenze 1935, p. V.
13. G. Tucci, Il Fascismo e l'Islam, in “La Vita Italiana”, maggio 1937, pp.
597-601.
14. R. De Felice, Op. cit., p. 20, nota 12. Sui CAUR e i congressi di Erfurt
cfr. M. Ledeen, L'internazionale fascista, Laterza, Bari 1973 e I. Motza,
Corrispondenza col Welt-Dienst, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1996.
15. P. Balbis, rec. di G. Caniglia, La Tarica Katmia, in “Bibliografia
fascista”, 1939, p. 194.
16. Biografia in: Michel Vâlsan, L'Islam e la funzione di René Guénon,
Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1985, pp. 87-93.
17. L. Goglia, Il Mufti e Mussolini: alcuni documenti italiani sui rapporti
tra nazionalismo palestinese e fascismo negli anni trenta, in “Storia
contemporanea”, a. XVII, n. 6, dicembre 1986., p. 1237, nota 39.
18. Sull'impegno militante del Muftì, si vedano i nostri articoli: Una vita
per la Terrasanta, in “Storia del XX secolo”, 7, nov. 1995 e Il sangue
contro l'oro, ibidem, 10, febbraio 1996.
18/09/2007