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STORIA 2008
Dossier 25 aprile
UN ILLUSTRE ESEMPIO DI STORIA UN TANTO AL CHILO
Sulle sedie riservate ai corrispondenti-stampa la mattina del 19 settembre 2003 a Boves (ricorrenza del vantato fatto d’armi della Resistenza), nella piazza principale traboccante di bandierine tricolori agitate da bambini precettati a motivo dell’augusta presenza del Presidente Ciampi e immancabile Signora, si trovava una cartellina di plastica contenente documentazione relativa alle celebrazioni, compresi due fogli sulla “memoria dell’eccidio” con questa farraginosa dicitura: “Significative alcune date salienti di quel periodo storico”. Vediamole insieme: leggiamo, nelle primissime righe, che la resa incondizionata sarebbe stata firmata a “Cassabile”e non a Cassibile. Imputiamo l’errore ad un refuso e proseguiamo, rimanendo sorpresi nell’apprendere che molti sbandati della 4° Armata, “dalla Francia raggiungono Boves attraverso le montagne e con il loro Capitano Ignazio Vian si asserragliano sulle pendici della Risalta”. Ora, si dà il caso che Vian fosse sottotenente e non capitano, e che l’8 Settembre si trovasse non in Francia, ma proprio a Boves nella caserma della Guardia alla frontiera: notizie confermate non solo da reduci suoi commilitoni, ma da autorevoli testi anche comunali, il più recente dei quali, pubblicato nel 2002 col titolo Boves Storie di guerre e di pace, è stato commissionato dall’Amministrazione stessa all’Istituto Storico della resistenza di Cuneo. Andiamo avanti: “10 settembre ’43. La strada verso la pianura e Torino è tagliata dalla massiccia presenza di truppe tedesche che iniziano l’occupazione e minacciano di rappresaglia i ‘ribelli’ della Risalta. Nasce la resistenza armata”. In verità nessun tedesco il 10 settembre 1943 poteva minacciare di rappresaglia i ‘ribelli’ della Risalta, dal momento che le truppe germaniche arrivarono a Cuneo soltanto due giorni dopo, e cioè la domenica 12, alle 11,30. Avanziamo nella lettura: “19 settembre ’43. Due soldati tedeschi, giunti a Boves provocatoriamente (si è cercato il ‘casus belli’), sono fatti prigionieri (…). Si conteranno almeno 350 case distrutte e 45 civili uccisi”. Si persevera nel contare male, raddoppiando il numero degli uccisi quel giorno (ormai anche l’Istituto Storico della Resistenza si ferma a quota 23). Quanto alla “provocazione” che sarebbe stata inscenata da Peiper per compiere la rappresaglia (tesi da sempre particolarmente cara al partigiano garibaldino Bartolomeo Giuliano, il quale vi insiste nelle sue memorie), riportiamo sull’argomento il chiaro pensiero di un altro partigiano, Renato Aimo, testimone di quegli eventi: “La tesi del piano minuziosamente preparato e meticolosamente attuato da Peiper non trova oggettivi riscontri; anzi, appare alquanto azzardata (…). Si è lontani dalla realtà se si pensa che il comando tedesco potesse destinare a morte sicura due sottufficiali delle Waffen-SS”.
Continuiamo: “31 dicembre ‘43/1-2-3 gennaio ’44. Boves subisce un secondo massiccio attacco dalle truppe di Peiper: per quattro giorni mettono a ferro e fuoco la periferia del paese e le frazioni della Risalta”. Ma Peiper a quell’epoca aveva altro da fare: egli si trovava a qualche migliaio di chilometri da Boves, precisamente in Ucraina (là era giunto sin dal novembre 1943), dov’era impegnato a combattere i sovietici. A Cuneo (e quindi a Boves) operava la Wehrmacht. Non siamo noi a dirlo, ma diari e resoconti sulle operazioni belliche svolte dalla divisione “Leibstandante SS Adolf Hitler” (cui Peiper apparteneva) e che hanno trovato una piena conferma nelle opere di ricercatori di varie nazionalità, compresi statunitensi ed inglesi.
Il florilegio qui riportato dimostra la superficialità usata (meglio, abusata) nel trattare i fatti bovesani, e proprio da coloro che vi si richiamano in continuazione per sottolineare l’importanza della memoria storica; viene altresì dimostrato lo scarso rispetto per gli organi di stampa che, se si attenessero ai dati loro distribuiti, scriverebbero un sacco di sciocchezze.
Un giornalista, ex partigiano, ha recentemente esortato un amministratore bovesano a provvedere alla correzione di errori, più o meno gravi, che costellano lapidi e monumenti del Comune, sentendosi rispondere, in malo modo, trattarsi di “dettagli” mentre ciò che conta è la sostanza. Noi crediamo invece che la “sostanza” (ossia la verità storica con gli insegnamenti che se ne dovrebbero trarre), sia costituita da un insieme di tanti “dettagli”, controllati e verificabili; perché qualora un gran numero di questi “dettagli” risultasse – come nel nostro caso – non corrispondente alla realtà, sarebbe proprio la sostanza stessa, più o meno gravemente, a patirne.
Nel frattempo altri rituali si sono compiuti ma, com’era prevedibile, nulla è mutato: il passaggio dal mito alla storia non pare proprio conveniente agli inossidabili propagandisti dei “valori fondanti”!
Articolo tratto da STORIA DEL NOVECENTO n. 49 aprile 2005 pagina 36
23/02/2008