STORIA 2008

 

ROBERTO FARINACCI

 

CATTURA E FUCILAZIONE DI UN GERARCA

 

Luigi Cortelletti

 

 

Alla figura di Roberto Farinacci sono state dedicate alcune pubblicazioni, apparse anche nel recente passato, che delineano la vita di una delle più controverse personalità del Ventennio, e molte pagine sono state spese per raccontarne gli ultimi giorni di vita.

Il presente articolo si focalizza esclusivamente su questi ultimi e nasce con l’idea di porre a confronto le diverse versioni fornite sulla sua cattura e fucilazione, mettendo a disposizione del lettore un quadro che si propone di essere il più ampio possibile.

 

ANTEFATTO

Le basi per le vicende che porteranno alla morte di Farinacci vengono probabilmente gettate già nel dicembre 1944: il giorno 16 Benito Mussolini tiene il suo ultimo discorso pubblico al Teatro Lirico di Milano e, nell’occasione, viene informato dal federale locale, Vincenzo Costa, dei preparativi attuati in Valtellina nell’eventualità che le truppe alleate raggiungano Milano.

Se ciò accadesse, i fascisti dovrebbero raggiungere il Ridotto Veltellinese e qui resistere sino all’ultimo uomo; sul posto sono comunque già stati inviati, nel dicembre 1944, 160 artiglieri con 4 pezzi di artiglieria e 200 fanti.

I quattro mesi successivi portarono alla fine della Repubblica Sociale Italiana, nei convulsi giorni della seconda metà dell’aprile 1945.

Quando Mussolini lascia Gargnano per trasferirsi a Milano, in quello che sarà il suo ultimo viaggio verso il capoluogo lombardo, informa la moglie in merito ad una ultima resistenza da attuarsi in Valtellina; una volta giunto in città vengono comunque avviate le trattative per una eventuale resa.

La sera del 25 aprile, tramontata l’ipotesi di un accordo con il Comitato di Liberazione nazionale, Mussolini abbandona Milano per dirigersi verso Como, da cui è anche possibile l’espatrio in Svizzera.

Tuttavia, poco dopo la partenza del Duce, il segretario del Partito Fascista Repubblicano, Alessandro Tavolini, fa trasmettere via radio un comunicato chiamando a raccolta nella città lariana tutti i fascisti in armi presenti in Lombardia, lasciando supporre che sia effettivamente in atto un progetto per una estrema resistenza.

 

VERSO COMO

Benché la situazione a Cremona sia relativamente tranquilla, Roberto Farinacci prende la fatale decisione di seguire le indicazioni del partito, e si organizza per raggiungere Como.

Nel pomeriggio del 27 aprile 1945 la colonna di cui fa parte il gerarca cremonese e dunque in movimento verso Como ma, già da alcuni giorni, posti di blocco sono attivi sulle strade.

La situazione è particolarmente difficile in Brianza, dove elementi della Divisione S.A.P. – Squadre di Azione Patriottica – “Fiume Adda”, hanno provveduto ad organizzare posti di blocco nei pressi di Brivio, Calco e Rovagnate, per citarne alcuni sul percorso della colonna di Farinacci.

Negli scontri che si verificano in tali località sono i partigiani ad avere la peggio. Il comandante del distaccamento di Merate della 104° Brigata “Gianni Citterio”, Angelo Gerosa, ricorda infatti:

 

“Fu invece contro i reparti fascisti in fuga verso Como e provenienti da altre zone che ci scontrammo più volte subendo, purtroppo, notevoli perdite al bivio di Rovagnate, Brivio, Bulciago ed altrove”.

 

Le testimonianze reperite riferiscono comunque di come la colonna di Farinacci superi gli sbarramenti di Brivio e Calco, per venire invece bloccata a Rovagnate.

Orfeo Gagliardini, che sarà presente alla cattura del gerarca, racconta che almeno al ponte sull’Adda presso Brivio, punto di passaggio pressoché obbligato, i partigiani consentono il passaggio alla colonna sulla base della promessa di una resa non appena raggiunto Como; tra gli automezzi in transito vi sono anche camion con al traino pezzi di artiglieria anticarro ed altri che trasportano militi della R.S.I. armati.

La stessa testimonianza non riferisce di problemi per la colonna, nemmeno quando raggiunge Calco, limitandosi a precisare che gli automezzi abbandonano la strada statale 36 per imboccare invece la provinciale che conduce a Como.

A questo punto iniziano i problemi per Roberto Farinacci, a partire da una banale foratura che lo costringe a requisire un’altra auto della colonna dove trasferisce alcune valigie e si sistema con altre due persone.

Nel corso di questo forzato cambio di auto, secondo quanto riportato da Gagliardini:

 

“(…) Farinacci fu visto recarsi in un vicino prato ed appiccare il fuoco a dei documenti”.

 

Questa circostanza troverebbe conferma anche in un articolo, sul bagaglio del gerarca, apparso sul Corriere Lombardo il 17 dicembre 1945, dove si legge:

 

“Le carte importanti Farinacci le bruciò in un prato vicino a Olgiate Calco. Questa sosta gli fu fatale perché, riconosciuto da qualcuno, fu segnalato al vicino posto di blocco”.

 

Il Giornale di Brescia del 21 febbraio 1947 pubblica una analoga ricostruzione dei fatti, ed in merito al blocco della colonna riporta quanto segue, ma senza citare il cambio di auto di Farinacci:

 

“Una forte colonna di oltre 60 automezzi fascisti, già segnalata da un ottimo servizio di collegamento viene intercettata dai partigiani del distaccamento di Rovagnate, lungo la strada che conduce a Como. L’attacco, ben condotto dai combattenti causa forti perdite al nemico e scompiglia la colonna. Alcuni automezzi e uomini vengono catturati mentre due auto ritornano velocemente indietro; (…)”.

 

Questa descrizione dei fatti è reperibile, quasi parola per parola, anche in un rapporto sulle azioni svolte negli ultimi giorni dell’aprile 1945 dalla Divisione S.A.P. “Fiume Adda”.

 

Come già detto, su una delle due auto si trova Farinacci che ha deciso di abbandonare la colonna, forse con l’intenzione di raggiungere la Valtellina attraverso Lecco.

In Farinacci il più fascista di Grimaldi e Bozzetti, gli autori avanzano l’ipotesi che Farinacci si sia staccato dalla colonna per dirigersi verso Oreno, luogo di residenza della sorella della marchesa Carla medici del vascello che lo accompagna.

Benché l’abitazione della sorella della marchesa possa costituire un nascondiglio, si noti che Oreno, frazione di Vimercate, si trova in direzione sud, il che avrebbe allontanato Farinacci dalla propria meta.

Inoltre ciò avrebbe significato porsi in una situazione particolarmente pericolosa, in quanto Vimercate è la sede del comando della ivisione S.A.P. “Fiume Adda”.

Ma l’ipotesi deve avere valido fondamento, tanto che trova credito negli scritti di Indro Montanelli e Mario Cervi, è così pure in Silvio Bertoldi e Giorgio Perego.

Ad ogni modo, i due automezzi, indicati dal Corriere Lombardo come una Lancia Aprilia ed una Bianchi S.9, tornano indietro e si dirigono alla volta di lecco, ma sono destinati a percorrere ben poca strada.

A questo punto, il resoconto dei pochi chilometri percorsi da Farinacci si fa convulso.

La prima tappa importante sembra essere presso Calco:

 

“Mi trovavo in quel momento al bivio di Calco e con vari compagni mi accingevo a dare battaglia alle retroguardie quando, notando le due macchine in fuga, decidemmo di inseguire con una vettura la prima macchina mentre per la seconda sarebbe stato compito di altri miei compagni”.

 

Contemporaneamente, alcuni partigiani ricevono dal comando di Merate l’incarico di trarre in arresto quattro fascisti, e vengono pertanto inviati al distaccamento di Calco; tra di essi si trova anche Orfeo Gagliardini:

 

“Proprio nel momento in cui si stava eseguendo l’arresto, notammo una Aprilia mimetizzata che ci sembrò alquanto sospetta. Intimammo l’alt, ma questa anziché arrestarsi, aumentò la velocità. Ci mettemmo all’inseguimento (…)”.

 

L’automezzo su cui si trova il gerarca si dirige quindi a nord, in direzione di Lecco, ma nel tragitto gli inseguitori sparano prima alle gomme dell’Aprilia e poi verso l’interno dell’auto dalla quale si risponde al fuoco.

Grazie al rapporto sull’attività della Divisione S.A.P. “Fiume Adda” possiamo aggiungere che, oltra al comandante del Distaccamento di Merate, all’inseguimento partecipa anche il comandante  stesso della 104° Brigata:

 

“Una macchina viene fermata, l’altra fugge verso BEVERATE dove viene fermata dopo audace inseguimento condotto da “RENATO” e violenta sparatoria”.

 

La presenza di “Renato” è confermata anche da un secondo documento contenente un sunto delle azioni della Divisione.

In merito alla 104° Brigata possiamo infatti leggere:

 

“Il 27 aprile dopo aver scompaginato una autocolonna fascista e dopo aver personalmente inseguito una autovettura comandante”Renato” arresta Farinacci che si trova a bordo;(…)”.

 

A causa del fuoco degli inseguitori, la Lancia sbanda vistosamente e finisce per arrestare la propria corsa nei pressi dello stabilimento di tessitura Rivetti situato a Beverate, frazione di Brivio.

 

LA CATTURA

A questo punto  le testimonianze divergono sensibilmente; Orfeo Gagliardini, presente sul posto, dichiara che l’identità del prigioniero è sconosciuta:

 

“Ad un certo momento l’uomo, visibilmente spaventato si rassegnò a quella che sembrava essere ormai la sua sorte: estrasse la mano di tasca, era di legno, si presentò gravemente, come se quello che doveva rivelare gli pesasse enormemente sulla coscienza e disse: sono Frinacci. Nessuno di noi lo conosceva (…)”.

 

Diametralmente opposta la versione riportata dal Giornale di Brescia:

 

“Poi vi è un uomo nell’auto illeso. Lo fanno scendere. Non c’è bisogno di chiedere documentazione: lo riconoscono subito: nel calore della discussione agita il moncherino. E’ lui, Farinacci”.

 

Anche Angelo Gerosa conferma che Roberto Farinacci esce illeso dall’Aprilia, mentre un destino ben diverso è toccato agli altri due occupanti dell’auto.

Il comandante partigiano indica nel gerarca di Cremona il guidatore, ed indica gli altri passeggeri in un non meglio identificato “milite” morto e nella marchesa Carla Medici del Vascello.

Tuttavia, anche sugli occupanti dell’auto, oltre al gerarca ed alla contessa, non vi è molta convergenza nelle testimonianze. Infatti, benché Orfeo Gagliardini riporti di un passeggero deceduto, e privo di qualunque documento, omette di identificarlo come “milite”, ma aggiunge che la contessa si trova sul sedile posteriore. Di quattro passeggeri parla una parte della carta stampata.

In un articolo apparso sull’Avanti! In data 29 aprile 1945, i quattro sarebbero Farinacci, due donne ed un maresciallo tedesco, mentre per il Giornale di Brescia oltre al gerarca ed alla marchesa vi sarebbero altri due uomini, entrambi deceduti, uno dei quali sarebbe l’autista.

L’indicazione dell’autista contrasterebbe con la testimonianza di Gerosa, mentre il particolare del sottufficiale germanico sarebbe a suffragio di quanto riportato dal comandante partigiano in merito al “milite”.

Sempre su quest’ultimo dettaglio, in un rapporto sull’attività svolta dalla Divisione S.A.P. “Fiume Adda”, troviamo invece l’indicazione che il terzo passeggero, deceduto, viene identificato come un maresciallo della Guardia Nazionale Repubblicana.

Ma torniamo a quanto accadde tra il gerarca ed i partigiani.

Da alcune testimonianze risulta che Roberto Farinacci tenti di corrompere i partigiani; infatti, nel più volte citato articolo apparso sul quotidiano Corriere Lombardo, sono riportate anche le cifre offerte: 18 milioni in un primo caso, per essere nascosto, ed in seguito 1,5 milioni per essere liberato dopo la cattura.

L’Unità del 29 aprile 1945, dove appaiono alcuni ulteriori particolari resi noti da un linotipista che lavorava per il giornale stesso nel periodo della clandestinità, riporta addirittura la scambio di battute, che non manca certo di colore, tra Farinacci ed i partigiani protagonisti della sua cattura.

In base a tale testimonianza, alla domanda del gerarca “Quanti milioni volete?” i partigiani rispondono:

 

“Vogliamo la tua pelle per farne tanti salsicciotti”

 

Farinacci viene fatto salire sull’autovettura di Angelo Gerosa, che riceve l’ordine di consegnare l’importante prigioniero al comando della propria Divisione a Vimencate.

Tuttavia, a causa del forte movimento di truppe e degli scontri in atto sulle strade della Brianza, non è possibile ottemperare all’ordine nella giornata del 27 aprile, quindi si decide di portare il gerarca a Merate presso la villa del conte Prinetti. Ancora una volta la preziosa testimonianza di Orfeo Gagliardini ci permette di conoscere alcuni dettagli in merito al trattamento ricevuto da Farinacci in tale circostanza:

 

“Colà giunto il conte lo ricevette come un ospite di riguardo, cosa che riempì noi partigiani di meraviglia ma più che altro di sdegno: ancor più ci stupimmo quando il conte ci raccomandò di usare il massimo riguardo per il gerarca fascista”.

 

Chiaramente la risposta che il conte riceve dai partigiani è facilmente immaginabile, e Farinacci viene lasciato nella villa controllato a vista da Gerosa e dal suo commissario politico. 

Gagliardini non cita il Gerosa, ma dichiarando che il gerarca “viene lasciato in buone mani” possiamo ritenerne confermata indirettamente la presenza, ed anche quella del commissario politico, indicato nel signor Chiessi, che procede ad interrogare Farinacci per tutta la notte.

In merito a questo fatto la testimonianza di Gagliardini diverge da quanto riportato su un non meglio identificato giornale romano citato da Luigi Cazzadori; tale pubblicazione riferisce che il gerarca si sarebbe addormentato profondamente, tanto che sia il conte Prinetti che i partigiani presenti lo avrebbero sentito russare.

Data l’importanza del prigioniero, è lecito supporre che quanto riportato dal Gagliardini sia realisticamente più vicino a quanto verificatosi.

 

IL PROCESSO

Farinacci raggiunge Vimercate il mattino successivo al giorno della cattura, dove viene condotto in Municipio, non prima di aver attraversato le strade del paese per essere mostrato alla popolazione.

Due giorni prima, il 26 aprile, il Comitato di Liberazione Nazionale della cittadina brianzola definisce i componenti della nuova Giunta Comunale, della quale fanno parte tre esponenti della D.C., due del P.C.I. ed uno del P.S.I.U.P; la carica di sindaco viene ricoperta da Felice Sirtori, appartenente alla D.C..

Quest’ultimo insiste per trasferire Farinacci a Milano, sede del Comitato di Liberazione nazionale – Alta Italia, per essere sottoposto a giudizio; prevale invece la linea proposta da Achille Frigerio, rappresentante del P.C.I. in seno al C.L.N. locale, che propone la costituzione di un tribunale del popolo per procedere ad un processo immediato.

Peraltro, le stesse direttive del C.L.N.A.I. prevedono che i “criminali” fascisti siano consegnati alla sede regionale, a meno che non vi siano gravi problemi di trasporto.

Quest’ultima situazione viene a crearsi la mattina del 28 aprile, in quanto risulta che le strade che conducono a Milano siano utilizzate da colonne tedesche in ritirata, e per questa ragione viene abbandonata l’ipotesi di condurre Roberto Farinacci nel capoluogo; lo stesso motivo ha impedito di portare il gerarca a Vimercate immediatamente dopo la cattura.

Tornando al processo vero e proprio, la difesa del gerarca viene assunta dall’avvocato Tolla, mentre dell’accusa si occupa Achille Frigerio, che ricopre la carica di Presidente del Tribunale del Popolo; la giuria è costituita dai familiari di cinque giovani partigiani, fucilati il 2 febbraio 1945 presso il vicino campo di aviazione di Arcore per aver condotto un attacco contro il campo stesso.

Le fonti sulla durata del dibattimento sono discordanti; in alcuni casi si parla di circa un’ora, in altri si quantifica in 40-50 minuti il tempo trascorso complessivamente tra l’arrivo di Farinacci a Vimercate e l’esecuzione della pena capitale.

Terminato il dibattimento, che si tiene nella sala consiliare, si giunge alla sentenza:

 

“Dopo aver consultato la Giuria, sentita l’accusa e la difesa del teste viene decretata la pena di morte mediante fucilazione alla schiena immediata del famigerato Roberto Farinacci”.

 

Dopo la lettura di tale sentenza, il gerarca di Cremona chiede di poter scrivere alla figlia, e su sollecitazione del Sindaco accetta l’assistenza spirituale; Farinacci ha quindi modo di conferire privatamente con Don Attilio Bassi nell’ufficio del sindaco stesso.

IL fatto che il gerarca abbia un colloquio con Don Bassi è certo, ma almeno una delle fonti consultate riporta che esso avviene su richiesta dello stesso Farinacci e non per intervento del Sindaco di Vimercate.

 

LA FUCILAZIONE

Terminato il colloquio con Don Bassi, Roberto Farinacci viene accompagnato da quest’ultimo e da un altro prete, Don Anselmo Radaelli, alla piazza che si apre proprio di fronte al palazzo dove ha sede il comune.

Giorgio Pisanò, nel suo Storia della Guerra Civile in Italia, racconta di come il gerarca consegni ai due preti citati il denaro che ha ancora con sé perché venga distribuito ai bambini più bisognosi di Vimercate, tuttavia nessuna altra delle fonti consultate ribadisce il fatto.

Giunto sulla piazza, Farinacci viene posto di fronte ad un muro con le spalle rivolte al plotone d’esecuzione, composto da circa una quindicina di partigiani, mentre la folla accorsa sul posto viene a fatica trattenuta da altri partigiani.

La sentenza viene seguita alla 9,20, orario su cui concorda la maggior parte delle fonti.

Roberto Farinacci cercherebbe di girarsi per affrontare la morte a viso aperto, ed evitare al tempo stesso l’onta della fucilazione alla schiena, ma l’unica azione che riesce a compiere è gridare “Viva l’Italia”.

Tuttavia, secondo quanto riportato nell’articolo apparso sul Giornale di Brescia, Farinacci verrebbe fucilato una seconda volta il 28 aprile, ad opera di partigiani appositamente giunti da Cremona, ed una terza il giorno successivo, questa volta da partigiani provenienti da Milano; non è stato possibile reperire, tra le fonti consultate, conferma a questi due episodi.

 

La salma di Roberto Farinacci rimane sepolta a Vimercate fino agli ultimi giorni del 1956, anno in cui vengono accolte le richieste dei familiari per la sua traslazione a Cremona.

 

 

BIBLIOGRAFIA

-          AA. VV., L’ERA FASCISTA – Storia della Repubblica Sociale, Hobby & Workk, Bresso 1996

-          AA.VV., MUSSOLINI, Volume III – La Repubblica di Salò, Alberto Peruzzo Editore, Sesto San Giovanni 1995

-          AA.VV., Mussolini e il suo Tempo, Alberto Peruzzo Editore, Sesto San Giovanni 2002

-          AA.VV., VIMERCATE nella storia contemporanea 1918-1945, Città di Vimercate, 1985

-          S. Bertoldi, Camicia Nera, Rizzoli, Milano 1994

-          S. Bertoldi, Salò, Rizzoli, Milano 1976

-          L. Cazzadori, Roberto Farinacci – Dallo Squadrismo alla R.S.I., NovAntico Editrice, Pinerolo 1999

-          I. Montanelli, M. Cervi, L’Italia della guerra civile, Rizzoli, Milano 1983

-          G. Perego, La Resistenza Armata nel Vimercatese, Milano 1996

-          G. Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia (1943-1945), Vol. III, Edizioni PFE, Milano 1965

-          A Spinosa, Alla corte del Duce, Mondatori, Milano 2000

 

Articolo tratto da STORIA DEL NOVECENTO anno V n. 49 aprile 2005

   

26/01/2008


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